Pista: un’agenda geopolitica
Nel saggio ‘Washington y la política de las drogas’, l’accademico ed ex diplomatico canadese Peter Dale Scott sostiene che la cosiddetta “guerra contro la droga” degli USA deve essere compresa al di là del discorso ufficiale. Secondo lui, mentre si parlava di ridurre l’offerta nei paesi produttori e la domanda nelle città statunitensi, si tessero alleanze con reti del narcotraffico, eserciti e agenzie di intelligence per operazioni anticomuniste e controinsurrezionali in diverse regioni del mondo.
Scott lo riassume così: «La connessione protetta tra intelligence e narcotraffico — ciò che chiamo la simbiosi governo-droga — è stata responsabile dei maggiori cambiamenti nei modelli e nei livelli del traffico di droga».
A partire da questa premessa, la sua ricerca attraversa diversi scenari in cui la politica estera di Washington, sotto la bandiera della sicurezza nazionale, si è intrecciata con gli interessi del narcotraffico. Dall’Europa del dopoguerra alle guerre in Asia e America Latina, Scott invita a guardare questi processi come un fenomeno strutturale.
Espansione globale e complicità statale
Il nucleo della ricerca di Scott consiste nel mostrare come la politica estera degli USA, sotto la bandiera della sicurezza nazionale e della guerra alla droga, abbia finito per rafforzare lo stesso narcotraffico. Per l’autore, la vera frattura nella geografia mondiale delle droghe provenne piuttosto dalla “simbiosi governo-droga” che dai cartelli presi isolatamente, in cui servizi di intelligence e forze armate usarono trafficanti e reti criminali come alleati nelle loro campagne anticomuniste.
Nel dopoguerra, la CIA sostenne la mafia siciliana in Italia e la mafia corsa a Marsiglia, consolidando così le rotte dell’eroina verso l’Europa e gli USA. Successivamente, durante la guerra in Vietnam, l’epidemia di eroina negli USA esplose e calò nello stesso ritmo con cui aumentava o diminuiva la presenza militare nel Sud-Est asiatico. Come sottolinea Scott, «la connessione protetta tra intelligence e narcotraffico è stata responsabile dei maggiori cambi nei modelli e nei livelli del traffico di droga».
Il fenomeno raggiunse un’altra dimensione negli anni 80. Nel 1984, il 52% dell’eroina consumata negli USA proveniva dal confine afgano-pakistano, dominato dai mujaheddin alleati della CIA contro l’occupazione sovietica. Il narcotraffico costituiva parte strutturale dell’operazione: «Gli stessi attori che rifornivano l’insurrezione erano quelli che muovevano la maggior parte dell’eroina che entrava negli USA», afferma il testo.
Parallelamente, in Centroamerica, almeno un quinto della cocaina che arrivava negli USA passava per l’Honduras, dove i militari locali, legati al narcotraffico, erano elementi centrali del sostegno segreto di Washington ai Contras nicaraguensi.
Lo schema si ripeté in Colombia e Perù, dove le alleanze con forze armate formalmente antidroga finirono per finanziare campagne controinsurrezionali in cui i principali capi del narcotraffico non erano l’obiettivo, ma alleati tattici. Il caso di Vladimiro Montesinos in Perù è paradigmatico: capo del Servizio di Intelligence Nazionale, formato dalla CIA, usò fondi destinati a operazioni antidroga per consolidare reti di potere e repressione interna. Nel 1996, un trafficante lo accusò di ricevere decine di migliaia di dollari in tangenti, mentre la polizia peruviana sequestrava un solo carico del cartello López-Paredes con 3,5 tonnellate di cocaina per un valore di 600 milioni di dollari.
Lo stesso avvenne in Messico, dove la Dirección Federal de Seguridad (DFS), creata con il sostegno USA, rilasciava credenziali ufficiali a capi del narcotraffico che la DEA descriveva come “una licenza a trafficare”. Il cartello di Guadalajara, protetto dalla DFS e dal suo capo Miguel Nassar Haro — un agente della CIA —, arrivò a essere cruciale nel rifornimento dell’insurrezione nicaraguense finanziata da Washington.
In tutti questi casi, le campagne antidroga fungevano da copertura per obiettivi politici e militari, mentre il narcotraffico cresceva sotto protezione ufficiale.
Finanza, politica e la rete del BCCI
Il caso del Bank of Credit and Commerce International (BCCI) rappresenta, per Scott, la prova più chiara di come la “guerra alla droga” si sia intrecciata con interessi finanziari, militari e politici ai massimi livelli. Questa banca, con sede in Pakistan e operazioni globali, fu per anni un nodo centrale per il riciclaggio di denaro del narcotraffico, il commercio di armi e il finanziamento di operazioni coperte in Asia, America Latina e Asia Occidentale.
La ricerca sottolinea che il BCCI gestiva sia fondi del narcotraffico afgano durante la guerra contro l’URSS, sia capitali collegati a governi alleati di Washington e a reti di intelligence come la CIA e
l’ISI pakistano. «Con il pieno appoggio dell’ISI e la tolleranza tacita della CIA, Hekmatyar divenne il principale narcotrafficante dell’Afghanistan», scrive Scott a proposito di Gulbuddin Hekmatyar, capo mujaheddin divenuto grande signore della droga, rafforzato politicamente e militarmente grazie a queste strutture finanziarie.
Il fatto più significativo è che, nonostante nel 1990 due filiali del BCCI si dichiarassero colpevoli di riciclaggio di denaro e diversi dirigenti finissero in carcere, il Dipartimento di Giustizia USA intervenne per bloccare indagini più approfondite. Tra il 1988 e il 1991, il Dipartimento «richiese ripetutamente ritardi o sospensioni delle azioni del Senato sul BCCI, si rifiutò di collaborare con la Sottocommissione Kerry e, in alcune occasioni, diffuse dichiarazioni fuorvianti sullo stato delle indagini», scrive l’autore.
Lo scandalo coinvolse anche figure politiche di alto livello. Il BCCI e i suoi alleati finanziari ebbero legami con governi e presidenti come Carter, Reagan, Bush e Clinton, attraverso donatori e operatori come il banchiere Jackson Stephens.
Una “guerra” che non lo è mai stata
La revisione dei casi presentati da Scott porta a concludere che la politica antidroga USA è stata segnata da profonde contraddizioni. Le prove raccolte dimostrano che il presunto sforzo globale contro le droghe ha funzionato, in pratica, come strumento per consolidare interessi strategici piuttosto che per indebolire il potere dei cartelli.
«La mal chiamata ‘guerra contro la droga’ deve essere sostituita da una campagna medica e scientifica orientata a curare la malattia della droga», afferma Scott, sottolineando la distanza tra il discorso ufficiale e i risultati ottenuti.
Tutto ciò conferma la tesi che la lotta al narcotraffico non sia mai stata autentica. Ciò che opera realmente è una gestione politica della violenza e del mercato illegale, in cui alleati e nemici vengono ridefiniti in base a mere convenienze strategiche. Le politiche USA finiscono così per consolidare queste reti criminali, rendendole più complesse e resilienti. In questo modo risulta evidente che la vera priorità sta nell’instrumentalizzazione del narcotraffico al servizio degli interessi di Washington.
Pista: una agenda geopolítica
La incómoda verdad que encubre la “guerra antidrogas” de EE.UU.
En “Washington y la política de las drogas”, el académico y exdiplomático canadiense Peter Dale Scott plantea que la llamada “guerra contra las drogas” de Estados Unidos debe entenderse más allá del discurso oficial. Sostiene que, mientras se hablaba de reducir la oferta en los países productores y la demanda en las ciudades estadounidenses, se fueron tejiendo alianzas con redes de narcotráfico, ejércitos y agencias de inteligencia para operaciones anticomunistas y contrainsurgentes en distintas regiones del mundo.
Scott lo resume así: “La conexión protegida entre inteligencia y narcotráfico —lo que llamo la simbiosis gobierno-droga— ha sido responsable de los mayores cambios en los patrones y niveles del tráfico de drogas”.
A partir de esta premisa, su investigación recorre distintos escenarios donde la política exterior de Washington, bajo la bandera de la seguridad nacional, se entrelazó con los intereses del narcotráfico. Desde la posguerra europea hasta las guerras en Asia y América Latina, Scott propone mirar estos procesos como un fenómeno estructural.
Expansión global y complicidad estatal
El núcleo de la investigación de Scott se centra en mostrar cómo la política exterior de Estados Unidos, bajo la bandera de la seguridad nacional y la guerra contra las drogas, terminó fortaleciendo al propio narcotráfico. Para el autor, el verdadero quiebre en el mapa mundial de las drogas provino más bien de la “simbiosis gobierno-droga” que de los cárteles por sí solos, donde servicios de inteligencia y fuerzas armadas usaron a traficantes y redes criminales como aliados en sus campañas anticomunistas.
Durante la posguerra, la CIA respaldó a la mafia siciliana en Italia y a la mafia corsa en Marsella, lo cual consolidó rutas de heroína hacia Europa y Estados Unidos. Luego, durante la guerra en Vietnam, la epidemia de heroína en territorio estadounidense se disparó y descendió al mismo ritmo que aumentaba o disminuía la presencia militar en el sudeste asiático. Como señala Scott, “la conexión protegida entre inteligencia y narcotráfico ha sido responsable de los mayores cambios en los patrones y niveles del tráfico de drogas”.
El fenómeno alcanzó otra dimensión en los años ochenta. En 1984, 52% de la heroína consumida en Estados Unidos provenía de la frontera afgano-pakistaní, dominada por los muyahidines aliados de la CIA contra la ocupación soviética. El narcotráfico constituía parte estructural de la operación: “Los mismos actores que abastecían la insurgencia estaban moviendo la mayor parte de la heroína que entraba a Estados Unidos”, señala el texto.
Paralelamente, en Centroamérica, al menos una quinta parte de la cocaína que ingresaba en Estados Unidos llegaba vía Honduras, donde los militares locales, vinculados con el narcotráfico, eran piezas centrales del apoyo encubierto de Washington a los Contras nicaragüenses.
El patrón se repitió en Colombia y Perú, donde las alianzas con fuerzas armadas supuestamente antidrogas terminaron financiando campañas contrainsurgentes en las que los principales capos no eran el objetivo, sino aliados tácticos. El caso de Vladimiro Montesinos en Perú es paradigmático: jefe del Servicio de Inteligencia Nacional, entrenado por la CIA, usó recursos destinados a operaciones antidrogas para consolidar redes de poder y represión interna. En 1996, un traficante acusó a Montesinos de recibir decenas de miles de dólares en sobornos, mientras la policía peruana decomisaba un solo cargamento del cártel López-Paredes con 3,5 toneladas de cocaína valoradas en 600 millones de dólares.
Lo mismo ocurrió en México, donde la Dirección Federal de Seguridad (DFS), creada con apoyo estadounidense, entregaba credenciales oficiales a capos del narcotráfico que la DEA describía como “una licencia para traficar”. El cártel de Guadalajara, protegido por la DFS y su jefe Miguel Nassar Haro —un activo de la CIA—, llegó a ser clave en el abastecimiento de la insurgencia nicaragüense financiada por Washington.
En todos estos casos, las campañas antidrogas servían de cobertura para objetivos políticos y militares, mientras el narcotráfico crecía bajo protección oficial.
Finanzas, política y la red del BCCI
El caso del Bank of Credit and Commerce International (BCCI) es, para Scott, la muestra más clara de cómo la “guerra contra las drogas” se entrelazó con intereses financieros, militares y políticos al más alto nivel. Este banco, con sede en Pakistán y operaciones globales, fue durante años un nodo central para el lavado de dinero del narcotráfico, ventas de armas y financiamiento de operaciones encubiertas en Asia, América Latina y Asia Occidental.
La investigación señala que el BCCI manejaba tanto fondos del narcotráfico afgano durante la guerra contra la URSS como estaba vinculado con gobiernos aliados de Washington y con redes de inteligencia como la CIA y el ISI pakistaní. “Con el pleno apoyo del ISI y la tolerancia tácita de la CIA, Hekmatyar se convirtió en el principal narcotraficante de Afganistán”, dice Scott de Gulbuddin Hekmatyar, líder muyahidín que se convirtió en gran señor de la droga, fortalecido política y militarmente gracias a estas estructuras financieras.
Lo más significativo es que, pese a que en 1990 dos filiales del BCCI se declararon culpables de lavado de dinero y varios ejecutivos fueron encarcelados, el Departamento de Justicia de Estados Unidos intervino para frenar investigaciones más profundas. Entre 1988 y 1991, el Departamento “solicitó repetidamente retrasos o paralizaciones de las acciones del Senado sobre el BCCI, se negó a colaborar con la Subcomisión Kerry y, en ocasiones, emitió declaraciones engañosas sobre el estado de las investigaciones”, escribe el autor.
El escándalo también salpicó a figuras políticas de alto nivel. El BCCI y sus aliados financieros tuvieron vínculos con gobiernos y presidentes como Carter, Reagan, Bush y Clinton, a través de donantes y operadores como el banquero Jackson Stephens.
Una “guerra” que nunca lo fue
La revisión de los casos presentados por Scott permite concluir que la política antidrogas de Estados Unidos ha estado atravesada por profundas contradicciones. Las pruebas reunidas muestran que el supuesto esfuerzo global contra las drogas funcionó, en la práctica, como un instrumento para consolidar intereses estratégicos antes que para frenar el poder de los cárteles.
“La mal llamada ‘guerra contra las drogas’ debe ser reemplazada por una campaña médica y científica orientada a sanar la enfermedad de las drogas”, dice Scott, señalando la distancia entre el discurso oficial y los resultados obtenidos.
Todo esto sustenta la tesis de que la confrontación con el narcotráfico nunca ha sido genuina. Lo que sí opera es un manejo político de la violencia y del mercado ilegal, donde los aliados y enemigos se redefinen por mera conveniencia estratégica. Las políticas estadounidenses consolidan estas redes criminales, haciéndolas más complejas y resilientes. De este modo, queda patente que la verdadera prioridad radica en la instrumentalización del narcotráfico para servir a los propósitos de Washington.

