Un mito che persiste senza fondamenti
Ogni tanto, lo stesso fantasma torna a percorrere i titoli: il «Cartello dei Soli». Riemerge nei discorsi ufficiali di Washington, si moltiplica in rapporti privi di prove solide e si installa come se fosse una verità indiscutibile. Ma la curiosità non sta solo nella sua persistenza bensì nel momento in cui riappare: sempre legato a congiunture politiche, a decisioni militari o a svolte strategiche nella regione.
In questo contesto, esaminiamo la serie di inchieste pubblicate su Guacamaya dal giornalista Elías Ferrer, che apporta elementi chiave per comprendere come si costruisce e si mantiene tale accusa.
Uno dei punti nevralgici dei testi è quello che smonta, con prove quantitative, l’etichetta politica che insiste nel presentare il Venezuela come epicentro del narcotraffico emisferico. I dati mostrano altro: il paese appare sì come corridoio, ma di carattere molto marginale rispetto ai veri assi di produzione e trasporto della cocaina.
Produzione e origine. La cocaina ha una mappa di origine ben definita. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), il 61% proviene dalla Colombia, il 26% dal Perù e il 13% dalla Bolivia. Il Venezuela non figura tra i grandi produttori: le coltivazioni nel suo territorio sono «irrilevanti su scala globale». Ciò che è stato riscontrato corrisponde a siti come laboratori isolati nello Zulia, nella zona del Catatumbo, sempre legati a dinamiche provenienti dalla Colombia.
Rotte verso gli USA. L’inchiesta di Ferrer mette in luce come la pressione politica USA esageri il ruolo venezuelano. Gli stessi rapporti della DEA sono inequivocabili:
«La DEA stimò che nel 2019, il 90% del commercio di cocaina destinata agli USA transitava attraverso i vettori del Pacifico orientale (74%) e dei Caraibi occidentali (16%). I Caraibi orientali, dove troviamo la costa del Venezuela, registrarono solo l’8%.»
Le rotte realmente decisive sono nel Pacifico e alla frontiera terrestre messicana. La costa venezuelana, invece, appare appena come via minoritaria.
Proporzioni comparative. Analizzando le cifre dell’ultima decade, il Venezuela si colloca ben al di sotto di altri corridoi. Nel 2018, circa 210 tonnellate di cocaina passarono per il suo territorio, contro le oltre 2300 tonnellate dalla Colombia e più di 1400 tonnellate attraverso il Guatemala, un paese molto più piccolo. Ancora: il corridoio terrestre messicano mosse 2000 tonnellate quello stesso anno. Il rapporto che si mantiene dal 2013 è di 9 a 1 a sfavore del Venezuela, il che smonta qualunque tentativo di ingigantirne il ruolo.
Europa, altro scenario. Nel mercato europeo —il più in crescita negli ultimi anni— i centri nevralgici si trovano in Ecuador e Brasile, con porti come Guayaquil, Manaus o Belém, e nella stessa selva amazzonica, trasformata in «super-autostrada». Nel 2023 Anversa sequestrò 121 tonnellate di cocaina, la maggior parte proveniente da Colombia ed Ecuador. Ancora una volta, il Venezuela resta marginale, dietro a fattori molto più rilevanti della catena logistica.
La narrativa USA in discussione. Forse il punto più rivelatore è che le stesse National Drug Threat Assessments (NDTA) della DEA contraddicono il racconto politico diffuso da Washington. In parole del rapporto:
«Le due Valutazioni Nazionali delle Minacce da Droghe… sono esplicite: i gruppi che concentrano più controllo… sono il Cartello di Sinaloa e il CJNG… Nessuna delle valutazioni menziona il Cartello dei Soli né indica il Venezuela come una minaccia strutturale».
Se il «Cartello dei Soli» non compare nei rapporti tecnici della DEA, da dove nasce l’insistenza nel nominarlo come se fosse un attore centrale? La risposta sta nella geopolitica.
L’origine narrativa del cartello
La storia del cosiddetto «Cartello dei Soli» non nacque con il comandante Hugo Chávez né con il presidente Nicolás Maduro, ma nel 1993, quando due generali della Guardia Nazionale —Ramón Guillén Dávila e Orlando Hernández Villegas— furono accusati di trafficare cocaina verso gli USA. Il soprannome derivò dalle insegne a forma di sole che portavano sull’uniforme. L’inchiesta di Guacamaya B sottolinea:
«Più che il nome di un’organizzazione coesa, come i cartelli di Medellín o di Sinaloa, si trasformò in un’etichetta giornalistica per indicare la corruzione dentro l’esercito, dove ufficiali accettavano tangenti da gruppi criminali per permettere il contrabbando di narcotici e altri beni, come l’oro estratto illegalmente».
Il caso diventò internazionale quando si scoprì che la CIA aveva collaborato con Guillén Dávila in un’operazione di «contrabbando controllato» che finì in scandalo. Una tonnellata di cocaina giunse nelle strade degli USA senza alcun valore di intelligence. L’episodio, riportato persino da 60 Minutes sotto il titolo «La cocaina della CIA», mise in luce tensioni tra la DEA e la stessa agenzia di intelligence, e si concluse con dimissioni a Washington ma senza condanne rilevanti a Caracas.
Negli anni seguenti, con l’arrivo di Chávez al governo, l’opposizione riprese quell’etichetta e la amplificò come sinonimo di una presunta organizzazione criminale statale. Il termine, nato da un paio di casi di corruzione militare e da uno scandalo di cooperazione fallita tra agenzie USA, si trasformò in arma discorsiva nella lotta politica interna ed esterna.
Dalla «massima pressione» a Trump 2.0
Nel marzo 2020, quando la strategia di massima pressione contro il Venezuela era già in declino —dopo le sanzioni finanziarie e petrolifere, il fallimento del falso governo di Juan Guaidó e la mancanza di sostegno militare diretto— il Dipartimento di Giustizia accusò formalmente il presidente Maduro, Diosdado Cabello e altri alti dirigenti.
Quel che accadde allora fu che, di fronte alla mancanza di risultati, l’allora procuratore generale William Barr riuscì a convincere Trump a spostare la narrativa sulla lotta antidroga collegandola al Venezuela, una misura meno rischiosa. Con tale svolta si procedette a presentare capi d’accusa contro il presidente Maduro, Diosdado Cabello e il ministro della Difesa, Vladimir Padrino, accompagnati da ricompense milionarie per informazioni che portassero al loro arresto. Parallelamente si dispiegarono forze navali e aeree nei Caraibi sotto il pretesto di un’operazione antidroga.
Sebbene l’operazione ebbe un impatto minimo nella lotta al narcotraffico, riuscì a ottenere ciò che voleva: generare titoli e proiettare l’immagine di un governo deciso. Così lo racconta Ferrer:
«Per riassumere, l’idea di rilanciare la narrativa del ‘Cartello dei Soli’ in quel momento era cominciare una ritirata ordinata. Mostrare al mondo che l’amministrazione Trump era dura con Maduro, usando la potenza dell’esercito USA per intimidirlo, ma senza realmente fargli nulla».
Cinque anni dopo, nel 2025, il copione si riattiva con nuovi elementi. L’inchiesta di Guacamaya dettaglia che il governo di Trump è tornato a usare l’etichetta, ora combinata con quella del Tren de Aragua (TdA). Questo è stato designato come Organizzazione Terrorista Straniera (FTO), il che consente di perseguire chiunque lo sostenga secondo la legge antiterrorismo degli USA. Parallelamente, il presidente ha invocato la Legge sugli Stranieri Nemici del 1798 per accelerare deportazioni massive di venezuelani, sospendendo il loro diritto al giusto processo.
Ferrer sottolinea che il passo chiave qui è stato giustificare l’espulsione di migranti come se fossero parte di un’«invasione» criminale ordinata dall’esterno. Allo stesso tempo, il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato il «Cartello dei Soli» come «entità di terroristi globali appositamente designata», senza però identificare persone o entità concrete, lasciando così spazio legale a compagnie come Chevron di continuare ad operare in Venezuela senza essere accusate di collaborare con il terrorismo.
Il ruolo di figure come Marco Rubio è centrale in questa trama, avendo egli inquadrato la narrativa venezuelana in termini compatibili con l’agenda America First di Trump.
“Il Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Marco Rubio, è stato per molto tempo un sostenitore del cambio di regime in Venezuela. Si potrebbe dire che deve la sua carriera alla comunità degli esiliati cubano-americani, alla quale più recentemente si sono unite l’élite venezuelane in esilio nel sud della Florida. Lo stesso vale per i suoi alleati al Congresso, come Carlos Giménez, María Elvira Salazar e Mario Díaz-Balart, e altri come i politico-lobbisti Mauricio Claver-Carone —ve lo ricordate?— e Carlos Trujillo.
Non tutti sono repubblicani; potremmo includere il senatore democratico Robert Menéndez, anche se recentemente è caduto in disgrazia dopo essere stato accusato e poi condannato per aver ricevuto tangenti da un governo straniero. E molto spesso si sono trovati d’accordo con i “falchi” o i “neoconservatori” che, a differenza del presidente Trump, sono molto ansiosi di intervenire negli affari interni di altri paesi, come John Bolton ed Elliot Abrams, due dei principali promotori del cambio di regime in Venezuela nel 2019”.
Invece di parlare di un governo straniero ostile, un linguaggio che non si adatta del tutto alla base trumpista, si insiste sul fatto che il Venezuela sia controllato da un’organizzazione “narco-terrorista” che minaccia direttamente gli USA.
Così, l’etichetta del “Cartello dei Soli” e quella del TdA diventano strumenti discorsivi per giustificare sanzioni, operazioni militari puntuali e, soprattutto, misure di politica migratoria restrittiva. Come riassume l’inchiesta citando l’analista David Smilde, professore di sociologia all’Università di Tulane: «L’idea di un “Cartello dei Soli” è stata promossa per un intervento, ma Trump l’ha riutilizzata per stigmatizzare l’immigrazione venezuelana».
Sucre e il declino del narcotraffico
La recente incursione armata contro un’imbarcazione in acque internazionali da parte del governo degli USA, che ha sostenuto trasportasse droga, ha spostato l’attenzione mediatica verso l’oriente del nostro paese, indicando lo stato Sucre. Tuttavia, ciò che descrive l’indagine di Ferrer è molto diverso, perché la zona ebbe sì un periodo di auge legato al narcotraffico —soprattutto negli anni 90— ma attualmente attraversa un declino evidente. La geografia spiega perché fu nel mirino. La penisola di Paria, con le sue coste di fronte a Trinidad e Tobago ad appena dieci chilometri, offre un corridoio naturale per inviare carichi verso i Caraibi e, da lì, in Europa.
Il testo segnala che, per un periodo, l’attività illecita si fece sentire in certi circuiti locali, mai come fenomeno strutturale né con coordinamento statale. Piuttosto si trattava di reti minori che sfruttavano la vulnerabilità di una regione periferica e di frontiera, come è accaduto in molte coste latinoamericane vicine a rotte internazionali.
Dal 2020 la dinamica è cambiata. Le forze di sicurezza venezuelane hanno intensificato le operazioni di lotta al narcotraffico e si sono registrate grandi sequestri, come i 790 chili di cocaina confiscati a Macuro nel febbraio 2025. Una testimonianza raccolta da Ferrer lo riassume così:
«Non è un segreto che queste coste venissero utilizzate dal narcotraffico, ma con i colpi continui che hanno ricevuto ciò si è andato sgretolando. Il denaro che circola ora è più normale, più legato al lavoro reale, non come prima con il denaro sporco».
Un pretesto per la pressione geopolitica
Il dispiegamento della Marina USA nei Caraibi «è interamente una questione di segnalazione politica», afferma Mark Cancian, consulente principale per la difesa e la sicurezza del Center for Strategic and International Studies e colonnello in congedo del Corpo dei Marines USA.
«Le navi non hanno autorità per far rispettare la legge, a differenza della Guardia Costiera, che normalmente conduce operazioni antidroga. Inoltre, non possono fare nulla sulla terra senza l’accordo del paese ospitante. L’esercitazione ha ricevuto molta attenzione, che era l’obiettivo».
Questo dispiegamento si aggiunge ad altre azioni che dimostrano come l’insistenza USA nella narrativa secondo cui il Venezuela è un narco-stato sia priva di fondamento nella realtà del traffico di droga e risponda, invece, a interessi politici.
La storia del “Cartello dei Soli” non mira a ridurre il flusso di stupefacenti verso gli USA. È una costruzione mediatica utilizzata per molteplici fini: mobilitare l’opinione pubblica, strumentalizzare la questione migratoria, condizionare decisioni economiche e mantenere attiva la retorica del cambio di regime, riciclata in modo ricorrente, pur senza garantire risultati di reale importanza o trascendenza.
Mito que persiste sin fundamentos
Cuando hace falta un pretexto, reaparece el Cártel de los Soles
Cada cierto tiempo, un mismo fantasma vuelve a recorrer los titulares: el “Cártel de los Soles”. Resurge en discursos oficiales de Washington, se multiplica en informes sin pruebas sólidas y se instala como si fuese una verdad indiscutible. Pero lo curioso no es solo su persistencia sino el momento cuando aparece: siempre ligado con coyunturas políticas, con decisiones militares o con giros estratégicos en la región.
En ese contexto examinamos la serie de investigaciones publicadas en Guacamaya por el periodista Elías Ferrer, quien aporta elementos claves para entender cómo se construye y se mantiene esa acusación.
Uno de los puntos neurálgicos de los textos es el que desmonta, con evidencia cuantitativa, la etiqueta política que insiste en presentar Venezuela como epicentro del narcotráfico hemisférico. Los datos muestran otra cosa: el país aparece, sí, como un corredor, pero de carácter muy marginal frente a los verdaderos ejes de producción y transporte de cocaína.
Producción y origen. La cocaína tiene un mapa de origen bien delimitado. Según la Oficina de Naciones Unidas contra la Droga y el Delito (Unodc), 61% proviene de Colombia, 26% de Perú y 13% de Bolivia. Venezuela no aparece entre los grandes productores: los cultivos en su territorio son “insignificantes a escala global”. Lo que se ha encontrado corresponde con sitios como laboratorios aislados en Zulia, en la zona del Catatumbo, siempre ligados con dinámicas que vienen de Colombia.
Rutas hacia EE.UU. La investigación de Ferrer expone cómo la presión política estadounidense exagera el rol venezolano. Los propios informes de la DEA son contundentes: “La DEA estimó que en 2019, 90% del comercio de cocaína con destino a EE.UU. transitaba por los vectores del Pacífico Oriental (74%) y el Caribe Occidental (16%). El Caribe Oriental, donde encontramos la costa de Venezuela, vio solo 8%.”
Las rutas realmente decisivas están en el Pacífico y en la frontera terrestre mexicana. La costa venezolana, en cambio, apenas aparece como vía minoritaria.
Proporciones comparativas. Cuando se analizan las cifras de la última década, Venezuela se ubica muy por debajo de otros corredores. En 2018, unas 210 toneladas de cocaína pasaron por el territorio, frente a las más de 2 300 toneladas desde Colombia y más de 1 400 toneladas que atravesaron Guatemala, un país mucho más pequeño. Aun más: el corredor terrestre mexicano movió 2 mil toneladas ese mismo año. El ratio que se mantiene desde 2013 es de 9 a 1 en desfavor de Venezuela, lo que desinfla cualquier intento de sobredimensionar su peso.
Europa, otro escenario. En el mercado europeo —el de mayor crecimiento en los años recientes— los centros neurálgicos están en Ecuador y Brasil, con puertos como Guayaquil, Manaus o Belém, y en la propia selva amazónica, convertida en “superautopista”. En 2023 Amberes incautó 121 toneladas de cocaína, la mayoría proveniente de Colombia y Ecuador. Venezuela vuelve a quedar relegada, detrás de factores mucho más relevantes en la cadena logística.
La narrativa estadounidense en entredicho: Quizás el punto más revelador es que las propias Evaluaciones Nacionales de Amenazas de Drogas (NDTA) de la DEA contradicen el relato político que se difunde desde Washington. En palabras del informe: “Las dos Evaluaciones Nacionales de Amenazas de Drogas… son explícitas: los grupos que concentran más control… son el Cártel de Sinaloa y el CJNG… Ninguna de sus evaluaciones menciona el Cártel de los Soles ni señala a Venezuela como una amenaza estructural”.
Si el “Cártel de los Soles” no aparece en los reportes técnicos de la DEA, ¿de dónde surge la insistencia en nombrarlo como si fuera un actor central? La respuesta está en la geopolítica.
El origen narrativo del cártel
La historia del llamado “Cártel de los Soles” no nació con el Comandante Hugo Chávez ni con el presidente Nicolás Maduro, sino en 1993, cuando dos generales de la Guardia Nacional —Ramón Guillén Dávila y Orlando Hernández Villegas— fueron acusados de traficar cocaína hacia Estados Unidos. El apodo provino de las insignias en forma de sol que llevaban en el uniforme. La investigación de Guacamaya B señala: “Más que el nombre de una organización cohesionada, como los cárteles de Medellín o Sinaloa, se convirtió en una etiqueta periodística para la corrupción dentro del ejército, donde los oficiales aceptaban sobornos de grupos criminales para permitir el contrabando de narcóticos y otros bienes, como oro extraído ilegalmente”.
El caso se volvió internacional cuando se descubrió que la CIA había colaborado con Guillén Dávila en una operación de “contrabando controlado” que terminó en escándalo. Una tonelada de cocaína terminó en las calles de Estados Unidos sin ningún valor de inteligencia. El episodio, reseñado incluso por 60 Minutes bajo el título “La cocaína de la CIA”, expuso tensiones entre la DEA y la propia agencia de inteligencia, y terminó con renuncias en Washington y sin condenas relevantes en Caracas.
En los años siguientes, con la llegada de Chávez al gobierno, la oposición recuperó aquella etiqueta y la amplificó como sinónimo de una supuesta organización criminal estatal. El término, nacido de un par de casos de corrupción militar y de un escándalo de cooperación fallida entre agencias estadounidenses, se transformó en arma discursiva en la confrontación política interna y externa.
De “máxima presión” a Trump 2.0
En marzo de 2020, cuando la estrategia de máxima presión contra Venezuela ya se encontraba en declive, después de sanciones financieras y petroleras, el fracaso del falso gobierno de Juan Guaidó y la falta de apoyo militar directo, el Departamento de Justicia acusó formalmente al presidente Maduro, a Diosdado Cabello y a otros altos mandos.
Lo que ocurrió ahí fue que, ante la falta de resultados, el entonces fiscal general William Barr logró convencer a Trump de optar por enfocar la narrativa en la lucha antidrogas vinculándola con Venezuela, una medida menos arriesgada. Con ese giro, se procedió a presentar cargos contra el presidente Maduro, contra Diosdado Cabello y contra el ministro de Defensa, Vladímir Padrino, acompañados de recompensas millonarias por información que condujera a su captura. Paralelamente se desplegaron fuerzas navales y aéreas en el Caribe bajo el argumento de una operación antinarcóticos.
Aunque el operativo tuvo un impacto mínimo en el combate al tráfico de drogas, sí consiguió lo que buscaba: generar titulares y proyectar la imagen de un gobierno firme. Así lo relata Ferrer: “Para resumirlo todo, la idea de impulsar la narrativa del “Cártel de los Soles” en ese momento era comenzar una retirada ordenada. Mostrar al mundo que la administración Trump estaba siendo dura con Maduro, usando el poderío del ejército estadounidense para intimidarlo, pero sin hacer realmente nada para dañarlo”.
Cinco años después, en 2025, el libreto se reactiva con nuevas piezas. La investigación en Guacamaya detalla que el gobierno de Trump volvió a usar la etiqueta, ahora combinada con la del Tren de Aragua (TdA). Este fue designado como Organización Terrorista Extranjera (FTO), lo que permite procesar a cualquiera que lo apoye bajo la ley antiterrorista de EE.UU. En paralelo, el presidente invocó la Ley de Extranjeros Enemigos de 1798 para acelerar deportaciones masivas de venezolanos, suspendiendo su derecho al debido proceso.
Ferrer subraya que el paso clave aquí fue justificar la expulsión de migrantes como si fueran parte de una “invasión” criminal ordenada desde el exterior. A la par, el Departamento del Tesoro sancionó al “Cártel de los Soles” como “entidad de terroristas globales especialmente designados”, aunque sin identificar personas o entidades concretas, lo que permite dejar espacio legal para que compañías como Chevron continuén operando en Venezuela sin ser acusadas de colaborar con el terrorismo.
El papel de figuras como Marco Rubio es central en este entramado, que han logrado encuadrar la narrativa venezolana en términos compatibles con la agenda America First de Trump.
“El Secretario de Estado y Asesor de Seguridad Nacional, Marco Rubio, ha sido durante mucho tiempo un partidario del cambio de régimen en Venezuela. Podríamos decir que le debe su carrera a la comunidad de exiliados cubanoamericanos, a la que más recientemente se han unido las élites venezolanas exiliadas en el sur de Florida. Lo mismo aplica a sus aliados en el Congreso, como Carlos Giménez, María Elvira Salazar y Mario Díaz-Balart, y otros como los político-lobbistas Mauricio Claver-Carone —¿lo recuerdan?— y Carlos Trujillo.
No todos son republicanos; podríamos incluir al senador demócrata Robert Menéndez, aunque recientemente cayó en desgracia después de ser acusado y luego condenado por recibir sobornos de un gobierno extranjero. Y muy a menudo, han estado de acuerdo con ‘halcones’ o ‘neoconservadores’ que, a diferencia del presidente Trump, están muy ansiosos por intervenir en los asuntos internos de otros países, como John Bolton y Elliot Abrams, dos de los principales proponentes del cambio de régimen en Venezuela en 2019″.
En vez de hablar de un gobierno extranjero hostil, lenguaje que no encaja del todo con la base trumpista, se insiste en que Venezuela está controlada por una organización “narco-terrorista” que amenaza directamente a Estados Unidos.
Así, la etiqueta del “Cártel de los Soles” y la del TdA se convierten en instrumentos discursivos para justificar sanciones, operaciones militares puntuales y, sobre todo, medidas de política migratoria restrictiva. Como resume la investigación citando al analista David Smilde, profesor de sociología en la Universidad de Tulane: “La idea de un ‘Cártel de los Soles’ ha sido promovida para una intervención, pero Trump la ha reutilizado para estigmatizar la inmigración venezolana”.
Sucre y el declive del narcotráfico
La reciente incursión armada contra una embarcación en aguas internacionales por parte del gobierno de Estados Unidos, que alegó que transportaba drogas, desplazó la atención mediática hacia el oriente de nuestro país, señalando al estado Sucre. Sin embargo, lo que describe la investigación de Ferrer es muy distinto porque la zona sí tuvo un auge vinculado con el narcotráfico —sobre todo entre los años noventa— pero, en la actualidad, atraviesa un declive notorio. La geografía explica por qué estuvo en la mira. La península de Paria, con sus costas frente a Trinidad y Tobago a apenas diez kilómetros, ofrece un corredor natural para enviar cargamentos hacia el Caribe y, desde allí, a Europa.
El texto señala que, durante una época, la actividad ilícita se sintió en ciertos circuitos locales, nunca como un fenómeno estructural ni con coordinación estatal. Más bien se trató de redes menores que aprovechaban la vulnerabilidad de una región periférica y fronteriza, como ha ocurrido en muchas costas latinoamericanas cercanas a rutas internacionales.
Desde 2020 la dinámica ha cambiado. Las fuerzas de seguridad venezolanas han intensificado los operativos de combate al narcotráfico y se han registrado grandes incautaciones, como los 790 kilos de cocaína decomisados en Macuro en febrero de 2025. Un testimonio recogido por Ferrer lo resume así: “No es ningún secreto que estas costas estaban siendo utilizadas por el narcotráfico, pero con los golpes continuos que han recibido eso se ha ido desmoronando. El dinero que se mueve ahora es más normal, más de trabajo real, no como antes con dinero sucio”.
Un pretexto para la presión geopolítica
El despliegue de la Armada de Estados Unidos en el Caribe “es completamente una cuestión de señalización política”, argumenta Mark Cancian, asesor principal de defensa y seguridad del Center for Strategic and International Studies y coronel retirado del Cuerpo de Marines de EE.UU.
“Los barcos no tienen autoridad para hacer cumplir la ley, a diferencia de la Guardia Costera, que normalmente lleva a cabo operaciones antidrogas. Además, no pueden hacer nada en tierra sin el acuerdo del país anfitrión. El ejercicio ha recibido mucha atención, que era el objetivo”.
Este despliegue se suma a otras acciones que demuestran cómo la insistencia de Estados Unidos en la narrativa de que Venezuela es un narcoestado carece de fundamentos en la realidad del tráfico de drogas y responde, en su lugar, a intereses políticos.
La historia del “Cártel de los Soles” no busca reducir el flujo de estupefacientes hacia Estados Unidos. Es una construcción mediática utilizada para múltiples fines: movilizar la opinión pública, instrumentalizar el tema migratorio, condicionar decisiones económicas y mantener activa la retórica del cambio de régimen, reciclada de forma recurrente, aunque no asegure resultados de verdadera importancia ni trascendencia.


