Coercizione per confinare il continente come spazio esclusivo
Il governo USA sta mettendo in atto una nuova strategia in America Latina e nei Caraibi, secondo le direttive di Donald Trump e del suo segretario di Stato, Marco Rubio. La sequenza degli eventi recenti nella regione, su iniziativa di Washington, suggerisce lo sviluppo di un’agenda strutturata.
In questo modo è stato dispiegato un insieme di azioni, alcune indifferenziate, altre mirate e dirette a singoli paesi. In sintesi:
- Il governo USA ha imposto dazi all’intera regione, compresi i paesi “alleati”, cercando di modificare le simmetrie commerciali.
- La Casa Bianca ha concentrato la sua politica di pressione tariffaria soprattutto contro il Messico, paese con cui condivide lo spazio commerciale nordamericano.
- Trump ha costruito una politica di deportazioni di massa e ha messo in campo diversi meccanismi migratori internazionali per renderle effettive.
- Sono state adottate misure come l’abrogazione degli Status di Protezione Temporanea, che colpiscono migranti di varie nazionalità. Negli USA si sono applicate pratiche di violazione dei diritti nei confronti di cittadini di diversi paesi, smantellando le convenzioni internazionali in materia migratoria, e si è creato l’inedito metodo di incarcerare 252 venezuelani, senza processi né sentenze definitive, in El Salvador. Queste misure sono state eseguite intimidendo governi e ignorando le proteste diplomatiche di vari paesi della regione.
- Trump ha trasformato El Salvador in un carcere in outsourcing, un’estensione del sistema carcerario nordamericano, con l’avallo del presidente Nayib Bukele.
- Gli USA hanno consolidato il loro ruolo nel trasformare la Guyana in un protettorato petrolifero e militare attraverso nuovi accordi, soprattutto in campo militare. Questo avviene a spese dello sfruttamento delle risorse dell’Essequibo, sotto rivendicazione venezuelana.
- Il governo USA è tornato ad applicare misure coercitive economiche contro Venezuela e Cuba.
- Sono aumentate le pressioni politiche, economiche e diplomatiche contro il governo del Nicaragua.
- Trump ha piegato il governo di Panama rivendicando presunti e illegittimi diritti storici di proprietà degli USA sul canale, forzando un nuovo accordo con il paese centroamericano.
- Trump ha anche ribattezzato il Golfo del Messico come “Golfo degli Stati Uniti”, rivendicando l’egemonia USA su quello spazio.
- In aperta difesa di Jair Bolsonaro, il governo USA è intervenuto direttamente nelle decisioni delle istanze giudiziarie del Brasile, creando una contrapposizione politica, inaugurando sanzioni contro funzionari brasiliani e applicando dazi dell’ordine del 50%.
- Trump ha inoltre emesso un Ordine Esecutivo che ha dichiarato il Brasile una “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli USA.
- In nome della presunta lotta al narcotraffico, gli USA hanno revocato selettivamente a Colombia una certificazione favorevole per i suoi sforzi in quel campo. Ciò è considerato una misura politica contro il governo di Gustavo Petro.
- Funzionari USA hanno ventilato la possibilità di bombardare territori di Messico, Colombia e Venezuela, sempre nel quadro della lotta al narcotraffico.
- Gli USA hanno posizionato imbarcazioni, aerei strategici e truppe nei Caraibi, con enfasi su Porto Rico, Antille Olandesi, Trinidad e Tobago e Guyana, in un possibile assetto tattico-militare finalizzato a un cambio di regime in Venezuela. Funzionari USA – soprattutto parlamentari eletti in Florida – hanno istigato la cattura o persino l’assassinio dei massimi rappresentanti del governo venezuelano, sotto false accuse di narcotraffico.
Questa lunga lista, che riguarda solo le azioni dirette all’America Latina e ai Caraibi, è l’accumulo di appena pochi mesi. Ciò suggerisce che, effettivamente, la Casa Bianca stia strutturando un approccio di grande significato e rilevanti conseguenze nel suo cosiddetto “cortile di casa”.
Il contesto è chiaramente di aggressività multiforme rivolta al continente, in particolare all’area latinoamericana e caraibica.
UN APPROCCIO CONDIVISO
Nel gennaio di quest’anno, appena assunto l’incarico, Marco Rubio ha criticato il fatto che per troppo tempo il governo USA si sia concentrato su altre regioni “trascurando la nostra”, denunciando una “negligenza dell’emisfero occidentale”.
Questo punto rappresenta l’elemento distintivo dell’approccio in politica estera di Washington in questa fase. E sembra che tale linea goda di un ampio consenso tra gli attori che elaborano politiche nella capitale USA.
Un esempio illustrativo è quello dell’ambasciatore e inviato speciale di Trump, Richard Grenell, fermo sostenitore dell’approccio MAGA (Make America Great Again). Di recente Grenell ha deplorato la “negligenza dei governi USA che hanno ignorato l’intera regione”, dichiarandolo durante la Conferenza Politica di Azione Conservatrice (CPAC), celebrata in Paraguay.
Grenell ha affermato che Trump “sta cambiando quella situazione insieme al suo segretario di Stato, Marco Rubio”, precisando che il profilo della politica verso la regione è una questione condivisa tra falchi (il settore rappresentato da Rubio) e MAGA.
Riguardo a questa nuova strategia, Grenell ha aggiunto che “tutti voi (i paraguaiani) state beneficiando del fatto che improvvisamente abbiamo un governo USA che vuole competere, spodestare la Cina e avere una migliore relazione con il Paraguay”, ha sottolineato.
Gli elementi centrali della politica di Trump per la regione fanno pensare a una rinascita della vecchia Dottrina Monroe, basata sulla premessa “l’America agli americani”, proclamata dal presidente James Monroe nel 1823.
Se inizialmente la tesi era nata per “proteggere” gli interessi delle nuove nazioni americane libere dal colonialismo europeo, la Dottrina ebbe un’altra interpretazione ed esecuzione durante il XX secolo. Gli USA la trasformarono in uno strumento per difendere i “propri interessi” durante la Guerra Fredda e per allontanare i paesi della regione dal comunismo e dall’influenza dell’URSS. Oppure per difendere gli interessi delle imprese USA, cooptando o sottomettendo governi regionali per saccheggiare risorse e imporre il Consenso di Washington (1989) attraverso colpi di Stato, invasioni o la creazione di conflitti armati.
In tutti i casi, gli USA si basarono sulla forza (militare, economica, politica) o sulla coercizione per imporre i propri interessi nelle relazioni internazionali della regione. Oppure per, semplicemente, “torcere il braccio” a vari paesi e governi, per citare Barack Obama.
NON E’ SOLO LA FORZA, E’ IL DECLINO
La posizione condivisa tra il settore MAGA e quello conservatore tradizionale (i falchi) USA risponde a visioni e strategie radicate da tempo nella struttura del pensiero e del potere negli USA.
Entrambi i settori richiamano riferimenti fondamentali come il Destino Manifesto, la “conquista del West” e la Dottrina Monroe come elementi fondativi del loro paese e componenti della sua “grandezza”. “Make America Great Again” suggerisce un ritorno alle radici del modello neocoloniale statunitense, Made in XX Century, che consentì a quel paese di emergere come superpotenza.
In altre parole, la crisi della perdita di egemonia che oggi attraversano gli USA ha spinto pensatori, politici ed elaboratori di politiche a cercare le chiavi della loro “grandezza” nei vecchi codici e approcci di politica estera (economica e militare) già applicati nella loro vecchia area di influenza del passato.
Centri studi come The Heritage Foundation (principale autore di Project 2025) hanno proposto una “nuova Dottrina Monroe” per “ringiovanire l’emisfero”, costruire “una nuova età dell’oro” riorientando le catene di approvvigionamento verso l’America Latina, “contrastando l’influenza cinese” e promuovendo la stabilità economica. Secondo questa visione, Trump non cerca imperialismo, ma “sicurezza statunitense”, limitando le minacce nell’emisfero e consolidando il suo spazio economico.
Questa tesi spiega, ad esempio, l’emergere della politica dei dazi come strumento per ridisegnare le relazioni economiche internazionali. Gli USA non competono più, non promuovono il libero mercato né la fine delle tariffe.
Oggi gli USA sono più protezionisti, usano meccanismi restrittivi per ridisegnare le catene di approvvigionamento, pretendono investimenti esteri sul proprio territorio e cercano, tramite decreti e tariffe, di correggere una bilancia commerciale a loro sfavorevole. La militarizzazione del commercio viene impiegata per rilanciare la base industriale gringa e mantenere il dollaro USA come moneta principale a livello globale.
La strategia non è soltanto commerciale. Secondo l’American Enterprise Institute (AEI), Trump sta istintivamente rinnovando la Dottrina Monroe classica per “difendere l’emisfero contro le incursioni cinesi”. Questa agenda ha tappe critiche come il Canale di Panama, l’annessione della Groenlandia e persino del Canada, spazi chiave per la proiezione USA nell’Artico come nuovo ambito di interesse geostrategico globale.
In altre parole, gli USA stanno cambiando la loro relazione fisica e concreta con il continente. L’attivismo politico USA a Panama, i dazi, il progetto di annessione della Groenlandia, il ribattezzo del Golfo del Messico e ora l’occupazione militare nei Caraibi rivelano una nuova modalità aggressiva di interazione di Washington con il territorio, il controllo delle infrastrutture, la lotta per lo spazio geoeconomico e l’imposizione di nuovi imperativi in materia di sicurezza (con un auspicato cambio di regime in Venezuela, estensibile a Cuba e Nicaragua).
Questa non è un’ipotesi basata sui traumi dei latinoamericani di sinistra, né un’analisi da Guerra Fredda. Oggi questo viene promosso apertamente da organismi come l’America First Policy Institute (AFPI), orientato alla “grandezza nazionale” e che propone di usare il continente come “spazio esclusivo”. Questo poco noto gruppo annovera tra i suoi membri diversi funzionari del governo Trump.
Il vicepresidente J.D. Vance ha affermato lo scorso luglio, al Claremont Institute, che gli USA devono tornare alle loro radici, al Destino Manifesto, per “domare questo continente selvaggio”. Vance, senza giri di parole, ha parlato della necessità di una “dominazione regionale” come punto centrale della sicurezza emisferica e della “difesa della civiltà occidentale”.
Gli attuali architetti della politica USA credono di poter rilanciare l’egemonia del loro paese dalle stesse basi fisico-territoriali (geoeconomiche) del passato. Sul piano ideologico non c’è nulla di nuovo, solo nostalgia per l’egemonia che fu.
Il contesto geopolitico attuale è molto distante dagli anni 50 o dal mondo del dopoguerra. Sono passati oltre 70 anni e la globalizzazione ha ridisegnato la geoeconomia planetaria, creando una nuova struttura commerciale, industriale, di catene di approvvigionamento, contrappesi politici e fattori di influenza.
Ma questo non significa che nel mondo odierno non ci sia spazio per le idee anacronistiche dell’attuale governo USA. L’ambizione degli USA può trovare forma nella “blocchizzazione” del mondo, fenomeno già in corso.
Le tensioni politiche, quelle commerciali, le politiche protezionistiche, le rivalità tra potenze e l’emergere di nuovi blocchi economici stanno accelerando la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento globali verso sistemi più localizzati o allineati alle alleanze strategiche. Gli USA vogliono cavalcare questa contraddizione, e l’amministrazione Trump la accentua con le sue politiche.
A modo suo, Washington cerca di trovare un posto nella multipolarità, affrontando la dinamica del proprio declino e la fine della unipolarità che lo aveva consacrato come egemone. Ciò implica – almeno dalla prospettiva del governo Trump – un ritiro da altri spazi geopolitici e un ritorno alla sua area di “influenza tradizionale”, da cui, tecnicamente, non se n’è mai andato del tutto.
Lo slogan “Make America Great Again” è il riconoscimento stesso del declino multiforme USA. Poiché multipolarità e blocchizzazione sono processi oggettivi (inevitabili) della configurazione geopolitica attuale, è logico che tali forze gravitazionali spingano gli USA a tornare a un’area dove continuano a esercitare influenza politica ed economica, un’area dove ora intendono esercitare anche il loro potere fisico e concreto, in forme più aggressive, mediante un ampio ventaglio di strumenti di coercizione.
Ciò che accade è il risultato del processo cinetico di un cambio d’epoca. Con la riduzione della sua capacità di mediazione e influenza in altre latitudini, gli USA tornano in uno spazio sistematicamente preparato all’“ammorbidimento” (termine militare che si riferisce all’azione di ridurre la resistenza del nemico, preparando il terreno per un’offensiva successiva). Lo sceriffo ritorna per più risorse naturali, più relazioni diseguali, più egemonia economica, più controllo militare e più riaffermazione del proprio modello politico-civilizzatore.
Se il declino USA continuerà al ritmo attuale, l’America Latina e i Caraibi saranno il terreno dove la resistenza a tale declino si eserciterà con maggiore coerenza. Questo ciclo regressivo si sta dimostrando piuttosto pericoloso. È ciò che sta accadendo proprio ora.
Coerción para confinar al continente como espacio exclusivo
El peso y significado geopolítico de la “nueva” Doctrina Monroe
Franco Vielma
El gobierno estadounidense está ejecutando una nueva estrategia en Latinoamérica y el Caribe, de acuerdo con las directrices de Donald Trump y su secretario de Estado, Marco Rubio. El registro de eventos recientes en la región, por iniciativa de Washington, sugiere el desarrollo de una agenda estructurada.
De esta manera, se han desplegado un conjunto de acciones, algunas indiferenciadas, y otras focalizadas al respecto en el trato directo con países. A modo de resumen:
El gobierno estadounidense ha pechado con aranceles a la región en pleno, incluyendo a países “aliados”, intentando cambiar las simetrías comerciales.
La Casa Blanca ha enfocado su política de presión comercial arancelaria especialmente contra México, país con el que comparte el espacio comercial norteamericano.
Trump ha construido una política de deportaciones masivas y ha instrumentado diversos mecanismos migratorios internacionales para hacerlas efectivas.
Se han instrumentado medidas como la derogación de los Estatus de Protección Temporal, afectando migrantes de varias nacionalidades. Se han aplicado prácticas de violación de derechos a ciudadanos de varias nacionalidades en Estados Unidos, deshaciendo las convenciones internacionales migratorias, y creó el inédito método de encarcelar a 252 venezolanos, sin juicios ni sentencias firmes, en El Salvador. Estas medidas han sido ejecutadas mediante la intimidación a gobiernos y la omisión de las protestas diplomáticas de varios países de la región.
Trump convirtió a El Salvador en una cárcel outsourcing, una extensión del sistema carcelario norteamericano, con la venia del presidente Nayib Bukele.
Estados Unidos ha afianzado su rol de convertir a Guyana en un protectorado petrolero y militar mediante nuevos acuerdos, especialmente en el ámbito militar. Esto ocurre a expensas del saqueo de recursos esequibanos bajo reclamación venezolana.
El gobierno estadounidense ha aplicado la regresión a medidas coercitivas económicas contra Venezuela y Cuba.
Se han incrementado las presiones políticas, económicas y diplomáticas contra el gobierno de Nicaragua.
Trump doblegó al gobierno de Panamá al reclamar supuestos e ilegales derechos históricos de propiedad de Estados Unidos sobre el canal, forzando un nuevo acuerdo con el país centroamericano.
Trump también renombró al Golfo de México como “Golfo de EE.UU.”, reclamando la hegemonía estadounidense sobre ese espacio.
En franca defensa de Jair Bolsonaro, el gobierno estadounidense se ha inmiscuido directamente en las decisiones de las instancias judiciales de Brasil, creando una confrontación política, inaugurando sanciones contra funcionarios de Brasil y aplicando medidas arancelarias por el orden de 50%.
Trump también emitió una Orden Ejecutiva que ha declarado a Brasil como una “amenaza inusual y extraordinaria” para la seguridad de Estados Unidos.
En nombre de la supuesta lucha contra el narcotráfico, Estados Unidos retiró selectivamente una certificación favorable a Colombia por sus esfuerzos en la lucha contra ese delito. Esto es considerado una medida de tipo política contra el gobierno de Gustavo Petro.
Funcionarios estadounidenses han arengado la posibilidad del bombardeo de territorio de México, Colombia y Venezuela, supuestamente en el marco de la lucha contra el narcotráfico.
Estados Unidos ha posicionado embarcaciones, aviones estratégicos y tropas en el Caribe, con énfasis en Puerto Rico, las Antillas Holandesas, Trinidad y Tobago y Guyana, en un posible planteamiento táctico-militar con el fin de ejecutar un cambio de régimen en Venezuela. Funcionarios estadounidenses –especialmente parlamentarios electos en Florida– han instado a la captura o ejecución de magnicidio contra los máximos representantes del gobierno venezolano, bajo falaces señalamientos de narcotráfico.
Esta extensa lista, que refiere solo las acciones dirigidas a Latinoamérica y el Caribe, es un acumulado de apenas meses. Lo cual sugiere que, efectivamente, la Casa Blanca está estructurando un enfoque de gran significado e importantes derivaciones en su llamado “patio trasero”.
El contexto es claramente de agresividad multiforme dirigida hacia el continente, especialmente la región latinoamericana y caribeña.
ENFOQUE COMPARTIDO
En enero de este año, al apenas asumir su cargo, Marco Rubio cuestionó que durante mucho tiempo el gobierno estadounidense se haya centrado mucho tiempo en otras regiones “y hayan pasado por alto la nuestra”, señalando un “descuido del hemisferio occidental”.
Este punto es el principal elemento distintivo del enfoque en política exterior de Washington en esta etapa. Y parece que esta directriz cuenta con un importante consenso entre los actores constructores de política en Washington.
Un elemento ilustrativo de esto viene del embajador y enviado especial de Trump, Richard Grenell, firme defensor del enfoque MAGA (Make America Great Again). Hace poco Grenell lamentó la “negligencia de los gobiernos estadounidenses que han ignorado a toda esta región”, dijo, al participar en la Conferencia Política de Acción Conservadora (CPAC), que se celebra en Paraguay.
Grenell opinó que Trump “está cambiando esa situación junto a su secretario de Estado, Marco Rubio”, aclarando que el perfil de la política hacia la región es un asunto compartido entre halcones (sector que representa Rubio) y MAGA.
Sobre esta nueva estrategia, Grenell indicó que “todos ustedes (los paraguayos) se están beneficiando de que de repente tengamos un gobierno estadounidense que quiere competir, desplazar a China y tener una mejor relación con Paraguay”, enfatizó el funcionario, al dirigirse a los asistentes.
Los elementos centrales de la política de Trump para la región sugieren un resurgimiento de la vieja Doctrina Monroe, basada en la premisa de “América para los americanos”, del presidente James Monroe en 1823.
Si bien la tesis surgió para “proteger” los intereses de las nuevas naciones libres americanas del colonialismo europeo, la Doctrina tuvo otra re-interpretación y ejecución durante el siglo XX. Estados Unidos le daría el perfil de defender los “intereses americanos” durante la Guerra Fría y alejar a los países de la región del comunismo y la influencia de la extinta URSS. O bien para defender los intereses de las empresas estadounidenses, para lo cual cooptaron o sometieron gobiernos en la región para ejercer el saqueo de recursos e imponer el Consenso de Washington (1989) mediante golpes de Estado, invasiones o la creación de conflictos armados.
En todos los casos, Estados Unidos se basó en su poder de fuerza (militar, económica, política) o en su poder de coerción para imponer sus intereses en el contexto de las relaciones internacionales en la región. O para, simplemente, “torcer el brazo” de diversos países y gobiernos, Barack Obama dixit.
NO ES SOLO LA FUERZA, ES EL DECLIVE
La postura compartida entre el sector MAGA y el sector conservador tradicional (halcones) estadounidenses obedece a visiones y enfoques estratégicos arraigados, desde hace mucho, en la estructura del pensamiento y del poder en Estados Unidos.
Ambos sectores evocan claves esenciales, como el Destino Manifiesto, la “conquista del Oeste” y la Doctrina Monroe como elementos fundacionales de su país y componentes de su “grandeza”. “Hacer Grande a EE.UU. de Nuevo” sugiere volver a las raíces del propio modelo neo-colonial estadounidense, Made in XX Century, que permitió el surgimiento de ese país como superpotencia.
En otras palabras, la crisis de pérdida de hegemonía que se está produciendo justo ahora en Estados Unidos ha hecho que sus pensadores, políticos y constructores de políticas busquen las claves de su “grandeza” en los viejos códigos y enfoques de política exterior (económica, militar) que aplicaron en su vieja área de influencia del pasado.
Centros de pensamiento, como The Heritage Foundation (think tank conservador, autor principal de Project 2025), ha propuesto una “nueva Doctrina Monroe” para “rejuvenecer el hemisferio”, construir “una nueva era dorada” mediante la reorientación de cadenas de suministro hacia América Latina, “contrarrestando la influencia china” y promoviendo la estabilidad económica. Según señalan, Trump no busca imperialismo, sino “seguridad estadounidense” al limitar amenazas en el hemisferio y logrando el aseguramiento y afianzamiento de su espacio económico.
Esta tesis explica, por ejemplo, el surgimiento de la política de aranceles como estrategia de diseño de las relaciones económicas internacionales. Estados Unidos no compite ahora, no promueve el libre mercado ni el fin de los gravámenes.
Ahora, Estados Unidos es más proteccionista, emplea mecanismos restrictivos para rediseñar las cadenas de suministro, exige inversiones foráneas en su territorio e intenta, por vía de decretos y aranceles, modificar su balanza comercial, que le es desfavorable. La armamentización del comercio se emplea para reanimar la base industrial gringa y retener al dólar estadounidense como moneda de principal uso a nivel global.
La estrategia no es puramente comercial. Según The American Enterprise Institute (AEI), Trump está instintivamente renovando la doctrina Monroe clásica para “defender el hemisferio contra incursiones chinas”. Esta agenda tiene puntos de parada críticos, como el Canal de Panamá, o anexar a Groenlandia y a Canadá, por tratarse de espacios claves para la proyección de Estados Unidos al Ártico como nuevo espacio del interés geoestratégico global.
Dicho de otra forma, Estados Unidos está cambiando su relación física-concreta con el continente. El despliegue político estadounidense en Panamá, los aranceles, anexar Groenlandia, renombrar el Golfo de México y ahora con la ocupación militar en el Caribe, hay una nueva forma de interacción agresiva de Washington por el espacio territorial, el control de las infraestructuras, la lucha por el espacio geoeconómico y la imposición de nuevos imperativos en materia de seguridad (con un ahnelado cambio de régimen en Venezuela, que sería extensivo a Cuba y Nicaragua).
Esta no es una suposición basada en los traumas de los latinoamericanos de izquierda, ni un análisis de tiempos de la Guerra Fría. Esto es promovido abiertamente hoy por instancias como America First Policy Institute (AFPI), enfocado en la “grandeza nacional” y que proponen para Estados Unidos el empleo del continente como “espacio exclusivo”. Este poco conocido grupo tiene entre sus miembros a varios personeros en el gabinete de gobierno de Trump.
El vicepresidente J.D. Vance mencionó en julio pasado ante el Claremont Institute que Estados Unidos debía recurrir a sus raíces, al Destino Manifiesto, para “domesticar a este continente salvaje”. Vance, sin tapujos, refirió la necesidad de la “dominación regional” como un punto central de la seguridad hemisférica y “defensa de la civilización occidental”.
Los actuales constructores de política de Estados Unidos creen que pueden relanzar la hegemonía de su país desde las mismas bases físicas-territoriales (geoeconómicas) del pasado. Ideológicamente hablando, no hay nada nuevo aquí, solo nostalgia por la hegemonía que una vez fue.
El contexto geopolítico actual dista mucho de 1950 o del mundo de la postguerra. Han pasado más de 70 años y la globalización ha rediseñado la geoeconomía planetaria, especialmente al configurarse una nueva estructura comercial, industrial, de cadenas de suministros, de contrapesos políticos y factores de influencia.
Pero esto no quiere decir que no haya lugar en el mundo actual para las trasnochadas ideas del actual gobierno estadounidense. La apuesta de Estados Unidos podría tomar forma desde la “bloquización” del mundo, tal como está ocurriendo.
Las tensiones políticas, tensiones comerciales, políticas proteccionistas, rivalidades entre potencias y el surgimiento de nuevos bloques económicos están acelerando fenómenos que orientan la reconfiguración de las cadenas de suministros globales hacia sistemas más localizados o alineados a las alianzas estratégicas. Estados Unidos desea navegar esa contradicción y la administración Trump la acentúa con sus políticas.
A su manera, Estados Unidos pretende encontrar su lugar en la multipolaridad, lidiando con la inercia de declive y fin de la unipolaridad que afianzó a ese país como hegemón. Ello supone –al menos desde la perspectiva del gobierno de Trump– un repliegue de otros espacios geopolíticos y volver a su área de “influencia tradicional”, de donde, técnicamente, nunca se han ido del todo.
La consigna de “Make America Great Again” es una aceptación del declive multiforme estadounidense. Siendo la multipolaridad y la bloquización procesos metabólicos objetivos (inevitables) de la configuración geopolítica actual, es lógico que esas fuerzas de gravedad empujen a Estados Unidos de vuelta a un espacio donde sigue ejerciendo influencia política y económica, un espacio donde además pretende ejercer su poder físico-concreto, ahora en formas más agresivas, mediante un amplio abanico de instrumentos de coerción.
Lo que ocurre es resultado del proceso cinético del cambio de era. A partir de la reducción de su fuerza y capacidad de mediar su poder e influencia con gran consistencia en otras latitudes, Estados Unidos regresa a un espacio sometido sistemáticamente al ablandamiento (término militar que refiere la acción o efecto que consiste en reducir la resistencia del enemigo, preparándose el terreno para una posterior ofensiva). El sheriff vuelve por más recursos naturales, más relaciones desiguales, más hegemonía económica, más control militar y más reafirmación de su modelo político-civilizatorio.
Si el declive de Estados Unidos se sigue consumando al ritmo actual, la región latinoamericana y caribeña será un espacio donde la resistencia al declive norteamericano se ejecutará con gran consistencia. Este ciclo regresivo está demostrando ser bastante peligroso. Es lo que está ocurriendo justo ahora.


