La pace bellica di Trump

Jorge Elbaum

L’immensa maggioranza dei media occidentali e dei loro comunicatori ripete le proprie fraseologie propagandistiche navigando nelle acque burrascose delle dissonanze cognitive. Gli analisti internazionali, di chiara matrice atlantista, impongono verità da sancire come senso comune egemonico. Possono arrivare ad affermare che Donald Trump è un pacifista perché si barcamena nei conflitti mondiali mentre, allo stesso tempo, sostiene un genocidio a Gaza, dispiega una flotta nei Caraibi venezuelani, pubblicizza ricompense da 50 milioni di dollari per catturare Nicolás Maduro, soffoca l’economia cubana, minaccia l’invasione di Panama e della Groenlandia, scatena una retata contro i migranti interni e invita Volodymyr Zelenskyj ad approfondire i bombardamenti sulla Federazione Russa una settimana dopo aver ricevuto Vladimir Putin in Alaska.

Le posizioni erratiche del magnate divenuto presidente sono il risultato di una situazione di relativa debolezza del progetto neocoloniale di Washington e Bruxelles. Appena tre decenni dopo aver creduto alla “fine della storia” di Francis Fukuyama, si sentono responsabili di aver reso possibile e autorizzato la crescita economica della Repubblica Popolare Cinese, mossi dall’avidità di ampliare lo sfruttamento del lavoro. La sordida paradossalità del neoliberismo è che ha riallocato gli investimenti verso il sud-est asiatico, ha distrutto la classe lavoratrice statunitense e ora –con impazienza ed esasperazione– tenta di recuperare lo spazio commerciale perduto senza ammettere che l’inerzia industriale cinese non attenderà la ricomposizione industriale tanto agognata da Trump.

Qui la dissonanza cognitiva si rivela nell’ammirazione che suscita il modello cinese e, al contempo, nell’accusa di autocrazia che viene ripetuta dal Dipartimento di Stato. Trump sogna di avere l’autorità incarnata da Xi Jinping senza comprendere che si tratta del dirigente di un organismo collettivo, erede di una tradizione filosofica confuciana nata 25 secoli fa. Il rubicondo capo confonde megalomania individuale con la sintesi collettiva emanata da un Partito Comunista che affronta la complessità e non smette di innovare. Ci troviamo a vivere in un mondo in cui una potenza imperiale era abituata, dalla fine della Guerra Fredda, a imporre un ordine basato su regole decise in modo inconsulto e unilaterale, che allo stesso tempo contestava il Diritto Internazionale.

Di fronte a una crescente multilateralità, incapace di affrontare contemporaneamente i propri deficit gemelli (fiscale e commerciale) e la pretesa di essere un gendarme globale onnipotente, ha deciso di mettere in scena quattro ipotesi di conflitto bellico, privilegiando lo scontro con la Cina, i BRICS+, i paesi ribelli del cosiddetto Emisfero Occidentale (in particolare Cuba e Venezuela) e i migranti interni, identificati come narcotrafficanti e criminali. La designazione di queste quattro guerre è indissolubilmente legata a causalità geoeconomiche e politiche. Le prime derivano da un indebolimento produttivo e finanziario. La seconda da una riduzione della capacità di guidare la governance globale, evidenziata, tra gli altri esempi, dalla competizione con l’Unione Europea (UE).

Gli erratici colpi di mano e megalomani di Trump, le sue contraddizioni e i suoi capricci sono intrecciati a ragioni strutturali: l’economia USA ha un indebitamento vicino al 120% del suo PIL e gli interessi su tali impegni costituiscono la prima voce della spesa complessiva del Tesoro. Il debito pro capite dei suoi abitanti raggiunge i 120 mila $, mentre in Cina si attesta appena a 12 mila. Nel 2024, il gigante asiatico ha incrementato il suo PIL del 5%, mentre gli USA si sono fermati al 2,8%. L’unico ambito in cui il paese nordamericano mantiene una leadership indiscutibile è la spesa militare: 2800 $ annui pro capite, contro i 250 $ di investimento cinese. Queste disparità si combinano con la difficoltà mostrata da Washington nell’assimilare la “sovranizzazione” progressiva che si osserva da due decenni. A differenza di quanto avvenuto con l’esperienza del Movimento dei Paesi Non Allineati, le economie emergenti dei BRICS+ superano il G7 in termini di PIL; la Cina è il maggiore esportatore di merci al mondo e nel 2024 è stata il terzo maggiore importatore globale di beni, preceduta solo da USA e UE. Il disordine trumpista riflette la perdita di una bussola.

La dissonanza e incoerenza manifesta tra azioni e rappresentazioni appare ancor più brutale e insostenibile quando si valuta il ruolo di “pacificatore” di chi è divenuto il grande garante delle politiche genocide di Netanyahu, della carestia pianificata –certificata la scorsa settimana dalla massima autorità delle Nazioni Unite in materia di insicurezza alimentare– e dell’apartheid in Cisgiordania. Questa realtà inizia a essere tematizzata persino dai grandi media della destra globale, come The Economist: “…il governo di Israele, nonostante i suoi doveri in quanto potenza occupante, ha usato la distribuzione di alimenti ai civili come arma contro Hamas (…) Accerchiando i civili e distruggendo sistematicamente le loro case, Israele sta praticando anche la pulizia etnica”.

L’altra guerra è chiaramente dichiarata contro ciò che chiamano Emisfero Occidentale (che considerano il loro cortile di casa). Trump ha minacciato di invadere Panama se le imprese cinesi –che avevano investito nel Canale– non avessero abbandonato l’istmo. La pressione di Washington ha costretto le corporation di Hong Kong a vendere la loro quota azionaria. Il Messico viene minacciato, settimana dopo settimana, con l’ingerenza di una delle agenzie più corrotte del mondo, la DEA. La procura di Tegucigalpa, Honduras, ha arrestato la scorsa settimana tre persone coinvolte in un potenziale attentato contro l’ex presidente Manuel Zelaya –oggi marito dell’attuale mandataria del paese– volto a turbare le elezioni del prossimo 30 novembre. I detenuti hanno legami con “finanziatori” USA.

Il caso più grave di guerra lo subisce la Repubblica Bolivariana. Martedì scorso, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato il dispiegamento di tre navi militari statunitensi, con quattromila soldati, per pattugliare le coste caraibiche del Venezuela. All’inizio di questo mese, il repubblicano ha firmato un ordine esecutivo che autorizza l’uso della forza militare contro i cartelli della droga latinoamericani, considerati organizzazioni terroristiche. La risposta di Nicolás Maduro non si è fatta attendere: sono stati mobilitati quattro milioni di effettivi della Milizia Nazionale, il quinto componente della Forza Armata Nazionale Bolivariana. Il pacifismo di Trump è una patacca dissonante. Quello che chiamano Occidente è a pezzi.


La paz bélica de Trump

Por: Jorge Elbaum

La inmensa mayoría de los medios occidentales y sus comunicadores repiten sus fraseologías propagandistas navegando en las aguas procelosas de las disonancias cognitivas. Los analistas internacionales, de clara raigambre otantista, imponen verdades que se sancionen como sentido común hegemónico. Pueden afirmar que Donald Trump es un pacifista porque pivotea sobre los conflictos mundiales en el mismo momento que ampara un genocidio en Gaza, despliega una flota en el Caribe venezolano, publicita recompensas de 50 millones de dólares para detener a Nicolás Maduro, asfixia la economía cubana, amenaza con la invasión a Panamá y a Groenlandia, desata una cacería sobre migrantes internos, e invita a Volodimir Zelenski a profundizar los bombardeos sobre la Federación Rusa, una semana después de haber recibido a Vladimir Putin en Alaska.

Los posicionamientos erráticos del magnate devenido en presidente son resultado de una situación de debilidad relativa del proyecto neocolonial de Washington y Bruselas. Apenas tres décadas después de creerse “el fin de la historia” de Francis Fukuyama, se sienten responsables de haber viabilizado y autorizado el crecimiento económico de la República Popular China motivados por la avaricia de ampliar la explotación del trabajo. La paradoja sórdida del neoliberalismo es que redireccionó las inversiones hacia el sudeste asiático, destrozó a la clase trabajadora estadounidense y ahora –en forma impaciente y exasperada– intenta recuperar el espacio comercial perdido sin asumir que la inercia industrial china no esperará la recomposición industrial anhelada por Trump.

Aquí la disonancia cognitiva queda expuesta en la admiración que produce el modelo chino y la acusación de autocracia que repiten desde el Departamento de Estado. Trump sueña contar con la autoridad expresada por Jinping sin comprender que se trata del líder de un organismo colectivo heredero de una tradición filosófica confuciana, originada hace 25 siglos. El rubicundo mandamás confunde megalomanía individual con la síntesis colectiva emanada de un Partido Comunista que asume la complejidad y no deja de innovar. Nos encontramos transitando un mundo en el que una potencia imperial estaba acostumbrada, desde el final de la Guerra Fría, a imponer un orden basado en reglas, decidido en forma inconsulta y unilateral que al mismo tiempo objetaba el Derecho Internacional.

Al encontrarse frente a una multilateralidad creciente, incapaz de afrontar al mismo tiempo sus déficits gemelos (fiscal y comercial) y su pretensión de omnímodo gendarme global, ha decidido escenificar cuatro hipótesis de conflicto bélico, priorizando los enfrentamientos contra China, los BRICS+, los países rebeldes del denominado Hemisferio Occidental (especialmente Cuba, Venezuela) y los migrantes internos, identificados como narcotraficantes y criminales. La designación de estas cuatro guerras está indisolublemente ligada a causalidades geoeconómicas y políticas. Las primeras derivan de un debilitamiento productivo y financiero. La segunda, de una merma en la capacidad de liderar la gobernanza global, evidenciada, entre otros ejemplos, en la competencia con la Unión Europea (UE).

Los mandobles erráticos y megalómanos de Trump, sus contradicciones y sus devaneos están imbricados en razones estructurales: la economía estadounidense tiene un endeudamiento cercano al 120 por ciento de su PBI y los intereses de esos compromisos suponen el primer rubro del gasto total del Tesoro. La deuda per cápita de sus habitantes alcanza los 120 mil dólares y los de China apenas 12 mil. Durante el año 2024, el gigante asiático incrementó su PBI un 5 por ciento, mientras que Estados Unidos alcanzó unos 2,8 puntos porcentuales. En el único rubro en que el país americano mantiene un liderazgo indiscutido en los gastos militares: 2800 dólares anuales per cápita, frente a los 250 dólares de inversión china. Estas disparidades se combinan, además, con la dificultad evidenciada por Washington para asimilar la “soberanización” incremental que se observa desde hace dos décadas. A diferencia de lo sucedido con la experiencia del Movimiento de los Países No Alineados, las economías emergentes de los BRICS+ superan al G7 en términos de PBI; China es el mayor exportador de mercancías del mundo y en 2024 fue el tercer mayor importador global de bienes, precedida por Estados Unidos y la UE. El desorden trumpista es el reflejo de la pérdida de una brújula.

La disonancia e incoherencia manifiesta entre acciones y representación aparece más brutal e insostenible cuando se evalúa el rol de “pacificador” de quien se ha convertido en el gran garante de las políticas genocidas de Netanyahu y la hambruna planificada –certificada la última semana por la máxima autoridad de las Naciones Unidas ligada a la inseguridad alimentaria–, y el apartheid en Cisjordania. Esa realidad empieza a ser tematizada, incluso, por los grandes medios de la derecha global, como The Economist: “…el gobierno de Israel, a pesar de sus deberes como potencia ocupante, ha utilizado la distribución de alimentos a civiles como arma contra Hamas (…) Al acorralar a los civiles y destruye sistemáticamente sus hogares, Israel también está practicando la limpieza étnica”.

La otra confrontación bélica está claramente declarada contra lo que llaman Hemisferio occidental (al que consideran su patio trasero). Trump amenazó con invadir Panamá si las empresas chinas –que habían invertido en el Canal– no abandonaban el istmo. La presión de Washington obligó a que las corporaciones de Hong Kong vendieran su participación accionaria. México está siendo amenazado, semana tras semana, con la injerencia de una de las agencias más corruptas del mundo, la DEA. La fiscalía de Tegucigalpa, Honduras, detuvo la última semana a tres personas comprometidas en un potencial atentado contra el exgobernante Manuel Zelaya –actual esposo de la actual mandataria de ese país– orientado a enturbiar las elecciones el próximo 30 de noviembre. Los detenidos tienen relación con “financiadores” estadounidenses.

El caso más grave de guerra lo sufre la República Bolivariana. El último martes, la portavoz de la Casa Blanca, Karoline Leavitt, confirmó el despliegue de tres buques militares estadounidenses, con cuatro mil soldados, para patrullar las costas caribeñas de Venezuela. A comienzos de este mes, el republicano firmó una orden administrativa en la que se autoriza el uso de la fuerza militar contra los carteles de la droga latinoamericanos, considerados organizaciones terroristas. La respuesta de Nicolás Maduro no se hizo esperar: se movilizaron cuatro millones de efectivos de la Milicia Nacional, el quinto componente de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana. El pacifismo de Trump es una patraña disonante. Eso que llaman Occidente está roto.

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