La frenesia e la durezza degli avvenimenti che ci travolgono lasciano come saldo la dissoluzione del male: si cancella con l’abitudine, diventa banale, un’assurdità. Quale altra spiegazione si può dare all’annuncio di Donald Trump secondo cui la “causa” dell’autismo sarebbe il consumo di paracetamolo durante la gravidanza, e la “prova” risiederebbe nel fatto che i cubani presumibilmente non soffrirebbero di questo disturbo perché nell’isola non ci sarebbero soldi per acquistare quel farmaco?
Dalla diffusione di tale sciocchezza, questa settimana, decine di esperti hanno gridato allo scandalo, definendo il presidente quantomeno sconsiderato e privo di basi scientifiche. L’OMS e l’Agenzia Europea per i Medicinali hanno diffuso comunicati che si riassumono in un’unica frase: “Non esistono prove che l’assunzione di paracetamolo in gravidanza provochi autismo nei bambini”.
Perché Trump si lancia in questa nuova crociata insieme al suo segretario alla Salute, l’antivaccinista Robert F. Kennedy Jr.? Associare gravidanza e Tylenol – il marchio con cui si commercializza il paracetamolo – introduce un tema di enorme visibilità quotidiana (analgesici da banco), a basso costo di accesso informativo e con alto impatto mediatico. L’episodio ha già mosso i mercati (colpendo Kenvue, proprietaria di Tylenol) e ha garantito alla Casa Bianca un intero ciclo di notizie impostato sui propri termini, anche se la comunità scientifica lo ha smentito in pochi minuti.
In questa trama Cuba entra come risorsa retorica. Alludendo al fatto che “lì quasi non c’è autismo” perché i cubani non possono comprare il paracetamolo, Trump costruisce una “prova” intuitiva per pubblici non specializzati, introduce un facile contrasto internazionale da ripetere nei media e, nel frattempo, utilizza di nuovo l’isola come antagonista, come già fa in altre occasioni. È performativo: non mira a descrivere l’epidemiologia dell’autismo, ma a vendere un’intuizione che sorvola sulle condizioni anomale – e profondamente politiche – in cui oggi funziona il sistema sanitario cubano.
Usare Cuba come “prova” è, oltre che una fallacia, un crimine. Se il paracetamolo scarseggia, come altre medicine essenziali, non è perché l’isola serva da giustificazione a un’assurdità, ma perché esiste un assedio economico USA progettato per generare carenze e la massima sofferenza possibile a un intero popolo.
Il blocco colpisce in maniera reale e permanente la salute; limita un’assistenza gratuita, universale e di qualità, e trasforma in impresa eroica ciò che altrove è routine. Pochi giorni fa, un bambino di 5 anni è morto nella comunità de La Maya, a Santiago di Cuba, perché i genitori, in assenza di farmaci, gli hanno dato paracetamolo scaduto per abbassare la febbre.
Cancellazioni di contratti, compagnie di navigazione che rifiutano di trasportare, persecuzione delle fonti di ingresso, rincaro di ogni acquisto e, inoltre, una barriera tecnico-legale che impedisce l’utilizzo di prodotti e tecnologie con più del 10% di componenti USA. In parole chiare: un defibrillatore, una pompa di infusione, una protesi cardiaca o un semplice compressore, dispositivi imprescindibili negli ospedali, restano fuori dalla portata dei cubani, non per il prezzo o per la loro utilità clinica, ma per il paese in cui è stata prodotta una parte dei loro pezzi.
Tra marzo 2024 e febbraio 2025, il settore sanitario cubano ha registrato perdite superiori a 288 milioni di $, secondo il rapporto che sarà presentato a ottobre all’ONU sugli effetti del blocco USA. Non si tratta di cifre astratte: sono reparti che si svuotano di medicinali, sale operatorie che si fermano, liste d’attesa che si allungano e professionisti che si logorano perché la logistica è diventata una corsa a ostacoli permanente.
Dati ufficiali avvertono che il cosiddetto Quadro Base dei Medicinali di Cuba, con 651 voci – 250 importate e 401 di produzione nazionale – presenta una carenza del 69%. Di queste, 364 medicine sono mancanti: il 56% del totale. Non è che la popolazione “non consumi paracetamolo”: è che il paese non può accedere normalmente a insumos che qualsiasi altro sistema sanitario compra da catalogo o con un clic, e quando ci riesce deve farlo attraverso mercati terzi e a prezzi molto più elevati.
Altri esempi del rapporto sono ancora più drammatici. In cardiologia, l’impossibilità di acquisire valvole aortiche percutanee – Edwards-Sapien o CoreValve – costringe a rinunciare a procedure minimamente invasive che hanno cambiato la vita di milioni di persone anziane nel mondo. Con tali apparecchiature, Cuba potrebbe assistere migliaia di pazienti senza ricorrere a interventi complessi, ma 375 cubani che necessitavano di un pacemaker permanente non hanno potuto riceverlo nell’ultimo anno.
La medicina cubana si adatta come può: intensifica il monitoraggio, modifica i trattamenti, ricorre a tecniche più invasive con i loro rischi. In oncoematologia pediatrica, la mancanza di farmaci di prima linea – lomustina, metotrexato per osteosarcoma, ad esempio – costringe a utilizzare schemi di seconda o terza linea, meno efficaci. Il risultato è doloroso da scrivere: diminuiscono le probabilità di sopravvivenza dei bambini con queste malattie, che fino a poco tempo fa superavano il 75% e oggi sono scese intorno al 60%.
Ci sono decine di esempi altrettanto dettagliati nel documento che Cuba presenterà all’ONU e che può essere consultato online (https://short-url.org/1fOE7).
Per questo, poche cose indignano quanto essere usati come coartata dall’Imperatore, mentre mancano non solo analgesici, ma anche sieri oncologici, pacemaker, valvole cardiache e tantissime altre cose a causa di un’architettura di sanzioni che istituzionalizza la violenza contro i non belligeranti e che mira a distruggere intere popolazioni. A cominciare dai loro bambini, che non hanno come procurarsi nemmeno un paracetamolo.
El disparate del paracetamol
Por: Rosa Miriam Elizalde
El vértigo y la dureza de los acontecimientos que nos arrollan dejan, como saldo, la disolución del mal: se borra con la costumbre, se vuelve trivial, un disparate. ¿Qué otra explicación hay para el anuncio de Donald Trump de que la “causa” del autismo es el consumo de paracetamol en el embarazo, y la “evidencia” recae en que los cubanos supuestamente no padecen el trastorno porque en la isla no hay con qué pagar esa medicina?
Desde el anuncio de tal insensatez esta semana, decenas de expertos han puesto el grito en el cielo y cuando menos califican al presidente de temerario y alejado de la evidencia científica. La OMS y la Agencia Europea de Medicamentos emitieron sendos comunicados que se resumen en una sola oración: “No hay evidencia de que tomar paracetamol durante el embarazo cause autismo en niños”.
¿Por qué Trump se lanza en esta nueva cruzada con su secretario de Salud, el antivacunas Robert F. Kennedy Jr? Conjugar embarazo con Tylenol –la marca bajo la cual se comercializa el paracetamol– introduce un tema con enorme visibilidad cotidiana (analgésicos de venta libre), bajo costo de entrada informativa y alto impacto mediático. El episodio ya movió mercado (golpeó a Kenvue, dueña de Tylenol) y dio a la Casa Blanca un ciclo noticioso entero en sus términos, aunque la comunidad científica lo desmintiera en minutos.
En esta trama entra Cuba como recurso retórico. Al insinuar que “allí casi no hay autismo” porque los cubanos no pueden pagar el paracetamol, Trump fabrica una “prueba” intuitiva para públicos no especializados, introduce un contraste internacional fácil de repetir en medios y, de paso, refriega su agenda con un país al que ya usa de antagonista en otras acciones. Es performativo: no pretende describir la epidemiología del autismo, sino vender una intuición que soslaya las condiciones anómalas –y profundamente políticas– en las que hoy funciona el sistema de salud cubano.
Recurrir a Cuba como “prueba” es, además de una falacia, un crimen. Si escasea el paracetamol como otras medicinas esenciales no es porque la isla sirva para justificar un sinsentido, sino porque existe el cerco económico de Estados Unidos diseñado para generar carencias y el mayor sufrimiento posible a todo un pueblo.
El bloqueo impacta de manera real y permanente en la salud; limita la atención gratuita, universal y de calidad, y convierte en hazaña lo que debería ser rutina. Hace apenas unos días, un niño de cinco años murió en la comunidad de La Maya, Santiago de Cuba, porque, a falta de medicinas, los padres le dieron paracetamol vencido para bajar la fiebre.
Cancelaciones de contratos, navieras que se niegan a transportar, persecución a las fuentes de ingreso, encarecimiento de cualquier compra y, además, una barrera técnico-legal que impide utilizar productos y tecnologías con más de 10 por ciento de componentes estadunidenses. Dicho en claro: un desfibrilador, una bomba de infusión, una prótesis cardiaca o un simple compresor, aparatos imprescindibles en los hospitales, quedan fuera del alcance de los cubanos, no por su precio o su utilidad clínica, sino por el país donde se fabricó una parte de sus piezas.
Entre marzo de 2024 y febrero de 2025, el sector salud cubano registró pérdidas que superaron 288 millones de dólares, de acuerdo con el informe que se presentará en octubre en la ONU sobre los efectos del bloqueo estadunidense. No son cifras abstractas: son salas que se vacían de medicamentos, quirófanos que demoran, agendas que se alargan y profesionales que se desgastan porque la logística se ha convertido en una permanente carrera de obstáculos.
Cifras oficiales advierten que el llamado Cuadro Básico de Medicamentos de Cuba, con 651 renglones –250 importados y 401 de producción nacional–, presenta una afectación de 69 por ciento. De ellos, 364 medicamentos están en falta: 56 por ciento del total. No es que la población “no consuma paracetamol”: es que el país no puede acceder con normalidad a insumos que cualquier otro sistema compra en catálogo o a un clic de distancia, y cuando lo logra, debe hacerlo a través de terceros mercados y a precios mucho más altos.
Otros ejemplos del informe son aún más dramáticos. En cardiología, la imposibilidad de adquirir válvulas aórticas percutáneas –Edwards-Sapien o CoreValve– obliga a renunciar a procedimientos mínimamente invasivos que han cambiado la vida de millones de personas mayores en el mundo. Con ese equipamiento, Cuba podría atender a miles de pacientes sin recurrir a cirugías complejas, pero 375 cubanos que necesitaron un marcapasos permanente no pudieron recibirlo en el último año.
La medicina resuelve como puede: intensifica el seguimiento, ajusta los tratamientos, vuelve a técnicas más invasivas con sus riesgos. En oncohematología pediátrica, la falta de fármacos de primera línea –lomustina, metotrexato para osteosarcoma, por ejemplo– obliga a usar esquemas de segunda o tercera líneas, menos eficaces. El resultado duele escribirlo: disminuyen las posibilidades de supervivencia de los niños con estas enfermedades, que hasta hace poco ostentaba cifras superiores a 75 por ciento y ahora han caído a alrededor de 60 por ciento.
Hay decenas de ejemplos tan exhaustivos como éstos en el documento que llevará Cuba a la ONU y que puede consultarse en línea (https://short-url.org/1fOE7 ).
Por tanto, pocas cosas indignan tanto como ser una coartada del Emperador, cuando faltan no sólo analgésicos, sino sueros contra el cáncer, marcapasos, válvulas cardiacas y tantísimas otras cosas debido a una arquitectura de sanciones que consagra la violencia contra no beligerantes y que tiene el propósito de destruir poblaciones enteras. Comenzando por sus niños, que no tienen cómo adquirir ni un paracetamol.

