Il narcotraffico in America Latina e lo stratagemma di Marco Rubio

William Gómez García

La narrativa imposta dall’amministrazione di Donald Trump, nel dichiarare il «Cartello dei Soli» un’organizzazione narcoterrorista, riflette una strategia più ampia volta a distogliere l’attenzione dai problemi interni degli USA. Mentre si costruisce questa immagine del Venezuela come narco-Stato, altri paesi latinoamericani come Perù, Ecuador, Bolivia e Argentina hanno iniziato a proiettare le proprie crisi legate al narcotraffico, cadendo in una trappola retorica creata dall’influenza del senatore Marco Rubio e del suo entourage nel Dipartimento di Stato.

La tattica è chiara: trasformare un governo che, nel suo contesto regionale, potrebbe essere considerato un attore politico, in una mera struttura criminale. Si tratta di delegittimare qualsiasi forma di resistenza all’egemonia USA nella regione, presentando il Venezuela non solo come uno Stato fallito, ma come un vero e proprio nemico dell’ordine democratico e della sicurezza nazionale. Questa strategia ha trovato eco in diversi rapporti d’intelligence e nelle accuse di procuratori federali USA, che hanno incriminato funzionari venezuelani per reati legati al narcotraffico.

Tuttavia, esiste un problema fondamentale in questa narrativa: la semplificazione del fenomeno del narcotraffico in America Latina. Puntando esclusivamente al «Cartello dei Soli», paesi come Bolivia, Perù, Ecuador e Argentina ignorano la complessità delle reti criminali nei propri territori. Bande locali e organizzazioni più vaste, come il Cartello di Sinaloa e il Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), hanno stretto alleanze che complicano ulteriormente il panorama del narcotraffico.

Con la designazione del «Cartello dei Soli» come organizzazione terroristica, i governi della regione non giustificano solo le sanzioni, ma anche interventi diretti che potrebbero essere considerati forme di colonialismo moderno. Questa narrativa, che presenta il Venezuela come epicentro del narcotraffico, permette a questi governi di eludere la propria responsabilità nella gestione del crimine organizzato all’interno dei propri confini. In Ecuador, per esempio, la consolidazione del Cartello di Sinaloa e del cosiddetto Cartello delle Banane della famiglia Noboa, attraverso alleanze con gruppi locali come «Los Choneros», ha intensificato la violenza, ma raramente viene denunciata con la stessa durezza la potenza del narcotraffico interno.

Tuttavia il peso di questa narrativa incide negativamente anche sulla posizione di questi paesi rispetto alla cooperazione regionale e internazionale nella lotta al narcotraffico. La tendenza è quella di semplificare un problema complesso, attribuendo colpe a un solo attore quando, in realtà, le dinamiche del narcotraffico sono multifattoriali e richiedono una soluzione integrale. Le alleanze tra cartelli messicani e brasiliani, insieme a bande locali, complicano lo scenario, e questa interrelazione non può essere ignorata se si vuole affrontare con efficacia il problema del narcotraffico.

Il consumo di droga in questi paesi aggiunge un ulteriore livello di complessità. Cocaina, pasta base e, in misura minore, oppioidi e stimolanti, segnano una realtà preoccupante che travalica le frontiere. In Argentina, ad esempio, la presenza allarmante di fentanyl adulterato nel mercato nero rivela un problema crescente che potrebbe diffondersi rapidamente. La coincidenza di interessi tra bande criminali e alcuni settori dell’industria farmaceutica illustra come il narcotraffico si infiltri a tutti i livelli della società, con la complicità del governo di Javier Milei.

Le autorità di questi paesi, alla ricerca di capri espiatori, distolgono l’attenzione dall’urgente necessità di affrontare le cause profonde della violenza e dell’insicurezza legate alle droghe. È molto più facile puntare il dito contro il «Cartello dei Soli» che affrontare la corruzione locale, la mancanza di opportunità e un’economia informale satura di attività criminali. La stessa storia recente dell’America Latina è piena di esempi di decisioni politiche prese sulla base di narrative semplificatrici, che hanno finito per generare conflitti prolungati e perpetuare cicli di violenza.

Alcuni potrebbero sostenere che descrivere il governo venezuelano come un narco-Stato giustifichi interventi esterni con il pretesto di proteggere la sicurezza regionale. Tuttavia, questi interventi rischiano di essere controproducenti, alimentando il risentimento tra le nazioni latinoamericane e indebolendo ulteriormente le strutture governative già fragili sotto la pressione del narcotraffico. Inoltre, l’approccio unilaterale adottato dagli USA nella politica antidroga ha costantemente fallito, generando più problemi di quanti ne abbia risolti.

La strategia elaborata da Marco Rubio e sostenuta dall’amministrazione Trump per demonizzare il Venezuela non è solo irresponsabile, ma anche pericolosamente semplicistica. La lotta al narcotraffico in America Latina richiede un approccio più sfumato e collaborativo, che non si limiti alla designazione di colpevoli, ma cerchi soluzioni complessive che tengano conto della varietà di attori e fattori in gioco. La realtà del narcotraffico è complessa e multiforme, e solo attraverso una comprensione adeguata delle sue dinamiche interne si potrà avanzare verso una soluzione che promuova la pace e la sicurezza nella nostra regione.

William Gómez García – Venezuelano, giornalista


El narcotráfico en América Latina y la estratagema de Marco Rubio

Por William Gómez García

La narrativa que ha impuesto la administración de Donald Trump, al declarar al «Cártel de los Soles» como una organización narcoterrorista, es un reflejo de una estrategia más amplia que busca desviar la atención de los problemas internos de Estados Unidos. Mientras se construye esta imagen de Venezuela como un narcoestado, otros países latinoamericanos como Perú, Ecuador, Bolivia y Argentina han comenzado a proyectar sus propias crisis de narcotráfico, cayendo en una trampa retórica creada por la influencia del senador Marco Rubio y su equipo en el Departamento de Estado.

La táctica aquí es clara: convertir a un gobierno que podría ser considerado como un actor político en su contexto regional, en una mera estructura criminal. Se trata de deslegitimar cualquier forma de resistencia a la hegemonía estadounidense en la región, presentando a Venezuela no solo como un estado fallido, sino como un verdadero enemigo del orden democrático y de la seguridad nacional. Esta estrategia ha encontrado eco en diversos informes de inteligencia y acusación por parte de fiscales federales de Estados Unidos, quienes han imputado a funcionarios venezolanos por delitos vinculados con el narcotráfico.

No obstante, existe un problema fundamental en esta narrativa: la simplificación del fenómeno del narcotráfico en América Latina. Al apuntar exclusivamente al «Cártel de los Soles», países como Bolivia, Perú, Ecuador y Argentina ignoran la complejidad de las redes criminales en sus propios territorios. Bandas locales y organizaciones más amplias como el Cártel de Sinaloa y el Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG) han establecido alianzas que complican aún más el panorama del narcotráfico.

Con la designación del «Cártel de los Soles» como una organización terrorista, los Gobiernos de la región no justifican solo sanciones, sino también intervenciones directas que podrían considerarse como formas de colonialismo moderno. Esta narrativa que presenta a Venezuela como el epicentro del narcotráfico permite a estos Gobiernos eludir su propia responsabilidad en el manejo del fenómeno del crimen organizado dentro de sus fronteras. Por ejemplo, en Ecuador, la consolidación del Cártel de Sinaloa y el Cártel de las Bananas de la familia Noboa, mediante alianzas con grupos locales como «Los Choneros», ha intensificado la violencia, pero raramente se señala con la misma dureza al poder del narcotráfico interno.

Sin embargo, la carga de esta narrativa afecta negativamente la postura de estos países frente a la cooperación regional e internacional en la lucha contra el narcotráfico. La tendencia está marcada por el deseo de simplificar un problema complejo, atribuyendo culpas a un solo actor cuando, en realidad, las dinámicas del narcotráfico son multifacéticas y requieren una solución integral. Las alianzas entre cárteles mexicanos y brasileños, junto con bandas locales, complican la escena, y esta interrelación no se puede ignorar si realmente se desea abordar el problema del narcotráfico con eficacia.

El consumo de drogas en estos países añade otra capa de complejidad. La cocaína, la pasta base y, en menor medida, los opioides y estimulantes, marcan una realidad preocupante que trasciende las fronteras. En Argentina, por ejemplo, la alarmante presencia de fentanilo contaminado en el mercado negro revela un floreciente problema que podría extenderse rápidamente. La coincidencia de intereses entre bandas criminales y ciertos sectores de la industria farmacéutica ilustra cómo el narcotráfico se infiltra en todos los niveles de la sociedad, con la mirada complaciente del gobierno de Javier Milei.

Las autoridades de estos países, al buscar culpables fáciles, desvían la atención de la necesidad urgente de abordar las causas profundas de la violencia y la inseguridad relacionadas con las drogas. Es mucho más fácil señalar al «Cártel de los Soles» que enfrentarse a la corrupción local, a la falta de oportunidades y a una economía informal saturada de actividades delictivas. La propia historia reciente de América Latina está llena de ejemplos donde se han tomado decisiones políticas basadas en narrativas simplificadoras, resultando en conflictos prolongados y en la perpetuación de ciclos de violencia.

Algunos podrían argumentar que la descripción del gobierno venezolano como un narcoestado justifica intervenciones externas bajo el pretexto de proteger la seguridad regional. Sin embargo, estas intervenciones pueden resultar contraproducentes, alimentando el resentimiento entre las naciones latinoamericanas y debilitando aún más las estructuras gubernamentales que ya luchan por mantener el control en medio de la presión del narcotráfico. Además, el enfoque unilateral que adopta Estados Unidos respecto a la política antidrogas ha fracasado consistentemente, creando más problemas de los que resuelve.

La estrategia elaborada por Marco Rubio y respaldada por la administración Trump para demonizar a Venezuela no solo es irresponsable, sino que es peligrosamente simplista. La lucha contra el narcotráfico en América Latina requiere de un enfoque más matizado y colaborativo, que no se limita a la designación de culpables, sino que busque soluciones integrales que consideren la diversidad de actores y factores involucrados. La realidad del narcotráfico es compleja y multifacética, y solo a través de una comprensión adecuada de sus dinámicas internas podremos avanzar hacia una solución que promueva la paz y la seguridad en nuestra región.

William Gómez García Venezolano, periodista

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