Claudia Samón – Razones de Cuba
La storia della migrazione cubana negli USA è un capitolo complesso, spesso narrato da una prospettiva che privilegia il racconto dell’esilio politico e della vittimizzazione. Tuttavia, un’analisi oggettiva, sostenuta da ricerche storiche e dati demografici, rivela una realtà più sfumata: la comunità cubanoamericana, pur avendo raggiunto un’integrazione e un potere politico insoliti per un gruppo migrante, ha visto la sua reale influenza sulla politica estera USA grandemente esagerata, funzionando più come uno strumento utile per Washington che come l’artefice unico dell’ostilità verso Cuba.
Le origini di questa comunità risalgono al XIX secolo, con figure come José Martí che trovarono rifugio sul suolo nordamericano. Tuttavia, il flusso migratorio si intensificò e si trasformò radicalmente dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana nel 1959. Come spiegano i professori e ricercatori cubani Jesús Arboleya Cervera e Dalia González Delgado, i primi a lasciare l’Isola non furono i settori più svantaggiati, bensì quelli con risorse e connessioni.
Arboleya Cervera è categorico nell’affermare che «i settori più svantaggiati della società non sono in genere quelli che emigrano, per cui l’emigrazione non è mai stata rappresentativa della media della popolazione cubana».
Questo primo gruppo era composto principalmente da «lavoratori bianchi e urbani» della classe media. Ben presto furono seguiti da elementi legati alla dittatura rovesciata di Fulgencio Batista e, soprattutto, dall’oligarchia cubana che, ben lontana dall’arrivare a Miami in miseria come pretende il mito, contava già su capitali accumulati negli USA.
«La favola secondo cui l’oligarchia cubana perse tutto a causa della Rivoluzione e che, grazie al suo ingegno e laboriosità, riuscì, partendo dalla condizione di umili immigrati, a tornare nuovamente milionaria, costituisce uno dei grandi miti della storia dell’emigrazione cubana. (…) L’oligarchia cubana disponeva di un capitale accumulato negli USA che probabilmente la colloca come il gruppo più ricco che mai si sia insediato in quel Paese in qualità di immigrati».
(J. Arboleya, Cuba y los cubanoamericanos. El fenómeno migratorio cubano, 2013, p. 28)
Il trattamento preferenziale: il pilastro di un’ascesa politica
Ciò che distingue realmente la migrazione cubana da altre nella storia degli USA è il trattamento preferenziale che ricevette fin dall’inizio. Washington, nel contesto della Guerra Fredda, ne strumentalizzò l’arrivo per costruire una narrativa di fuga dal comunismo. La comunità cubanoamericana e i discorsi che la circondavano divennero un’arma di guerra mediatica.
Sotto l’amministrazione di John F. Kennedy fu approvata la Legge Pubblica 87-510, che classificò i cubani come rifugiati politici e scatenò una serie di benefici senza paragoni.
Il Programma per i Rifugiati Cubani, istituito a Miami nel 1960, offriva pensioni, crediti, assistenza medica, opportunità di studio e lavoro, e facilitazioni per la convalida dei titoli. Arboleya Cervera sottolinea che questi vantaggi «facilitarono enormemente l’adattamento degli immigrati cubani e spiegano, in buona misura, il successo relativo di questo processo».
La misura legislativa più emblematica arrivò nel 1966: la Legge di Adeguamento Cubano, che permetteva di ottenere la residenza permanente dopo solo un anno e un giorno nel Paese, un privilegio unico ed esclusivo fino a oggi.
Questo appoggio istituzionale, sommato al capitale iniziale posseduto da molti migranti, pose le basi per una rapida mobilità economica. Presto, questa prosperità si tradusse in ambizione politica.
Naturalmente allineati con il Partito Repubblicano per la sua retorica anticomunista, i cubanoamericani cominciarono ad apprendere «i meccanismi del sistema politico per garantirsi la permanenza», creando «potenti organizzazioni di pressione», come osserva González Delgado.
Il punto di svolta fu la creazione, nel 1981, della Fondazione Nazionale Cubano Americana (FNCA), su impulso dell’amministrazione Reagan. Il suo modello fu il potente gruppo di pressione pro-israeliano AIPAC. La FNCA, a differenza delle azioni paramilitari di altri gruppi, operò all’interno del sistema: finanziando campagne, coltivando rapporti con i media e raccogliendo fondi.
Figure come Jorge Mas Canosa divennero icone di una comunità che presto cominciò a collocare propri rappresentanti in cariche locali, statali e federali, da Manolo Reboso nella commissione di Miami nel 1970 fino a Ileana Ros-Lehtinen e Lincoln Díaz-Balart al Congresso anni dopo.
La costruzione del mito del potere decisivo
La narrativa di un «lobby cubano» onnipotente che detta la politica verso Cuba dai corridoi di Washington fu costruita con cura. Come spiega Elier Ramírez Cañedo, il loro attivismo costante e l’appoggio iniziale di una serie di amministrazioni presidenziali crearono «un’immagine falsa, secondo cui su di loro poggiava la politica verso Cuba e che i politici statunitensi che si fossero discostati dalla loro linea sarebbero stati puniti perdendo i voti di uno Stato così determinante come la Florida».
Questa percezione si alimentava della visibile sovra-rappresentazione della comunità nel governo federale. González Delgado (2023) segnala che tra il 2000 e il 2014, 12 cubanoamericani occuparono seggi al Congresso, rendendoli «una minoranza chiaramente sovra rappresentata».
La fantasia costruita a Little Havana e il suo ruolo nella pressione politica contro Cuba
Nelle ultime elezioni generali del 2024, il numero di cubanoamericani eletti al Congresso è sceso a 5: María Elvira Salazar, Mario Díaz-Balart, Carlos Giménez e Nicole Malliotakis alla Camera dei Rappresentanti, e Ted Cruz al Senato. Dal 20 gennaio di quest’anno, Marco Rubio occupa la carica di Segretario di Stato.
Questo successo, tuttavia, era più quantitativo che qualitativo per quanto riguarda la politica estera.
La realtà dei numeri e lo svanire del mito
Dietro la facciata di un’influenza incontestabile, i ricercatori presentano dati che dimostrano il contrario. Arboleya Cervera e Ramírez Cañedo concordano sul fatto che la comunità cubanoamericana rappresenta appena il 5% dell’elettorato della Florida e circa l’1% a livello nazionale. Questi numeri, da soli, smontano l’idea che siano un elettorato decisivo nelle elezioni presidenziali.
Arboleya è netto: «l’importanza del voto cubanoamericano è stata abbastanza esagerata, poiché ha scarsa rilevanza al di fuori dell’enclave miamense e neppure in questa regione ha determinato la vittoria del candidato presidenziale repubblicano in molteplici elezioni».
La sua influenza, argomenta, è «insignificante» in questioni interne di scala nazionale, ma acquisisce una rilevanza artificiale sul tema cubano, «nel quale l’interesse del resto della società è più limitato, attribuendo loro un protagonismo che oltrepassa la loro influenza reale».
La crescente divisione generazionale e ideologica all’interno della stessa comunità, evidente nel solido sostegno a Barack Obama e poi nell’appoggio a Donald Trump, frammenta ulteriormente il loro potere elettorale. González Delgado osserva che questa divisione «ne diminuisce l’importanza a livello nazionale».
La prova empirica: quando decide Washington
La prova più lampante che il gruppo di pressione cubanoamericano è uno strumento e non l’architetto della politica verso Cuba sono i momenti storici in cui le sue richieste si scontrarono frontalmente con gli interessi del governo USA e furono ignorate.
Ramírez Cañedo presenta due esempi emblematici:
1.Il caso di Elián González (2000): la comunità cubanoamericana di Miami si mobilitò con ferocia per evitare che il bambino tornasse con suo padre a Cuba. Tuttavia, l’amministrazione di Bill Clinton, privilegiando il diritto parentale e una soluzione diplomatica di fronte alla pressione del governo e del popolo cubano, agì con fermezza e restituì il minore alla sua famiglia. Il potere del gruppo di pressione fu completamente scavalcato dallo Stato.
2.Il ristabilimento delle relazioni (2014): l’annuncio del presidente Obama, il 17 dicembre 2014, di ristabilire le relazioni diplomatiche con L’Avana fu un terremoto politico. Avvenne contro le dure richieste della FNCA e di figure come Marco Rubio e Ileana Ros-Lehtinen, che si mostrarono strenuamente contrarie. La decisione dimostrò che quando la Casa Bianca individua un interesse nazionale strategico (in questo caso, un avvicinamento per esercitare influenza con altri mezzi), i desideri del gruppo di pressione vengono accantonati.
Questi episodi dimostrano una verità fondamentale che Ramírez Cañedo sintetizza perfettamente:
«La politica USA verso Cuba è sempre stata una politica di Stato. Il cosiddetto gruppo di pressione cubanoamericano è stato fin dall’inizio un elemento funzionale agli interessi di Washington contro Cuba. È stato uno strumento della politica, più che la politica stessa».
Uno strumento utile, ma non un potere assoluto
La comunità cubanoamericana è, senza dubbio, la comunità ispanica più rappresentata politicamente e una delle più favorite da leggi migratorie eccezionali nella storia USA. Seppe capitalizzare il contesto della Guerra Fredda e il trattamento preferenziale per costruire un’enclave di potere nel sud della Florida e proiettare un’immagine di influenza smisurata.
Tuttavia, come dimostrano le ricerche di Arboleya Cervera, González Delgado e Ramírez Cañedo, tale influenza ha limiti ben chiari. Il suo peso elettorale è statisticamente marginale a livello nazionale, la sua comunità è sempre più divisa e, cosa più importante, la sua agenda contro Cuba avanza solo nella misura in cui si allinea con gli interessi dello Stato nordamericano.
Quando si scontra con essi, come nei casi di Elián González e del disgelo di Obama, il suo potere si rivela per ciò che è sempre stato: un’illusione utile, uno strumento nella cassetta degli attrezzi di una politica di ostilità che Washington disegna ed esegue secondo i propri ampi interessi geopolitici.
Il mito del gruppo di pressione onnipotente svanisce di fronte all’evidenza: è un attore secondario in un’opera scritta e diretta da altri.
Fonti utilizzate per questo articolo: Dalia González Delgado, La comunidad cubanoamericana y la política de Estados Unidos hacia Cuba (2023); Elier Ramírez Cañedo, Estados Unidos-Cuba: ocho mitos de una confrontación histórica (2023); Jesús Arboleya Cervera, Cuba y los cubanoamericanos: El fenómeno migratorio cubano (2013).
La comunidad cubanoamericana: mito y realidad de una influencia sobrevalorada
Claudia Samón – Razones de Cuba
La historia de la migración cubana a Estados Unidos es un capítulo complejo, a menudo narrado desde una perspectiva que privilegia el relato del exilio político y la victimización. Sin embargo, un análisis objetivo, sustentado en investigaciones históricas y datos demográficos, revela una realidad más matizada: la comunidad cubanoamericana, si bien ha logrado una integración y un poder político inusuales para un grupo migrante, ha visto su influencia real sobre la política exterior estadounidense grandemente exagerada, funcionando más como un instrumento útil para Washington que como el arquitecto único de la hostilidad hacia Cuba.
Los orígenes de esta comunidad se remontan al siglo XIX, con figuras como José Martí encontrando refugio en suelo norteamericano. No obstante, el flujo migratorio se intensificó y transformó radicalmente después del triunfo de la Revolución Cubana en 1959. Como explican los profesores e investigadores cubanos Jesús Arboleya Cervera y Dalia González Delgado, los primeros en abandonar la Isla no fueron los sectores más desfavorecidos, sino aquellos con recursos y conexiones.
Arboleya Cervera es categórico al afirmar que «los sectores más desventajados de la sociedad no son por lo general los que emigran, por lo que la emigración nunca ha sido representativa de la media poblacional cubana».
Este primer grupo estaba compuesto mayoritariamente por «trabajadores blancos y urbanos» de clase media. Pronto les seguirían elementos vinculados a la derrocada dictadura de Fulgencio Batista y, crucialmente, la oligarquía cubana que, lejos de llegar a Miami en la indigencia, tal como pregona el mito, ya contaba con capital acumulado en Estados Unidos.
«El cuento de que la oligarquía cubana lo perdió todo como resultado de la Revolución y que a costa de su ingenio y laboriosidad lograron, desde la condición de humildes inmigrantes, convertirse nuevamente en millonarios, constituye uno de los grandes mitos de la historia de la emigración cubana. (…) la oligarquía cubana tenía un capital acumulado en Estados Unidos que es probable la sitúe como el grupo más rico que jamás se haya asentado en ese país en calidad de inmigrantes». (2013, p.28)
Jesús Arboleya Cervera
Cuba y los cubanoamericanos. El fenómeno migratorio cubano (2013)
El trato preferencial: el pilar de un ascenso político
Lo que verdaderamente distingue a la migración cubana de otras en la historia de EE.UU. es el trato preferencial que recibió desde un inicio. Washington, en el contexto de la Guerra Fría, instrumentalizó su llegada para construir una narrativa de fuga del comunismo. La comunidad cubanoamericana y los discursos alrededor de esta se convirtió en un arma de guerra mediática.
Bajo la administración de John F. Kennedy, se aprobó la Ley Pública 87-510, que categorizó a los cubanos como refugiados políticos y desató una corriente de beneficios sin parangón.
El Programa de Refugiados Cubanos, establecido en Miami en 1960, les otorgó pensiones, créditos, atención médica, oportunidades de estudio y trabajo, y facilidades para la revalidación de títulos. Arboleya Cervera destaca que estas ventajas «facilitaron extraordinariamente la adaptación de los inmigrantes cubanos y explica, en buena medida, el éxito relativo de este proceso».
La pieza legislativa más emblemática llegó en 1966: la Ley de Ajuste Cubano, que les permitía obtener la residencia permanente tras solo un año y un día en el país, un privilegio único y exclusivo hasta el día de hoy.
Este apoyo institucional, sumado al capital inicial con el que contaban muchos de los migrantes, sentó las bases para una rápida movilidad económica. Pronto, esta prosperidad se tradujo en ambición política.
Alineados naturalmente con el Partido Republicano por su retórica anticomunista, los cubanoamericanos comenzaron a aprender «los mecanismos del sistema político para garantizar su permanencia», creando «poderosas organizaciones de cabildeo», como apunta González Delgado.
El punto de inflexión fue la creación en 1981 de la Fundación Nacional Cubano Americana (FNCA), a instancias de la administración Reagan. Su modelo fue el poderoso lobby pro-israelí AIPAC. La FNCA, lejos de las acciones paramilitares de otros grupos, operó dentro del sistema: financiando campañas, relacionándose con medios y recaudando fondos.
Figuras como Jorge Mas Canosa se convirtieron en iconos de una comunidad que pronto empezó a colocar a sus representantes en cargos locales, estatales y federales, desde Manolo Reboso en la comisión de Miami en 1970 hasta Ileana Ros-Lehtinen y Lincoln Díaz-Balart en el Congreso años después.
La construcción del mito del poder decisivo
La narrativa de un «lobby cubano» todopoderoso que dicta la política hacia Cuba desde los pasillos de Washington se construyó cuidadosamente. Como explica Elier Ramírez Cañedo, su activismo constante y el apoyo inicial de una serie de administraciones presidenciales crearon «una falsa imagen de que en ellos descansaba la política hacia Cuba y que los políticos estadounidenses que se apartaran de su línea serían castigados perdiendo los votos de un Estado tan definitorio como La Florida».
Esta percepción se alimentaba de la visible sobrerepresentación de la comunidad en el gobierno federal. González Delgado (2023) señala que entre 2000 y 2014, 12 cubanoamericanos ocuparon escaños en el Congreso, convirtiéndolos en «una minoría claramente sobrerrepresentada».
La fantasía construida en Little Havana y su papel en el acoso político contra Cuba
En las pasadas elecciones generales del 2024, el número de cubanoamericanos electos al Congreso disminuyó a cinco, con María Elvira Salazar, Mario Díaz-Balart, Carlos Giménez y Nicole Malliotakis en la Cámara de Representantes y Ted Cruz en el Senado. Desde el 20 de enero de este año, Marco Rubio ocupa el puesto de Secretario de Estado.
Este éxito, sin embargo, era más cuantitativo que cualitativo en lo que a política exterior se refiere.
La realidad de los números y el desvanecimiento del mito
Tras la fachada de influencia incontestable, los investigadores presentan datos que demuestran lo contrario. Arboleya Cervera y Ramírez Cañedo coinciden en que la comunidad cubanoamericana representa apenas el 5% del electorado de Florida y alrededor del 1% a nivel nacional. Estos números, por sí solos, desmontan la idea de que son un votante decisivo en las elecciones presidenciales.
Arboleya es contundente: «la importancia del voto cubanoamericano ha sido bastante exagerada, ya que apenas tiene relevancia más allá el enclave miamense y ni siquiera en esta región ha determinado el triunfo del candidato presidencial republicano en múltiples elecciones».
Su influencia, argumenta, es «insignificante» en temas domésticos de escala nacional, pero adquiere una relevancia artificial en el tema cubano, «en el cual el interés del resto de la sociedad es más limitado, otorgándoles un protagonismo que sobrepasa su influencia real».
La creciente división generacional e ideológica dentro de la propia comunidad, evidenciada en el sólido apoyo a Barack Obama y luego el respaldo a Donald Trump, fragmenta aún más su poder electoral. González Delgado apunta que esta división «disminuye la importancia del mismo a nivel nacional».
La evidencia empírica: cuando Washington decide
La prueba más fehaciente de que el lobby cubanoamericano es un instrumento y no el diseñador de la política hacia Cuba son los momentos históricos en los que sus demandas chocaron frontalmente con los intereses del gobierno de EE.UU. y fueron ignoradas.
Ramírez Cañedo expone dos ejemplos paradigmáticos:
- El caso de Elián González (2000): La comunidad cubanoamericana de Miami se movilizó con ferocidad para evitar que el niño regresara con su padre en Cuba. Sin embargo, la administración de Bill Clinton, priorizando el derecho parental y una solución diplomática ante la presión del gobierno y pueblo cubano, actuó con firmeza y devolvió al menor a su familia. El poder del lobby fue completamente rebasado por el poder del Estado.
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- El restablecimiento de relaciones (2014): El anuncio del presidente Obama el 17 de diciembre de 2014 de restablecer las relaciones diplomáticas con La Habana fue un terremoto político. Se hizo a contrapelo de las férreas demandas de la FNCA y figuras como Marco Rubio e Ileana Ros-Lehtinen, quienes se mostraron acérrimamente en contra. La decisión demostró que cuando la Casa Blanca identifica un interés nacional estratégico (en este caso, un acercamiento para ejercer influencia por otros medios), los deseos del lobby son marginados.
Estos episodios demuestran una verdad fundamental que Ramírez Cañedo sintetiza perfectamente:
«La política de los Estados Unidos hacia Cuba siempre ha sido una Política de Estado. El llamado lobby cubanoamericano ha sido una pieza funcional a los intereses de Washington contra Cuba desde su origen. Ha sido un instrumento de la política, más que la política misma».
Un instrumento útil, pero no un poder absoluto
La comunidad cubanoamericana es, sin duda, la comunidad hispana más representada políticamente y una de las más favorecidas por leyes migratorias excepcionales en la historia de EE.UU. Logró capitalizar el contexto de la Guerra Fría y el trato preferencial para construir un enclave de poder en el sur de Florida y proyectar una imagen de influencia descomunal.
Sin embargo, como demuestran las investigaciones de Arboleya Cervera, González Delgado y Ramírez Cañedo, esa influencia tiene límites muy claros. Su peso electoral es estadísticamente marginal a nivel nacional, su comunidad está cada vez más dividida y, lo más importante, su agenda contra Cuba solo avanza en la medida en que se alinea con los intereses del Estado norteamericano.
Cuando chocan con ellos, como en los casos de Elián González y el deshielo de Obama, su poder se revela como lo que siempre ha sido: una ilusión útil, un instrumento en la caja de herramientas de una política de hostilidad que Washington diseña y ejecuta según sus propios y amplios intereses geopolíticos.
El mito del lobby todopoderoso se desvanece ante la evidencia: es un actor secundario en una obra escrita y dirigida por otros.
Para escribir este artículo se utilizaron como fuentes La comunidad cubanoamericana y la política de Estados Unidos hacia Cuba (2023) de Dalia González Delgado, Estados Unidos-Cuba: ocho mitos de una confrontación histórica de Elier Ramírez Cañedo (2023) y Cuba y los cubanoamericanos: El fenómeno migratorio cubano (2013) de Jesús Arboleya Cervera.

