Era un segreto di Pulcinella, finché alcuni giornalisti non iniziarono a usare le loro rubriche e i loro reportage come megafoni. I narcoscandali nella struttura vitale dello Stato dai corpi di polizia fino a Miraflores, presero piede proprio quando il puntofijismo si erigeva come unico modello possibile nella memoria e nel futuro del popolo venezuelano.
La cocaina era la regina delle discoteche a Caracas, Barquisimeto, Valencia e Maracay all’inizio degli anni 80, circostanza che era già stata annunciata da alti funzionari USA in relazione alla presunta lotta contro gli stupefacenti propagandata dalla Casa Bianca. La relazione diretta tra il dispiegamento per tutta la regione latinoamericana del Comando Sud e l’ascesa del narcotraffico fu evidente, e soprattutto l’inserimento del narcocrimine in Venezuela da quando, nell’agosto 1974, fu firmato l’accordo tra i governi USA e quello di Carlos Andrés Pérez (CAP), appena eletto presidente del Paese, per l’istituzione a Caracas dell’ufficio regionale della Drug Enforcement Administration (DEA).
Lo stesso CAP non sarebbe esente dai narcoscandali, tanto per la sua amicizia con alcuni dei più importanti capi colombiani quanto per il suo coinvolgimento in transazioni finanziarie che compromettevano la legittimità dei capitali attraverso il riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga.
L’uomo che camminava su una grossa linea bianca
Appassionato di cavalli, Carlos Andrés Pérez aveva nelle sue scuderie due dei migliori purosangue nati nel paese di Jorge Eliécer Gaitán. Dono di don Fabio Ochoa, che possedeva in Táchira un’attività ippica molto frequentata da CAP, erano tra i favoriti dell’ex presidente. Racconta il giornalista Gustavo Azócar Alcalá nel suo libro Los barones de la droga (1994) che questi animali furono regali di ringraziamento da parte di uno dei capi del cartello di Medellín per:
- aver ricevuto l’aiuto presidenziale per negoziare con Felipe González, grande amico di CAP, l’estradizione di Jorge Luis Ochoa, figlio di don Fabio e catturato dalla polizia antidroga spagnola, verso la Colombia prima che fosse consegnato alle autorità USA (nel dicembre 1992 in Germania fu pubblicato Europa in balia della mafia degli investigatori Jürgen Roth e Marc Frey, dove si menziona e conferma questo caso in particolare); e
- aver trovato il luogo dove si trovava la figlia di don Fabio, che era stata sequestrata in territorio venezuelano.
Sebbene in diverse interviste CAP avesse cercato di smentire queste versioni, lo stesso Fabio Ochoa, ormai senza nulla da perdere, le avrebbe confermate in altre tornate di domande e risposte davanti ai media.
Allo stesso modo, nel maggio 1989 – racconta ancora Azócar Alcalá, che non è certo un chavista convinto – l’allora procuratore di New York, Robert Morgenthau, avviò un’indagine contro la Bank of Credit and Commerce International (BCCI), che fu riconosciuta colpevole di essere stata una grande lavanderia di denaro sporco di narcotraffico, e di non avere altro scopo se non quello. Che cosa c’entra con “l’uomo che cammina”, come era conosciuto CAP nella sua campagna presidenziale del 1974? Il fatto è che un ex agente della banca accusata dichiarò che CAP aveva effettuato depositi presso la BCCI, ente che finanziò anche la campagna presidenziale adeca (azione democratica) del 1988.
Persino Cecilia Matos, la famosa ex compagna di CAP, arrivò a depositare in quella banca 400 mila $ in contanti, secondo le dichiarazioni dell’ex agente bancario della BCCI.
Il senatore Cristóbal Fernández Daló aveva inoltre dichiarato che l’ex presidente adeco camminava su una grossa linea di cocaina nel quadro di quella stessa indagine. La stampa venezuelana in quel momento disse poco o nulla sul caso.
Il narco in Venezuela si consolidò con CAP presidente
Il primo a parlarne fu José Vicente Rangel. Nel 1988 denunciò nel programma di Marcel Granier, Primer Plano, che “i capitali della droga stanno cercando di entrare nella campagna elettorale. Ho informazioni che alcuni narcotrafficanti hanno tentato di investire risorse nella campagna, in parte per compromettere i candidati e in parte anche per assolvere al compito di riciclare denaro sporco del narcotraffico”.
Secondo i dati riportati dal libro di Azócar, la campagna presidenziale, guidata da CAP (AD) e da Eduardo “El Tigre” Fernández (Copei), spese “più o meno” 6 miliardi di bolívar, quasi il bilancio annuale che l’estinto Congresso della Repubblica avrebbe concesso l’anno successivo ad almeno 7 dei 22 stati della Venezuela puntofijista. Alcuni giornalisti come Rangel e Azócar non esitarono a sottolineare che un importo così eccessivo per l’epoca provenisse dal narcotraffico transnazionale.
E tuttavia Henry Ramos Allup insiste nel dire che Carlos Andrés era un agnellino di Dio. Di Biancaneve, di sicuro, lo fu.
Al di là del CAP
Gli organismi di sicurezza dello Stato, in un’azione congiunta con l’Ufficio Antinarcotici USA, sequestrarono 667 chili di cocaina all’interno di un aereo Turbo Commander modello 696 che era atterrato all’aeroporto di Charavalle poche ore prima dell’operazione, il 30 settembre 1983. All’epoca fu considerata la più grande confisca di droga in America Latina e la seconda al mondo. L’aereo apparteneva al tenente di fregata in congedo Lizardo Márquez Pérez, residente a San Cristóbal e con l’Hato (tenuta) La Fe, nel municipio Páez dello stato Apure, come centro operativo, secondo le indagini ufficiali.
L’aereo trasportava abbondanti carichi di droga non solo a livello nazionale (Azócar menziona anche gli aeroporti di Maracaibo e La Carlota) ma anche verso Panama, Aruba e gli USA. Allo stesso tempo, il Turbo Commander era utilizzato da agenti dei servizi di intelligence e controspionaggio per missioni di soccorso e voli di ricognizione al confine colombo-venezuelano, e uno dei suoi più assidui aviatori fu Ítalo del Valle Alliegro, in seguito comandante della Guarnigione Militare di Táchira e poi ministro della Difesa durante il mandato di Jaime Lusinchi e il secondo governo di CAP. È una coincidenza che un comprovato narco abbia stretto legami di amicizia con uno dei responsabili del massacro seguito al Caracazo del 1989?
Il giornalista Scott Macdonald pubblicò su El Nacional il 19 agosto 1991 un articolo in cui affermava che:
“…le autorità venezuelane tentarono di affrontare la situazione creata dal narcotraffico. Nell’ottobre 1983 fu sequestrato uno dei più grandi carichi di cocaina – 1200 chili – e fu resa nota la partecipazione di due militari. Uno degli ufficiali, ex tenente della marina, Lizardo Márquez Pérez, fuggì a Medellín. Il suo copilota, secondo il diario di volo dell’aereo, era il comandante regionale dell’esercito alla frontiera con la Colombia, generale Ítalo del Valle…”.
Questa tribuna non ha nulla da aggiungere, salvo che tra il 1980 e il 1999 i casi di uso indiscriminato di aerei civili per fini di narcotraffico aumentarono fino a quando non arrivò il Governo Bolivariano a ridurli, letteralmente.
Nel contesto globale, durante il mese di agosto 1985 furono multate 4 grandi banche di New York per 1,2 miliardi di $ con l’accusa di aver facilitato trasferimenti di denaro effettuati da bande criminali e organizzazioni di narcotrafficanti negli USA. Una di queste banche era la Chase Manhattan Bank, che a livello locale aveva come uomo di fiducia Pedro Tinoco figlio, uno dei Dodici Apostoli di CAP. Questa istituzione finanziaria, che ancora comanda a Wall Street, appartiene a David Rockefeller, forse il più importante pianificatore della petrominiera chiamata Venezuela e principale artefice del puntofijismo.
La colonna vertebrale del puntofijismo, cronologicamente parlando, traccia dunque la sua narcolinea con Carlos Andrés Pérez dai suoi inizi come ministro dell’Interno di Rómulo Betancourt, si consolida con la presidenza dell’“uomo che cammina” nei suoi due mandati a Miraflores e con Pedro Tinoco come architetto del Venezuela inginocchiato al monopolio corporativo, torna a mostrarsi tesa con la connessione tra Lizardo Márquez Pérez e Ítalo del Valle Alliegro, e termina con Larry Tovar Acuña come capro espiatorio del narcostato creato in 40 anni di puntofijismo.
Concessioni narcocompiacenti
Senza Rockefeller il narcostato puntofijista non si sarebbe consolidato. Il senatore David Morales Bello, convinto anticomunista, in un messaggio per i 48 anni della Guardia Nacional (1985) affermò con dati concreti che “alle Bahamas fanno scalo aerei privati che partono dagli hatos (tenute) di El Nuela, La Fría e El Vigía – qui in Venezuela – per portare cocaina negli USA. Ovviamente, in voli che non vengono registrati”, il che confermava davanti al vecchio Congresso che il Venezuela si era trasformato durante gli anni 70 e 80 in paese produttore di cocaina, come sostenne a suo tempo la ricercatrice Rosa del Olmo.
Sia i media che l’apparato burocratico del puntofijismo fecero credere alla popolazione venezuelana che il problema del narcotraffico fosse una questione di polizia, di carattere punitivo e da affrontare con la forza delle armi, e non di radice politica. Non è un’opinione di questa tribuna. Nel 1994 la CIA presentò un rapporto al Congresso, citato nel libro Il narcotraffico e la decomposizione politica e sociale della colombiana Elsa Fernández Andrade, in cui affermava che il narcotraffico in America Latina aveva cominciato ad andare oltre la semplice corruzione dei politici e aveva iniziato a influenzare le elezioni e la politica economica. Ciò ci rimanda a CAP e Tinoco, poiché James Woolsey, allora direttore dei servizi USA, menzionò in particolare Colombia e Venezuela come esempio delle “gravi ‘dislocazioni’ economiche che i narcotrafficanti stanno esercitando”.
Questo fu confermato dall’indulto presidenziale del fugace Ramón J. Velásquez al narcotrafficante Larry Tovar Acuña nel 1993, che stava scontando una pena ed aveva inoltre legami con il Cartello di Medellín. Gli ultimi anni del puntofijismo furono segnati dalla narco-collaborazione alla luce del sole, senza scrupoli né vergogna che valesse più di 800 mila $, quanto avrebbe pagato Luis Salvador Tovar per l’indulto menzionato.
Senza dubbio le concessioni e gli altri paraventi legali non furono destinati solo al saccheggio delle nostre risorse sotterranee. Furono fatte anche in nome della droga. L’indulto presidenziale iniziò con l’avallo dei baroni di New York alla fine degli anni 50 e trasformò il Venezuela in un narcostato in cui la felicità puntofijista aspirava tanto quanto pianificava la miseria delle maggioranze.
* Il puntofijismo è il sistema politico venezuelano che nacque dal Patto di Punto Fijo (firmato nel 1958 a casa di Rafael Caldera, nel quartiere Punto Fijo di Caracas).
Aquel narcoestado llamado puntofijismo
Era un secreto a voces, hasta que ciertos periodistas empezaron a usar sus columnas y reportajes como megáfonos. Los narcoescándalos en la estructura vital del Estado, desde los cuerpos policiales hasta Miraflores, tomaron vuelo justo en los tiempos en que el puntofijismo se erigía como único modelo posible en la memoria y futuro del pueblo venezolano.
La cocaína era la reina de las discotecas en Caracas, Barquisimeto, Valencia y Maracay a principios de la década de 1980, cuestión que ya había sido anunciada por altos oficiales norteamericanos con relación a la supuesta lucha contra los narcóticos que pregonaba la Casa Blanca. La relación directa entre el despliegue por toda la región latinoamericana del Comando Sur y el auge del narcotráfico fue evidente, y sobre todo la inserción del narcodelito en Venezuela desde que en agosto de 1974 se celebró el convenio entre los gobiernos de los Estados Unidos y el de Carlos Andrés Pérez (CAP), recién electo presidente del país, para el establecimiento en Caracas de la oficina regional de la Administración para el Control de Drogas (DEA, por sus siglas en inglés).
El mismo CAP no estaría exento de los narcoescándalos, tanto por su amistad con algunos de los capos más importantes de Colombia como por haber estado involucrado en transacciones financieras que comprometían la legitimidad de capitales en lavado de dinero por el tráfico de drogas.
El hombre que caminaba sobre una gruesa línea blanca
Aficionado a los caballos, Carlos Andrés Pérez tenía en sus propios establos dos de los mejores purasangre nacidos en el país de Jorge Eliécer Gaitán. Obsequios de don Fabio Ochoa, quien poseía en el Táchira un negocio hípico bastante concurrido por CAP, eran de los favoritos del expresidente. Cuenta el periodista Gustavo Azócar Alcalá en su libro Los barones de la droga (1994) que estos animales fueron regalos de agradecimiento de uno de los jefes del cartel de Medellín por:
haber recibido la ayuda presidencial de tramitar con Felipe González, muy amigo de CAP, la extradición de Jorge Luis Ochoa, hijo de don Fabio y capturado por la policía de narcóticos de España, a Colombia antes de que se le entregara a las autoridades estadounidenses (en diciembre de 1992 se publicó en Alemania Europa en las garras de la mafia de los investigadores Jürgen Roth y Marc Frey donde se refiere y confirma este caso en específico); y
conseguir el paradero de la hija de don Fabio que había sido secuestrada en suelo venezolano.
Aunque en diversas entrevistas CAP había intentado desmentir estas versiones, el mismo Fabio Ochoa, ya sin nada que perder, lo habría confirmado en otras tandas de preguntas y respuestas ante los medios.
De igual forma, en mayo de 1989 -cuenta nuevamente Azócar Alcalá, quien no es precisamente un chavista convencido- el entonces fiscal de Nueva York, Robert Morgonthau, inició una investigación contra el Bank of Credit And Commerce International (BCCI), y fue encontrada culpable por haber sido una gran lavadora de dinero con sabor a narcotráfico, y que no tenía otro fin sino ese. ¿Qué tiene que ver con “el hombre que camina”, así conocido CAP en su campaña presidencial de 1974? Pues que un exagente de la acusada institución financiera acusó a CAP de realizar depósitos en el BCCI, ente que también financió la campaña presidencial adeca de 1988.
Incluso Cecilia Matos, la famosa exconcubina de CAP, llegó a depositar en ese banco 400 mil dólares en efectivo, según las declaraciones del ex agente bancario del BCCI.
El senador Cristóbal Fernández Daló también había declarado que el expresidente adeco caminaba sobre una gruesa línea de cocaína en el marco de esa investigación. La prensa venezolana en aquel momento dijo poco y nada sobre el caso.
El narco en Venezuela se consolidó con CAP como presidente
El primero en hablar sobre ello fue José Vicente Rangel. En 1988 denunció en el programa de Marcel Granier, “Primer Plano”, que “los capitales de la droga están tratando de meterse en la campaña electoral. Tengo información de que algunos narcotraficantes han estado tratando de invertir recursos en la campaña, en parte para comprometer a los candidatos y en parte también para cumplir con la tarea de lavar dinero sucio del narcotráfico”.
Según datos que arroja el mencionado libro de Azócar, la campaña presidencial, protagonizada por CAP (AD) y Eduardo “El Tigre” Fernández (Copei), gastó “algo así” como 6 mil millones de bolívares, casi el presupuesto anual otorgado al año siguiente por el extinto Congreso de la República a no menos de siete de los entonces 22 estados de la Venezuela puntofijista. Algunos periodistas como Rangel y Azócar no dudaron en señalar que tal excesiva cantidad para la época provenía del narcotráfico transnacional.
Y sin embargo Henry Ramos Allup insiste en que Carlos Andrés era un corderito de Dios. De Blanca Nieves seguro lo fue.
Más allá de CAP
Los organismos de seguridad del Estado en una acción conjunta con el Buró Antinarcóticos norteamericano decomisaron 667 kilos de cocaína en el interior de un avión Turbo Commander modelo 696 que había aterrizado en el aeropuerto de Charavalle unas horas antes de la operación, el 30 de septiembre de 1983. En su momento fue conocida como la mayor incautación de droga en América Latina y la segunda en el mundo, hasta el momento. El avión pertenecía al retirado teniente de fragata Lizardo Márquez Pérez, residenciado en San Cristóbal y con el Hato La Fe, municipio Páez del estado Apure, como centro de operaciones, según las investigaciones oficiales.
El avión transportaba abundantes alijos de droga no sólo a nivel nacional (Azócar menciona asimismo los aeropuertos de Maracaibo y La Carlota) sino también hacia Panamá, Aruba y los Estados Unidos. Al mismo tiempo que servía de narcotransporte, el Turbo Commander también era usado por agentes de los servicios de inteligencia y contrainteligencia para misiones de rescate y vuelos de reconocimiento en la frontera colombo-venezolana, y uno de sus más asiduos aviadores fue Ítalo del Valle Alliegro, posteriormente comandante de la Guarnición Militar del Táchira y luego ministro de Defensa durante el mandato de Jaime Lusinchi y el segundo gobierno de CAP. ¿Casualidad que un comprobado narco forjara lazos de amistad con uno de los responsables de la masacre luego de El Caracazo de 1989?
Pues el periodista Scott Macdonald publicó en El Nacional el 19 de agosto de 1991 un artículo donde afirma que
“…las autoridades venezolanas intentaron hacer frente a la situación creada por el narcotráfico (sic). En octubre de 1983 se incautó uno de los mayores cargamentos de cocaína -1.200 kilos- y se expuso la participación de dos militares. Uno de los oficiales, ex-teniente de la marina, Lizardo Márquez Pérez, escapó a Medellín. Su copiloto, de acuerdo con el diario de vuelo del avión, era el comandante regional del ejército en la frontera con Colombia, general Ítalo del Valle…”.
Esta tribuna no tiene nada que agregar, salvo que entre 1980 y 1999 los casos de uso indiscriminado de aviones civiles para narcopropósitos aumentaron hasta que llegó el Gobierno Bolivariano a bajarlos, literalmente.
En el contexto global, durante el mes de agosto de 1985 fueron multados cuatro grandes bancos de Nueva York por 1.200 millones de dólares bajo la acusación de facilitar transferencias de dinero realizadas por bandas criminales y organizaciones de narcotraficantes en Estados Unidos. Uno de esos bancos fue el Chase Manhattan Bank, que en el contexto local contaba con Pedro Tinoco hijo como hombre de confianza: uno de los Doce Apóstoles de CAP. Esta entidad financiera, que aún comanda en Wall Street, pertenece a David Rockefeller, tal vez el más importante planificador de la petromina llamada Venezuela y principal artífice del puntofijismo.
La columna vertebral del puntofijismo entonces, cronológicamente hablando, traza su narcolínea con Carlos Andrés Pérez desde sus inicios como ministro de Interior de Rómulo Betancourt, se consolida con la presidencia del “hombre que camina” en sus dos períodos en Miraflores y con Pedro Tinoco como el arquitecto de la Venezuela arrodillada al monopolio corporativo, vuelve a mostrarse tensa con la conexión entre Lizardo Márquez Pérez e Ítalo del Valle Alliegro, y termina en Larry Tovar Acuña como chivo expiatorio del narcoestado creado en 40 años de puntofijismo.
Concesiones narcocomplacientes
Sin Rockefeller el narcoestado puntofijista no se hubiera consolidado. El senador David Morales Bello, harto anticomunista, en un mensaje por los 48 años de nacimiento de la Guardia Nacional (1985) afirmó con datos duros que en “Las Bahamas hacen escala aviones privados que parten desde hatos de El Nuela, La Fría y El Vigía -aquí en Venezuela- para llevar cocaína a Estados Unidos. Por supuesto, en vuelos que no se reportan”, lo que confirmaba en el seno del otrora Congreso que Venezuela se había convertido durante las décadas de 1970 y 1980 en país productor de cocaína, como afirmó en su momento la investigadora Rosa del Olmo.
Tanto los medios como el funcionarato del puntofijismo hicieron creer a la población venezolana que el problema del narco era un asunto policial, de carácter punitivo que debía ser aplacado con la fuerza de las armas, y no de raigambre política. No es una opinión de esta tribuna. En 1994 la CIA emitió un informe ante el Congreso, citado en el libro El narcotráfico y la descomposición política y social de la colombiana Elsa Fernández Andrade, en el que sostuvo que el narcotráfico en América Latina había empezado a ir más allá de la simple corrupción de políticos y que había comenzado a influir en las elecciones y la política económica. Esto nos remite a CAP y Tinoco, debido a que James Woolsey, entonces director de los servicios estadounidenses, mencionó en particular a Colombia y Venezuela como ejemplo de las “serias ‘dislocaciones’ económicas que están ejerciendo los narcotraficantes”.
Esto fue confirmado por el indulto presidencial del breve Ramón J. Velásquez al narcotraficante Larry Tovar Acuña en 1993, quien cumplía pena y además tenía vínculos con el Cartel de Medellín. Los últimos años del puntofijismo estuvieron marcados por la narcolaboración a la luz pública, sin escrúpulos ni vergüenza que valiera más que 800 mil dólares, los que habría pagado Luis Salvador Tovar por el indulto mencionado.
Sin duda las concesiones y demás parapetos legales no sólo fueron para el saqueo de nuestros subsuelos. También se hicieron en nombre de la droga. El indulto presidencial comenzó con el aval de los barones de Nueva York a finales de la década de 1950 e hicieron de Venezuela un narcoestado donde la felicidad puntofijista aspiraba tanto como planificaba la miseria de las mayorías.

