Il nuovo anno è iniziato solo da 36 giorni e gli omicidi mirati in Colombia hanno raggiunto la cifra di 22 Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto per lo sviluppo e gli studi sulla pace (Indepaz).
Il presidente del partito Partito Alternativo Rivoluzionario del Comune (FARC), Rodrigo Londoño, ha espresso la sua solidarietà con Cuba e ha respinto le accuse del governo di Iván Duque sulla presunta ingerenza del Paese caraibico nelle prossime elezioni in Colombia.
La comunità del dipartimento del Chengue, nel nord della Colombia, ricorda nel 17 gennaio il massacro, avvenuto venti anni fa nel 2001, fatto dai paramilitari delle AUC, Autodefensas Unidas de Colombia, in cui vennero massacrati 27 contadini. Per quanto riguarda massacri, assassinii di leader sociali e di ex guerriglieri il 2021 è finora in continuità con quanto accadde a El Chengue e nei successivi venti anni, innanzitutto nello scorso 2020. Un vero e proprio genocidio che da anni percorre la storia della Colombia insanguinandola.
Nei giorni scorsi l’opposizione politica colombiana si è unita per chiedere al presidente Ivan Duque di fermare il deterioramento dei rapporti con Cuba, fragili a causa della cecità di un governo allineato con gli USA.
Mercoledì 6 gennaio, una turba incoraggiata da Donald Trump e composta da diversi settori dell’alt-right USA ha assaltato, con la forza, il Campidoglio e realizzato uno spettacolo che mostrava la decomposizione di un regime incapace di aggregare la comunità politica di un impero in declino.
Un mese fa, da Miami, convocavano “la prima protesta di massa” all’Avana, davanti al Campidoglio, sede del parlamento. Lì “ci sarà tutta la stampa estera, non ci faranno niente”, dicevano sulle reti sociali (1). Forse c’era la stampa, sì, ma ovviamente … nessuna protesta. Ma vi immaginate se un gruppo di persone fosse riuscito ad entrare, con la forza, nel Campidoglio cubano e che si fossero prodotte cinque morti, come a Washington?
Il rapporto, che copre il periodo dal 26 settembre al 28 dicembre 2020, conta 248 morti nel Paese latinoamericano.
La Missione di verifica delle Nazioni Unite in Colombia ha annunciato nel suo rapporto che dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), 248 ex combattenti sono stati uccisi, 73 dei quali nel corso del 2020.
In Colombia il 2020 si è concluso nel peggiore dei modi e il nuovo anno non sembra essere migliore. Infatti nel paese sud americano lo scorso anno sono stati ben 309 i leader sociali e difensori dei diritti umani assassinati dalle bande paramilitari secondo i dati forniti dall’ong. Indepaz.
La Colombia è sempre stata un paese scosso dalla violenza, ma il 2020 è stato un anno particolarmente pieno di dolore e grondante sangue. Anche il 2021 è iniziato come aveva finito il 2020, con l’ assassinio di una ex guerrigliera delle FARC-EP, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo, Yolanda Zabala Mazo, di 22 años, nome di battaglia Liliana Estrada.
L’ accordo di pace tra governo e Farc-Ep fu firmato due volte. La prima volta il 26 settembre 2016, e dopo in un referendum ottenne un NO, L ‘Accordo Finale fu firmato il 24 novembre al Teatro Colón di Bogotá, dopo l’inserimento di profonde modifiche suggerite dai promotori del NO nel Plebiscito per la Pace, ma da allora il cammino della pace è stato più di spine che di rose.
Nel mezzo del cataclisma politico e giudiziario che vive la Colombia con il paramilitarismo, i massacri ed il coronavirus perseguitando la popolazione in generale, appare di nuovo sui tabloid fisici e digitali un criminale iconico delle temute Unità di Autodifesa della Colombia (UAC): Salvatore Mancuso.
La giustizia colombiana ha aperto circa 60 indagini contro Álvaro Uribe, più di una dozzina di esse presso la Corte Suprema e 46 presso la Commissione Investigativa e d’Accusa della Camera dei Rappresentanti.
Le indagini riguardano un’ampia gamma di crimini, stretti legami con il paramilitarismo di estrema destra ed il narcotraffico, oltre 2000 esecuzioni extragiudiziali durante il suo mandato presidenziale (2002-2010), spionaggio e molto altro.
La notizia era nell’aria e ha fatto scalpore: in Colombia, la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato gli arresti domiciliari per l’ex presidente Alvaro Uribe, accusato di frode e corruzione di testimoni. Nell’ordinanza di custodia cautelare, poi trasformata in detenzione domiciliare, si adduce il pericolo che l’ex presidente possa inquinare le prove del processo che lo vede coinvolto e che dovrebbe concludersi massimo entro un anno. Una misura senza precedenti che il potente Uribe, padrino dell’attuale governante Ivan Duque ha immediatamente contestato, unendosi al coro di protesta dei suoi sostenitori.
Una lettera aperta all’opinione pubblica italiana per rendere nota la grave situazione di violazione dei diritti umani.
Nel 2016 lo Stato colombiano e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) hanno firmato un Accordo di Pace, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Fu approvata una riforma rurale che prevedeva la restituzione delle terre sottratte ai contadini – per lo sfruttamento agroindustriale, minerario e per la coltivazione illecita di coca -, ma il governo attuale si oppone all’applicazione degli Accordi e ostacola il lavoro della Commissione per la verità, una delle tre istituzioni del Sistema integrale di Verità, Giustizia, Riparazione e non ripetizione.
L’arrivo in Colombia, all’inizio di giugno, di un contingente di circa 800 soldati statunitensi, con l’abituale pretesto della “lotta al narcotraffico”, ha sollevato un’ondata di proteste nel paese e nel resto dell’America Latina.
I soldati statunitensi opereranno per quattro mesi in varie regioni della Colombia, in particolare nelle aree di confine con il Venezuela: una nuova minacciosa provocazione contro la Repubblica Bolivariana, dopo quelle che si sono già registrate nellescorse settimane.