Una logica imperiale documentata e sistematica
Le recenti denunce del vicepresidente settoriale della Difesa e Sovranità del Venezuela, generale in capo Vladimir Padrino López, sui voli di intelligence USA nei Caraibi — descritti come “molto provocatori” e volti a “cercare un incidente per generare una guerra” — non sono un fatto isolato né un’esagerazione retorica. Al contrario, si inseriscono in un modello sistematico, documentato e allarmantemente crescente: l’uso continuo e multiforme delle forze armate USA all’estero, come registrato — seppur in modo incompleto — dallo stesso Servizio di Ricerca del Congresso USA (CRS).
Nel giugno 2023 il CRS ha pubblicato l’aggiornamento del suo rapporto storico Instances of Use of United States Armed Forces Abroad, 1798-2023, un documento che, benché volutamente incompleto — esclude operazioni coperte, assistenza a colpi di Stato e addestramenti segreti —, già contabilizza 491 interventi militari in 225 anni, dei quali 415 avvenuti dal 1948: cioè nell’era che avrebbe dovuto essere consacrata alla pace e al multilateralismo post-Seconda Guerra Mondiale.
In questo contesto, i voli degli RC-135 (capaci di raccogliere intelligence in tempo reale fino a 200 mila miglia all’interno del territorio venezuelano), dei KC-135 (aerei cisterna che permettono missioni prolungate) e degli E-3 Sentry AWACS (posti di comando aereo con radar a lungo raggio) non sono semplici pattugliamenti di routine: sono parte di uno spiegamento tattico che si inserisce perfettamente nella definizione estesa di “uso della forza” del CRS: presenza dissuasiva, raccolta di intelligence strategica, preparazione logistica e ricerca di incidenti che giustifichino un’escalation.
Padrino López non denuncia solo la frequenza crescente di questi voli — triplicati in agosto e divenuti quotidiani a settembre, ora effettuati di notte o all’alba —, ma anche il loro carattere illegale e pericoloso: violano norme operative non notificando i piani di volo, mettendo a rischio incidenti aerei nelle acque venezuelane. Ma oltre l’aspetto tecnico, egli avverte circa la loro intenzione politica: provocare un casus belli.
Ed è qui che emerge il legame più profondo con il rapporto del CRS: gli USA hanno perfezionato, lungo i secoli, l’arte di fabbricare giustificazioni per l’intervento. Dalle occupazioni di Haiti e Nicaragua nel XX secolo fino alle invasioni di Grenada (1983) e Panama (1989), lo schema è sempre lo stesso: creare o esagerare una minaccia, dispiegare forze sotto pretesti umanitari o di sicurezza, e poi legittimare l’aggressione come “difesa della democrazia” o “lotta al narcotraffico”.
Ciò che il Venezuela affronta oggi — una “aggressione multidimensionale” volta a produrre un “incidente” che scateni una guerra — è la versione contemporanea della medesima strategia imperiale. E lo stesso CRS, ammettendo che il suo elenco “non è esaustivo” ed esclude le operazioni coperte, conferma che ciò che si vede — i voli, i radar, le violazioni dello spazio aereo — è solo la punta dell’iceberg.
Secondo Padrino, il Venezuela non solo ne è consapevole, ma è preparato: monitora ogni movimento, integra intelligence propria e dispone di risposte tattiche pronte, individuali o collettive. Ma, cosa ancora più importante, denuncia pubblicamente che in gioco non c’è soltanto la sua sovranità, ma la pace di tutta la regione.
Una pace che, come ha ricordato il ministro, fu dichiarata formalmente dalla CELAC nel 2014 come “zona di pace”, e che oggi è minacciata da un impero che normalizza la guerra come strumento di politica estera.
In sintesi, le denunce del Governo Bolivariano non devono essere lette come reazioni isolate, bensì come allerte preventive dentro un modello storico documentato: quello di una potenza che, lontano dal ritirarsi, continua a espandere la propria presenza militare, persino in tempi di pace dichiarata.
UN ISTORIALE CRESCENTE DI INTERVENTI
Tra il 1798 e il 2023, il CRS contabilizza 491 casi di uso delle forze armate all’estero. Di questi, 415 si sono verificati tra il 1948 e il 2023, cioè in soli 75 anni successivi alla II Guerra Mondiale e alla creazione delle Nazioni Unite, nel periodo “postbellico”.
Vale a dire che, nell’era che avrebbe dovuto consolidare la pace e il rispetto della sovranità, gli USA sono intervenuti tre volte più che nei 150 anni precedenti.
Il CRS sottolinea inoltre che “nella maggior parte dei casi elencati, non si è affrontata la situazione dell’azione in base al diritto nazionale o internazionale”. In altre parole, le operazioni non vengono valutate in rapporto ad alcun quadro legale, ma indicano l’evidente: la normalizzazione dell’azione di fatto come metodo di politica estera.
Per quanto riguarda l’America Latina, il rapporto menziona molteplici interventi aperti, dalle occupazioni prolungate di Haiti, Repubblica Dominicana e Nicaragua all’inizio del XX secolo, fino alle operazioni più recenti come Grenada nel 1983 o Panama nel 1989.
Il rapporto del Congresso USA riconosce 48 casi di uso della forza in America Latina tra il 1948 e il 2023.
Paradossalmente, questo ciclo coincide con la creazione dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), un’istanza fondata nel 1948 per “promuovere la pace” nella regione. Tuttavia, fu proprio il periodo con più colpi di Stato e interventi USA, sotto la giustificazione di turno: la “difesa della democrazia”.
Escludendo le operazioni coperte, restano fuori interventi indiretti, sostegni a colpi di Stato, consulenze segrete, finanziamenti a gruppi armati, che segnarono in modo decisivo il corso politico della regione.
LA MINACCIA ATTUALE
Il Venezuela affronta un’aggressione multidimensionale, che fa parte dell’agenda di cambio di regime, camuffata sotto la pantomima della “lotta al narcotraffico”.
In questo contesto, diverse autorità venezuelane hanno avvertito che gli USA cercano un casus belli mediante azioni sotto falsa bandiera o falsi positivi. E il rapporto del Congresso USA ammette questi dispiegamenti e riconosce che persino la sua contabilità esclude un ampio margine di operazioni coperte, addestramenti e appoggi logistici.
Questi dati confermano la continuità della politica interventista di Washington e il suo carattere imperiale, evidenziando che la pratica di imporre la propria volontà con la forza rimane un metodo centrale della sua politica estera militarizzata.
In definitiva, le denunce di Padrino López non sono una reazione isolata. Sono la voce di un Paese che comprende che ciò che affronta non è una minaccia congiunturale, bensì la macchina di un impero che, documentalmente, continua a misurare il mondo con i cannoni. E che, quando non trova una guerra, la inventa.
Una lógica imperial documentada y sistemática
Las denuncias de Padrino se inscriben en un patrón histórico de intervención
Las recientes denuncias del vicepresidente sectorial de Defensa y Soberanía de Venezuela, general en jefe Vladimir Padrino López, sobre vuelos de inteligencia estadounidenses en el Caribe —descritos como “muy provocativos” y orientados a “buscar un incidente para generar una guerra”— no son un hecho aislado ni una exageración retórica. Por el contrario, se inscriben en un patrón sistemático, documentado y alarmantemente creciente: el uso continuo y multifacético de las fuerzas armadas de Estados Unidos en el extranjero, tal como lo registra —aunque de forma incompleta— el propio Servicio de Investigación del Congreso de EE.UU. (CRS).
En junio de 2023, el CRS publicó su actualización del informe histórico Instancias de uso de las Fuerzas Armadas de los Estados Unidos en el extranjero, 1798-2023, un documento que, aunque deliberadamente incompleto —excluye operaciones encubiertas, asistencia a golpes de Estado y entrenamientos secretos—, ya contabiliza 491 intervenciones militares en 225 años, de las cuales 415 ocurrieron desde 1948: es decir, en la era supuestamente dedicada a la paz y el multilateralismo post-Segunda Guerra Mundial.
En este contexto, los vuelos de los RC-135 (capaces de recopilar inteligencia en tiempo real hasta 200 mil millas dentro del territorio venezolano), los KC-135 (aviones cisterna que permiten misiones prolongadas) y los E-3 Sentry AWACS (puestos de comando aéreo con radar de largo alcance) no son simples patrullajes rutinarios: son piezas de un despliegue táctico que encaja perfectamente en la definición amplia de “uso de la fuerza” del CRS: presencia disuasiva, recolección de inteligencia estratégica, preparación logística y búsqueda de incidentes que justifiquen una escalada.
Padrino López no solo denuncia la frecuencia creciente de estos vuelos —triplicados en agosto y diarios en septiembre, ahora realizados de noche o madrugada—, sino también su carácter ilegal y peligroso: violan normas operacionales al no notificar planes de vuelo, arriesgando accidentes aéreos en aguas venezolanas. Pero más allá de lo técnico, advierte sobre su intención política: provocar un casus belli.
Y aquí radica la conexión más profunda con el informe del CRS: Estados Unidos ha perfeccionado, a lo largo de siglos, el arte de fabricar justificaciones para la intervención. Desde las ocupaciones en Haití y Nicaragua en el siglo XX hasta las invasiones de Granada (1983) y Panamá (1989), el patrón es el mismo: crear o exagerar una amenaza, desplegar fuerzas bajo pretextos humanitarios o de seguridad, y luego legitimar la agresión como “defensa de la democracia” o “lucha contra el narcotráfico”.
Lo que Venezuela enfrenta hoy —una “agresión multidimensional” bajo la cual se busca un “incidente” que desencadene una guerra— es la versión contemporánea de esa misma estrategia imperial. Y el propio CRS, al admitir que su lista “no es exhaustiva” y excluye operaciones encubiertas, confirma que lo visible —los vuelos, los radares, las violaciones de espacio aéreo— es solo la punta del iceberg.
Venezuela, según Padrino, no solo lo sabe, sino que está preparada: monitorea cada movimiento, integra inteligencia propia y tiene respuestas tácticas listas, individuales o colectivas. Pero más importante aún: denuncia públicamente que lo que está en juego no es solo su soberanía, sino la paz de toda la región.
Una paz que, como recordó el ministro, fue declarada formalmente por la CELAC en 2014 como “zona de paz”, y que hoy está amenazada por un imperio que normaliza la guerra como herramienta de política exterior.
En suma, las denuncias del Gobierno Bolivariano no deben leerse como reacciones aisladas, sino como alertas tempranas dentro de un patrón histórico documentado: el de un poder que, lejos de retirarse, sigue expandiendo su presencia militar, incluso en tiempos de paz declarada.
UN HISTORIAL CRECIENTE DE INTERVENCIONES
Entre 1798 y 2023, el CRS contabiliza 491 casos de uso de las fuerzas armadas en el extranjero. De ellos, 415 ocurrieron entre 1948 y 2023, es decir, en apenas 75 años posteriores a la Segunda Guerra Mundial y la creación de la Organización de las Naciones Unidas, en el periodo “postguerra”.
Es decir, en la era que debía consolidar la paz y el respeto a la soberanía, Estados Unidos intervino tres veces más que en los 150 años anteriores.
El CRS subraya además que “en la mayoría de los casos enumerados, no se ha abordado la situación de la acción en virtud del derecho nacional o internacional”. En otras palabras, las intervenciones no se miden frente a ningún marco legal, sino que indican lo evidente: la normalización de la acción de facto como método de política exterior.
En lo que respecta a América Latina, el informe menciona múltiples intervenciones abiertas, desde ocupaciones prolongadas en Haití, República Dominicana y Nicaragua a principios del siglo XX, hasta operaciones más recientes como Granada en 1983 o Panamá en 1989.
El informe del congreso estadounidense reconoce 48 casos de uso de la fuerza en América Latina entre 1948 y 2023.
Paradójicamente, ese ciclo coincide con la creación de la Organización de Estados Americanos (OEA), una instancia fundada en 1948 supuestamente para “promover la paz” en la región. Sin embargo, fue precisamente el periodo con más golpes de Estado e intervenciones estadounidenses, bajo la justificación de turno: “defensa de la democracia”.
Al excluir operaciones encubiertas, se dejan fuera intervenciones indirectas, apoyos a golpes de Estado, asesorías secretas, financiamiento de grupos armados, que marcaron decisivamente el rumbo político de la región.
LA AMENAZA ACTUAL
Venezuela enfrenta una agresión multidimensional, que forma parte de la agenda de cambio de régimen, encubierta bajo la pantomima de la “lucha contra el narcotráfico”.
En este contexto, diversas autoridades venezolanas han alertado que Estados Unidos busca un casus belli, mediante acciones de bandera falsa o falsos positivos. Y el informe del Congreso estadounidense admite estos despliegues y reconoce que incluso su contabilidad excluye un amplio margen de operaciones encubiertas, entrenamientos y apoyos logísticos.
Estas cifras confirman la continuidad de la política intervencionista de Washington y su carácter imperial, evidenciando que la práctica de imponer su voluntad por la fuerza sigue siendo un método central de su política exterior militarizada.
En definitiva, las denuncias de Padrino López no son una reacción aislada. Son la voz de un país que entiende que lo que enfrenta no es una amenaza coyuntural, sino la maquinaria de un imperio que, documentalmente, sigue midiendo el mundo con cañones. Y que, cuando no encuentra una guerra, la inventa.

