Guyana, Venezuela e il logoro copione della falsa bandiera

Misión Verdad

Il 31 agosto, la Guyana ha tentato di inscenare un nuovo episodio di tensione accusando il Venezuela di un presunto attacco contro una nave che trasportava funzionari elettorali e urne in acque ancora da delimitare dell’Esequibo.

La versione ufficiale è stata diffusa dalla polizia e dalle Forze di Difesa guyanesi, sebbene non siano mai state presentate prove concrete, poiché non vi erano coordinate, registrazioni visive né perizie a sostegno.

Di conseguenza, la denuncia si delinea come un’operazione fabbricata, destinata a generare un clima artificiale di scontro.

La Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) ha risposto immediatamente: il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha respinto l’accusa come un nuovo fake promosso da mafie guyanesi e trinidadiane, avvertendo al tempo stesso di una campagna di falsi positivi volta ad aprire un fronte di conflitto nella regione.

Ha precisato che la presenza militare venezuelana nella zona di frontiera è strettamente difensiva e sovrana, ribadendo che Caracas non si presterà a provocazioni fabbricate per giustificare aggressioni esterne.

Un modello di operazioni di falsa bandiera

 

Nel corso del 2025 si sono già registrati diversi tentativi simili di operazioni di falsa bandiera.

Il 18 febbraio, la Guyana ha denunciato un presunto attacco contro le sue truppe sulla riva del fiume Cuyuní, anch’esso situato nel territorio venezuelano dell’Esequibo.

Il governo del Venezuela ha definito l’episodio un “vile montaggio” orientato a manipolare l’opinione pubblica e a mascherare le violazioni sistematiche del Diritto Internazionale da parte dell’enclave guyanese.

Inoltre, nell’aprile scorso, la vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez ha messo in guardia su un’altra manovra in preparazione: un attacco simulato a una piattaforma della ExxonMobil in acque ancora da delimitare.

Quel presunto attentato sarebbe servito da pretesto per attribuire la responsabilità al Venezuela e giustificare azioni ostili. La denuncia ha collegato direttamente operatori privati come il mercenario USA Erik Prince e settori politici interni, evidenziando la connessione tra interessi corporativi, attori politici dell’opposizione e l’agenda di Washington.

Infatti, il 7 aprile, il presidente Nicolás Maduro ha avvertito della preparazione di un’operazione sotto copertura, coordinata tra ExxonMobil e il governo della Guyana, il cui obiettivo sarebbe stato inscenare un attacco nelle zone marittime in disputa.

Questi tentativi reiterati ricalcano il manuale classico delle operazioni di falsa bandiera, che iniziano con azioni coperte attribuite al nemico e che storicamente sono servite come giustificazione per interventi, sanzioni illegali o guerre.

In questo caso, la Guyana si presenta come punta di lancia di un dispositivo geopolitico più ampio, in cui Washington e multinazionali come ExxonMobil trovano terreno fertile per far avanzare la loro offensiva.

Va sottolineato che un tratto comune di questi montaggi è il modo in cui vengono etichettati i presunti aggressori: “pandilleros” o associati al crimine transnazionale.

Questo discorso si collega alla strategia USA di amplificare figure come il Tren de Aragua o di riproporre la narrativa del Cartel de los Soles. Entrambe costruzioni mediatiche, più vicine a copioni hollywoodiani che a diagnosi serie, funzionano come dispositivi per presentare il Venezuela come una minaccia regionale.

In tal modo, incidenti di frontiera come quello del Cuyuní, il presunto attacco nell’Esequibo venezuelano o, ora, in pieno processo elettorale a Georgetown, si trasformano in strumenti utili a giustificare l’agenda di sicurezza nazionale di Washington, in cui convergono interessi energetici, militari e politici.

L’agenda del cambio di regime

 

Il contesto di queste provocazioni non può essere separato dall’agenda di cambio di regime che gli USA promuovono contro il Venezuela.

Attualmente, sotto il duplice ruolo di segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Nazionale ad interim, Marco Rubio ha lasciato intravedere l’inasprimento di tale politica.

La sua visita in Guyana lo scorso 27 marzo ha consolidato Georgetown come Stato satellite nella strategia contro Caracas.

Da lì, Rubio ha tracciato la tabella di marcia di un’offensiva che combina sanzioni, propaganda sul crimine organizzato e operazioni coperte di falsa bandiera.

Il copione è noto: si tratta di presentare il Venezuela come epicentro del narcotraffico e del terrorismo, per creare condizioni che giustifichino nuove misure di pressione o persino azioni militari.

L’attuale strategia contro il Venezuela è la continuazione di una politica di cambio di regime che si ricicla in diversi scenari.

Oggi si combinano accuse mediatiche con narrative criminali come la riproposizione del cosiddetto Cartel de los Soles, a cui si aggiungono operazioni di falsa bandiera alle frontiere, come appena accaduto nuovamente nell’enclave guyanese.

Tutti questi elementi funzionano come un “momento scintilla”, accuratamente fabbricato per gonfiare la percezione di pericolo e costringere il tema venezuelano a finire sotto gli occhi del presidente Donald Trump.

Da decenni, gli USA ricorrono al discorso antidroga e all’etichetta del terrorismo come pretesti per giustificare interventi in America Latina e nei Caraibi.

Ciò che oggi viene presentato come lotta al crimine transnazionale o al terrorismo non è altro che una pantomima per rivestire di una parvenza di “legittimità” ciò che, in sostanza, resta un piano di cambio di regime.


Guyana, Venezuela y el manido guion de la bandera falsa

El 31 de agosto, Guyana intentó instalar un nuevo episodio de tensión al acusar a Venezuela de un supuesto ataque contra un barco que transportaba funcionarios electorales y urnas en aguas por delimitar del Esequibo.

La versión oficial fue difundida por la policía y la Fuerza de Defensa guyanesa, aunque nunca presentaron pruebas concretas, debido a que no hubo coordenadas, registros visuales ni peritajes que la sustentaran.

En consecuencia, la denuncia se perfila como una operación fabricada, destinada a generar un clima artificial de confrontación.

La Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) respondió de inmediato, pues el ministro de Defensa, Vladimir Padrino López, desestimó la acusación como un nuevo fake promovido por mafias guyanesas y trinitenses, al tiempo que advirtió sobre una campaña de falsos positivos orientada a abrir un frente de conflicto en la región.

Precisó que la presencia militar venezolana en la zona fronteriza es estrictamente defensiva y soberana, y reiteró que Caracas no se prestará a provocaciones fabricadas para justificar agresiones externas.

Un patrón de operaciones de bandera falsa

Durante 2025 ya se han registrado varios intentos similares de operaciones de bandera falsa.

El 18 de febrero, Guyana denunció un supuesto ataque a sus tropas en la ribera del río Cuyuní, también en territorio del Esequibo venezolano.

El gobierno de Venezuela calificó esto como un “vil montaje” orientado a manipular la opinión pública y encubrir las violaciones sistemáticas al Derecho Internacional por parte del enclave guyanés.

Además, en abril, la vicepresidenta ejecutiva Delcy Rodríguez advirtió sobre otra maniobra en preparación: un ataque simulado a una plataforma de ExxonMobil en aguas pendientes por delimitar.

Ese supuesto atentado serviría de pretexto para responsabilizar a Venezuela y justificar acciones hostiles. La denuncia vinculó directamente a operadores privados como el mercenario estadounidense Erik Prince y a sectores políticos internos, evidenciando la conexión entre intereses corporativos, actores políticos opositores y la agenda de Washington.

De hecho, el 7 de abril, el presidente Nicolás Maduro advirtió sobre la preparación de una operación encubierta, articulada entre ExxonMobil y el gobierno de Guyana, cuyo objetivo sería escenificar un ataque en zonas marítimas en disputa.

Estos intentos reiterados responden al manual clásico de las operaciones de falsa bandera que inician con las acciones encubiertas que atribuyen la culpa al adversario, utilizadas históricamente como justificación para intervenciones, sanciones ilegales o guerras.

En este caso, Guyana aparece como punta de lanza de un dispositivo geopolítico mayor, en el que Washington y transnacionales como ExxonMobil encuentran terreno fértil para avanzar su ofensiva.

Cabe destacar que un rasgo común de estos montajes es la forma en que se etiqueta a los supuestos atacantes: “pandilleros” o asociados al crimen transnacional.

Ese discurso conecta con la estrategia estadounidense de magnificar figuras como el Tren de Aragua o reeditar la narrativa del Cartel de los Soles. Ambas construcciones mediáticas, más cercanas a guiones de Hollywood que a diagnósticos serios, sirven como dispositivos para presentar a Venezuela como una amenaza regional.

De esa manera, incidentes fronterizos como el del Cuyuní o el supuesto ataque en el Esequibo venezolano o ahora, en pleno proceso de elecciones en Georgetown, se transforman en piezas útiles para justificar la agenda de seguridad nacional de Washington, en la que confluyen intereses energéticos, militares y políticos.

La agenda de cambio de régimen

El trasfondo de estas provocaciones no puede desligarse de la agenda de cambio de régimen que promueve Estados Unidos contra Venezuela.

En la actualidad, bajo el doble rol de secretario de Estado y consejero de Seguridad Nacional interino, Marco Rubio ha dejado ver el recrudecimiento de esa política.

Su visita a Guyana el pasado 27 de marzo consolidó a Georgetown como un Estado satélite en la estrategia contra Caracas.

Desde allí, Rubio trazó la hoja de ruta de una ofensiva que combina sanciones, propaganda sobre crimen organizado y operaciones encubiertas de bandera falsa.

El libreto es conocido, ya que se trata de presentar a Venezuela como epicentro del narcotráfico y del terrorismo, para crear condiciones que justifiquen nuevas medidas de presión o incluso acciones militares.

La estrategia actual contra Venezuela es la continuidad de una política de cambio de régimen que se recicla en distintos escenarios.

Hoy se combinan acusaciones mediáticas con narrativas criminales como la reedición del llamado Cártel de los Soles, a las que se suman operaciones de bandera falsa en las fronteras, como acaba de suceder nuevamente en el enclave guyanés.

Todas estas piezas funcionan como un “momento chispa”, cuidadosamente fabricado para inflar la percepción de peligro y forzar que el tema venezolano se ponga frente a los ojos del presidente Donald Trump.

Desde hace décadas, Estados Unidos ha apelado al discurso antidrogas y a la etiqueta del terrorismo como coartadas para justificar intervenciones en América Latina y el Caribe.

Lo que hoy se presenta como lucha contra el crimen transnacional o el terrorismo no es más que una pantomima para revestir con apariencia de “legitimidad” lo que en esencia sigue siendo un plan de cambio de régimen.

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