Nel 2017, sempre in agosto, il governo della prima amministrazione Trump concepì la creazione di un mostro anti-venezuelano che chiamò Gruppo di Lima, celebrando la solenne cerimonia di fondazione nel Palazzo di Torre Tagle, sede del Ministero degli Esteri del Perù, nella capitale peruviana.
Ebbene, adesso Mr. Rubio non ha avuto idea migliore che riciclare quel progetto cercando, con nuovi pretesti — sappiamo bene quali — la lotta al narcotraffico, un’altra intesa regionale contro la rivoluzione bolivariana.
Una breve memoria ci ricorda che il Gruppo di Lima finì nel nulla, benché formalmente esista ancora: nemmeno nei corridoi delle cancellerie dei paesi coinvolti ci si ricorda di quell’obbrobrio.
Lo scopo di abbracciare il bislacco progetto dell’autoproclamato presidente Guaidó fu la motivazione formale addotta dai vari governi che aderirono al Gruppo. Poco dopo, però, ciascuno seguì la propria deriva; emblematico il caso del governo ospitante, guidato in quell’agosto del 2017 da Pedro Pablo Kuczynski, che oggi trascorre i suoi giorni agli arresti domiciliari per corruzione.
Gruppo di Lima 2.0
Nell’ultima riunione di gabinetto di Trump, in versione show televisivo, Mr. Rubio ha celebrato la formazione di una nuova coalizione regionale, per “mettere ordine nella lotta al narcotraffico”, con nel mirino l’inesistente Cartello dei Soli e il suo presunto “capo” Maduro.
Ma vediamo chi compone la nuova versione del Gruppo di Lima 2.0. In primo luogo, i paesi che danno credito alla favola del suddetto cartello venezuelano: in ordine di apparizione, Ecuador, Paraguay e Argentina.
La grande domanda che sorge immediatamente è: con quale moralità questi tre governi latinoamericani si ergono a paladini della lotta contro i narcos e la loro stretta parente, la corruzione?
Ecuador è probabilmente quello messo peggio in questa materia. Qui sì che operano cartelli della droga. Qui il presidente, in particolare la sua famiglia — la più ricca del paese — è rimasto coinvolto in uno scandalo legato a spedizioni massicce di droga in container di banane, soprattutto verso l’Europa, attraverso la Noboa Trading Co.
È vero che Daniel Noboa, il presidente, nega ogni legame con queste esportazioni e si mostra molto attivo mediaticamente nelle azioni contro il narcotraffico. Tuttavia, analisti sospettosi lo associano ai tentativi di eliminare la concorrenza in questo lucroso business della Trading Co.
Anche il Paraguay, sebbene meno noto all’opinione pubblica internazionale, ha molto da spiegare. Qui tutti sanno del ferreo controllo esercitato dall’ex presidente Horacio Cartes sull’attuale capo dello Stato Santiago Peña, in quanto capo del governativo Partito Colorado.
Su Cartes si possono dire molte cose, ma basti ricordare le accuse piovute su di lui quando era presidente del Paese (2013-2018), indicato come il maggior contrabbandiere del Sud America. Nel 2019, l’operazione ‘A ultranza PY’ rivelò legami del narcotraffico con politici, incluso l’entourage di Cartes. Tre anni dopo, egli fu sanzionato dagli USA per il suo appoggio al narco-affare con gruppi come il Comando Vermelho (di origine brasiliana) e il clan Insfrán.
Peña, fedele al suo capo e padrino politico, è accusato di tollerare operazioni di narcotraffico nelle zone di confine con il Brasile, dove opera senza controllo il cartello denominato Primo Comando della Capitale, nato negli anni ’90 a Rio de Janeiro e oggi con portata globale, presente in Europa e negli USA.
Il caso di Javier Milei, presidente libertario dell’Argentina, supera qualunque epiteto riguardante la mancanza di etica. Le denunce di corruzione si accumulano nei suoi 20 mesi di governo, non meno di 9 rese pubbliche. Non a caso l’85% degli argentini crede che la corruzione di alto livello provenga dalla Casa Rosada, dove si trovano gli uffici di Milei.
La corruzione nel governo dell’“uomo con la motosega” va dalla deviazione di fondi pubblici destinati ai disabili e ad altri settori vulnerabili, fino al famoso scandalo — per i peggiori motivi — della criptomoneta LIBRA (cryptocurrency scandal), che specialisti associano a una probabile operazione di riciclaggio di denaro. Proveniente da dove? Domanda quasi retorica, se si considera quale sia il principale settore depositario di questo tipo di “lavanderie”.
Visto in prospettiva, la somma degli eventi legati al narcotraffico che coinvolgono i prominenti membri del Gruppo di Lima 2.0 rende insignificanti le ambigue accuse contro la dirigenza chavista. Così è: Mr. Rubio sembra avere i soci che si merita. La storia si fa ogni volta più interessante.
Alla luce del trambusto creato da Mr. Rubio con il Cartello dei Soli, il presidente colombiano Gustavo Petro ha insistito che non esistono prove di tale cartello e, al contrario, ha rivelato l’esistenza di gruppi riuniti nella cosiddetta Junta del Narcotráfico, composta da bande minori ma ben organizzate, che estendono il loro affare di oppioidi fino agli USA e che curiosamente non appaiono mai sui radar della US navy.
Inoltre, è altamente improbabile che detti radar rilevino qualcosa di significativo nei Caraibi. Rapporti della DEA e dell’ONU assicurano che l’85% del traffico di droga verso gli USA passa per l’oceano Pacifico. Allora, perché inviare una costosa spedizione aeronavale altrove? Mr. Rubio dovrà affinare bene la matita per spiegare una simile incoerenza.
C’è poi anche un lato diciamo domestico, dietro le quinte negli USA. Esperti suggeriscono che la presentazione di questa nuova causa di allarme bellico contro il Venezuela sia utile a influenzare e giustificare un incremento del bilancio della difesa per l’anno fiscale 2026, che dovrebbe iniziare il prossimo 1° ottobre.
Su questo bilancio c’è molto da dire. Trump ha proposto circa 848 miliardi di $, con enfasi sulle spese per la sicurezza nazionale (politica anti-immigrati e contro i narcos). I democratici spingono per ridurre queste spese, mentre i repubblicani esigono che ammontino ad almeno un trilione di $. Nel mezzo della contesa, l’aspirante premio Nobel per la pace, “Trump il pacificatore”, come lo chiamano i suoi ammiratori.
E in questa polveriera spunta un altro sospettato abituale. Secondo la giurisdizione imperiale, le operazioni nei Caraibi sono sotto il controllo del Comando Sud. E dove ha sede questo Comando? In un distretto della Florida del sud, il cui rappresentante al Congresso è Carlos Giménez. Sì, proprio lui, rappresentante del luogo dove si discute del bilancio. Quanto spera di intascarsi Giménez con un bilancio ingiustificatamente aumentato per un “locale” del suo distretto? Tragga lei stesso le conclusioni.
Ritornando al noto dispiegamento/ripiegamento del distaccamento navale anti-Venezuela, praticamente ogni giorno compaiono presunte prove sui media circa movimenti di navi, sottomarini nucleari e altri mezzi, mai confermati concretamente o solo a metà, come quando i portavoce della marina affermano che ci saranno movimenti senza precisare la destinazione venezuelana.
A questo punto un’evidenza c’è: al di là della realizzazione o meno dell’operazione navale anti-venezuelana — che ovviamente va considerata come molto possibile — è certo che Mr. Rubio comanda una straordinaria operazione di propaganda, volta a intimidire i bolivariani, influenzare i dibattiti congressuali negli USA e, nel frattempo, dimostrare che gli incarichi da lui occupati servono a qualcosa.
In occasioni come questa, quando sul Venezuela incombe una minaccia di guerra, è sempre utile ricordare le conclusioni cui giunge la gente, utili a capire il livello di fallimento dell’egemone. A proposito delle invasioni USA, in particolare in Afghanistan, ce n’è una molto emblematica che dice: gli USA hanno avuto bisogno di 20 anni, migliaia di miliardi di dollari, migliaia di morti — civili inclusi — e 4 presidenti, per sostituire i talebani con… i talebani!
Scritto da Francisco Delgado Rodríguez, tratto da CubaSí.
¿Nuevo Grupo de Lima? Las mentiras de Mr. Rubio XI
En el 2017, también en agosto, el gobierno de la primera administración Trump concibió la creación de un engendro anti venezolano que le llamó Grupo de Lima, al realizar la solemne ceremonia de creación en el Palacio de Torre Tagle, sede del Ministerio de Relaciones Exteriores de Perú, en la capital peruana.
Pues resulta que ahora Mr. Rubio no ha tenido mejor idea que reciclar este proyecto buscando, con nuevos pretextos, ya sabemos, el enfrentamiento al narcotráfico, otra entente regional contra la revolución bolivariana.
Una breve historia nos recuerda que el Grupo de Lima quedó en la nada, aunque formalmente sigue existiendo, ni en los pasillos de las cancillerías de los países involucrados se acuerdan del esperpento.
El propósito de abrazar al disparatado proyecto del auto titulado presidente Guaidó, fue la motivación formal esgrimida por los diversos gobiernos que integraron el Grupo. Poco después todos siguieron su propia deriva, siendo significativo el del gobierno anfitrión, comandado en ese agosto del 2017 por Pedro Pablo Kuczynski, quien ve transcurrir sus días de vida en cautiverio domiciliario por corrupto.
Grupo de Lima 2.0
En la última reunión de gabinete de Trump, en modo show para la TV, Mr. Rubio celebró que está conformándose una coalición regional, para “poner orden en materia de enfrentamiento al narcotráfico”, con la mira puesta en el inexistente Cártel de los Soles y su “jefe” Maduro.
Pero veamos quienes integran la nueva versión del Grupo de Lima 2.0. En primer lugar, los países que asumen como cierto la fábula del mencionado cártel venezolano, por orden de aparición están Ecuador, Paraguay y Argentina.
La gran pregunta que surge de sopetón es con qué moral estos tres gobiernos latinoamericanos, se erigen como abanderados de la lucha contra los narcos y su prima cercana, la corrupción.
Ecuador es probablemente el peor parado en esta materia. Aquí sí operan carteles de la droga, aquí su mandatario específicamente su familia, la más rica del país, quedó envuelta en una revelación sobre operaciones de envío masivo de drogas en contenedores de banano, sobre todo a Europa, mediante la Noboa Trading Co.
Es cierto que Daniel Noboa, el presidente, niega su relación con estas exportaciones, e incluso gestiona con alto perfil mediático acciones contra el narcotráfico, aunque analistas suspicaces lo asocian a sus intentos de eliminar la competencia en este lucrativo negocio de la Trading Co.
También el caso de Paraguay, aunque menos conocido para la media de la opinión pública, en efecto tiene mucho que explicar dado lo que allí todo el mundo sabe, el férreo control que ejerce el ex presidente Horacio Cartes sobre el actual mandatario Santiago Peña, en tanto jefe del oficialista Partido Colorado.
De Cartes se pueden decir muchas cosas, siendo relevante por caso las denuncias que se generaron cuando era el mandatario del país, entre el 2013 y el 2018, sindicado como el mayor contrabandista de Suramérica. En el 2019, la operación «A ultranza PY» reveló nexos del narcotráfico con políticos, incluido el entorno de Cartes, siendo sancionado este último por EEUU tres años después, dado su apoyo al narco negocio con grupos como el Comando Vermelho, de origen brasileño y al clan Insfrán.
A Peña, siendo fiel a su jefe y padrino político, se le acusa de tolerar operaciones de narcotráfico en las zonas fronterizas con Brasil, donde actúa sin pudor ni vigilancia el cártel denominado Primer Comando de la Capital, que habiéndose iniciado en los años 90 en Rio de Janeiro, hoy en día tiene alcance global, con presencia en Europa y Estados Unidos.
El caso de Javier Milei, el mandatario libertario de Argentina, cualquier epíteto que aluda a su falta de ética quedaría superado por la realidad. Las denuncias de corrupción se acumulan en los 20 meses de mandato, sumando no menos de 9 publicitadas. Por algo el 85% de los argentinos creen que la corrupción de alto nivel se genera desde la Casa Rosada, donde están las oficinas de Milei.
La corrupción en el gobierno del hombre de la motosierra va desde el desvío de recursos públicos, destinados a la atención a discapacitados y otros segmentos poblaciones, pasando por el famoso escándalo, por las peores razones, de la criptomoneda LIBRA,(cryptocurrency scandal) que especialistas lo asocian a una probable operación de lavado de dinero, proveniente ¿de dónde? pregunta casi retórica si las hay, a tenor de cual negocio es el principal depositario de ese tipo de lavandería.
Visto en perspectivas, la sumatoria de eventos relacionados con el narcotráfico, de los prominentes miembros del Grupo de Lima 2.0 empequeñecen las ambiguas acusaciones contra el liderazgo chavista. Así es, Mr. Rubio parece tener los socios que se merece, para entenderse mejor. Esta historia se pone cada vez más interesante.
A la luz del rollo formado por Mr. Rubio con el Cártel de los Soles, el presidente colombiano Gustavo Petro, insistió que no hay pruebas del tal Cártel, y por el contrario reveló la existencia de grupos que se agrupan en la llamada Junta del Narcotráfico, integrado por disimiles bandas de pequeño porte muy bien articuladas, que extienden su negocio de opioides a territorio estadounidense, y curiosamente no aparecen en los radares de los us navy.
Además, dichos radares es muy poco probable que visualicen algo de peso en el Caribe; informes de la DEA y de las NNUU aseguran que el 85% del flujo de drogas hacia EEUU circula por el océano Pacifico; entonces, ¿para qué enviar una costosa expedición aeronaval a otro lado? Mr. Rubio tendrá que afilar bien el lápiz para explicar tamaña inconsistencia.
También hay un lado dígase que doméstico, de lo que ocurre tras bambalinas en EEUU. Expertos sugieren que la presentación ahora de esta causa de alarma bélica, contra Venezuela, es útil para influir y justificar un incremento del presupuesto de defensa del año fiscal 2026, que debería comenzar a ejecutarse el próximo 1ero de octubre.
Sobre este presupuesto hay mucha tela por donde cortar. Mientras que Trump propuso alrededor de 848 mil millones de usd, con énfasis en gastos de seguridad nacional (política antinmigrantes y contra los narcos), los demócratas presionan por bajar esos gastos. Legisladores republicanos por su lado, exigen que estos sumen no menos de un billón de usd. En el medio de la puja, el aspirante al Nobel de la paz, Trump el pacificador, como sus admiradores le dicen.
Y en esta polvareda aparece otro sospechoso habitual. Según la jurisdicción imperial, las operaciones en el Caribe están bajo el control del Comando Sur. ¿Y dónde queda el tal Comando?, en un distrito del sur de la Florida cuyo flamante representante en el Congreso es Carlos Giménez; si, representante en el lugar donde está el mencionado debate sobre el presupuesto. ¿Cuánto espera embolsillarse Giménez con un presupuesto injustificadamente aumentado, para un “local” de su distrito? Saque ud. sus propias conclusiones.
Volviendo sobre el ya famoso despliegue/repliegue del destacamento naval anti Venezuela, prácticamente todos los días aparecen supuestas pruebas en medios de prensa sobre los movimientos de barcos, submarinos nucleares y otros artefactos, nunca confirmados concretamente o tal vez a medias, como cuando portavoces de la armada afirman que habrá movimientos, sin precisar el destino venezolano.
A estas alturas sí hay una evidencia. Más allá de que se materialice la operación naval anti venezolana, que obviamente hay que asumir como muy posible, lo cierto es que Mr. Rubio comanda una extraordinaria operación de propaganda, como se ha dicho, para amedrantar a los bolivarianos, influir en los debates congresionales en su país y de paso, mostrar que de algo sirve estar en los cargos que hoy ocupa.
En ocasiones como esta, cuando se cierne sobre Venezuela una amenaza guerrerista, siempre es bueno recordar conclusiones que la gente saca, y que sirven para entender el nivel de descalabro del hegemón. A propósito de las invasiones estadounidenses, en particular en Afganistán, hay una muy emblemática que reza: EEUU necesitó 20 años, billones de usd, miles de muertos, civiles incluidos y 4 presidentes para remplazar a los talibanes por ¡los talibanes!
Escrito por Francisco Delgado Rodríguez y tomado de CubaSi.

