Pirati dei Caraibi

Jorge Elbaum

Donald Trump parte dal presupposto che non può imporsi in un conflitto bellico con la Federazione Russa. Questa è la vera ragione per cui abbandona l’Europa Occidentale al proprio destino. Non è neppure riuscito a sottomettere, in termini geopolitici, la Repubblica Popolare Cinese. Le trattative commerciali che i suoi funzionari mantengono con Pechino, a Madrid, non mostrano la resa che il magnate divenuto presidente aveva promesso all’inizio del suo secondo mandato. Gli USA, nella cosmovisione trumpista, hanno bisogno di apparire vittoriosi in qualche guerra. La megalomania trumpista non può sopportare di non piegare altri popoli. Si sente obbligato a offrire ai suoi seguaci suprematisti l’immagine di una potenza che la multipolarità comincia a incrinare.

La nuova pirateria caraibica è stata dispiegata per esercitare pressione, intimidire e minacciare la Repubblica Bolivariana del Venezuela con l’obiettivo strategico di creare le condizioni per appropriarsi delle più grandi riserve petrolifere del mondo. Per raggiungere questo scopo, Washington ricorre alla retorica del narcoterrorismo, avvertendo il resto del mondo che l’Emisfero Occidentale – il suo cosiddetto cortile di casa – continua a essere un possedimento di dominio esclusivo. Gli USA sono il maggiore consumatore di energia fossile a livello globale. Secondo le valutazioni ufficiali, le loro riserve dureranno circa quindici o vent’anni. Gran parte di queste risorse energetiche, Washington le estrae tramite il fracking, una tecnica costosa rispetto alla perforazione verticale o orizzontale. Il Venezuela, dal canto suo, dispone della più grande riserva provata di idrocarburi, calcolata in 300 miliardi di barili, superando l’Arabia Saudita.

In linea con i piani di guerra ibrida, Washington ha predisposto in parallelo due meccanismi di pressione e intimidazione, inquadrati nella vecchia alternanza del “bastone e la carota”. Da un lato, il bellicoso capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, incaricato di alimentare la minaccia militare. Dall’altro, l’inviato speciale di Trump, l’ex membro della CIA Richard Grenell, che insiste sulla possibilità di evitare la guerra tramite accordi diplomatici, mentre il primo dispone il dispiegamento di una flotta militare nel confine caraibico.

Secondo indiscrezioni divulgate dal New York Times, Grenell avrebbe assicurato in un rapporto che un’invasione del Venezuela è impraticabile, date la sua geografia, la capacità di risposta militare del chavismo e la conflittualità che provocherebbe in tutta l’America Latina e nei Caraibi. Nel documento, ancora non declassificato, Grenell avrebbe segnalato che qualsiasi offensiva militare:
a)  rafforzerebbe il chavismo;
b)  produrrebbe un’ondata di unità interna di fronte all’aggressione;
c) collocherebbe il Venezuela come paese aggredito, generando solidarietà nella Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC); e
d) contribuirebbe a consolidare i legami della regione con Pechino e Mosca.

Un’invasione militare richiederebbe – sottolineano gli analisti del Pentagono – un numero di effettivi che l’attuale realtà politica interna degli USA non potrebbe sostenere. Secondo l’analista Christopher Sabatini, ricercatore del centro studi britannico Chatham House, “nessuno in buona fede pensa che con 4500 marines si possa invadere un paese con montagne, giungla e molteplici centri urbani”. L’invasione del Vietnam, alla fine degli anni Sessanta, richiese 450000 effettivi per un territorio di 332.000 km². L’incursione del 1989 a Panama necessitò 30000 militari per 75.000 km². Quella in Iraq, circa 160000 soldati per 440000 km². Invadere un territorio di oltre 900000 km², con una geografia che comprende montagne e selve, richiederebbe un numero superiore a quello dispiegato in Iraq. Inoltre, trasformerebbe l’America Latina e i Caraibi in un incendio continentale.

Attualmente, Trump può contare solo su quattro fantocci governativi: Nayib Bukele in El Salvador, Daniel Noboa in Ecuador, Santiago Peña in Paraguay e Javier Milei in Argentina. Gli ultimi tre soffrono di una progressiva perdita di approvazione, mentre Claudia Sheinbaum e Lula da Silva – chiari oppositori di qualsiasi intervento militare – si collocano tra i presidenti più apprezzati. Il resto dei mandatari contesta, dietro le quinte, qualsiasi velleità interventista, tanto per principi di sovranità quanto per le conseguenze di destabilizzazione interna che comporterebbe. A questa impugnazione si aggiunge l’opinione dominante, diffusa a sud del Río Bravo, sulle pratiche discriminatorie messe in atto dalle autorità migratorie negli USA. Se a questa realtà si aggiunge la proliferazione di discorsi xenofobi moltiplicati dai centri MAGA, la situazione può essere descritta come una guerra aperta contro tutti i latinoamericani e caraibici.

Di fronte a tale realtà, si producono inevitabili riallineamenti. Nell’ultima settimana, l’Assemblea Nazionale del Venezuela ha approvato il Trattato di Associazione Strategica e Cooperazione con la Federazione Russa, che incrementerà una collaborazione militare già consolidata con l’apertura della prima fabbrica di Kalashnikov, nella regione di Maracay, in convenzione con la corporazione statale russa Rosoboronexport, per la produzione di 70 milioni di cartucce annuali per i fucili d’assalto AK-103. Gli accordi con Mosca hanno inoltre reso possibile lo sviluppo congiunto di sistemi alternativi di navigazione satellitare (GPS), autonomi rispetto a quelli manipolati dagli USA.

Oggi Caracas dispone del sistema russo Glonass, che consente geolocalizzazioni indipendenti dal monitoraggio controllato dal Comando Sud.

Le manovre corsare nel Caribe hanno inoltre spinto a dichiarazioni di alto livello della Repubblica Popolare Cinese. Il suo ministro della Difesa, Dong Jun – che di solito non rilascia dichiarazioni pubbliche – ha esortato a non accettare le logiche interventiste: “…la mentalità della Guerra Fredda non si è ancora dissipata (…) La memoria storica deve servire come avvertimento costante per riconoscere e opporsi alla logica egemonica e agli atti di intimidazione mascherati sotto nuove forme”. Dong ha anche sottolineato che la forza del Sud Globale è “inarrestabile, spingendo con decisione le ruote della storia in avanti”, e ha promesso cooperazione con questi paesi nel campo della sicurezza.

Nel 1961 fallirono nell’invasione della Baia dei Porci a Cuba. Negli anni 60 imposero con il sangue e il fuoco il Piano Condor. Negli anni 80 finanziarono la “Contra” nicaraguense e promossero il genocidio in Guatemala. Nel 1983 invasero Grenada e nel 1989 Panama. Per quanto la frase sia stata ripetuta fino alla nausea, sarà sempre necessario ricordarla: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza – scrisse Simón Bolívar – a infestare l’America di miserie in nome della libertà.”

(Tratto da Página 12)


Piratas del Caribe

Por: Jorge Elbaum

Donald Trump asume que no puede imponerse en un conflicto bélico con la Federación Rusa. Esa es la verdadera razón por la que abandona a Europa Occidental a su suerte. Tampoco pudo someter en términos geopolíticos a la República Popular China. Las negociaciones comerciales que sus funcionarios mantienen con Beijing, en Madrid, no exhiben la rendición que el magnate devenido en mandatario promocionó al inicio de su segundo mandato. Estados Unidos, en la cosmovisión trumpista, necesita verse triunfante en alguna guerra. La megalomanía trumpista no puede verse sin doblegar a otros pueblos. Se siente obligado a ofrendarles, a sus seguidores supremacistas, la figuración de una potestad que la multipolaridad empieza a resquebrajar.

La nueva piratería caribeña ha sido desplegada para presionar, intimidar y amenazar a la República Bolivariana de Venezuela con el objetivo estratégico de generar las condiciones para apropiarse de las reservas de petróleo más cuantiosas del mundo. Para lograr este cometido, Washington apela a la figura del narcoterrorismo, advirtiendo al resto del mundo que el Hemisferio Occidental –su denominado patio trasero–, sigue siendo una posesión de predominio exclusivo. Estados Unidos es el mayor consumidor de energía fósil a nivel global. Según las evaluaciones oficiales, sus reservas le alcanzan aproximadamente para los próximos quince o veinte años. Una gran parte de esos recursos energéticos, Washington los extrae mediante el fracking, una técnica onerosa comparada con la perforación vertical u horizontal. Venezuela, por su parte, cuenta con la mayor reserva de hidrocarburos probada, calculada en 300 000 millones de barriles, superando a Arabia Saudita.

Acorde con los planes de guerra híbrida, Washington ha dispuesto en forma paralela dos mecanismos de presión y amedrentamiento, enmarcados en la vieja alternancia del “palo y la zanahoria”. De un lado, el beligerante jefe del Departamento de Estado, Marco Rubio, encargado de atizar la amenaza bélica. Por el otro, el protagonizado por el enviado de Trump para misiones especiales, el exintegrante de la CIA, Richard Grenell. Este último insiste en que se puede evitar la guerra con acuerdos diplomáticos, mientras que el primero ordena el despliegue de una flota militar en la frontera caribeña.

Según conjeturas divulgadas por el New York Times, Grenell habría asegurado en un informe la imposibilidad de invadir Venezuela, dada su geografía, la capacidad de respuesta militar del chavismo y la conflictividad que generaría en toda América Latina y el Caribe. En el informe, que aún no está desclasificado, Grenell habría señalado que cualquier ofensiva militar: a) empoderaría al chavismo; b) produciría una corriente de unidad interna frente a la agresión; c) ubicaría a Venezuela como un país agredido, generando solidaridad en la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, CELAC; y d) contribuiría a consolidar los vínculos de la región con Beijing y Moscú.

Una invasión militar requeriría –señalan los analistas del Pentágono– un número de efectivos que la actual realidad política interna de los Estados Unidos no podría sostener. Según el analista Christopher Sabatini, investigador del centro de estudios británico Chatham House, “nadie en su sano juicio piensa que con 4 500 marines se puede invadir un país con montañas, selva y múltiples centros urbanos”. La invasión a Vietnam, a fines de los años sesenta, requirió 450 000 efectivos para un territorio de 332 000 kilómetros cuadrados. La incursión de 1989 en Panamá necesitó 30 000 uniformados para 75 000 kilómetros cuadrados. La de Irak, alrededor de 160 000 uniformados para 440 000 kilómetros cuadrados. Invadir un territorio de más de 900 000 kilómetros cuadrados, con una geografía que incluye montañas y selvas, requeriría un número superior a la cantidad de uniformados desplegados en Irak. Además, convertiría a América Latina y el Caribe en un incendio continental.

En la actualidad, Trump solo cuenta con cuatro títeres gubernamentales: Nayib Bukele en El Salvador, Daniel Noboa en Ecuador, Santiago Peña en Paraguay y Javier Milei en Argentina. Los tres últimos sufren una paulatina pérdida de aprobación, mientras que Claudia Sheinbaum y Lula da Silva –claros opositores a cualquier intervención militar– se ubican entre los mandatarios más valorados. El resto de los presidentes cuestiona, entre bambalinas, cualquier atisbo intervencionista, tanto por principios soberanistas como por las consecuencias de desestabilización doméstica que acarraría. Esta impugnación se suma a la opinión dominante, existente al sur del Río Bravo, acerca de las cuestionables prácticas racializadoras, ejecutadas por las autoridades migratorias al interior de los Estados Unidos. Si a esta realidad se le suma la proliferación de discursos xenófobos multiplicados desde las usinas MAGA, la situación puede ser descripta como una guerra abierta contra todos los latinoamericanos y caribeños.

Frente a esa realidad, se producen lógicos realineamientos. En la última semana, la Asamblea Nacional de Venezuela aprobó el Tratado de Asociación Estratégica y Cooperación con la Federación Rusa, que aumentará una colaboración militar que ya ha permitido la apertura de la primera fábrica de Kaláshnikov, en la región de Maracay, en convenio con la corporación estatal rusa Rosoboronexport, para la producción de 70 millones de cartuchos anuales para los fusiles de asalto AK 103. Los acuerdos con Moscú también viabilizaron el desarrollo conjunto de los sistemas alternativos de navegación satelital (GPS), autónomos respecto de los manipulados por Estados Unidos.

Caracas hoy dispone del sistema ruso Glonass, que permite geolocalizaciones autónomas respecto del monitoreo controlado por el Comando Sur.

Los movimientos corsarios por el Caribe también motivaron declaraciones de encumbrados funcionarios de la República Popular China. Su ministro de Defensa, Dong Jun –que no acostumbra a brindar declaraciones públicas– instó a no aceptar las lógicas intervencionistas: “…la mentalidad de la Guerra Fría aún no se ha disipado (…) La memoria histórica debe servir como advertencia constante para reconocer y oponerse a la lógica hegemónica y a los actos de intimidación disfrazados bajo nuevas formas”. Dong también señaló que la fuerza del Sur Global es “imparable, impulsando firmemente las ruedas de la historia hacia adelante”, y prometió cooperación con estos países en el ámbito de la seguridad.

En 1961 fracasaron en la invasión a Bahía de los Cochinos en Cuba. En la década del ´70 impusieron a sangre y fuego el Plan Condor. En los ´80 financiaron a la Contra nicaragüense e impulsaron el genocidio en Guatemala. En 1983 invadieron Granada, y en 1989 Panamá. Aunque la frase haya sido repetida hasta el hartazgo, continuará siendo necesario memorizarla: “Los Estados Unidos parecen destinados por la Providencia –escribió Simón Bolívar– a plagar la América de miserias en nombre de la libertad.”

(Tomado de Página 12)

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