Conferenza della vicepresidente esecutiva
L’intervento pubblico della vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez ha superato di gran lunga il formato di una conferenza stampa convenzionale. È stato, in sostanza, un atto di difesa giuridica, diplomatica e geopolitica dello Stato venezuelano di fronte a quella che ha definito “una delle peggiori menzogne, falsità e mistificazioni che siano state diffuse contro il Venezuela”: l’accusa di essere un “narco-Stato” governato da “narcoterroristi”.
Il suo discorso, meticolosamente strutturato e sostenuto da una serie di dati e citazioni testuali di organismi internazionali e agenzie USA, aveva come obiettivo centrale quello di delegittimare una narrativa che non cerca di combattere il narcotraffico, bensì di giustificare un’aggressione militare e l’appropriazione delle immense ricchezze naturali del paese: petrolio, gas, oro, bauxite, risorse idriche e biodiversità.
La anche ministra degli Idrocarburi non si è limitata a respingere le accuse. Ha lanciato una controffensiva integrale, accusando gli USA di essere l’epicentro finanziario e logistico del narcotraffico globale, e ha indicato l’Ecuador come il vero “narco-Stato” del momento.
La sua conferenza è stata anche una denuncia esplicita di quella che considera una “tabella di marcia” elaborata a Washington per il cambio di regime a Caracas.
L’assenza del Venezuela nelle mappe del narcotraffico
L’argomento fondamentale della vicepresidente è empirico e contundente: l’invisibilità del Venezuela nelle statistiche ufficiali. Per dimostrarlo ha esaminato i Rapporti annuali sulla droga dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) dal 1999 al 2025 —un arco di 27 anni—.
“Durante questi ventisette anni consecutivi il Venezuela non compare come un paese di rilievo in materia di droghe illecite, stupefacenti o narcotici”.
Ha ribadito il punto con enfasi:
“Il Venezuela, lo ripeto, a livello internazionale non è un paese rilevante in materia di narcotraffico né nei reati ad esso collegati”.
Questo dato non è secondario. Se il Venezuela non appare nei rapporti dell’ONU, la principale autorità mondiale in materia, allora l’accusa di “narco-Stato” non ha alcun peso oggettivo.
Per contestualizzare, ha presentato un quadro geografico e logistico del traffico di cocaina, la droga illecita più emblematica della regione:
- Paesi produttori: Colombia (61%), Perù e Bolivia. Il Venezuela, ha sottolineato, non produce cocaina.
- Rotte di esportazione: l’87% della cocaina esce dal Pacifico —principalmente da Colombia ed Ecuador—. Solo l’8% passa da La Guajira (Colombia) e appena il 5% tenta di attraversare il territorio venezuelano.
- Efficacia del controllo venezuelano: di quel 5% che cerca di entrare, le forze di sicurezza venezuelane ne sequestrano e distruggono il 70%. Cioè, neutralizzano la maggior parte della droga che tocca i suoi confini.
Ha citato dati operativi per dimostrare questa efficacia: 56 tonnellate di droga sequestrate e distrutte solo dall’inizio dell’anno. E ha lanciato un’affermazione provocatoria: il rendimento antidroga del Venezuela è migliorato dopo l’espulsione della Agenzia Antidroga USA-DEA nel 2005.
“Sappiamo farlo meglio, lo dicono i numeri. Sequestriamo di più, lavoriamo con maggiore coordinamento”.
Un dato cruciale, che suggerisce che la cooperazione con la DEA non fosse necessaria e, anzi, che la sua presenza potesse risultare controproducente o infiltrata.
La ministra Rodríguez ha ricordato che oltre 402 aerei del narcotraffico sono stati abbattuti dalle forze venezuelane e che qualunque laboratorio scoperto viene distrutto immediatamente: “Non gli diamo neanche il tempo di bersi una bibita.”
USA, il “centro mondiale del riciclaggio” e il vero problema
La vicepresidente ha puntato le sue accuse su Washington, accusandola di ipocrisia, doppia morale e di essere il principale beneficiario economico del narcotraffico globale. La sua controffensiva si è basata su dati provenienti dallo stesso sistema che accusa il Venezuela.
Ha citato un rapporto ONU —ratificato nel 2025— secondo cui:
“L’85% dei proventi di questo business illecito resta negli Stati Uniti… nel loro sistema finanziario”.
Questa percentuale non è un dettaglio; è il cuore dell’argomentazione attorno agli USA come epicentro finanziario del narcotraffico. Ha spiegato come funziona questa macchina all’interno del territorio USA, descrivendo una rete criminale perfettamente integrata con l’economia legale:
- Sistema finanziario: il centro del riciclaggio. Ha citato casi emblematici: “Banche come HSBC, Wells Fargo, DT Bank… hanno ricevuto multe record per aver ammesso di aver riciclato capitali del narcotraffico.” Ha criticato che queste multe siano trattate come infrazioni minori: “Gli danno una multa come se fosse passato col rosso.”
- Broker e narco-magazzini: incaricati della distribuzione nazionale attraverso imprese di trasporto.
- Narco-bande: addette al dettaglio, che “hanno distrutto la società USA.”
- Narco-camionisti: controllano il trasporto interno della droga.
- “Narcosassoni”: l’élite benestante dei “colletti bianchi” che traffica nei circoli del potere. Ha menzionato esplicitamente Jeffrey Epstein come esempio di questa rete, con cui Trump aveva stretti vincoli e un’amicizia ben politicamente documentata
Ha presentato dati macroeconomici d’impatto, attribuiti all’ONU:
- Il crimine organizzato genera tra 1,6 e 2,2 trilioni di dollari annui a livello globale.
- Il traffico di droga rappresenta tra 426 e 652 miliardi di dollari l’anno, pari allo 0,8% del PIL statunitense.
- Il denaro riciclato in attività criminali e di narcotraffico negli USA equivale al 2,7% del suo PIL.
«Immaginate voi la portata… laggiù è rapidissimo, per l’attività illecita del traffico di droga», ha detto.
Ha messo in discussione la logica della politica estera USA: perché inviare navi da guerra in Venezuela se il problema — e i guadagni — sono in casa?
“Per gli USA sarebbe molto più facile combattere e perseguire il riciclaggio del denaro… che mandare navi ad aggredire una nazione pacifica… salvo che le loro intenzioni non siano altre”.
Ha ricordato una cifra drammatica: nel 2024 più di 110000 persone sono morte negli USA per overdose. Per Rodríguez, si tratta di una crisi sanitaria che il governo ignora, preferendo accusare altri:
“Se davvero gli importa, hanno molte questioni negli USA da affrontare, risolvere, correggere e incanalare.”
La “tabella di marcia” geopolitica e l’uso strumentale del narcotraffico
La vicepresidente Rodríguez ha inserito tutta la campagna contro il Venezuela in una strategia geopolitica di lungo periodo. Ha identificato un punto di svolta: il decreto esecutivo del presidente Barack Obama del 2015 che dichiarava il Venezuela “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli USA:
“Lì è iniziata la storia… per poter, anni dopo, tessere tutta questa trama che permetta loro di intervenire nel paese.”
Ha paragonato la situazione attuale all’invasione dell’Iraq nel 2003, basata sulla falsa premessa delle armi di distruzione di massa:
“Come dissero che c’erano armi di distruzione di massa in Iraq per intervenire, invaderlo e rubargli il petrolio. Questa è l’unica verità”.
Ha denunciato la creazione di nemici fittizi per giustificare azioni militari. Ha citato la riattivazione, nel marzo 2024, della sorpassata “Legge sui nemici stranieri” contro il Venezuela, definendola un atto “anacronistico” e arbitrario.
Ha criticato anche la designazione del Tren de Aragua come “organizzazione narcoterrorista transnazionale”, un “jolly” per violare il diritto internazionale:
“Sono i jolly per la violazione del diritto internazionale, perché il vero problema che oggi ha l’umanità è che gli USA e i loro governi satelliti si burlano, minano la legalità internazionale, non rispettano nulla, non ci sono limiti, si impone la menzogna, la fanfaronata e l’andare per il pianeta come bulli”.
Ecuador, il “narco-Stato” taciuto e la cospirazione regionale
La conferenza ha spostato il focus sull’Ecuador, accusato direttamente di essere l’“attuale principale esportatore di cocaina al mondo”, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMA).
La chiave è l’industria bananiera: i container di banane sono la copertura perfetta per il contrabbando.
“Dice il suo presidente che dal 70% della cocaina che esce per il mondo passa dall’Ecuador. 70%, detto dal suo presidente, che per di più è socio di una delle imprese bananiere che trasporta cocaina negli USA e in Europa”,
Rodríguez ha qualificato l’Ecuador senza mezzi termini un “narco-Stato” e ha legato il recente broglio elettorale nel paese al controllo del narcotraffico. Ha anche affermato che la vita del presidente colombiano Gustavo Petro è “minacciata dal narcotraffico”.
Ha accusato l’opposizione venezuelana —citando esplicitamente Juan Guaidó e María Corina Machado— di avere accordi con cartelli colombiani. Secondo lei, l’obiettivo di questi attori è rovesciare il governo legittimo per consegnare il territorio venezuelano al narcotraffico e alle mafie internazionali, incluse le “mafie albanesi” che si sarebbero installate in Ecuador per controllare l’esportazione:
“Hanno bisogno del Venezuela per il narcotraffico. Un affare straordinario di cui l’85% dei dividendi resta negli USA, e hanno bisogno del Venezuela per le sue riserve energetiche, il petrolio, il gas, le riserve minerarie, l’oro, il ferro, le riserve idriche”.
Il mito dei soles senza fondamento
La ministra ha dedicato un segmento specifico a smontare l’esistenza del cosiddetto “Cartello dei Soles”, etichetta che gli USA hanno applicato ad alti funzionari venezuelani. L’argomento è semplice: se in Venezuela non c’è produzione, né transito massivo, né stoccaggio di droga, non può esistere un cartello strutturato.
“Come può esistere il ‘Cartello dei Soles’ se qui non c’è droga, se qui non si organizza, se qui non si stocca? È un’operazione, un’altra operazione di propaganda contro il Venezuela, per criminalizzare il governo legittimo del Venezuela”.
Ha citato ancora una volta il rapporto DEA (2024-2025) per affermare che né il Venezuela né il “Cartello dei Soles” vi compaiono. Le rotte chiave menzionate dalla stessa agenzia USA sono Centroamerica, Porto Rico e Repubblica Dominicana, e la maggior parte dei sequestri in territorio USA avviene in California, il che conferma che la rotta principale è il Pacifico:
“Calibrate e sistemate il GPS. Non è il Venezuela, è il Pacifico”.
Così, il presidente Nicolás Maduro ha chiamato a dispiegare tutte le forze di sicurezza e difesa del Venezuela di fronte alle minacce e aggressioni di Washington. La prontezza operativa della Forza armata nazionale bolivariana è salita a oltre 25000 effettivi alla frontiera, non solo per respingere una possibile aggressione ma anche per aumentare la pressione contro il narcotraffico.
E, alla fine, le stesse fonti degli accusatori servono a smontare i loro argomenti, traducendosi in un vantaggio retorico significativo, che colloca gli USA come veri responsabili del narcotraffico e l’Ecuador come capro espiatorio silenziato.
In ultima analisi, Rodríguez ha proposto una tesi più ampia: il narcotraffico è solo un pretesto, una “farsa”, per nascondere i veri obiettivi imperiali: il controllo delle risorse naturali e l’eliminazione del progetto politico venezuelano che sfida l’egemonia USA.
Conferencia de la vicepresidenta ejecutiva
Desmontando la gran farsa del “narcoestado” venezolano
La comparecencia pública de la vicepresidenta ejecutiva Delcy Rodríguez trascendió con creces el formato de una rueda de prensa convencional. Fue, en esencia, un acto de defensa jurídica, diplomática y geopolítica del Estado venezolano frente a lo que calificó como “una de las peores mentiras, falsarias, patrañas que se ha vertido hacia Venezuela”: la acusación de ser un “narcoestado” gobernado por “narcoterroristas”.
Su discurso, meticulosamente estructurado y respaldado por una batería de datos y citas textuales de organismos internacionales y agencias estadounidenses, tuvo como objetivo central deslegitimar una narrativa que no busca combatir el narcotráfico sino justificar una agresión militar y la apropiación de las vastas riquezas naturales del país: petróleo, gas, oro, bauxita, recursos hídricos y biodiversidad.
La también ministra de Hidrocarburos no se limitó a negar las acusaciones. Lanzó una contraofensiva integral, acusando a Estados Unidos de ser el epicentro financiero y logístico del narcotráfico global, y señaló a Ecuador como el verdadero “narcoestado” del momento.
Su conferencia también fue una denuncia explícita de lo que considera una “hoja de ruta” diseñada en Washington para el cambio de régimen en Caracas.
La ausencia de Venezuela en los mapas del narcotráfico
El argumento fundamental de la Vicepresidenta es empírico y contundente: la invisibilidad de Venezuela en las estadísticas oficiales. Para demostrarlo se examinaron los Informes Anuales de Drogas de la Organización de las Naciones Unidas contra la Droga y el Delito (Unodc) desde 1999 hasta 2025 —un lapso de 27 años—.
“Durante estos veintisiete años seguidos Venezuela no aparece como un país de relevancia en materia de drogas ilícitas, de estupefacientes ni de narcóticos”.
Reiteró el punto con énfasis: “Venezuela, lo voy a repetir, en su categoría internacional, no es un país relevante en materia de narcotráfico ni de los delitos vinculados con el mismo”.
Este dato no es anecdótico. Si Venezuela no aparece en los informes de la ONU, la principal autoridad global en la materia, entonces la acusación de “narcoestado” carece de peso objetivo.
Para contextualizar, presentó un desglose geográfico y logístico del tráfico de cocaína, la droga ilícita más emblemática en la región:
Países productores: Colombia (61%), Perú y Bolivia. Venezuela, enfatizó, no produce cocaína.
Rutas de exportación: 87% de la cocaína sale por el Pacífico —principalmente desde Colombia y Ecuador—. Solo 8% sale por La Guajira (Colombia) y únicamente 5% intenta cruzar por territorio venezolano.
Eficacia del control venezolano: de ese 5% que intenta ingresar, las fuerzas de seguridad venezolanas incautan y destruyen 70%. Es decir, neutralizan la mayor parte de la droga que toca sus fronteras.
Citó cifras operativas para respaldar su eficacia: 56 toneladas de droga incautadas y destruidas solo en lo que va del año. Y lanzó una afirmación provocadora: el desempeño antidrogas de Venezuela mejoró tras la expulsión de la Agencia Antidrogas de Estados Unidos (DEA) en 2005.
“Sabemos hacerlo mejor, lo dicen los números. Incautamos más, tenemos más trabajo coordinado”.
Este dato es crucial. Sugiere que la cooperación con la DEA no era esencial e, incluso, implica que su presencia podría haber sido contraproducente o infiltrada.
La ministra Rodríguez mencionó que más de 402 aeronaves del narcotráfico han sido derribadas por las fuerzas venezolanas, y que cualquier laboratorio descubierto es destruido de inmediato: “Que no les dé chance ni de tomarse un refresco”.
Estados Unidos, el “centro mundial de lavado” y el verdadero problema
La Vicepresidenta dirigió sus baterías hacia Washington, acusándolo de hipocresía, doble moral y de ser el principal beneficiario económico del narcotráfico global. Su contraataque se basó en datos del mismo sistema que acusa a Venezuela.
Citó un informe de la ONU —ratificado en 2025— que señala que: “85% de las ganancias de este negocio ilícito se queda en Estados Unidos… en su sistema financiero”.
Este porcentaje no es un detalle; es el corazón del argumento en torno a Estados Unidos como epicentro financiero del narcotráfico. Desglosó cómo funciona esta maquinaria dentro del territorio estadounidense, describiendo una red criminal perfectamente integrada en la economía legal:
Sistema financiero: donde se lava el dinero. Mencionó casos emblemáticos: “Bancos como el HSBC, el West Fargo, el DT Bank… recibieron multas históricas por admitir su vinculación con el lavado de capitales provenientes del narcotráfico”. Criticó que estas multas sean tratadas como infracciones menores: “Le ponen una multa como si fue que iba a altísima velocidad”.
Brokers y narcobodegas: encargados de la distribución nacional a través de empresas de transporte.
Narcopandillas: responsables del menudeo, que “tiene destruida la sociedad estadounidense”.
Narcocamioneros: controlan el transporte interno de la droga.
“Narcosajones”: la élite adinerada de “cuello blanco” que trafica en círculos de poder. Mencionó explícitamente a Jeffrey Epstein como ejemplo de esta red, con quien Trump tenía estrechos vínculos y una amistad bien y públicamente documentada.
Presentó cifras macroeconómicas impactantes, todas atribuidas a informes de la ONU:
El crimen organizado genera entre 1,6 y 2,2 billones de dólares anuales a escala global.
El tráfico de drogas representa entre 426 mil y 652 mil millones de dólares al año, lo que equivale a 0,8% del PIB de EE.UU.
El dinero lavado en actividades criminales y de narcotráfico en EE.UU. equivale a 2,7% de su PIB.
“Imagínense ustedes el tamaño… allá es rapidito, por la actividad ilícita del tráfico de droga”, dijo.
Cuestionó la lógica de la política exterior estadounidense: ¿Por qué enviar barcos de guerra a Venezuela si el problema —y las ganancias— están en casa?
“Sería mucho más fácil para Estados Unidos combatir y perseguir el lavado del dinero… que estar mandando barcos para agredir a una nación de paz… salvo que sus intenciones sean otras”.
Recordó una cifra escalofriante: en 2024 más de 110 mil personas murió en EE.UU. por sobredosis. Para la alta funcionaria, esto es una crisis de salud pública que el gobierno estadounidense ignora, prefiriendo culpar a otros: “Si realmente les importa, tienen muchas tareas en Estados Unidos de Norteamérica que atender, resolver, corregir y encauzar”.
La “hoja de ruta” geopolítica y la instrumentalización del narcotráfico
La vicepresidenta Rodríguez enmarcó toda la campaña contra Venezuela dentro de una estrategia geopolítica de largo aliento. Identificó un punto de inflexión: el decreto ejecutivo del presidente Barack Obama en 2015, que declaró a Venezuela una “amenaza inusual y extraordinaria” para la seguridad nacional de EE.UU: “Ahí comenzó la historia… para poder años más tarde tejer todo esto que les permite intervenir el país”.
Comparó la situación actual con la invasión a Irak en 2003, basada en la falsa premisa de las armas de destrucción masiva: “Al igual que dijeron que había armas de destrucción masiva en Irak para intervenir ese país, para invadirlo, para robar su petróleo. Esa es la única verdad”.
Denunció la creación de enemigos ficticios para justificar acciones militares. En este caso, señaló la reactivación de la obsoleta “Ley de Enemigos Extranjeros” en marzo de 2024, aplicada contra Venezuela, como un acto “anacrónico” y arbitrario.
También criticó la designación del Tren de Aragua como “organización narcoterrorista transnacional”, un “comodín” para violar el Derecho Internacional: “Son los comodines para la violación del Derecho Internacional, porque el serio problema que tiene hoy la humanidad es que Estados Unidos de Norteamérica y su gobierno satélite se burlan, socavan la legalidad internacional, no respetan nada, no hay límites, se impone la mentira, la fanfarria y andar por el planeta como patoteros”.
Ecuador, el “narcoestado” silenciado y la conspiración regional
La conferencia viró el foco hacia Ecuador, al que acusó directamente de ser el “principal exportador de cocaína del mundo” en la actualidad, según el último informe de la Organización Mundial de Aduanas (OMA).
La clave está en la industria bananera. Los contenedores de bananas sirven como fachada perfecta para el contrabando:
“Dice su presidente que por Ecuador pasa 70% de la cocaína que sale para el mundo. 70%, dicho por su presidente, que además es socio de una de las empresas bananeras que transporta cocaína para Estados Unidos y para Europa”.
Calificó a Ecuador sin ambages como un “narcoestado” y vinculó el reciente fraude electoral en ese país con el control del narcotráfico. También mencionó que el presidente colombiano, Gustavo Petro, tiene “amenazada su vida, por el narcotráfico”.
Acusó a la oposición venezolana —nombrando explícitamente a Juan Guaidó y a María Corina Machado— de tener acuerdos con cárteles colombianos. Según ella, el objetivo de estos actores es derrocar el gobierno legítimo para entregar el territorio venezolano al narcotráfico y a las mafias internacionales, incluídas las “mafias albanesas” que, dijo, se han instalado en Ecuador para controlar la exportación: “Necesitan Venezuela para el narcotráfico. Un extraordinario negocio en el que 85% de los dividendos queda en Estados Unidos, y necesitan Venezuela por sus reservas energéticas, por su petróleo, por su gas, por sus reservas minerales, por el oro, por el hierro, por sus reservas hídricas”.
El mito de los soles sin sustento
La ministra dedicó un segmento específico a desmontar la existencia del llamado “Cártel de los Soles”, una etiqueta que EE.UU. ha aplicado a altos funcionarios venezolanos. El argumento es simple: si no hay producción, ni tránsito masivo, ni acopio de droga en Venezuela, no puede existir un cártel estructurado.
“¿Cómo puede existir el ‘Cártel de los Soles’ si aquí no hay droga, si aquí no se organiza, si aquí no hay acopio? Es una operación, una operación más de propaganda contra Venezuela, para criminalizar al gobierno legítimo de Venezuela”.
Citó nuevamente el informe de la DEA (2024-2025) para afirmar que ni Venezuela ni el “Cártel de los Soles” aparecen en él. Las rutas claves mencionadas por la propia agencia estadounidense son Centroamérica, Puerto Rico y República Dominicana, y la mayoría de las incautaciones en suelo estadounidense ocurre en California, lo cual reafirma que la ruta principal es el Pacífico:
“Calibren y arreglen el GPS. No es Venezuela, es el Pacífico”.
Así, el presidente Nicolás Maduro ha llamado a desplegar todo los cuerpos de seguridad y defensa de Venezuela ante las amenazas y las agresiones de Washington. El apresto operacional de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana se elevó a más de 25 mil efectivos en la frontera, no solo para repeler una posible agresión sino para aumentar la presión contra el narcotráfico.
Y, a la larga, las propias fuentes de los acusadores para desmontar sus argumentos se traduce en una ventaja retórica significativa, ubicando a EE.UU. como el verdadero responsable del narcotráfico y a Ecuador como el chivo expiatorio silenciado.
Pero, en última instancia, se plantea una tesis más amplia: que el narcotráfico es un pretexto, una “farsa”, para ocultar los verdaderos objetivos imperiales: el control de los recursos naturales y la eliminación del proyecto político venezolano que desafía la hegemonía estadounidense.


