Rubio, il maccartismo e la condanna a Bolsonaro

Gustavo Veiga

Donald Trump e Marco Rubio considerano Jair Bolsonaro uno dei loro. È evidente. Il segretario di Stato USA ha parlato di “caccia alle streghe in Brasile”, proprio lui, rappresentante di un paese dove il maccartismo dominò il sistema politico negli anni ’50.

Ciò che allarma è l’audacia con cui lo ha detto. Il modo in cui ha minacciato una nazione sovrana con il trito argomento della violazione dei diritti umani di un ex presidente. In realtà, un golpista già condannato. Lo stesso che votò l’impeachment di Dilma Rousseff dedicandolo alla memoria del peggior torturatore della storia brasiliana: Carlos Brilhante Ustra.

L’estrema destra globale gioca la sua partita a scacchi planetaria sostenendosi sulla dialettica della contrapposizione. Non bada alle forme diplomatiche né alla sua politica d’ingerenza. Rubio è grandiloquente. Una sorta di proconsole romano. Si direbbe che non abbia superato l’esame di Diritto Internazionale.

Un esempio: dopo che il regime israeliano ha attaccato il Qatar con l’obiettivo di eliminare i negoziatori di Hamas a Doha, ha commentato che gli USA non avrebbero cambiato lo status di alleato di Benjamin Netanyahu. Ha rafforzato questa idea domenica scorsa, quando è arrivato a Tel Aviv in visita ufficiale.

Il segretario di Stato si incontra con un criminale di guerra che in Israele, a marzo di quest’anno, aveva il 70% di disapprovazione tra la cittadinanza. Tutto il contrario di Lula, che in Brasile continua a crescere nell’indice di gradimento della sua immagine positiva.

Un’immagine che si estenderebbe al Supremo Tribunale Federale (STF), se si considera la condanna a 27 anni e tre mesi di prigione inflitta a Bolsonaro. Il 54% della popolazione respinge un’amnistia per l’ex presidente di estrema destra ed ex militare. La sostiene il 39%, che non è poco, ma pur sempre una minoranza. La percentuale torna a salire al 50% quando si convalida la detenzione dell’ex presidente.

Rubio ha twittato dal suo account ufficiale su X non appena ha appreso della sentenza contro Bolsonaro, l’11 settembre: “Continua la persecuzione politica guidata da Alexandre de Moraes, sanzionato per violazioni dei diritti umani, dopo che lui e altri membri della Corte Suprema del Brasile hanno deciso ingiustamente di incarcerare l’ex presidente Jair Bolsonaro. Gli USA risponderanno di conseguenza a questa caccia alle streghe”.

La diplomazia di Itamaraty, che mantiene una storica posizione di non ingerenza, ha risposto con fermezza: “La democrazia brasiliana non si lascerà intimidire”, ha affermato il Ministero degli Esteri.

Il governo Trump, con gravi problemi interni e un crescente deterioramento della sua immagine, non ha anticipato come risponderà al Brasile. In realtà, al massimo tribunale giudiziario del paese. Si riserva questo diritto, perché continua a credere nel suo destino manifesto.

Nulla può essere escluso. Neppure la rottura delle relazioni diplomatiche, ipotesi già trapelata in alcune informazioni.

Itamaraty è stato ancora più netto nel comunicato diffuso: “Minacce come quella formulata dal segretario di Stato USA, Marco Rubio, in una dichiarazione che attacca l’autorità brasiliana e ignora i fatti e le prove inconfutabili contenute nel fascicolo, non intimidiranno la nostra democrazia. Le istituzioni democratiche brasiliane hanno risposto al golpismo”.

Il media Brasil de Fato ha citato l’opinione di Paulo Borba Casella, giurista e professore di Diritto Internazionale Pubblico presso l’Università di San Paolo (USP), che coincide con l’interpretazione della Cancelleria: “È importante chiarire, e la stampa sensata di molti paesi lo ha sottolineato, che il Brasile ha dato una lezione di maturità istituzionale e di rispetto per lo Stato di diritto democratico”.

Lo stesso specialista ha commentato anche le reazioni del governo Trump: “Si caratterizzano per essere imprevedibili, irragionevoli e per mescolare questioni commerciali con questioni politiche, ideologiche e di partito”, ha detto.

Per questo, nulla si esclude. Compreso un nuovo aumento dei dazi sui prodotti brasiliani applicati da Washington dal 6 agosto scorso. La risposta di Lula è stata presentare un ricorso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) contro le tariffe doganali USA.

Il disciplinamento imposto dagli USA al Brasile è storico. In passato, attraverso l’imposizione di dittature civico-militari in America Latina che, nel caso del paese più grande del continente, significarono 21 anni (1964-1985) di regime di fatto.

Bolsonaro ha sempre rivendicato quel periodo e ha persino dichiarato pubblicamente che le sparizioni forzate avrebbero dovuto essere di più, come in Argentina.

Durante il suo secondo mandato, iniziato a gennaio di quest’anno, Trump ha già sanzionato i giudici che hanno condannato il suo alleato. Ha revocato il visto per entrare negli USA a otto degli undici membri dello STF, tra cui spicca il giudice Alexandre de Moraes.

La misura è stata comunicata dal segretario di Stato. Ha colpito il più mediatico dei suoi membri, De Moraes, ma anche altri sette magistrati sugli undici che compongono la corte: il presidente del tribunale Luís Roberto Barroso; José Antonio Dias Toffoli, Cristiano Zanin, Flavio Dino, Cármen Lúcia Antunes Rocha, Luis Edson Fachin e Gilmar Mendes.

Tutti hanno in comune il fatto di non essere stati proposti da Bolsonaro per far parte della corte. Dietro queste sanzioni c’è la mano di Eduardo Bolsonaro, deputato federale e il più attivo tra i figli dell’ex presidente. Dagli USA, ha minacciato che se non si risolverà la crisi che porterà suo padre in prigione, “non ci saranno elezioni nel 2026”.

Il deputato federale di sinistra Chico Alencar, del PSOL di Rio de Janeiro, ha criticato Bolsonaro (figlio): “Sono un vecchio professore di storia, specializzato in storia brasiliana, e ho sempre visto nei documenti, nei libri e negli archivi questo atteggiamento imperialista (degli USA) di essere il guardiano del mondo, il poliziotto del mondo, ma non ho mai visto tanta audacia con il sostegno interno di traditori della patria”.

Il parlamentare Bolsonaro, portavoce dell’ex presidente dagli USA, ha dichiarato che Washington potrebbe inviare “aerei da combattimento F-35 e navi da guerra in Brasile” se il paese continuasse, a suo dire, “sulla strada del Venezuela”.

Una flotta USA già naviga nelle acque caraibiche con l’obiettivo di intervenire nella regione e minacciare dal mare il governo di Nicolás Maduro. L’escalation è in corso e, come le misure che Trump e Rubio stanno concependo contro il Brasile, è imprevedibile.

Non usano più il comunismo come scusa principale, anche se quell’idea di maccartismo all’apice resta sottostante. Nel caso del Venezuela, sostengono che la loro missione sia combattere il narcotraffico e in particolare il cosiddetto Cartello dei Soles.

Nel caso del Brasile, che guida il gruppo BRICS insieme a Cina, Russia e India, si tratta di salvare un politico di estrema destra, con la popolarità ai minimi, da una sentenza di carcere molto documentata. Così solida, che si è basata sulla testimonianza del suo ex assistente personale, Mauro Cid, che ha usufruito della figura della delazione premiata.

(Tratto da Rebelión)


Rubio, el macartismo y la condena a Bolsonaro

Por: Gustavo Veiga Donald

Donald Trump y Marco Rubio consideran a Jair Bolsonaro uno de los suyos. Está a la vista. El secretario de Estado de EE.UU. habló de “caza de brujas en Brasil”, justo él, representante de un país donde el macartismo se enseñoreó en el sistema político durante la década de 1950.

Lo que causa alerta es la audacia con que lo dijo. La forma en que amenazó a una nación soberana bajo el remanido argumento de la violación de los derechos humanos de un expresidente. En rigor, un golpista ya condenado. El mismo que votó el impeachment de Dilma Rousseff dedicándoselo a la memoria del peor torturador en la historia brasileña: Carlos Brilhante Ustra.

La extrema derecha global juega su ajedrez planetario apoyada en la dialéctica de la confrontación. No repara en las formas diplomáticas, ni en su injerencismo. Rubio es grandilocuente. Una especie de procónsul romano. Desaprobó la materia Derecho Internacional.

Un ejemplo: después de que el régimen israelí atacara a Catar con el propósito de aniquilar a los negociadores de Hamás en Doha, comentó que Estados Unidos no cambiaría su status de aliado de Benjamin Netanyahu. Reforzó esa idea cuando este domingo llegó a Tel Aviv en visita oficial.

El secretario de Estado se reúne con un criminal de guerra que en Israel tenía a marzo de este año un 70% de desaprobación entre la ciudadanía. Todo lo contrario de Lula, que en Brasil crece en la evaluación de su imagen positiva.

Una imagen que se extendería al Supremo Tribunal Federal (STF) si se considera el fallo condenatorio contra Bolsonaro a 27 años y tres meses de prisión. El 54% de la población reprueba una amnistía para el reo de extrema derecha y exmilitar. La apoya el 39%, lo que no es poco, aunque en minoría. Pero el porcentaje vuelve a subir al 50% cuando se convalida la detención del expresidente.

Rubio tuiteó en su cuenta oficial de X apenas se enteró del fallo contra Bolsonaro el 11 de septiembre: “Continúa la persecución política liderada por Alexandre de Moraes, sancionado por violar los derechos humanos, luego de que él y otros miembros de la Corte Suprema de Brasil decidieron injustamente encarcelar al expresidente Jair Bolsonaro. Estados Unidos responderá en consecuencia a esta caza de brujas”.

La diplomacia de Itamaraty, que mantiene una histórica posición de no intervención, se pronunció con firmeza: “La democracia brasileña no se dejará intimidar”, sostuvo el ministerio de Relaciones Exteriores.

El Gobierno de Trump, con graves problemas internos y un deterioro creciente de su imagen, no adelantó cómo responderá a Brasil. En rigor, al máximo tribunal judicial del país. Se reserva ese derecho, porque sigue creyendo en su destino manifiesto.

Nada puede descartarse. Ni siquiera la ruptura de relaciones diplomáticas que ya se deslizó en algunas informaciones.

Itamaraty fue más taxativo en el comunicado que difundió: “Amenazas como la realizada por el secretario de Estado estadounidense, Marco Rubio, en una declaración que ataca a la autoridad brasileña e ignora los hechos y las pruebas contundentes que constan en el expediente, no intimidarán a nuestra democracia. Las instituciones democráticas brasileñas dieron su respuesta al golpismo”.

El medio Brasil de Fato citó la opinión de Paulo Borba Casella, jurista y profesor de Derecho Internacional Público en la Universidad de Sao Paulo (USP), que coincide con la interpretación de la Cancillería: “Es importante dejar claro, y la prensa sensata de muchos países lo ha enfatizado, que Brasil ha dado una lección de madurez institucional y respeto al Estado de derecho democrático”.

El mismo especialista también comentó sobre las reacciones del Gobierno de Trump. “Se caracterizan por ser impredecibles, irrazonables y mezclar cuestiones comerciales con cuestiones políticas, ideológicas y partidistas”, dijo.

Por eso, nada se descarta. Inclusive, un nuevo aumento de los aranceles a productos brasileños que aplica Washington desde el 6 de agosto pasado. La respuesta de Lula fue presentar una demanda ante la Organización Mundial de Comercio (OMC) contra las tarifas aduaneras de Estados Unidos.

El disciplinamiento que le ha impuesto EE.UU. a Brasil es histórico. En el pasado, fue mediante la imposición de dictaduras cívico-militares en América Latina que, en el caso del país más grande del continente, incluyó 21 años (1964-1985) de régimen de facto.

Bolsonaro siempre reivindicó ese período y hasta declaró en público que las desapariciones forzadas debieron haber sido más, como en Argentina.

Durante su segundo mandato, que comenzó en enero de este año, Trump ya sancionó a los jueces que condenaron a su aliado. Les revocó las visas para ingresar a Estados Unidos a ocho de los 11 integrantes del STF, que tiene como figura destacada al juez Alexandre de Moraes.

La medida fue comunicada por el secretario de Estado. Alcanzó al más mediático de sus integrantes, De Moraes, pero, además, a otros siete magistrados de los 11 que completan la corte: el presidente del tribunal, Luís Roberto Barroso; José Antonio Dias Toffoli, Cristiano Zanin, Flavio Dino, Cármen Lúcia Antunes Rocha, Luis Edson Fachin y Gilmar Mendes.

Todos tienen en común que no fueron propuestos por Bolsonaro para integrar la corte. Detrás de estas sanciones está la mano de Eduardo Bolsonaro, diputado federal y el más activo de los hijos del expresidente. Desde EE.UU., amenazó con que si no se resolvía la crisis que llevará a prisión a su padre, “no habrá elecciones en 2026”.

El diputado federal de izquierda Chico Alencar, del PSOL por Rio de Janeiro, criticó a Bolsonaro (h): “Soy un antiguo profesor de Historia, especializado en historia brasileña, y siempre he visto en documentos, libros y registros esa postura imperialista (de Estados Unidos) de ser el guardián del mundo, la policía del mundo, pero nunca he visto tanta audacia con el apoyo interno de traidores a la patria”.

El legislador Bolsonaro, la voz del expresidente desde EE.UU., declaró que Washington podría enviar “aviones de combate F-35 y buques de guerra a Brasil” si el país seguía, según él, por “el camino de Venezuela”.

Una flota de Estados Unidos ya navega en aguas caribeñas con el objetivo de intervenir en la región y amenazar desde el mar al Gobierno de Nicolás Maduro. La escalada está en marcha y, como las medidas que crean Trump y Rubio contra Brasil, es impredecible.

Ya no ponen el comunismo como excusa en primer lugar, aunque subyace esa idea del macartismo en su apogeo. En el caso de Venezuela, argumentan que su obligación es combatir al narcotráfico y en particular al llamado Cartel de los Soles.

En el caso de Brasil, que lidera el grupo Brics junto a China, Rusia e India, se trata de salvar a un político de extrema derecha, con su popularidad por el suelo, de una sentencia a prisión muy documentada. Tan sólida, que se basó en el testimonio de su ex asistente personal, Mauro Cid, acogido a la figura de delación premiada.

(Tomado de Rebelión)

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