Denunciando: A proposito de “El Toque”

Arleen Rodríguez Derivet

Questo podcast inizia con un breve frammento della seconda denuncia di “Razones de Cuba” su “El Toque”. È il momento in cui Raúl Capote spiega a Humberto López il legame originale della piattaforma sovversiva con Radio Nederland e, attraverso di essa, con la NED, la USAID e la CIA.

Capote ricorda che all’apogeo della Guerra Fredda, nacquero Radio Europa Libera e altri progetti che a lungo andare si rivelarono determinanti nella rete di azioni esterne orientate a smantellare il socialismo in Europa. Obiettivi simili muovono oggi “El Toque”. Bárbara Betancourt, che condivide questo punto di vista, chiarisce che un’emittente radiofonica non fa cadere processi politici se questi hanno legittimità e forze autentiche.

Proprio in questi giorni ricordiamo i 20 anni del discorso di Fidel nell’Aula Magna, in cui avvertiva che la Rivoluzione non sarebbe stata abbattuta dall’imperialismo, ma poteva autodistruggersi e la responsabilità sarebbe stata dei rivoluzionari che non sarebbero stati in grado di sostenerla.

Fatta questa precisazione, Baby sottolinea il ruolo centrale che, senza dubbio alcuno, svolgono media come “El Toque” per indebolire la credibilità nella dirigenza dei processi.

Si ricorda Radio Swan contro Cuba negli anni ’60, sulla stessa scia di Radio Europa Libera dall’altra parte dell’Atlantico, ma la lista è lunghissima e nell’era di Internet e delle reti sociali a volte diventa infinita.

Riguardo alla testimonianza citata, Reinier Duardo ricorda la storia di Capote come doppio agente dei Servizi di Sicurezza dello Stato e la sua rivelatrice esperienza come soggetto del piano della CIA per costruire dirigenza giovanili subordinate al piano imperialista di “cambio di regime a Cuba”, nel primo decennio di questo secolo.
I fatti, raccolti nel suo libro “Enemigo“, servono per il confronto con gli attuali modi di agire dell’agenzia nordamericana contro Cuba.

Senza dubbio, questo è uno dei periodi più aggressivi della cosiddetta guerra culturale contro la Rivoluzione cubana. Se si apre YouTube da Cuba, la prima cosa che assale l’utente di Internet è una sfilza di materiali su dirigenti e quadri della Rivoluzione che, in diversi periodi, sono stati allontanati dalle loro responsabilità per gravi errori.

Nessuno dei materiali visti suggerisce nemmeno che questi processi mostrino, in qualche modo, la capacità della Rivoluzione di valutarsi criticamente e di allontanare coloro che abbiano commesso errori incompatibili con le loro responsabilità; ma presentano la destituzione come una epurazione e una sorta di destino fatale di tutti i quadri della Rivoluzione. La storia delle migliaia di persone che hanno adempiuto ai loro compiti con onore non trova spazio negli audiovisivi sull’argomento.

Ora è scatenata una feroce campagna contro il Ministero della Cultura e alcuni dei suoi principali quadri. Quando compaiono accuse aggressive contro di loro, senza una sola prova, non poche persone credono a ciò che dicono quelle piattaforme, tra l’altro perché sono le stesse che vivono minando la credibilità istituzionale.

Nelle condizioni che il paese affronta oggi, sicuramente nessuno è esente da errori, ma quando si esaminano il linguaggio e il contenuto delle imputazioni, diventa molto visibile la campagna diffamatoria contro chiunque assuma una responsabilità nella difesa della Rivoluzione dal settore intellettuale e artistico.

È come se stessero inquinando la conversazione sociale con gli stessi mandati e messaggi d’odio delle piattaforme di Miami, dove chi non si dichiara anticomunista viene accusato di essere comunista e può essere bruciato nel rogo del loro odio.

È il caso dell’intensa campagna contro l’ex Viceministro della Cultura Fernando Rojas e persino contro il ministro stesso Alpidio Alonso. Molto tempestivamente, si sono levate molte voci dalla stessa intellettualità artistica e letteraria del paese per respingere il nuovo spettacolo d’odio.

Contro il giornalismo cubano in generale, questa campagna che cerca di intimidire, dividere, frantumare l’unità e indebolire la forza di un settore chiave per la difesa della Rivoluzione, è ancor più virulenta, se possibile.

A questo segmento e in particolare a chi vi parla, sono state dedicate in questi giorni calunnie e infamie senza nome. Io sono tra quelli che credono che alla fine la verità prevarrà, solo se non ci stanchiamo di dirla. Per questo continuiamo a “Denunciando”.


Chapeando: A propósito de El Toque

Por: Arleen Rodríguez Derivet

Este podcast comienza con un breve fragmento de la segunda denuncia de Razones de Cuba sobre El Toque. Es el momento en que Raúl Capote explica a Humberto López el vínculo original de la plataforma subversiva con Radio Nederland y por esa vía con la NED, la USAID y la CIA.

Capote recuerda que en el apogeo de la Guerra Fría, nacieron Radio Europa Libre y otros proyectos que a la larga resultaron determinantes en el entramado de acciones externas orientadas al desmerengamiento del socialismo en Europa. Similares objetivos mueven hoy a El Toque. Bárbara Betancourt, que comparte ese punto de vista, aclara que una emisora de radio no tumba procesos políticos si estos tienen legitimidad y fuerzas auténticas.

Justo por estos días recordamos los 20 años del discurso de Fidel en el Aula Magna advirtiendo que a la Revolución no la tumbaba el imperialismo, pero sí podía autodestruirse y la responsabilidad sería de los revolucionarios que no supieron sostenerla.

Hecha la aclaración, Baby destaca el papel central que sin ninguna duda, cumplen medios como El Toque para debilitar la credibilidad en el liderazgo de los procesos.

Se recuerda Rsdio Swan contra Cuba en los años 60, en la misma línea de Radio Europa Libre al otro lado del Atlántico, pero la lista es larguísima y en la era de Internet y las redes sociales a veces resulta infinita.

En cuanto al testimonio citado, Reinier Duardo recuerda la historia de Capote como doble agente de la Seguridad del Estado y su reveladora experiencia como sujeto del plan de la CIA para construir liderazgos juveniles subordinados al plan imperial de “cambio de régimen en Cuba”, en la primera década de este siglo.

Los hechos, recogidos en su libro “Enemigo”, sirven para la comparación con los actuales modos de actuar de la agencia norteamericana contra Cuba.

Sin dudas este es uno de los períodos más agresivos de la llamada guerra cultural contra la Revolución cubana. Si se abre YouTube desde Cuba lo primero que asalta al internauta es una ristra de materiales sobre dirigentes y cuadros de la Revolución que, en diferentes períodos, fueron separados de sus responsabilidades por errores graves.

Ninguno de los materiales vistos sugiere siquiera que esos procesos muestran, de alguna manera, la capacidad de la Revolución para evaluarse críticamente y separar a quienes hayan cometido errores incompatibles con sus responsabilidades, sino que presentan la destitución como una purga y una suerte de destino fatal de todos los cuadros de la Revolución. La historia de los miles que cumplieron sus tareas con honor no tiene espacio en los audiovisuales sobre el tema.

Ahora se ha levantado una feroz campaña contra el Ministerio de Cultura y algunos de sus principales cuadros. Cuando aparecen agresivas denuncias sobre ellos, sin una sola prueba, no son pocas las personas que creen lo que les dicen esas plataformas, entre otras cosas porque son las mismas que viven minando la credibilidad institucional.

En las condiciones que hoy enfrenta el país, seguramente nadie está libre de errores, pero cuando se repasan el lenguaje y el contenido de las imputaciones, se hace muy visible la campaña sucia contra todo el que asume una responsabilidad en la defensa de la Revolución desde el sector intelectual y artístico.

Como que están contaminando la conversación social con los mismos mandatos y mensajes de odio de las plataformas de Miami, donde el que no se declara anticomunista es acusado de comunista y puede ser incinerado en la hoguera de su odio.

Es el caso de la intensa campaña contra el ex Viceministro de Cultura Fernando Rojas e incluso contra el propio ministro Alpidio Alonso. Muy oportunamente se han levantado muchas voces de la propia intelectualidad artística y literaria del país para rechazar el nuevo show del odio.

Contra el periodismo cubano en general es más virulenta si cabe esa campaña que busca amedrentar, separar, fracturar la unidad y debilitar la fuerza de un sector capital para la defensa de la Revolución.

A este segmento y particularmente a esta servidora le han dedicado en los últimos días calumnias e infamias sin nombre. Soy de las que cree que al final la verdad se impone, sólo si no nos cansemos de decirla. Por eso seguimos Chapeando.

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