La falsità come politica antidroga: il Venezuela nella lista nera di Washington

Una determinazione mascherata da lotta al narcotraffico

Misión Verdad

Il 15 settembre 2025, il Dipartimento di Stato USA ha pubblicato la “Determinazione presidenziale sui Paesi di Maggior Transito di Droga o Grandi Produttori Illeciti di Droga per l’Anno Fiscale 2026”. In quel documento, il Venezuela è nuovamente incluso in una lista che lo segnala come Paese chiave nel traffico internazionale di stupefacenti, in particolare di cocaina.

Non solo: si accusa direttamente il presidente Nicolás Maduro di guidare “uno dei maggiori cartelli della cocaina del mondo” e si definisce il Governo bolivariano come un “regime criminale”.

Tuttavia, questa determinazione — presentata come un’analisi tecnica e obiettiva — si scontra frontalmente con i dati empirici, statistici e geografici diffusi dalle principali agenzie internazionali specializzate nella lotta al narcotraffico, tra cui l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), l’Unione Europea e, paradossalmente, persino rapporti recenti della stessa Drug Enforcement Administration (DEA) USA – Amministrazione per il controllo degli stupefacenti.

Un’analisi rigorosa dei fatti e il confronto con fonti ufficiali permettono di smontare chiaramente, punto per punto, le incongruenze, le omissioni e le motivazioni geopolitiche che si nascondono dietro la determinazione di Washington.

Nulla di nuovo: la contraddizione tra narrativa politica ed evidenza empirica dimostra che l’amministrazione di Donald Trump sta costruendo una giustificazione ufficiale anti venezuelana nelle proprie istituzioni, con obiettivi destabilizzanti, senza prove e con elementi fraudolenti.

La logica tecnica della determinazione

Prima di entrare nel merito della questione, è cruciale capire che cosa comporta l’inclusione in questa lista. Lo stesso documento lo precisa nel suo secondo paragrafo:

“La presenza di un Paese nell’elenco non riflette necessariamente gli sforzi antidroga del suo governo o il livello di cooperazione con gli USA. […] Il motivo per cui i Paesi sono inclusi è la combinazione di fattori geografici, commerciali ed economici che consentano il transito o la produzione di droghe o precursori chimici, anche se un governo ha adottato misure robuste e diligenti di controllo degli stupefacenti.”

Vale a dire, secondo la loro stessa definizione, figurare nella lista non implica che il governo del paese segnalato sia negligente, corrotto o complice del narcotraffico. Significa semplicemente che, per la sua posizione geografica o per il volume del commercio, esiste un rischio teorico che droghe illecite possano transitare attraverso il suo territorio.

Eppure, nel caso del Venezuela, il documento va oltre: non si limita a inserirlo come territorio di transito, ma lo accusa esplicitamente di essere diretto da un “regime criminale” guidato da un “narcotrafficante incriminato”, Nicolás Maduro, e di gestire “una delle maggiori reti di traffico di cocaina del mondo”.

Questa accusa non è tecnica: è politica, giuridica e morale, con il marchio di Marco Rubio. E richiederebbe, pertanto, prove concrete, verificabili e pubbliche. Prove che, finora, non sono mai state presentate.

I dati ONU e UE: il Venezuela assente dalle mappe del narcotraffico

Il Rapporto Mondiale sulle Droghe 2025 dell’UNODC — la massima autorità globale in materia — non menziona il Venezuela né come produttore, né come rotta principale, né come centro di stoccaggio o lavorazione della cocaina. Secondo il detto documento:

Il 67% delle coltivazioni mondiali di coca si concentra in Colombia.

Perù e Bolivia completano il triangolo andino produttore.

Il Venezuela, invece, è riuscito — secondo la stessa UNODC — a consolidarsi negli ultimi 15 anni come un territorio «libero da coltivazioni di foglia di coca, marijuana e da processi di trasformazione della cocaina».

Per quanto riguarda le rotte del traffico, il rapporto è ancora più contundente:

# l’87% della cocaina colombiana esce dal Pacifico, principalmente via Ecuador e Colombia;

# l’8% passa per la penisola di La Guajira (Carice Colombiano);

# solo il 5% tenta il passaggio attraverso il Venezuela.

E di quel 5%, secondo i dati presentati dalla vicepresidente Delcy Rodríguez in una conferenza magistrale —sostenuti da rapporti operativi dell’UNODC e da cifre ufficiali di sequestri nazionali—, le forze di sicurezza venezuelane riescono a intercettare e distruggere il 70%. Vale a dire, neutralizzano più di tre quarti della droga che tenta di entrare attraverso la sua frontiera.

Non si tratta di un’affermazione propagandistica: è un dato statistico che può essere verificato nei rapporti annuali dell’UNODC dal 1999 al 2025. In nessuno di questi 27 anni il Venezuela appare come un attore rilevante nella catena globale di produzione o traffico di stupefacenti.

L’Unione Europea, nel suo Rapporto Europeo sulle Droghe 2025, corrobora questa assenza. Pur segnalando che la cocaina è la seconda droga più consumata in Europa, e che i sequestri hanno raggiunto livelli record, non menziona il Venezuela neanche una volta come paese di origine, transito o logistica.

Al contrario, mette in evidenza la Colombia come principale produttore e l’Ecuador come punto critico di esportazione.

Di fatto, l’UE ha finanziato uno studio specifico intitolato “Sicurezza nei porti di Guayaquil”, che ha rivelato che il 57% dei container di banane che partono da quel porto ecuadoriano —destinati principalmente ad Anversa, Belgio— trasportano cocaina nascosta.

Il maggiore sequestro registrato in Europa nel 2024 —13 tonnellate— proveniva precisamente da un carico di banane ecuadoriane.

Il paradosso della DEA: il Venezuela non appare nelle sue stesse mappe

Uno degli argomenti più contundenti presentati dalla anche ministra degli Idrocarburi nella sua conferenza del 12 giugno scorso è che neppure la DEA —l’agenzia antidroga USA— include il Venezuela nelle sue mappe operative delle rotte della cocaina.

Secondo i rapporti della DEA corrispondenti al 2024 e al 2025, le principali rotte di ingresso della cocaina negli USA sono:

^In Centroamerica: Guatemala, Honduras ed El Salvador.

^Nei Caraibi: Porto Rico e Repubblica Dominicana.

^E lungo la costa ovest degli USA (California), il che conferma che la rotta del Pacifico è quella dominante.

Il Venezuela non compare in nessuna di queste rotte principali. Né come punto di origine, né come nodo logistico, né come piattaforma di reimballaggio o ridistribuzione.

La vicepresidente Rodríguez lo riassume con una frase lapidaria: “Calibrate e sistemate il GPS. Non è il Venezuela, è il Pacifico”.

Questo dato è devastante per la narrativa USA. Se la stessa agenzia incaricata di combattere il narcotraffico in nome degli USA non considera il Venezuela una minaccia operativa nel suo territorio, perché allora il Dipartimento di Stato lo accusa di ospitare “una delle maggiori reti di traffico di cocaina del mondo”?

L’unica spiegazione possibile è che l’accusa non risponda a criteri tecnici, bensì (oh, sorpresa!) a un’agenda politica.

Il mito del “Cartello dei Soli”: una finzione senza fondamento empirico

Uno dei pilastri dell’accusa contro il Venezuela è l’esistenza del cosiddetto “Cartello dei Soli”, una presunta rete di alti funzionari militari e civili dediti al traffico di droga, guidata presumibilmente dallo stesso Nicolás Maduro.

Tuttavia, né l’UNODC, né la DEA, né l’Unione Europea, né l’Interpol, né alcun organismo internazionale serio ha presentato prove concrete dell’esistenza di questa organizzazione. Non ci sono rapporti di intelligence declassificati, non ci sono intercettazioni telefoniche verificate, non ci sono testimoni protetti che abbiano dichiarato sotto giuramento in tribunali internazionali, non ci sono laboratori scoperti, non ci sono rotte logistiche identificate, non ci sono conti bancari collegati.

Nulla.

Come ha sottolineato l’alta funzionaria venezuelana:

“Come può esistere il Cartello dei Soli se qui non c’è droga, se qui non si organizza, se qui non c’è stoccaggio? È un’operazione di propaganda per criminalizzare il governo legittimo del Venezuela”.

Anzi: le stesse organizzazioni criminali transnazionali —i veri cartelli messicani, colombiani, albanesi— non hanno mai menzionato il “Cartello dei Soli” come alleato, concorrente o intermediario.

Nel mondo reale del narcotraffico, dove le alleanze e i tradimenti si misurano in tonnellate e in dollari, l’assenza di menzione è, di per sé, una prova di inesistenza.

Il vero epicentro: gli USA come centro finanziario del narcotraffico

Mentre accusa il Venezuela di essere un “narco-Stato”, il documento del Dipartimento di Stato omette deliberatamente un dato cruciale: secondo l’UNODC, l’85% dei profitti globali del traffico di cocaina finisce riciclato nel sistema finanziario USA.

Non in Venezuela. Né in Colombia. Neppure in Messico. Negli USA.

Banche come HSBC, Wachovia e Deutsche Bank sono state multate —non processate penalmente— per aver riciclato centinaia di miliardi di $ provenienti dal narcotraffico. Queste multe, trattate come infrazioni amministrative, equivalgono a una licenza per continuare a operare.

Secondo cifre dell’ONU citate dalla ministra Rodríguez:

-La criminalità organizzata genera tra 1,6 e 2,2 trilioni di $ annui a livello globale.

-Il traffico di droga rappresenta tra 426 e 652 miliardi di $ all’anno, equivalente allo 0,8% del PIL degli USA.

-Il denaro riciclato in attività criminali all’interno degli USA equivale al 2,7% del suo PIL.

E, nel frattempo, più di 110000 statunitensi sono morti per overdose nel 2024. La crisi degli oppioidi —in particolare il fentanyl— è la principale causa di morte tra le persone dai 18 ai 44 anni in quel paese.

Perché, allora, invece di inviare navi da guerra in Venezuela, non si perseguitano con la stessa intensità i “narcosassoni” —l’élite finanziaria e politica USA— che si beneficia di questo affare? Perché non si indaga a fondo sul ruolo delle aziende farmaceutiche, dei laboratori clandestini in territorio USA o sulla complicità delle autorità locali in stati come Ohio, Kentucky o West Virginia, epicentri della crisi degli oppioidi?

La risposta è semplice: perché il narcotraffico non è, per Washington, un problema di salute pubblica o di sicurezza cittadina. È uno strumento di politica estera.

Ecuador: un altro “narco-stato” silenziato

Mentre il Venezuela viene segnalato pubblicamente, l’Ecuador —la cui crisi di sicurezza e narcotraffico è documentata persino dal suo stesso presidente— appare nella lista del Dipartimento di Stato senza grandi qualifiche.

Daniel Noboa, attuale presidente dell’Ecuador, ha ammesso pubblicamente che per il suo paese transita il 70% della cocaina che si esporta nel mondo. Inoltre, è socio della Noboa Trading, una delle maggiori esportatrici di banane del paese, impresa collegata a molteplici sequestri di cocaina nascosta in container di frutta.

L’UNODC, l’OMA (Organizzazione Mondiale delle Dogane) e l’UE coincidono: l’Ecuador è oggi il principale punto di esportazione di cocaina verso l’Europa e gli USA. Le mafie colombiane, messicane e albanesi operano con totale impunità nei suoi porti, specialmente a Guayaquil.

Ma, curiosamente, né il presidente Noboa, né i suoi soci, né i cartelli che operano nel suo territorio sono stati accusati dagli USA di guidare un “regime criminale” o una “rete di narcoterrorismo”.

La differenza con il Venezuela non è tecnica. È geopolitica.

L’espulsione della DEA: un ostacolo o un vantaggio?

Nel 2005, il governo di Hugo Chávez espulse la DEA dal Venezuela, accusandola di spionaggio politico e di infiltrazione nelle forze di sicurezza. Da allora, il Venezuela ha sviluppato la propria strategia antidroga, in cooperazione con altri organismi internazionali, ma senza la partecipazione diretta degli USA.

Secondo dati ufficiali presentati dal governo venezuelano —e corroborati in parte dall’UNODC— i sequestri di droga sono aumentati significativamente dal 2005. Nel corso del 2025, sono state sequestrate e distrutte 56 tonnellate di droga. Più di 400 narcoaerei sono stati abbattuti. Qualsiasi laboratorio scoperto viene immediatamente distrutto.

“Sappiamo farlo meglio, lo dicono i numeri. Sequestriamo di più, abbiamo più lavoro coordinato”,

ha così riassunto la vicepresidente esecutiva.

Questo smonta un altro mito: che senza la DEA, il Venezuela sia diventato un paradiso del narcotraffico. La realtà è esattamente l’opposta. L’assenza dell’agenzia USA non ha generato caos, ma una maggiore efficacia operativa, libera dai sospetti di doppio gioco che hanno storicamente circondato la DEA in altri paesi della regione.

La farsa del “narco-stato”

La determinazione presidenziale degli Stati Uniti non è un documento tecnico: è un atto politico. Il suo obiettivo è criminalizzare il Governo Bolivariano per giustificarne l’isolamento internazionale, il mantenimento di sanzioni illegali e, in ultima istanza, un cambio di regime. Mai per combattere il narcotraffico.

I dati lo dimostrano:

*Il Venezuela non appare nelle mappe dell’ONU, dell’UE o della DEA come attore rilevante nel narcotraffico globale.

*Le rotte reali passano per il Pacifico, non per i Caraibi venezuelani.

*L’85% dei profitti del narcotraffico si ricicla negli USA, non in Venezuela.

*L’Ecuador —con cifre ufficiali che ammettono il transito del 70% della cocaina mondiale— non viene segnalato con la stessa intensità.

*Il “Cartello dei Soli” non ha sostegno empirico in rapporti di intelligence né nella struttura reale del narcotraffico internazionale.

La vera “minaccia inusuale ed straordinaria” proviene da un sistema che strumentalizza la lotta contro la droga per imporre la propria egemonia, proteggere i suoi interessi economici ed eliminare coloro che vi si oppongono.

Il Venezuela è uno stato assediato, non un narco-stato. E la migliore difesa contro questa campagna non è la retorica, ma i dati. Dati che, ironicamente, provengono dalle stesse istituzioni che gli USA dicono di difendere.

La storia giudicherà questa determinazione dell’amministrazione Trump per la sua evidenza, la quale fino ad ora è dalla parte del Venezuela.


Una determinación disfrazada de lucha contra el narco

La falsedad como política antinarcótica: Venezuela en la lista negra de Washington

 

El 15 de septiembre de 2025, el Departamento de Estado de Estados Unidos publicó la “Determinación Presidencial sobre Países de Tránsito Mayor de Drogas o Grandes Productores Ilícitos de Drogas para el Año Fiscal 2026”. En dicho documento, Venezuela es nuevamente incluida en una lista que la señala como un país clave en el tráfico internacional de estupefacientes, específicamente de cocaína.

Más aún, se acusa directamente al presidente Nicolás Maduro de liderar “uno de los mayores carteles de cocaína del mundo”, y se califica al Gobierno Bolivariano como un “régimen criminal”.

Sin embargo, esta determinación —presentada como un análisis técnico y objetivo— choca frontalmente con los datos empíricos, estadísticos y geográficos emitidos por las principales agencias internacionales especializadas en el combate al narcotráfico, incluidas la Oficina de las Naciones Unidas contra la Droga y el Delito (UNODC), la Unión Europea y, paradójicamente, incluso informes recientes de la propia Administración para el Control de Drogas de Estados Unidos (DEA).

Si analizamos con rigor los hechos y contrastamos fuentes oficiales, podemos desmontar claramente, punto por punto, las inconsistencias, omisiones y motivaciones geopolíticas que subyacen en la determinación estadounidense.

Nada nuevo: la contradicción entre narrativa política y evidencia empírica demuestra que la administración de Donald Trump está constituyendo una justificación oficial antivenezolana en sus instituciones con objetivos destituyentes, sin pruebas y con elementos fraudulentos.

La lógica técnica de la determinación

Antes de entrar en el fondo del asunto, es crucial entender qué implica la inclusión de un país en esta lista. El propio documento lo aclara en su segundo párrafo:

“La presencia de un país en la lista anterior no es necesariamente un reflejo de los esfuerzos antidrogas de su gobierno o del nivel de cooperación con Estados Unidos. […] El motivo por el que los países son incluidos es la combinación de factores geográficos, comerciales y económicos que permiten que las drogas o precursores químicos sean transitados o producidos, incluso si un gobierno ha adoptado medidas robustas y diligentes de control de narcóticos”.

Es decir, según su propia definición, estar en la lista no implica que el gobierno del país señalado sea negligente, corrupto o cómplice del narcotráfico. Simplemente significa que, por su ubicación geográfica o volumen de comercio, existe un riesgo teórico de que drogas ilícitas puedan transitar por su territorio.

Sin embargo, en el caso de Venezuela, el documento va mucho más allá. No se limita a mencionarla como un país de tránsito potencial. La acusa explícitamente de ser dirigida por un “régimen criminal” liderado por un “narcotraficante acusado”, Nicolás Maduro, y de operar “una de las mayores redes de tráfico de cocaína del mundo”.

Esta acusación no es técnica: es política, jurídica y moral, con tufo de Marco Rubio. Y requiere, por tanto, pruebas contundentes, verificables y públicas. Pruebas que, hasta la fecha, no han sido presentadas.

Los datos de la ONU y la UE: Venezuela, ausente en los mapas del narcotráfico global

El Reporte Mundial sobre Drogas 2025 de la UNODC —la máxima autoridad global en materia de estadísticas y políticas antidrogas— no menciona a Venezuela como país productor, ni como ruta principal, ni como centro de acopio o procesamiento de cocaína.

Según el informe, el 67% de los cultivos mundiales de hoja de coca se concentran en Colombia.

Perú y Bolivia completan el triángulo andino productor.

Venezuela, en cambio, ha logrado —según la propia UNODC— consolidarse en los últimos 15 años como un territorio “libre de cultivos de hoja de coca, marihuana y procesamiento de cocaína”.

En cuanto a las rutas de tráfico, el informe es aún más contundente:

87% de la cocaína que sale de Colombia lo hace por el Pacífico, principalmente desde puertos ecuatorianos y colombianos.

8% se mueve por la península de La Guajira, en el Caribe colombiano.

Solo 5% intenta cruzar por territorio venezolano.

Y de ese 5%, según datos presentados por la vicepresidenta Delcy Rodríguez en una conferencia magistral —respaldados por informes operativos de la UNODC y cifras oficiales de incautaciones nacionales—, las fuerzas de seguridad venezolanas logran interceptar y destruir el 70%. Es decir, neutralizan más de tres cuartas partes de la droga que intenta ingresar por su frontera.

No se trata de una afirmación propagandística: es un dato estadístico que puede ser verificado en los informes anuales de la UNODC desde 1999 hasta 2025. En ninguno de estos 27 años, Venezuela aparece como un actor relevante en la cadena global de producción o tráfico de estupefacientes.

La Unión Europea, en su Informe Europeo sobre Drogas 2025, corrobora esta ausencia. Aunque señala que la cocaína es la segunda droga más consumida en Europa, y que las incautaciones han alcanzado niveles récord, no menciona a Venezuela ni una sola vez como país de origen, tránsito o logística.

En cambio, sí destaca a Colombia como productor principal y a Ecuador como punto crítico de exportación.

De hecho, la UE financió un estudio específico titulado “Seguridad en los puertos de Guayaquil”, que reveló que el 57% de los contenedores de banano que salen de ese puerto ecuatoriano —destinados principalmente a Amberes, Bélgica— transportan cocaína oculta.

El mayor decomiso registrado en Europa en 2024 —13 toneladas— provenía precisamente de un cargamento de plátanos ecuatorianos.

La paradoja de la DEA: Venezuela no aparece en sus propios mapas

Uno de los argumentos más contundentes presentados por la también ministra de Hidrocarburos en su conferencia del 12 de junio pasado es que ni siquiera la DEA —la agencia antidrogas de Estados Unidos— incluye a Venezuela en sus mapas operativos de rutas de cocaína.

Según los informes de la DEA correspondientes a 2024 y 2025, las principales rutas de ingreso de cocaína a Estados Unidos son:

En Centroamérica: Guatemala, Honduras y El Salvador.

En El Caribe: Puerto Rico y República Dominicana.

Y por la costa oeste de Estados Unidos (California), lo cual confirma que la ruta del Pacífico es la dominante.

Venezuela no aparece en ninguna de estas rutas principales. Ni como punto de origen, ni como nudo logístico, ni como plataforma de reempaque o redistribución.

La vicepresidenta Rodríguez lo resume con una frase lapidaria: “Calibren y arreglen el GPS. No es Venezuela, es el Pacífico”.

Este dato es devastador para la narrativa estadounidense. Si la propia agencia encargada de combatir el narcotráfico en nombre de EE.UU. no considera a Venezuela una amenaza operativa en su territorio, ¿por qué entonces el Departamento de Estado la acusa de albergar “una de las mayores redes de tráfico de cocaína del mundo”?

La única explicación posible es que la acusación no responde a criterios técnicos, sino (¡oh, sorpresa!) a una agenda política.

El mito del “Cártel de los Soles”: una ficción sin sustento empírico

Uno de los pilares de la acusación contra Venezuela es la existencia del llamado “Cártel de los Soles”, una supuesta red de altos funcionarios militares y civiles dedicados al tráfico de drogas, presuntamente liderada por el propio Nicolás Maduro.

Sin embargo, ni la UNODC, ni la DEA, ni la Unión Europea, ni Interpol, ni ningún organismo internacional serio ha presentado pruebas concretas de la existencia de esta organización. No hay informes de inteligencia desclasificados, no hay interceptaciones telefónicas verificadas, no hay testigos protegidos que hayan declarado bajo juramento en tribunales internacionales, no hay laboratorios descubiertos, no hay rutas logísticas identificadas, no hay cuentas bancarias vinculadas.

Nada.

Como señaló la alta funcionaria venezolana: “¿Cómo puede existir el Cártel de los Soles si aquí no hay droga, si aquí no se organiza, si aquí no hay acopio? Es una operación de propaganda para criminalizar al gobierno legítimo de Venezuela”.

Es más: las propias organizaciones criminales transnacionales —los verdaderos carteles mexicanos, colombianos, albaneses— nunca han mencionado al “Cártel de los Soles” como aliado, competidor o intermediario.

En el mundo real del narcotráfico, donde las alianzas y traiciones se miden en toneladas y dólares, la ausencia de mención es, en sí misma, una prueba de inexistencia.

El verdadero epicentro: Estados Unidos como centro financiero del narcotráfico

Mientras acusa a Venezuela de ser un “narcoestado”, el documento del Departamento de Estado omite deliberadamente un dato crucial: según la UNODC, el 85% de las ganancias globales del tráfico de cocaína terminan lavadas en el sistema financiero estadounidense.

No en Venezuela. Ni en Colombia. Siquiera en México. En Estados Unidos.

Bancos como HSBC, Wachovia y Deutsche Bank han sido multados —no procesados penalmente— por lavar cientos de miles de millones de dólares provenientes del narcotráfico. Estas multas, tratadas como infracciones administrativas, equivalen a una licencia para seguir operando.

Según cifras de la ONU citadas por la ministra Rodríguez:

El crimen organizado genera entre 1,6 y 2,2 billones de dólares anuales a nivel global.

El tráfico de drogas representa entre 426 mil y 652 mil millones de dólares al año, equivalente al 0,8% del PIB de EE.UU.

El dinero lavado en actividades criminales dentro de EE.UU. equivale al 2,7% de su PIB.

Y mientras tanto, más de 110 mil estadounidenses murieron por sobredosis en 2024. La crisis de los opioides —especialmente el fentanilo— es la principal causa de muerte entre personas de 18 a 44 años en ese país.

¿Por qué, entonces, en lugar de enviar barcos de guerra a Venezuela, no se persigue con la misma intensidad a los “narcosajones” —la élite financiera y política estadounidense— que se beneficia de este negocio? ¿Por qué no se investiga a fondo el papel de empresas farmacéuticas, laboratorios clandestinos en territorio estadounidense, o la complicidad de autoridades locales en estados como Ohio, Kentucky o West Virginia, epicentros de la crisis de opioides?

La respuesta es simple: porque el narcotráfico no es, para Washington, un problema de salud pública o seguridad ciudadana. Es un instrumento de política exterior.

Ecuador: otro “narcoestado” silenciado

Mientras Venezuela es señalada públicamente, Ecuador —cuya crisis de seguridad y narcotráfico es documentada incluso por su propio presidente— aparece en la lista del Departamento de Estado sin mayores calificativos.

Daniel Noboa, actual presidente de Ecuador, ha admitido públicamente que por su país transita el 70% de la cocaína que se exporta al mundo. Además, es socio de Noboa Trading, una de las mayores exportadoras de banano del país, empresa vinculada a múltiples incautaciones de cocaína oculta en contenedores de fruta.

La UNODC, la OMA (Organización Mundial de Aduanas) y la UE coinciden: Ecuador es hoy el principal punto de exportación de cocaína hacia Europa y Estados Unidos. Las mafias colombianas, mexicanas y albanesas operan con total impunidad en sus puertos, especialmente en Guayaquil.

Pero, curiosamente, ni el presidente Noboa, ni sus socios, ni los carteles que operan en su territorio han sido acusados por EE.UU. de liderar un “régimen criminal” o una “red de narcoterrorismo”.

La diferencia con Venezuela no es técnica. Es geopolítica.

La expulsión de la DEA: ¿Un obstáculo o una ventaja?

En 2005, el gobierno de Hugo Chávez expulsó a la DEA de Venezuela, acusándola de espionaje político y de infiltración en las fuerzas de seguridad. Desde entonces, Venezuela ha desarrollado su propia estrategia antidrogas, en cooperación con otros organismos internacionales, pero sin la participación directa de Estados Unidos.

Según datos oficiales presentados por el gobierno venezolano —y corroborados en parte por la UNODC—, las incautaciones de droga han aumentado significativamente desde 2005. En lo que va de 2025, se han incautado y destruido 56 toneladas de droga. Más de 400 narcoaviones han sido derribados. Cualquier laboratorio descubierto es destruido de inmediato.

“Sabemos hacerlo mejor, lo dicen los números. Incautamos más, tenemos más trabajo coordinado”, resumió así la vicepresidenta ejecutiva.

Esto desmonta otro mito: que sin la DEA, Venezuela se convirtió en un paraíso del narcotráfico. La realidad es exactamente la opuesta. La ausencia de la agencia estadounidense no generó caos, sino una mayor eficacia operativa, libre de las sospechas de doble juego que han rodeado históricamente a la DEA en otros países de la región.

La farsa del “narcoestado”

La determinación presidencial de EE.UU. no es un documento técnico: es un acto político. Su objetivo es el de criminalizar al Gobierno Bolivariano para justificar su aislamiento internacional, el mantenimiento de sanciones ilegales y, en última instancia, un cambio de régimen. Nunca para combatir el narcotráfico.

Los datos lo demuestran:

Venezuela no aparece en los mapas de la ONU, la UE o la DEA como actor relevante en el narcotráfico global.

Las rutas reales pasan por el Pacífico, no por el Caribe venezolano.

El 85% de las ganancias del narcotráfico se lavan en EE.UU., no en Venezuela.

Ecuador —con cifras oficiales que admiten el tránsito del 70% de la cocaína mundial— no es señalado con la misma intensidad.

El “Cártel de los Soles” no tiene sustento empírico en informes de inteligencia ni en la estructura real del narcotráfico internacional.

La verdadera “amenaza inusual y extraordinaria” viene de un sistema que instrumentaliza la lucha contra las drogas para imponer su hegemonía, proteger sus intereses económicos y eliminar a quienes se le oponen.

Venezuela es un estado sitiado, no un narcoestado. Y la mejor defensa contra esta campaña no es la retórica, sino los datos. Datos que, irónicamente, provienen de las mismas instituciones que EE.UU. dice defender.

La historia juzgará esta determinación de la administración Trump por su evidencia, la cual hasta ahora está del lado de Venezuela.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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