Un cambio di regime per il saccheggio del petrolio venezuelano

È sempre stato l’obiettivo finale degli USA

Misión Verdad

In un incontro con giornalisti internazionali il 15 settembre 2025, il presidente Nicolás Maduro ha risposto alla corrispondente del Gruppo di Media della Cina (CMG) in merito alle minacce contro il Venezuela. Nel suo intervento ha messo in luce il vero piano che si nasconde dietro il discorso statunitense:

«Tutti sanno che è una menzogna quella del narcotraffico. Tutti sanno che sono menzogne quelle accuse. E tutti sanno che l’unica verità è che vogliono un cambio di regime. Per cosa? Per imporre un governo fantoccio e impadronirsi del petrolio del Venezuela».

Il ragionamento del presidente mette in evidenza il metodo accusatorio come pretesto per l’aggressione, che in fondo corrisponde all’agenda di cambio di regime abitualmente applicata contro il Venezuela, con un unico obiettivo: tornare ad avere il controllo della gestione del petrolio venezuelano, le maggiori riserve del pianeta.

L’ossessione di riprendere il controllo della risorsa più preziosa rappresenta una nostalgia storica costante nella politica USA verso il Venezuela. Per oltre un secolo Washington ha agito con la logica di controllare lo sfruttamento del greggio venezuelano, dal quale traeva benefici straordinari mentre amministrava la risorsa a proprio piacimento.

Non sorprende, quindi, che questi codici persistano; dopo cento anni di abitudine a gestire giacimenti altrui, a chiunque mancherebbe una tale pratica.

A modo di promemoria

 

L’argomento del narcotraffico è stato, in realtà, l’attuale pretesto per avanzare in una strategia di cambio di regime in Venezuela.

Prima, non era necessario inventare menzogne: bastava la concessione di vantaggi durante la dittatura di Juan Vicente Gómez, quando le multinazionali guidate dalla Standard Oil di John D. Rockefeller ricevevano privilegi senza precedenti, come tasse ridotte, proroghe, diritto di espropriare terreni ed esenzione dai dazi.

L’affare era talmente squilibrato che, come documentò Juan Pablo Pérez Alfonzo in Hundiéndonos en el excremento del diablo, tra il 1917 e il 1935 le compagnie straniere incassarono 1199 milioni di $ per l’estrazione di 1148 milioni di barili, mentre il Venezuela percepì appena 90 milioni: l’8% del totale.

In quelle decadi gli USA non avevano bisogno di orchestrare cambi di regime né di mascherarsi con bandiere “morali”. L’accesso alla risorsa era garantito in condizioni coloniali.

Gli aspetti tecnici lo confermano

 

Pur essendo oggi il maggior produttore mondiale di petrolio e gas, gli USA affrontano una limitazione tecnica insormontabile: la loro produzione è dominata da greggio leggero, frutto dell’ascesa dello scisto.

Nel 2023 produssero in media 12,93 milioni di barili al giorno (b/g), a fronte di un consumo di 20,24 milioni di b/g. Il divario è coperto da importazioni, specialmente di greggi pesanti.

La miscela di idrocarburi richiede componenti più pesanti, la cui produzione interna è limitata e si concentra in California e in alcuni stati con volumi ridotti. Questo deficit obbliga a cercare fonti esterne che integrino l’offerta nazionale.

Quali fonti? Tra la lista ristretta si trova, naturalmente, il Venezuela.

Il sistema di raffinazione USA, concepito a metà del XX secolo, dipende da greggi pesanti per mantenere la sua efficienza, una realtà che risale già all’epoca di Gómez, quando il Venezuela fu incorporato nell’ingranaggio energetico di Washington come fornitore “naturale” di idrocarburi.

Infatti, secondo la stessa Agenzia di Informazione sull’Energia e specialisti come Matt Sands (The Mineral Rights Podcast), nel 2023 oltre 6 milioni di b/g di importazioni corrispondevano a petrolio pesante.

Qui risiede l’importanza del Venezuela: i suoi greggi pesanti ed extrapesanti, provenienti dalla Faja Petrolífera dell’Orinoco, sono insostituibili per le raffinerie della costa del Golfo del Messico, la cui infrastruttura non può funzionare solo con greggi leggeri.

Nel 2017, ad esempio, il 71% delle importazioni in quella regione corrispondeva a insumi più densi, esattamente il tipo di petrolio offerto dal Venezuela.

A questa condizione tecnica si aggiunge il vantaggio logistico: la vicinanza geografica riduce costi e tempi di trasporto, rendendo il greggio venezuelano più competitivo rispetto a forniture lontane.

Dunque, benché Trump insista nel dire che gli USA “non hanno bisogno del petrolio venezuelano”, la realtà è che ne hanno bisogno eccome: per la quantità, ma soprattutto per la qualità e la complementarità dei greggi venezuelani nel loro parco di raffinazione.

Dopo la denuncia del presidente Maduro sul vero obiettivo di Washington — imporre un cambio di regime per impossessarsi del petrolio venezuelano — risulta fondamentale comprendere ciò che è realmente in gioco. Il Venezuela non solo possiede le maggiori riserve provate del pianeta, ma dispone anche di una diversità di greggi: leggeri, medi, pesanti ed extrapesanti, che gli consentono di adattarsi alle diverse esigenze del mercato internazionale.

Il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) stimava nel 2009 che la Faja dell’Orinoco concentrasse tra 380 e 652 miliardi di barili tecnicamente recuperabili, un volume che supera di gran lunga le riserve USA e che, nel suo valore medio, potrebbe soddisfare la domanda latinoamericana per oltre un secolo.

L’importanza di questa risorsa non si limita al volume, poiché la dispersione geografica dei giacimenti, dal lago di Maracaibo fino alla Faja dell’Orinoco, offre vantaggi logistici e riduce le vulnerabilità.

Vale a dire, a differenza di altri grandi produttori, dove la ricchezza petrolifera è concentrata in un unico blocco o in una sola regione — come nel caso dell’Arabia Saudita nella sua zona orientale o del Kuwait in un’unica cuenca —, gli idrocarburi venezuelani sono distribuiti da un capo all’altro del nostro territorio.

Ciascuna di queste variabili mostra la motivazione USA nel mantenere l’ossessione per l’agenda del cambio di regime.

Ecco perché, conclude Maduro:

«Per imporre un governo fantoccio e impadronirsi del petrolio del Venezuela, e impadronendosi del petrolio del Venezuela torcere il braccio all’intero mondo, a tutti i paesi dell’OPEC Plus, a tutti i produttori del mondo e controllare a breve, medio e lungo termine la riserva petrolifera più grande del pianeta Terra, che si trova in Venezuela ed è dei venezuelani, e non sarà mai di nessun altro in questo mondo, perché il Venezuela non sarà mai più una colonia petrolifera di nessuno, degli USA».

Cambio di regime: impadronirsi del petrolio venezuelano

 

«Gli Stati Uniti d’America e il mondo intero, l’America Latina e i Caraibi, sanno che si tratta di un’operazione militare per intimidire e cercare un cambio di regime, destabilizzare il Venezuela, dividerlo in pezzi come hanno fatto con la Libia e con la Siria, e impadronirsi e rubarci il petrolio, il gas, il ferro e l’oro. E ciò non è accaduto né accadrà», ha aggiunto il mandatario venezuelano.

Il piano USA consiste, in poche parole, nell’indebolire lo Stato per facilitare l’appropriazione delle sue risorse strategiche.

L’esperienza siriana, come menzionato dal presidente Maduro, offre un caso emblematico: intervento, occupazione parziale e frammentazione territoriale tradotti in saccheggio sistematico e perdite economiche multimiliardarie.

Il ministero degli Esteri siriano stimò che tra il 2011 e la metà del 2023 le perdite per aggressioni, saccheggi e sabotaggi ammontarono a circa 115,2 miliardi di $, di cui 27,5 miliardi corrispondevano al settore petrolifero.

Ciò includeva il “saccheggio, spreco e incendio” di circa 341 milioni di barili, il furto di decine di migliaia di b/g (stimati tra 100000 e 150000), danni infrastrutturali per miliardi e ulteriori perdite dovute al crollo della produzione.

Il modello storico è chiaro: in contesti di guerra e collasso istituzionale, le risorse strategiche (petrolio, gas, minerali) diventano bottino per gli aggressori.

L’evidenza empirica della Siria mostra due effetti simultanei e letali per un Paese: da un lato, il furto diretto di risorse e la distruzione degli asset produttivi; dall’altro, il crollo duraturo della capacità produttiva e dell’economia nazionale, che rende la ripresa un compito decennale e costosissimo.

ONU e Banca Mondiale stimano i costi potenziali di ricostruzione della Siria a livelli altissimi, mentre milioni di persone dipendono da assistenza umanitaria e la sua infrastruttura sociale è stata devastata.

Ciò dimostra che la guerra o la frammentazione non solo riducono la ricchezza, ma impongono anche un “punto di non ritorno” socioeconomico; ricostruire le istituzioni, il tessuto produttivo e il capitale umano è enormemente costoso e, spesso, irreversibile in tempi brevi.

Le risposte di Maduro chiariscono bene gli obiettivi di questa nuova escalation contro il Venezuela, un paese con immense ricchezze naturali che, sotto il Governo Bolivariano, esercita la sovranità nella gestione delle proprie risorse.

Questo cambio di paradigma risulta profondamente destabilizzante per Washington, che ricorre di nuovo al solito metodo, questa volta travestito dalla maschera passivo-aggressiva di una presunta “lotta al terrorismo”.

Il sostrato non cambia: è il vecchio sindrome coloniale che persiste nella politica USA verso la regione.


Siempre ha sido el objetivo final de EE.UU.

Un cambio de régimen para el saqueo del petróleo venezolano

En un encuentro con periodistas internacionales el pasado 15 de septiembre de 2025, el presidente Nicolás Maduro respondió a la corresponsal del Grupo de Medios de China (CMG) sobre las amenazas contra Venezuela. En su intervención expuso el verdadero plan que se esconde detrás del discurso estadounidense: “Todos saben que es mentira lo del narcotráfico. Todos saben que son mentiras esas acusaciones. Y todo el mundo sabe que la única verdad es que quieren un cambio de régimen. ¿Para qué? Para imponer un gobierno títere y apoderarse del petróleo de Venezuela”.

El planteamiento del presidente deja en evidencia el método acusatorio como pretexto para la agresión, que al fin y al cabo corresponde con la agenda de cambio de régimen que acostumbraron implementar contra Venezuela, todo ello con un único propósito: volver a tener el control de la gestión del petróleo venezolano, la mayor reserva del planeta.

La obsesión por retomar el control del recurso más preciado representa una añoranza histórica que ha estado presente de manera constante en la política de Estados Unidos hacia Venezuela. Durante más de un siglo Washington operó bajo la lógica de controlar la explotación del crudo venezolano, de la que obtenía beneficios extraordinarios mientras administraba el recurso a su conveniencia.

No es sorprendente, entonces, que esos códigos persistan; después de cien años de acostumbrarse a manejar los yacimientos ajenos, cualquiera extrañaría tal práctica.

A modo de recordatorio

El argumento del narcotráfico ha sido, en realidad, la excusa contemporánea para avanzar hacia una estrategia de cambio de régimen en Venezuela.

Antes, no era necesario inventarse patrañas; bastaba con la entrega de concesiones blandas durante la dictadura de Juan Vicente Gómez, cuando las transnacionales lideradas por la Standard Oil de John D. Rockefeller recibían ventajas sin precedentes, es decir, bajos impuestos, prórrogas, derecho de expropiación de terrenos y exoneración de aranceles.

El negocio fue tan desigual que, como documentó Juan Pablo Pérez Alfonzo en Hundiéndonos en el excremento del diablo, entre 1917 y 1935 las compañías extranjeras recaudaron 1 199 millones de dólares por la extracción de 1 148 millones de barriles, mientras que Venezuela apenas percibió 90 millones: 8% del total.

Durante esas décadas Estados Unidos no necesitó montar operaciones de cambio de régimen ni escudarse en banderas “morales”. El acceso al recurso estaba garantizado bajo condiciones coloniales.

Los aspectos técnicos lo confirman

A pesar de ser hoy el mayor productor mundial de petróleo y gas, Estados Unidos enfrenta una limitación técnica insoslayable: su producción está dominada por crudo ligero, proveniente del auge del esquisto.

En 2023 produjo en promedio 12,93 millones de barriles diarios (b/d), mientras que su consumo fue de 20,24 millones de b/d. La brecha se cubre con importaciones, especialmente de crudos pesados.

La mezcla de hidrocarburos requiere insumos más pesados, cuya producción doméstica es limitada y se concentra en California y en algunos estados con volúmenes reducidos. Este déficit obliga a buscar fuentes externas que complementen la oferta nacional.

¿Cuáles fuentes? Entre la reducida lista se encuentra Venezuela, por supuesto.

El sistema de refinación estadounidense, diseñado desde mediados del siglo XX, depende de crudos pesados para mantener su rendimiento, una realidad que, por cierto, viene marcada desde la época de Gómez en adelante, cuando Venezuela fue incorporada al engranaje energético de Washington como proveedor “natural” de hidrocarburos.

De hecho, según la propia Agencia de Información de Energía y especialistas como Matt Sands (The Mineral Rights Podcast), en 2023 más de 6 millones de b/d de importaciones correspondieron con petróleo pesado.

Entonces, aquí radica la importancia de Venezuela: sus crudos pesados y extrapesados, provenientes de la Faja Petrolífera del Orinoco, son insumos estratégicos para refinerías de la costa del golfo de México, cuya infraestructura no puede operar únicamente con crudos ligeros.

En 2017, por ejemplo, 71% de las importaciones en esa región correspondió con insumos más densos, precisamente el tipo de petróleo que Venezuela ofrece.

A esta condición técnica se suma la ventaja logística, pues la cercanía geográfica reduce costos y tiempos de transporte, atributos que convierten el crudo venezolano en una opción más competitiva que suministros lejanos.

Por tanto, aunque Trump insista en que Estados Unidos “no necesita el petróleo de Venezuela”, la realidad es que sí lo necesita, por la cantidad, pero también por la calidad y complementariedad de los crudos venezolanos en su parque refinador.

Tras la denuncia del presidente Maduro sobre el verdadero objetivo de Washington: imponer un cambio de régimen para apoderarse del petróleo venezolano, resulta clave dimensionar lo que está en juego. Venezuela no solo posee las mayores reservas probadas del planeta sino que cuenta con una diversidad de crudos: livianos, medianos, pesados y extrapesados, que le permiten adaptarse a las distintas necesidades del mercado internacional.

El Servicio Geológico de Estados Unidos (USGS) estimó en 2009 que la Faja Petrolífera del Orinoco concentra entre 380 y 652 mil millones de barriles técnicamente recuperables, un volumen que supera con creces las reservas de países como Estados Unidos y que, en su rango medio, podría abastecer la demanda latinoamericana por más de un siglo.

La importancia de este recurso no se limita al volumen ya que la dispersión geográfica de los yacimientos, desde el lago de Maracaibo hasta la Faja del Orinoco, otorga ventajas logísticas y reduce vulnerabilidades.

Es decir, a diferencia de otros grandes productores, donde la riqueza petrolera está concentrada en un único bloque o región —caso de Arabia Saudita en su zona oriental o de Kuwait en una sola cuenca—, los hidrocarburos venezolanos están distribuidos de punta a punta en nuestro territorio.

Cada una de estas variables muestra la motivación estadounidense para mantener la obsesión por la agenda de cambio de régimen.

“¿Para qué? Para imponer un gobierno títere y apoderarse del petróleo de Venezuela, y apoderándose del petróleo de Venezuela torcer el brazo al mundo entero, torcer el brazo a todos los países de la OPEP Plus, a todos los productores del mundo y controlar a corto, mediano y largo plazo la reserva petrolera más grande del planeta Tierra, que está en Venezuela y que es de los venezolanos, y jamás será de más nadie en este mundo, porque Venezuela no será de nuevo una colonia petrolera de nadie, de Estados Unidos”, concluyó el presidente Maduro.

Cambio de régimen: apoderarse del petróleo venezolano

“Estados Unidos de Norteamérica y el mundo entero, América Latina y el Caribe, saben que esta es una operación militar para amedrentar y para buscar un cambio de régimen, desestabilizar Venezuela, partirla en pedazos como hicieron con Libia y con Siria y apoderarse y robarnos el petróleo, el gas, el hierro y el oro, y eso no ha ocurrido ni va a ocurrir”, agregó el mandatario venezolano.

El plan estadounidense se trata, a grandes rasgos, de debilitar el Estado para facilitar la apropiación de sus recursos estratégicos.

La experiencia siria, tal como menciona el presidente Maduro, ofrece un caso ilustrativo y aleccionador sobre cómo la intervención, la ocupación parcial y la fragmentación territorial pueden traducirse en saqueo sistemático y pérdidas económicas millonarias.

Por ejemplo, el entonces Ministerio de Relaciones Exteriores de Siria calculó que entre 2011 y mediados de 2023 las pérdidas por agresión, saqueo y sabotaje ascendieron a unos 115 mil 200 millones de dólares, de los cuales alrededor de 27 mil 500 millones correspondían con pérdidas directas del sector petrolero.

Esto incluye el “saqueo, despilfarro y quema” de unos 341 millones de barriles de petróleo, el robo de decenas de miles de b/d —estimado en un rango de 100 mil-150 mil b/d—, daños a infraestructuras energéticas por miles de millones y pérdidas secundarias por la caída de la producción.

El patrón histórico es claro: en contextos de guerra y colapso institucional, los recursos estratégicos (petróleo, gas, minerales) se convierten en botín para los facinerosos.

La evidencia empírica de Siria muestra dos efectos simultáneos y letales para un país: por un lado, el robo directo de recursos y la destrucción de activos productivos; por otro, la caída duradera de la capacidad productiva y de la economía nacional que convierte la recuperación en una tarea de décadas y costes exorbitantes.

La Organización de Naciones Unidas y el Banco Mundial sitúan el coste potencial de reconstrucción de Siria en un rango muy alto, mientras millones de personas requieren asistencia humanitaria y la infraestructura social fue devastada.

Esto evidencia que la guerra o la fragmentación no solo merman la riqueza sino que imponen un “punto de no retorno” socioeconómico; reconstruir instituciones, tejido productivo y capital humano es enormemente costoso y, a menudo, irreversible en plazos cortos.

Las respuestas del presidente Nicolás Maduro explican con claridad los objetivos de esta nueva escalada contra Venezuela, un país con vastas riquezas naturales que, bajo la administración del Gobierno Bolivariano, ejerce su carácter soberano en la gestión de sus recursos.

Ese viraje político resulta profundamente perturbador para Washington, que hoy vuelve a recurrir al mismo método de siempre, ahora disfrazado con la careta pasivo-agresiva de una supuesta “lucha contra el terrorismo”.

El trasfondo no cambia: se trata del viejo síndrome colonial que persiste en la política estadounidense hacia la región.

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