Netanyahu all’ONU

Carlos Fazio

Il 26 settembre, in mezzo alla pulizia etnica e al genocidio ininterrotto a Gaza, in un’operazione di propaganda e guerra psicologica, Benjamin Netanyahu – massimo esponente del “terrorismo all’ingrosso” (come lo definì Noam Chomsky) nell’attuale congiuntura – è salito sul podio dell’Assemblea Generale dell’ONU per difendere con arroganza e trucchi sporchi i crimini dello Stato di Israele contro l’umanità nella Palestina occupata, in Libano, Iran e Yemen.

Lo ha fatto vestito esattamente come aveva fatto il lunedì precedente Donald Trump: camicia bianca, giacca blu, cravatta rossa; i colori della bandiera USA. Un dettaglio che potrebbe interpretarsi come un cenno subliminale ai mecenati giudeo-statunitensi di entrambi: da un lato l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), agente di fatto di Tel Aviv negli USA, dall’altro le chiese evangeliche che vedono come Israele un passaggio fondamentale verso l’avvento di una nuova era di Dio.

In mezzo al crescente isolamento internazionale, la presenza di Netanyahu davanti a un’Assemblea Generale che, in segno di ripudio, ha abbandonato la sala lasciandola praticamente vuota, potrebbe essere parte di quella che Max Blumenthal ha descritto come una guerra ibrida di Israele negli USA, focalizzata sulla propaganda e sul controllo dei mezzi di comunicazione.

Gli USA sono la retroguardia insostituibile dello Stato ebraico, senza il cui sostegno economico, militare, politico e diplomatico Israele semplicemente cesserebbe di esistere. Il controllo di quella retroguardia è vitale per il regime sionista, ma questo quadro ha cominciato a sgretolarsi da quando Netanyahu ha trascinato la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in una spirale di guerra senza fine e di crudeltà infinita.

Questa guerra ibrida potrebbe includere anche un tentativo di controllo dei danni da parte di Netanyahu a fronte delle pressioni esercitate sul propagandista conservatore Charlie Kirk, il cui assassinio – frutto di un complotto – ha accelerato la crisi interna del movimento MAGA (Make America Great Again), principale base sociale di Trump.

Il movimento Turning Point USA (TPUSA, Punto di Svolta USA), fondato da Kirk, fu finanziato da istituzioni neoconservatrici e filo-israeliane come il David Horowitz Freedom Center. Dopo un viaggio in Israele, Kirk aveva descritto il paese come una fortezza militarizzata e sorvegliata e, più di recente, aveva messo in dubbio la versione ufficiale del 7 ottobre, affermando che a Gaza fosse in corso una pulizia etnica. Aveva inoltre dichiarato che Jeffrey Epstein era un agente del Mossad.

Un punto di svolta fu la conferenza del movimento TPUSA lo scorso luglio, che figure conservatrici come Tucker Carlson, Megyn Kelly e il comico ebreo antisionista Dave Smith trasformarono in una piattaforma di denuncia del massacro di Gaza e dell’indebita influenza del regime israeliano negli USA.

Kirk aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe potuto essere eliminato da agenti pro-israeliani (o da “Zelensky e la sua muta di gangster”), e dopo il suo assassinio una parte importante dell’universo MAGA accusò Israele di averlo giustiziato.

Intervistato dal canale USA Newsmax, Netanyahu ha smentito queste “teorie cospirative”. In un’altra intervista con Steve Bannon, dirigente del movimento MAGA, sul sito web Breitbart – megafono del settore più radicale – Netanyahu ha affermato che criticare Israele significava essere antistatunitense e anti-Trump. Bannon ha risposto che ai cittadini USA non interessano le sue opinioni sul movimento MAGA, aggiungendo crudamente: “a loro interessa smascherare le tue menzogne patologiche per tenerci fuori dalla tua prossima guerra”.

L’altro fronte aperto di Netanyahu all’ONU è stato il blocco composto da Regno Unito, Canada, Australia, Portogallo, Francia, Belgio, Lussemburgo, Malta e Andorra, che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Netanyahu ha definito i dirigenti di quei paesi “dirigenti vigliacchi” che premiano gli “assassini di ebrei”.

Perché paesi imperialisti come Regno Unito e Francia hanno infine riconosciuto lo Stato palestinese, fatto che lo storico israeliano Ilan Pappé ha definito un “calice avvelenato”? Pappé ha giudicato obsoleta e morta la soluzione dei due Stati: una formula impraticabile e immorale, fondata sull’ingiustizia.

Secondo lui, quel riconoscimento non dovrebbe considerarsi né un “momento storico” né un “punto di svolta”, benché abbia un “significato simbolico” come contrattacco all’attuale strategia israeliana di cancellare la Palestina come popolo, nazione, paese e storia. Esso trasmette una certa disponibilità di alcuni governi occidentali a scontrarsi con Israele e con gli USA sul futuro della Palestina.

Tale riconoscimento implica che i territori occupati costituiscono ora lo Stato di Palestina. Per questo Pappé invita a rimanere vigili e molto diffidenti quando Francia e alleati parlano del “giorno dopo”, perché quella soluzione potrebbe trasformarsi pericolosamente in un’altra farsa di pace, capace di sostituire una forma di colonialismo con un’altra più accettabile per l’Occidente.

Ha ricordato che l’egocentrico Emmanuel Macron ha ribadito il suo impegno con Israele e la sua avversione verso Hamas, avvertendo i palestinesi che soltanto l’Autorità Palestinese li rappresenterebbe e che il nuovo Stato sarebbe smilitarizzato. Non ha fatto alcun riferimento al genocidio né a sanzioni contro Israele. Inoltre, sostenere che i palestinesi desiderino un bantustan amministrato dall’Autorità Palestinese dimostra un completo distacco dalla realtà.

Quel riconoscimento è dunque un’arma a doppio taglio: finché il sionismo continuerà a dominare ideologicamente la realtà della Palestina storica – che si estende dal fiume al mare – non ci sarà autodeterminazione, libertà né liberazione palestinese.

(Tratto da La Jornada)


Netanyahu en la ONU

Por: Carlos Fazio

El 26 de septiembre, en medio de la limpieza étnica y el genocidio continuado en Gaza, en una operación de propaganda y guerra sicológica, Benjamin Netanyahu –máximo exponente del “terrorismo al por mayor” (Noam Chomsky dixit) en la coyuntura– subió al podio de la Asamblea General de la ONU a defender con soberbia y trucos sucios los crímenes del Estado de Israel contra la humanidad en la Palestina ocupada, Líbano, Irán y Yemen.

Lo hizo ataviado igual que lo había hecho el lunes anterior Donald Trump: camisa blanca, saco azul, corbata roja; los colores de la bandera de EU. Lo que podría interpretarse como un guiño subliminal a los mecenas judío-estadunidenses de ambos, el Comité de Asuntos Públicos Estados Unidos-Israel (AIPAC), un agente de facto de Tel Aviv en EU, y el integrado por iglesias evangélicas que ven a Israel como un paso fundamental hacia el advenimiento de una nueva era de Dios.

En medio del creciente aislamiento internacional, la presencia de Netanyahu ante una Asamblea General, que en señal de repudio abandonó la sala dejándola prácticamente vacía, podría ser parte de lo que Max Blumenthal describió como una guerra híbrida de Israel en EU focalizada en la propaganda y el control de los medios de comunicación.

EU es la retaguardia insustituible del Estado hebreo, sin cuyo apoyo económico, militar, político y diplomático simplemente desaparecería. El control de esa retaguardia es vital para el régimen sionista, pero ese marco ha comenzado a desmoronarse desde que Netanyahu sumió a la franja de Gaza y Cisjordania en una espiral de guerra sin fin y crueldad infinita.

Esa guerra híbrida podría incluir un intento de control de daños de Netanyahu por las presiones ejercidas sobre el propagandista conservador Charlie Kirk, cuyo asesinato, resultado de un complot, aceleró la crisis al interior del movimiento MAGA (Make America Great Again), principal base social de Trump.

El movimiento Turning Point USA (TPUSA, Punto de inflexión EU), de Kirk, fue financiado por instituciones neoconservadoras y filoisraelíes, como el David Horowitz Freedom Center. Tras viajar a Israel, Kirk consideró al país una fortaleza militarizada y vigilada, y últimamente había puesto en duda la versión oficial sobre el 7 de octubre y afirmó que estaba en curso la limpieza étnica de Gaza. También dijo que Jeffrey Epstein era agente del Mossad.

Un punto de inflexión fue la cumbre del movimiento TPUSA en julio pasado, que figuras conservadoras como Tucker Carlson, Megyn Kelly y el cómico antisionista judío Dave Smith transformaron en una plataforma de denuncia de la masacre de Gaza y la indebida influencia del régimen israelí en EU.

Kirk había dicho públicamente que podría ser eliminado por agentes proisraelíes (o por “Zelensky y su jauría de gánsters”), y tras su asesinato una parte importante del universo MAGA acusó a Israel de haberlo ejecutado.

Entrevistado por el canal estadunidense Newsmax, Netanyahu desmintió esas “teorías conspirativas”. En otra entrevista con el líder del movimiento MAGA, Steve Bannon, en el sitio web Breitbart –megáfono del sector más radical–, Netanyahu afirmó que criticar a Israel significaba ser antiestadunidense y anti-Trump. Bannon respondió que a los ciudadanos de EU no les importan sus opiniones sobre el movimiento MAGA, y añadió crudamente: “les interesa desenmascarar tus mentiras patológicas para mantenernos al margen de tu próxima guerra”.

El otro frente de Netanhayu en la ONU fue el bloque integrado por Reino Unido, Canadá, Australia, Portugal, Francia, Bélgica, Luxemburgo, Malta y Andorra, que reconoció al Estado de Palestina, y a cuyos dignatarios llamó “líderes cobardes” que recompensan los “asesinatos de judíos”.

¿Por qué países imperialistas como Reino Unido y Francia reconocieron finalmente al Estado palestino, hecho que el historiador israelí Ilan Pappé llamó un “cáliz envenenado”? Pappé calificó obsoleta y muerta la solución de dos Estados, una fórmula impracticable e inmoral basada en la injusticia.

Dijo que ese reconocimiento no debería considerarse un “momento histórico” ni un “punto de inflexión”, aunque tiene un “significado simbólico” como contrataque a la actual estrategia israelí de eliminar a Palestina como pueblo, nación, país y como historia, y transmite cierta disposición de gobiernos occidentales a confrontar a Israel y EU sobre el futuro de Palestina.

Tal reconocimiento implica que los territorios ocupados constituyen ahora el Estado de Palestina. Por eso, Pappé llama a estar alertas y ser muy desconfiados cuando Francia y sus aliados hablan del “día después”, ya que esa solución podría convertirse peligrosamente en otra farsa de paz que sustituya una forma de colonialismo por otra más aceptable para Occidente.

Recordó que el egocéntrico Emmanuel Macron reiteró su compromiso con Israel y su aversión a Hamás, y advirtió a los palestinos que sólo la Autoridad Palestina los representaría y el nuevo Estado sería desmilitarizado. No mencionó el genocidio ni las sanciones contra Israel. Además, afirmar que los palestinos desean un bantustán de la Autoridad Palestina demuestra desapego de la realidad.

Tal reconocimiento es un’arma de doble filo: mientras el sionismo domine ideológicamente la realidad de la Palestina histórica –que se extiende desde el río hasta el mar–, no habrá autodeterminación, libertad ni liberación palestina.

(Tomado de La Jornada)

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