Chávez e Fidel: un’amicizia che trasformò la Nostra America

 Un momento storico per incontrarsi

Cris González

Preambolo

Il cambio politico in America Latina all’inizio del XXI secolo ebbe un punto di svolta nel 1999, con l’arrivo al potere del Comandante Hugo Chávez e la sua alleanza strategica con il Comandante Fidel Castro. Questo legame non solo ridefinì le relazioni tra Venezuela e Cuba: diede impulso a un nuovo ciclo regionale caratterizzato dall’espansione del ruolo dello Stato, dall’integrazione regionale e dall’implementazione di politiche sociali massive, senza precedenti dal trionfo stesso della Rivoluzione cubana.

Questo processo coincise con un miglioramento significativo degli indicatori sociali tra il 2000 e il 2010, specialmente in povertà, educazione e alimentazione, secondo dati della CEPAL, della FAO e dell’UNESCO. Non fu casualità né vento favorevole: fu, innanzitutto, una decisione politica sostenuta nel tempo.

Un’alleanza per la storia

Ci sono coppie che segnano epoche, come quella che nel XIX secolo formarono il Liberatore Simón Bolívar e il Gran Maresciallo di Ayacucho, Antonio José de Sucre, definendo la tappa dell’indipendenza di gran parte dell’America del Sud. Salvando le distanze del tempo, qualcosa di quella stessa stirpe storica, due uomini, due processi, una sola causa, può essere riconosciuto in Hugo Chávez e Fidel Castro, la cui diversa nazionalità d’origine non impedì una vicinanza che avrebbe finito per cambiare l’ordine stabilito nella Nostra America.

Sono passati cento anni dalla nascita del leggendario barbuto Fidel Castro Ruz e dieci dalla sua semina (morte ndt). Lo scorso 5 marzo si sono commemorati, inoltre, tredici anni dalla morte del Comandante Hugo Chávez. È possibile che questa amicizia sia durata solo due decenni, ma in un arco di appena un decennio e mezzo riuscirono a promuovere trasformazioni così profonde per la politica binazionale e regionale come nessun’altra alleanza intergovernativa aveva mai conseguito prima.

La relazione tra Fidel e Chávez può essere datata simbolicamente il 13 dicembre 1994, quando fu reso pubblico l’incontro tra entrambi i dirigenti: uno già consolidato nella storia, l’altro appena nato alla vita politica regionale. In un abbraccio che oggi si legge come fondativo, all’Avana, e dopo essere stato ricevuto con tutti gli onori come se si trattasse dell’arrivo di un capo di Stato, il Comandante Fidel Castro aspettò ai piedi della scaletta dell’aereo per dare il benvenuto al giovane Comandante Hugo Chávez. Il llanero fu invitato nelle terre martiane con l’affetto di un capo che già confidava in lui, e questo nonostante mancassero ancora almeno quattro anni perché il tenente colonnello bolivariano arrivasse al potere, un gesto di una lucidità politica notevole per il suo tempo, e significativo per la rotta successiva di entrambi i paesi.

Lo aspettavano, inoltre, a Casa Simón Bolívar all’Avana, dove Chávez fu invitato a tenere una conferenza. Era uscito dal suo confinamento nel carcere di Yare appena mesi prima, il 26 marzo 1994, dove scontò la condanna per aver guidato una ribellione popolare il 4 febbraio 1992, quando pronunciò la frase che lo avrebbe segnato per sempre: «Compagni, purtroppo, per ora, gli obiettivi che ci eravamo proposti non furono raggiunti (…) non riuscimmo a controllare il potere (…) verranno nuove situazioni e il paese deve incamminarsi definitivamente verso un destino migliore.»

Quella visita del 1994 fu il punto di partenza: si rafforzava lì la prassi antiimperialista di entrambi i capi e nasceva un’alleanza che, alcuni anni dopo, avrebbe preso il nome di Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), prima come alternativa all’ALCA e poi come blocco consolidato tra una decina di paesi. Quel nascente organismo sarebbe diventato una forma di relazione tra nazioni radicalmente diversa da quella che fino ad allora reggeva nel continente.

Secolo XXI: inizi della trasformazione dell’America

La trasformazione non colpì solo gli ambiti politico, sociale, economico e ideologico: raggiunse anche la soggettività di milioni di persone. La popolazione legata alla sinistra e al progressismo constatò, molte volte per la prima volta nella sua vita, che era possibile arrivare al potere e contendere il governo alla destra. Nell’ambito comunicazionale si generò una nuova forma di relazione a partire dalla creazione di media e reti che permisero che le idee bolivariane si espandessero come un’onda d’urto. Per la prima volta dal trionfo di Salvador Allende in Cile, la sinistra tornava a contendere elezioni con percentuali di voto alte in diversi paesi latinoamericani.

Nella sfera dell’alta politica e della diplomazia, entrambi erano d’accordo sul principio bolivariano di unità regionale, ciò che diede impulso a un nuovo paradigma di integrazione. Capi di Stato di destra e di sinistra scommisero, ciascuno per le proprie ragioni, su iniziative di unità e firmarono la loro adesione a proposte come UNASUR e CELAC, o permisero l’ingresso di paesi di sinistra a sistemi di integrazione tradizionali come il Mercosur. Era la forza delle convinzioni che imperava in quei primi anni della Rivoluzione Bolivariana, il cui capo sostenne la promessa che aveva fatto a Fidel nel 1994, una bandiera, una lotta unita per le nazioni libere del sud globale.

Nascita dell’ALBA («ALCA, ALCA, vaffa»)

L’ALBA nasce formalmente il 14 dicembre 2004, fondata da entrambi i comandanti. Due anni dopo entra la Bolivia; poi Ecuador, Nicaragua, San Vicente e Grenadine, Grenada, Saint Kitts e Nevis, e Antigua e Barbuda. Sotto il suo tetto nasce Petrocaribe, un sistema promosso dal Venezuela che permetteva ai paesi membri dell’ALBA, e ad alcuni associati caraibici e centroamericani, di ottenere combustibile a prezzi accessibili, accompagnato da politiche pubbliche di accesso per le grandi maggioranze disagiate.

Questa visione articolò un progetto regionale alternativo al consenso neoliberale dominante degli anni novanta. L’ALBA è anche prodotto di un’ardua lotta regionale contro l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), e ebbe tra i suoi grandi obiettivi iniziali impedire che quel progetto incorporasse l’America Latina. Indimenticabile motto «ALCA, ALCA, al carajo», scandito da Chávez con il sostegno di un enorme movimento di masse.

Chávez elevò alla politica mondiale un dibattito che già portava avanti, almeno, dieci anni all’interno di partiti politici, sindacati e organizzazioni sociali di tutto il continente, che si opponevano a quel progetto nordamericano dal 1991, e che finalmente si sarebbe firmato, o, meglio detto, non si sarebbe firmato, nel novembre 2005 durante il IV Vertice delle Americhe. Diceva Chávez che non bastava opporsi alle cose: bisognava generare e coesionare un’alternativa.

L’ALCA era un piano promosso dagli USA con l’intenzione di riconfigurare la mappa politica dopo la caduta del Muro di Berlino e la scomparsa del blocco socialista, stabilendo che le relazioni tra i paesi si sarebbero ordinate per regole basate principalmente sul commercio globale. Nasceva, inoltre, il linguaggio della globalizzazione. Quel piano approfondiva il già invalicabile divario di disuguaglianza che il continente subiva, allargando la massa di poveri e di persone in estrema povertà, colpite dalla marginalizzazione nell’accesso alle risorse di base, all’educazione e alla salute. Di fronte a quell’intenzione di perpetuare la precarietà sociale, l’unità tra i due dirigenti, materializzata nell’ALBA, cominciò a risolvere.

Sotto l’egida dell’ALBA si comincia a costruire un nuovo paradigma di unità regionale. Al di sopra delle differenze ideologiche, si creano UNASUR e la CELAC, quest’ultima, un organismo che riuscì a superare il modello interventista e filoamericano dell’OSA. Dall’altro lato, si tenta di rafforzare il Mercosur affinché non fosse solo una relazione tariffaria e commerciale, ma, soprattutto, un’alleanza politica regionale che rafforzasse le repubbliche esistenti; un’alleanza socioculturale capace di aiutare a risolvere le profonde disuguaglianze sociali dell’America Latina.

È, forse, il tentativo più reale di fare giustizia alle lotte delle grandi maggioranze emarginate, una forma di cominciare a superare le gravi conseguenze della conquista europea che, oltre ai massacri di popoli indigeni, portò con sé la schiavitù, il più grande traffico di esseri umani della storia, la brutalità con cui cominciò a vivere la diaspora africana nel continente americano, e la marginalizzazione che impose la nuova civiltà invasora in avanti.

L’unità di entrambi i dirigenti riunisce, allora, un cumulo di saperi sulla realtà storica dei popoli, risultato di un lascito di lotte anticoloniali, così come dell’enorme conoscenza e della presa di coscienza sul destino di miseria dei popoli più poveri del Sud Globale.

È nel novembre 2005, nel vertice alternativo al IV Vertice delle Americhe a Mar del Plata, dove si intendeva firmare l’ALCA, che le masse popolari irrompono in tutta la città e dichiarano il loro rifiuto a quella normativa imperiale. La contesa tra il presidente USA, George W. Bush, e i presidenti Chávez, Lula da Silva e Néstor Kirchner definì la rotta verso il precipizio della cosiddetta Area di Libero Commercio. Non ci fu firma. L’ALCA fallì.

L’alleanza Chávez-Castro come asse articolatore

Come contesto previo, l’America Latina e i Caraibi affrontavano alla fine degli anni novanta una crisi e stagnazione sociale descritte nei rapporti della CEPAL dell’epoca: «aumento della disoccupazione, stagnazione e innalzamento degli indici di povertà.» Questo scenario rifletteva i limiti del modello neoliberale applicato durante il decennio del 1990 e generò le condizioni per una svolta politica in diversi paesi.

Dal 1999, la cooperazione tra Venezuela e Cuba stabilì uno schema di scambio basato principalmente su petrolio in cambio di alimenti e servizi. A partire dall’approvazione della nuova Costituzione bolivariana si firma il Convenio Integral de Cooperación Cuba-Venezuela, formalizzato il 30 ottobre 2000. Il suo obiettivo fu rafforzare la cooperazione bilaterale mediante lo scambio di beni, servizi e assistenza tecnica per promuovere lo sviluppo economico e sociale di entrambi i paesi. Nella sua fase iniziale, il Venezuela si impegnò a fornire una quantità di barili giornalieri; Cuba avrebbe compensato parte di quella fornitura con la prestazione di servizi specializzati, coordinati attraverso una Commissione Mista creata per valutare e ampliare i programmi di cooperazione.

Questo modello permise, da un lato, di porre fine al cosiddetto Periodo Speciale a Cuba, e dall’altro, di espandere rapidamente i programmi di salute e alfabetizzazione nei settori vulnerabili del Venezuela. A partire dalla nuova Legge Organica degli Idrocarburi, Chávez promosse l’internazionalizzazione delle missioni sociali, Missione Miracolo, Io sì posso, assistenza tecnica e riabilitazione a persone con disabilità, identificazione, servizi di base, agricoltura, accesso all’università, massificazione della consegna di lampadine a risparmio energetico, tra le altre, così come l’ampliamento della Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM), che si propose di formare grandi battaglioni di medici e mediche al servizio di quell’accumulato storico di poveri del Sud Globale, rafforzando l’esperienza che anni prima aveva già promosso Fidel.

Mappa progressista

Durante il decennio del 2000, l’arrivo di governi progressisti si estese a Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia ed Ecuador in Sudamerica, e a Nicaragua, El Salvador e Honduras in Centroamerica, aggiungendosi Grenada, San Vicente e Grenadine, Antigua e Barbuda, e Saint Kitts e Nevis.

Questi governi promossero l’investimento sociale al di sopra del vecchio concetto di spesa pubblica, il salvataggio e la distribuzione collettiva della ricchezza, e l’espansione di politiche pubbliche inclusive. Portarono alla pratica assemblee costituenti per redigere nuove costituzioni che riflettessero le domande popolari, e un nuovo paradigma di integrazione che bilanciasse le grandi asimmetrie della regione: un’architettura finanziaria propria, il commercio intra-ALBA, la Banca dell’ALBA, il Sucre come unità di conto regionale, e, con uno sguardo più ampio, l’impulso di una Banca del Sud capace di riunire riserve statali, crediti e sostenere un nuovo sistema finanziario.

In sintesi, le missioni sociali furono il braccio esecutivo dell’ALBA. Sostenute nella solidarietà mutua, ebbero l’obiettivo chiaro di ridurre lo storico divario di disuguaglianza tra i popoli e la trama di marginalizzazione che, anno dopo anno, spinge più persone verso la precarietà. Di fronte a questa realtà, Fidel e Chávez promossero programmi per assistere settori storicamente esclusi in aree critiche, un modello di cooperazione tecnica e sociale che si convertì nell’essenza stessa dell’ALBA: dare priorità allo scambio umano su quello mercantile.

I programmi di alfabetizzazione «Yo, sí puedo» e «Yo sí puedo seguir», progettati a Cuba, utilizzavano una metodologia di associazione di immagini, numeri e lettere, divisa in tre tappe: istruzione, insegnamento di lettoscrittura e consolidamento. Questa missione riuscì ad alfabetizzare più di dieci milioni di persone in trenta paesi, con un metodo audiovisivo che permette di imparare a leggere e scrivere in circa tre mesi e mezzo, riconosciuto dall’UNESCO e adattato ad almeno nove lingue. Più che insegnare a leggere, queste missioni cercarono di rompere lo stigma dell’analfabetismo, favorire l’autonomia, e promuovere l’incorporazione al sistema educativo, la partecipazione politica e l’integrazione sociale dei suoi beneficiari.

La Missione Miracolo fu una delle più emblematiche dell’ALBA: realizzò interventi chirurgici gratuiti a persone con patologie oftalmologiche, cataratta e pterigio, che non avevano accesso a servizi medici privati. Sotto una logica di solidarietà internazionale, furono inviate brigate mediche e tecniche cubano-venezuelane, o furono trasferiti i pazienti a centri specializzati a Cuba, Venezuela e Bolivia, restituendo la vista a milioni di persone a basso reddito.

In modo simile, la missione di aiuto alle persone con disabilità abbracciò tutti i paesi dell’ALBA, Moto Méndez in Bolivia, Manuela Espejo in Ecuador, Todos con Vos in Nicaragua, sviluppata dal 2009 sotto supervisione di specialisti ed esperti dei paesi ALBA, guidati da medici e mediche cubane, con l’obiettivo di identificare, registrare e assistere integralmente questa popolazione: studi bio-psicosociali, clinici e genetici, registro georiferito per progettare politiche pubbliche, assistenza medica specializzata, consegna di ausili tecnici, sedie a rotelle, bastoni, materassi antidecubito, deambulatori, e, in alcuni paesi, accesso a riabilitazione, alloggio e sostegno economico permanente.

Queste missioni fanno parte di un modello di assistenza sociale che dà priorità ai diritti umani fondamentali, e il loro impatto si riflette direttamente nella qualità della vita e nello sviluppo integrale di comunità che, fino ad allora, erano state invisibili per lo Stato.

Fu la Legge degli Idrocarburi, una delle grandi scommesse di Chávez per recuperare il controllo delle risorse strategiche, l’asse centrale del piano di integrazione e unità regionale, attraverso il quale furono firmati accordi bilaterali che permisero di materializzare le grandi missioni sociali ed energetiche del XXI secolo. I paesi membri dell’ALBA ricevettero petrolio in condizioni di finanziamento preferenziale, ciò che permise di sostenere, inoltre, altri programmi sociali di alloggio, sicurezza alimentare ed educazione.

Il miglior amico di Cuba

Uno dei punti più rilevanti del governo di Chávez fu la proposta di socialismo bolivariano, nome con cui fu conosciuto popolarmente il modello politico, economico e sociale che promosse. A differenza del termine «socialismo del XXI secolo», che conta con uno sviluppo teorico previo, il socialismo bolivariano si fonda direttamente sul pensiero e sui discorsi dello stesso Chávez, che lo presentò come una proposta ispirata all’insieme di idee di Simón Bolívar, Simón Rodríguez e Ezequiel Zamora.

Chávez sosteneva che questo modello dovesse differenziarsi tanto dal capitalismo quanto dal socialismo sovietico. Nel V Foro Sociale Mondiale, celebrato a Porto Alegre il 30 gennaio 2005, affermò: «Io ogni giorno mi convinco di più: capitalismo o socialismo. Non ho il minimo dubbio. È necessario trascendere il capitalismo. Ma il capitalismo non si trascende dall’interno del capitalismo stesso; al capitalismo bisogna trascenderlo per la via del socialismo, del vero socialismo, con uguaglianza e giustizia.» (Chávez, 2005)

Nello stesso discorso aggiunse: «Bisogna reinventare il socialismo.» Per Chávez, quel socialismo doveva essere democratico, partecipativo, umanista e profondamente latinoamericano. Il Progetto Nazionale Simón Bolívar, Primo Piano Socialista della Nazione (2007-2013), sviluppò quei principi e stabilì come obiettivi la costruzione di una società basata sull’uguaglianza, la giustizia sociale, la democrazia partecipativa, la sovranità nazionale e nuove forme di proprietà sociale e produzione, rafforzando il potere popolare mediante consigli comunali, comuni e altre forme di organizzazione cittadina.

Il suo governo trasformò radicalmente la struttura politica, sociale ed economica del Venezuela mediante la nazionalizzazione di industrie strategiche, e aiutò a risolvere problemi urgenti per i governi progressisti che appena assumevano il potere in Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile, Bolivia, Ecuador, El Salvador, Honduras e le isole dei Caraibi orientali, oltre a contribuire a superare la grave crisi che affrontava Cuba durante il Periodo Speciale.

Dopo la morte del Comandante Chávez, il 5 marzo 2013, Fidel descrisse sul quotidiano Granma che, sebbene conoscessero lo stato critico della sua salute, la notizia li «colpì con forza», e lo definì come qualcuno la cui grandezza nemmeno lui stesso sospettava.

L’accumulato di conoscenza e sensibilità storica di entrambi i mandatari permise loro non solo di sognare, ma di constatare, che era possibile un continente con giustizia sociale. Le trasformazioni politiche che promossero modificarono le condizioni materiali di milioni di persone, con nuove costituzioni e leggi che rifondarono lo Stato con un chiaro focus sulla democrazia partecipativa e il protagonismo popolare.

In politica estera, l’ALBA guidò una postura antiimperialista, promosse l’integrazione regionale e promosse organizzazioni come Petrocaribe, UNASUR e CELAC, e strinse spazi di commercio con Iran, Russia e Cina. Una delle proposte di Chávez fu la creazione di imprese multistatali in telecomunicazioni, elettricità, cemento e petrolio, così come una grande industria alimentare capace di eradicare la fame nella regione. L’ALBA propose e portò alla pratica l’inclusione sociale, la sovranità alimentare e la partecipazione popolare nelle grandi decisioni, appena una parte dei suoi risultati tangibili e intangibili.

Uno degli impatti più notori dell’alleanza Chávez-Fidel a Cuba fu la fine del Periodo Speciale, quel lungo ciclo di crisi economica iniziato all’inizio degli anni novanta. Con il trionfo di Chávez nel 1998 inizia una tappa di prosperità relativa, grazie allo scambio non solo con il Venezuela, ma con l’insieme della regione. Il Venezuela fu il principale socio commerciale di Cuba fino al 2018, quando le sanzioni internazionali depressero l’economia bolivariana, cinque anni dopo la morte di Chávez, gettando il paese caraibico in una tappa dalla quale, sotto il blocco, lotta ancora per uscire.

Questa è, forse, un’altra delle ragioni per cui Fidel affermò pubblicamente, in più di un’occasione, che Hugo Chávez fu «il miglior amico che ebbe il popolo cubano nel corso della sua storia»: lo vide come un compagno ideologico e un alleato strategico, spesso paragonandolo a figure storiche come Simón Bolívar. Durante il suo mandato, Chávez promosse una cooperazione che incluse la fornitura di fino a 100000 barili giornalieri di petrolio a Cuba in condizioni preferenziali, diventando il principale socio economico dell’isola nel XXI secolo.

Attualmente, Cuba affronta un assedio che non ha ceduto, con minacce di intervento permanente. A cento anni dalla nascita di Fidel, Cuba resiste, e buona parte del mondo continua a stare con quel popolo.

Dimensione politica e sociale del cambio

Durante il periodo 2000-2013, l’America Latina sperimentò un miglioramento significativo in diversi indicatori sociali: riduzione della povertà, diminuzione della disuguaglianza di reddito e aumento dei livelli di sviluppo umano. La letteratura specializzata coincide nell’affermare che questi progressi non possono essere spiegati esclusivamente dalla crescita economica associata al boom delle materie prime, ma anche dall’espansione della capacità statale e dall’implementazione di politiche pubbliche redistributive.

A partire dall’arrivo del nuovo millennio, diversi governi rafforzarono programmi di protezione sociale, ampliarono la copertura educativa e sanitaria, e incrementarono la spesa pubblica orientata a settori vulnerabili, informazione verificabile in diversi sistemi di misurazione degli indici di sviluppo umano. Secondo rapporti della FAO, la sottoalimentazione si ridusse in modo sostenuto nella regione durante quel periodo, progressi legati tanto alla crescita economica quanto alle politiche redistributive. Sebbene il modello non si sia sostenuto indefinitamente nel tempo, questione che meriterebbe un’analisi a parte, la stabilità politica, economica e sociale dei paesi dell’ALBA per almeno un decennio fu evidente.

La CEPAL ha sostenuto che la diminuzione della povertà osservata durante la prima decade del millennio fu associata alla crescita dell’occupazione, all’aumento dei redditi da lavoro e all’espansione dei sistemi di protezione sociale. L’organismo registrò che verso il 2012 la povertà regionale era scesa al 28,2% e l’indigenza all’11,3%, consolidando uno dei miglioramenti sociali più importanti della storia recente latinoamericana. Questi indici rappresentarono una nuova generazione di politiche sociali che combinarono riduzione della povertà estrema, alfabetizzazione e accesso a educazione, salute, alimentazione e microcrediti.

Durante gran parte del XX secolo, l’America Latina fu considerata la regione più diseguale del mondo. Per questo queste cifre, della CEPAL, del PNUD, della FAO, contano tanto: rivelano una chiara correlazione tra l’investimento pubblico e il progresso negli indici sociali, prodotto non esclusivo della crescita economica, ma di decisioni statali deliberate, prese da governi che scelsero di mettere lo Stato al servizio dei loro popoli.

In materia di educazione, l’America Latina registrò progressi significativi in copertura di educazione primaria, riduzione dell’analfabetismo, accesso delle donne all’educazione ed espansione dell’educazione secondaria durante il periodo studiato. L’UNESCO associò questi progressi all’espansione dell’investimento pubblico educativo e a politiche orientate al compimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Le posizioni di diversi dirigenti dell’epoca riflettono quel cambio verso una concezione più attiva dello Stato in materia sociale. Chávez sostenne, in diversi discorsi e per tutto il suo mandato, che lo Stato doveva mettersi al servizio del popolo e non dell’élite economiche. Lula da Silva insisté sul fatto che combattere la fame e la povertà doveva essere la priorità di ogni governo. Evo Morales difese il recupero statale delle risorse naturali come condizione di sovranità. Néstor Kirchner propose, già dal suo insediamento, l’idea di uno Stato presente che si orientasse alla giustizia sociale. Rafael Correa, invece, lasciò una frase testuale che riassume quella svolta con particolare forza. In un discorso pronunciato a Quito il 6 agosto 2007, affermò: «Per noi, gli unici privilegiati sono i poveri.» (Correa, 2007)

Il piano per fermare i processi

Nel 2010 furono note le fughe di notizie di WikiLeaks, che misero sul tavolo un enorme volume di informazioni riservate del Dipartimento di Stato USA, buona parte legate al Venezuela e al governo di Chávez. In quel contesto circolarono versioni su una presunta minaccia nucleare legata al rafforzamento di relazioni tra l’ALBA, la Russia e l’Iran, includendo segnalazioni su un’ipotetica esportazione non dichiarata di uranio venezuelano.

Le fughe di notizie esposero anche strategie di contenimento politico e diplomatico verso Cuba e Venezuela, mediante politiche di isolamento e pressione internazionale. Ciononostante, la cosiddetta «marea rossa» si mantenne come un fattore politico rilevante nello scenario regionale. A quei processi si arrivò a chiamare, in certi discorsi, l’«Asse del Male», situando il Venezuela come uno dei principali focolai di confronto geopolitico.

Tuttavia, quegli sforzi non riuscirono a consolidarsi pienamente: persino alleati strategici degli USA mostravano limiti per articolare un’opposizione effettiva di fronte a blocchi come l’ALBA, la CELAC e l’UNASUR, dove inoltre si articolavano movimenti sociali e organizzazioni popolari con crescente capacità di incidenza.

Generalità del contesto attuale

A dieci anni dalla morte di Fidel e a tredici dalla semina di Chávez, pesa l’assenza di guide di quella magnitudine. Si percepisce l’avanzata della cosiddetta restaurazione conservatrice, termine coniato dall’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa per descrivere l’offensiva della destra a partire dal 2013. In questo contesto risulta pertinente rivedere lo scenario regionale nel 2026, anno del centenario di Fidel.

A prima vista, la mappa si tinge di destre: Nayib Bukele in El Salvador, Daniel Noboa in Ecuador, Javier Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile, e in Bolivia governa Rodrigo Paz. A sei mesi dall’inaugurazione del suo governo, i movimenti sociali indigeni e contadini respinsero l’approvazione di misure neoliberali che erodono le basi dello Stato Plurinazionale. Le allarmi si accesero immediatamente nelle reti delle comunità organizzate, con un messaggio che riassume il timore collettivo: «i gringi vengono per Evo, come fecero con Maduro.»

Il 3 gennaio 2026, forze militari e di intelligence USA, guidate dalla Delta Force, con il supporto della CIA, dopo mesi di persecuzioni di uno spiegamento enorme e minaccia di guerra, bombardarono Caracas e altre regioni del paese, e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores. Il governo venezuelano, lo stesso Maduro e buona parte dei movimenti sociali della regione qualificarono il fatto come un sequestro di Stato, sottolineando che l’operazione non contò con autorizzazione del Congresso USA né con sostegno del diritto internazionale, e che rieditava, con un altro nome, la vecchia Dottrina Monroe. Quanto accaduto segnò un punto di svolta nell’escalation interventista recente sul continente.

Alla tragedia politica si aggiunse, appena sei mesi dopo, una tragedia naturale: il 24 giugno 2026, un doppio sisma, due terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5, con appena 39 secondi di differenza tra uno e l’altro, scosse il centro-nord del Venezuela, con epicentro nello stato di Yaracuy e forte impatto a La Guaira, Caracas e il Distretto Capitale. I morti si contano a migliaia, e la cifra, secondo diversi organismi internazionali, continuava ad aumentare settimane dopo, in quella che è diventata una delle più grandi tragedie umanitarie subite da quel paese nel corso della sua storia.

Sono tempi complessi per fare politica, si manipolano il diritto e i mezzi di comunicazione, e lo sfruttamento delle risorse strategiche passa o passerà all’amministrazione diretta o indiretta delle grandi corporazioni. Il movimento popolare è duramente represso e le sue dirigenze, perseguitate. La minaccia si estende senza ambiguità su Cuba, sotto assedio permanente di intervento e attacco, sottoposta a un blocco che nel primo semestre del 2026 si aggrava ulteriormente.

La memoria dei popoli non si costruisce su fantasie, ma su fatti reiterati di intervento, blocco e spoglio. Ciò che è in gioco è la sovranità stessa di fronte a un progetto di dominazione che ormai non dissimula la sua natura, e che avanza calpestando trattati, organismi multilaterali e qualsiasi forma di legalità internazionale quando i suoi interessi strategici sono in gioco, come rimase in evidenza anche nella guerra degli USA e di Israele contro l’Iran. Così, a un decennio dall’assenza dei due giganti, buona parte del continente sembra, a metà del 2026, subordinata all’egemone, in mezzo a una disputa globale per risorse strategiche ed energetiche che è oggi il principale campo di battaglia tra potenze.

In questo contesto, i movimenti sociali hanno difeso la sovranità sulle ricchezze del continente. Molti di essi, raggruppati in partiti e sigle elettorali, furono governo durante quella che Rafael Correa chiamò la «decade guadagnata», e arrivarono al potere proprio con la promessa di nazionalizzare o recuperare le risorse naturali; per questo oggi mantengono una chiara linea di resistenza. Nonostante l’avanzata, apparentemente inarrestabile, del fascismo nella regione, e parafrasando Chávez, potrebbe dirsi che «per ora» gli obiettivi di trasformare la regione in una zona libera da guerre, più autonoma, indipendente e sovrana, padrona delle sue risorse, non sono stati raggiunti. Ma nuove opportunità potrebbero aprirsi in futuro, nella misura in cui il continente riesca a incamminarsi verso maggiori livelli di indipendenza e riduca strutturalmente la disuguaglianza che sostiene la marginalizzazione di ampi settori popolari.

Conclusioni

L’alleanza tra Hugo Chávez e Fidel Castro, sigillata nel 1999, segnò l’inizio di una nuova tappa in America Latina e nei Caraibi, caratterizzata da una maggiore integrazione regionale e da una svolta verso politiche sociali attive. Quel processo contribuì a una riduzione significativa della povertà e di altri indicatori sociali tra il 2000 e il 2010: cifre che non sono un dato freddo, ma milioni di persone che accedettero a educazione, salute e alimentazione che prima erano state loro negate.

Questi progressi, tuttavia, devono essere compresi all’interno di un contesto più ampio che include fattori economici globali e limitazioni strutturali persistenti. Ciononostante, questo periodo costituisce uno dei momenti più trascendenti nella storia sociale recente della regione.

Al 2026, a cento anni di Fidel, e in gran parte a causa della dominazione e del blocco contro Cuba e Venezuela, persistono disuguaglianze strutturali. La restaurazione conservatrice si consolida, la regione continua a dipendere dal contesto economico esterno, e le strutture produttive non riuscirono a trasformarsi pienamente.

Il mondo attraversa una transizione storica di grande scala. L’ordine emerso dopo la fine della Guerra Fredda si trova in decomposizione accelerata. La guerra in Ucraina, il confronto tecnologico tra USA e Cina, il genocidio a Gaza e l’espansione dell’intelligenza artificiale esprimono una stessa dinamica: la crisi del potere occidentale e l’emergere di un mondo senza centro dominante, dove il vecchio ordine unipolare si decompone in molteplici focolai di conflitto e disputa permanente.

Il continente americano occupa un posto sensibile in quella scacchiera, per le sue risorse, la sua posizione geoestrategica e la sua storia di spoglio. Per questo ciò che accade oggi non può essere letto come un episodio isolato né come una semplice disputa interna: è parte di un’offensiva più ampia che ridefinisce le forme di dominazione nel XXI secolo.

In tempi di assedio, confusione e riordinamento globale, pensare criticamente non è un lusso intellettuale: è una forma di difesa. E resistere rimane, ancora, la condizione minima per non scomparire dalla mappa della storia.

Entrambi i dirigenti basarono la loro fratellanza sul pensiero bolivariano, martiano e rivoluzionario, cercando l’integrazione regionale e la lotta contro l’imperialismo. Quell’amicizia, nata da un abbraccio su una scaletta, nel 1994, finì per riscrivere, nel bene e con i limiti che ogni storia umana comporta, il destino di due popoli, e con essi, quello di buona parte della Nostra America.


Chávez y Fidel: una amistad que transformó la América nuestra. Un tiempo histórico para coincidir

Cris González

Preámbulo

El cambio político en América Latina a comienzos del siglo XXI tuvo un punto de inflexión en 1999, con la llegada al poder del Comandante Hugo Chávez y su alianza estratégica con el Comandante Fidel Castro. Este vínculo no sólo redefinió las relaciones entre Venezuela y Cuba: impulsó un nuevo ciclo regional caracterizado por la expansión del rol del Estado, la integración regional y la implementación de políticas sociales masivas, sin precedentes desde el propio triunfo de la Revolución cubana.

Este proceso coincidió con una mejora significativa en los indicadores sociales entre 2000 y 2010, especialmente en pobreza, educación y alimentación, según datos de la CEPAL, la FAO y la UNESCO. No fue casualidad ni viento a favor: fue, ante todo, una decisión política sostenida en el tiempo.

Una alianza para la historia

Hay duplas que marcan épocas, como la que en el siglo XIX formaron el Libertador Simón Bolívar y el Gran Mariscal de Ayacucho, Antonio José de Sucre, definiendo la etapa de la independencia de gran parte de la América del Sur. Guardando las distancias del tiempo, algo de esa misma estirpe histórica, dos hombres, dos procesos, una sola causa, puede reconocerse en Hugo Chávez y Fidel Castro, cuya distinta nacionalidad de origen no impidió una cercanía que terminaría cambiando el orden establecido en Nuestra América.

Transcurrieron cien años del nacimiento del legendario barbudo Fidel Castro Ruz y diez de su siembra. El pasado 5 de marzo se conmemoraron, además, trece años de la muerte del Comandante Hugo Chávez. Es posible que esta amistad haya durado sólo dos décadas, pero en un lapso de apenas década y media lograron impulsar transformaciones tan profundas para la política binacional y regional como ninguna otra alianza intergubernamental había conseguido antes.

La relación entre Fidel y Chávez puede fecharse simbólicamente el 13 de diciembre de 1994, cuando se hizo público el encuentro entre ambos líderes: uno ya consolidado en la historia, el otro apenas naciendo a la vida política regional. En un abrazo que hoy se lee como fundacional, en La Habana, y después de ser recibido con todos los honores como si se tratara de la llegada de un jefe de Estado, el Comandante Fidel Castro esperó al pie de la escalerilla del avión para dar la bienvenida al joven Comandante Hugo Chávez. El llanero fue invitado a las tierras martianas con el cariño de un líder que ya confiaba en él, y eso que aún faltaban al menos cuatro años para que el teniente coronel bolivariano llegara al poder, un gesto de una lucidez política notable para su tiempo, y significativo para el rumbo posterior de ambos países.

Lo esperaban, además, en la Casa Simón Bolívar de La Habana, donde Chávez fue invitado a dar una conferencia. Había salido de su encierro en la cárcel de Yare apenas meses antes, el 26 de marzo de 1994, donde cumplió condena por encabezar una rebelión popular el 4 de febrero de 1992, cuando pronunció la frase que lo marcaría para siempre: «Compañeros, lamentablemente, por ahora, los objetivos que nos planteamos no fueron logrados (…) no logramos controlar el poder (…) vendrán nuevas situaciones y el país tiene que enrumbarse definitivamente hacia un destino mejor.»

Aquella visita de 1994 fue el punto de partida: se fortalecía ahí la praxis antiimperialista de ambos líderes y nacía una alianza que, unos años después, tomaría el nombre de Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA), primero como alternativa al ALCA y luego como bloque consolidado entre una decena de países. Aquel organismo naciente se convertiría en una forma de relacionamiento entre naciones radicalmente distinta a la que hasta entonces regía en el continente. 

Siglo XXI: comienzos de la transformación de América

La transformación no sólo afectó los ámbitos político, social, económico e ideológico: alcanzó también la subjetividad de millones de personas. La población vinculada a la izquierda y al progresismo constató, muchas veces por primera vez en su vida, que era posible llegar al poder y disputarle el gobierno a la derecha. En el ámbito comunicacional se generó una nueva forma de relacionamiento a partir de la creación de medios y redes que permitieron que las ideas bolivarianas se expandieran como una onda expansiva. Por primera vez desde el triunfo de Salvador Allende en Chile, la izquierda volvía a disputar elecciones con porcentajes de votación altos en distintos países latinoamericanos.

En la esfera de la alta política y la diplomacia, ambos estaban de acuerdo en el principio bolivariano de unidad regional, lo que impulsó un nuevo paradigma de integración. Mandatarios de derecha y de izquierda apostaron, cada uno por sus propias razones, por iniciativas de unidad y firmaron su adhesión a propuestas como UNASUR y CELAC, o permitieron el ingreso de países de izquierda a sistemas de integración tradicionales como el Mercosur. Era la fuerza de las convicciones la que imperaba en aquellos primeros años de la Revolución Bolivariana, cuyo líder sostuvo la promesa que le había hecho a Fidel en 1994, una bandera, una lucha unida por las naciones libres del sur global.

Nacimiento del ALBA («ALCA, ALCA, al carajo»)

El ALBA nace formalmente el 14 de diciembre de 2004, fundada por ambos comandantes. Dos años después ingresa Bolivia; luego Ecuador, Nicaragua, San Vicente y las Granadinas, Granada, San Cristóbal y Nieves, y Antigua y Barbuda. Bajo su alero se crea Petrocaribe, un sistema impulsado por Venezuela que permitía a los países miembros del ALBA, y a algunos asociados caribeños y centroamericanos, obtener combustible a precios accesibles, acompañado de políticas públicas de acceso para las grandes mayorías desposeídas.

Esta visión articuló un proyecto regional alternativo al consenso neoliberal dominante de los años noventa. El ALBA es también producto de una ardua lucha regional contra el Área de Libre Comercio de las Américas (ALCA), y tuvo entre sus grandes objetivos iniciales impedir que ese proyecto incorporara a América Latina. Inolvidabe lema «ALCA, ALCA, al carajo», coreado por Chávez con el respaldo de un enorme movimiento de masas.

Chávez elevó a la política mundial un debate que ya llevaba, al menos, diez años dentro de partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales de todo el continente, que se enfrentaban a aquel proyecto norteamericano desde 1991, y que finalmente se firmaría, o, mejor dicho, no se firmaría, en noviembre de 2005 durante la IV Cumbre de las Américas. Decía Chávez que no bastaba con oponerse a las cosas: había que generar y cohesionar una alternativa.

El ALCA era un plan impulsado por Estados Unidos con la intención de reconfigurar el mapa político tras la caída del Muro de Berlín y la desaparición del bloque socialista, estableciendo que las relaciones entre los países se ordenarían por reglas basadas principalmente en el comercio global. Nacía, asimismo, el lenguaje de la globalización. Aquel plan profundizaba la ya infranqueable brecha de desigualdad que padecía el continente, ensanchando la masa de pobres y de personas en extrema pobreza, azotadas por la marginación en el acceso a los recursos básicos, la educación y la salud. Frente a esa intención de perpetuar la precariedad social, la unidad entre los dos líderes, materializada en el ALBA, comenzó a resolver.

Bajo la égida del ALBA se empieza a construir un nuevo paradigma de unidad regional. Por encima de las diferencias ideológicas, se crean UNASUR y la CELAC, esta última, un organismo que logró superar el modelo injerencista y pro norteamericano de la OEA. Por otro lado, se intenta fortalecer el Mercosur para que no fuera solo un relacionamiento arancelario y comercial, sino, sobre todo, una alianza política regional que fortaleciera a las repúblicas existentes; una alianza sociocultural capaz de ayudar a resolver las profundas desigualdades sociales de América Latina.

Es, quizás, el intento más real de hacer justicia a las luchas de las grandes mayorías marginadas, una forma de empezar a superar las graves consecuencias de la conquista europea que, además de las masacres de pueblos indígenas, trajo consigo la esclavitud, el mayor tráfico de seres humanos de la historia, la brutalidad con que comenzó a vivir la diáspora africana en el continente americano, y la marginación que impuso la nueva civilización invasora en adelante.

La unidad de ambos líderes reúne, entonces, un cúmulo de saberes sobre la realidad histórica de los pueblos, resultado de un legado de luchas anticoloniales, así como del enorme conocimiento y la toma de conciencia sobre el destino de miseria de los pueblos más pobres del Sur Global.

Es en noviembre de 2005, en la cumbre alternativa a la IV Cumbre de las Américas en Mar del Plata, donde se pretendía firmar el ALCA, que las masas populares irrumpen en toda la ciudad y declaran su rechazo a esa normativa imperial. La contienda entre el presidente de Estados Unidos, George W. Bush, y los presidentes Chávez, Lula da Silva y Néstor Kirchner definió el rumbo hacia el precipicio de la llamada Área de Libre Comercio. No hubo firma. El ALCA fracasó.

La alianza Chávez-Castro como eje articulador

Como contexto previo, América Latina y el Caribe enfrentaban a fines de los años noventa una crisis y estancamiento social descritos en los informes de la CEPAL de la época: «aumento del desempleo, estancamiento y elevación de los índices de pobreza.» Este escenario reflejaba los límites del modelo neoliberal aplicado durante la década de 1990 y generó las condiciones para un giro político en varios países.

Desde 1999, la cooperación entre Venezuela y Cuba estableció un esquema de intercambio basado principalmente en petróleo por alimentos y servicios. A partir de la aprobación de la nueva Constitución bolivariana se firma el Convenio Integral de Cooperación Cuba-Venezuela, formalizado el 30 de octubre de 2000. Su objetivo fue fortalecer la cooperación bilateral mediante el intercambio de bienes, servicios y asistencia técnica para promover el desarrollo económico y social de ambos países: En su fase inicial, Venezuela se comprometió a proveer un cantidad de barriles diarios; Cuba compensaría parte de ese suministro con la prestación de servicios especializados, coordinados a través de una Comisión Mixta creada para evaluar y ampliar los programas de cooperación.

Este modelo permitió, por un lado, poner fin al llamado Período Especial en Cuba, y por otro, expandir rápidamente los programas de salud y alfabetización en los sectores vulnerables de Venezuela. A partir de la nueva Ley Orgánica de Hidrocarburos, Chávez impulsó la internacionalización de las misiones sociales, Misión Milagro, Yo sí puedo, ayuda técnica y rehabilitación a personas con discapacidad, identificación, servicios básicos, agricultura, acceso a la universidad,  masificación de entrega de focos ahorradores, entre otras, asi como la ampliación de la Escuela Latinoamericana de Medicina (ELAM), que se propuso formar grandes batallones de médicos y médicas al servicio de aquel acumulado histórico de pobres del Sur Global, fortaleciendo la experiencia que años atrás ya había impulsado Fidel.

Mapa progresista

Durante la década de 2000, la llegada de gobiernos progresistas se extendió a Brasil, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia y Ecuador en Suramérica, y a Nicaragua, El Salvador y Honduras en Centroamérica, sumándose Granada, San Vicente y las Granadinas, Antigua y Barbuda, y San Cristóbal y Nieves.

Estos gobiernos impulsaron la inversión social por sobre el viejo concepto de gasto público, el rescate y la distribución colectiva de la riqueza, y la expansión de políticas públicas inclusivas. Llevaron a la práctica asambleas constituyentes para redactar nuevas constituciones que reflejaran las demandas populares, y un nuevo paradigma de integración que equilibrara las grandes asimetrías de la región: una arquitectura financiera propia, el comercio intra-ALBA, el Banco del ALBA, el Sucre como unidad de cuenta regional, y, con una mirada más amplia, el impulso de un Banco del Sur capaz de reunir reservas estatales, créditos y sostener un nuevo sistema financiero.

En resumen, las misiones sociales fueron el brazo ejecutor del ALBA. Sostenidas en la solidaridad mutua, tuvieron el objetivo claro de reducir la histórica brecha de desigualdad entre los pueblos y la trama de marginación que, año tras año, empuja a más personas hacia la precariedad. Ante esta realidad, Fidel y Chávez impulsaron programas para atender a sectores históricamente excluidos en áreas críticas, un modelo de cooperación técnica y social que se convirtió en la esencia misma del ALBA: priorizar el intercambio humano sobre el mercantil.

Los programas de alfabetización «Yo, sí puedo» y «Yo sí puedo seguir», diseñados en Cuba, utilizaban una metodología de asociación de imágenes, números y letras, dividida en tres etapas: instrucción, enseñanza de lectoescritura y consolidación. Esta misión logró alfabetizar a más de diez millones de personas en treinta países, con un método audiovisual que permite aprender a leer y escribir en aproximadamente tres meses y medio, reconocido por la UNESCO y adaptado a al menos nueve idiomas. Más que enseñar a leer, estas misiones buscaron romper el estigma del analfabetismo, fomentar la autonomía, e impulsar la incorporación al sistema educativo, la participación política y la integración social de sus beneficiarios.

La Misión Milagro fue una de las más emblemáticas del ALBA: realizó intervenciones quirúrgicas gratuitas a personas con patologías oftalmológicas, cataratas y pterigión, que no tenían acceso a servicios médicos privados. Bajo una lógica de solidaridad internacional, se enviaron brigadas médicas y técnicas cubano-venezolanas, o se trasladó a los pacientes a centros especializados en Cuba, Venezuela y Bolivia, restituyendo la visión a millones de personas de bajos recursos.

De manera similar, la misión de ayuda a las personas con discapacidad abarcó a todos los países del ALBA, Moto Méndez en Bolivia, Manuela Espejo en Ecuador, Todos con Vos en Nicaragua, desarrollada desde 2009 bajo supervisión de especialistas y expertos de los países ALBA, liderados por médicos y médicas cubanas, con el objetivo de identificar, registrar y atender integralmente a esta población: estudios bio-psicosociales, clínicos y genéticos, registro georreferenciado para diseñar políticas públicas, atención médica especializada, entrega de ayudas técnicas, sillas de ruedas, bastones, colchones antiescaras, andadores, y, en algunos países, acceso a rehabilitación, vivienda y apoyo económico permanente.

Estas misiones forman parte de un modelo de asistencia social que prioriza derechos humanos fundamentales, y su impacto se refleja directamente en la calidad de vida y el desarrollo integral de comunidades que, hasta entonces, habían sido invisibles para el Estado.

Fue la Ley de Hidrocarburos, una de las grandes apuestas de Chávez por recuperar el control de los recursos estratégicos, el eje central del plan de integración y unidad regional, a través del cual se firmaron acuerdos bilaterales que permitieron materializar las grandes misiones sociales y energéticas del siglo XXI. Los países miembros del ALBA recibieron petróleo en condiciones de financiamiento preferencial, lo que permitió sostener, además, otros programas sociales de vivienda, seguridad alimentaria y educación.

El mejor amigo de Cuba

Uno de los planteamientos más destacados del gobierno de Chávez fue la propuesta de socialismo bolivariano, nombre con el que se conoció popularmente el modelo político, económico y social que impulsó. A diferencia del término «socialismo del siglo XXI», que cuenta con un desarrollo teórico previo, el socialismo bolivariano se fundamenta directamente en el pensamiento y los discursos del propio Chávez, quien lo presentó como una propuesta inspirada en el ideario de Simón Bolívar, Simón Rodríguez y Ezequiel Zamora.

Chávez sostenía que este modelo debía diferenciarse tanto del capitalismo como del socialismo soviético. En el V Foro Social Mundial, celebrado en Porto Alegre el 30 de enero de 2005, afirmó: «Yo cada día me convenzo más: capitalismo o socialismo. No tengo la menor duda. Es necesario trascender el capitalismo. Pero el capitalismo no se va a trascender por dentro del propio capitalismo; al capitalismo hay que trascenderlo por la vía del socialismo, del verdadero socialismo, con igualdad y justicia.» (Chávez, 2005)

En el mismo discurso agregó: «Hay que reinventar el socialismo.» Para Chávez, ese socialismo debía ser democrático, participativo, humanista y profundamente latinoamericano. El Proyecto Nacional Simón Bolívar, Primer Plan Socialista de la Nación (2007-2013), desarrolló esos principios y estableció como objetivos la construcción de una sociedad basada en la igualdad, la justicia social, la democracia participativa, la soberanía nacional y nuevas formas de propiedad social y producción, fortaleciendo el poder popular mediante consejos comunales, comunas y otras formas de organización ciudadana.

Su gobierno transformó radicalmente la estructura política, social y económica de Venezuela mediante la nacionalización de industrias estratégicas, y ayudó a resolver problemas urgentes para los gobiernos progresistas que recién asumían el poder en Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasil, Bolivia, Ecuador, El Salvador, Honduras y las islas del Caribe oriental, además de contribuir a superar la grave crisis que enfrentaba Cuba durante el Período Especial.

Tras la muerte del Comandante Chávez, el 5 de marzo de 2013, Fidel describió en el diario Granma que, aunque conocían el estado crítico de su salud, la noticia los «golpeó con fuerza», y lo calificó como alguien cuya grandeza ni él mismo sospechaba.

El acumulado de conocimiento y sensibilidad histórica de ambos mandatarios les permitió no solo soñar, sino comprobar, que era posible un continente con justicia social. Las transformaciones políticas que impulsaron modificaron las condiciones materiales de millones de personas, con nuevas constituciones y leyes que refundaron el Estado con un claro enfoque en la democracia participativa y el protagonismo popular.

En política exterior, el ALBA lideró una postura antiimperialista, promovió la integración regional e impulsó organizaciones como Petrocaribe, UNASUR y CELAC, y estrechó espacios de comercio con Irán, Rusia y China. Una de las propuestas de Chávez fue la creación de empresas multiestatales en telecomunicaciones, electricidad, cemento y petróleo, así como una gran industria alimenticia capaz de erradicar el hambre en la región. El ALBA planteó y llevó a la práctica la inclusión social, la soberanía alimentaria y la participación popular en las grandes decisiones, apenas una parte de sus logros tangibles e intangibles.

Uno de los impactos más notorios de la alianza Chávez-Fidel en Cuba fue el fin del Período Especial, aquel largo ciclo de crisis económica iniciado a comienzos de los noventa. Con el triunfo de Chávez en 1998 se inicia una etapa de prosperidad relativa, gracias al intercambio no sólo con Venezuela, sino con el conjunto de la región. Venezuela fue el principal socio comercial de Cuba hasta 2018, cuando las sanciones internacionales deprimieron la economía bolivariana, cinco años después de la muerte de Chávez, sumiendo al país caribeño en una etapa de la que, bajo el bloqueo, aún lucha por salir.

Ésta es, quizás, otra de las razones por las que Fidel afirmó públicamente, en más de una ocasión, que Hugo Chávez fue «el mejor amigo que tuvo el pueblo cubano a lo largo de su historia»: lo vio como un camarada ideológico y un aliado estratégico, a menudo comparándolo con figuras históricas como Simón Bolívar. Durante su mandato, Chávez impulsó una cooperación que incluyó el suministro de hasta 100.000 barriles diarios de petróleo a Cuba en condiciones preferenciales, convirtiéndose en el principal socio económico de la isla en el siglo XXI.

En la actualidad, Cuba enfrenta un asedio que no ha cedido, con amenazas de intervención permanente. A cien años del nacimiento de Fidel, Cuba resiste, y buena parte del mundo sigue con ese pueblo.

Dimensión política y social del cambio

Durante el período 2000-2013, América Latina experimentó una mejora significativa en diversos indicadores sociales: reducción de la pobreza, disminución de la desigualdad de ingresos y aumento de los niveles de desarrollo humano. La literatura especializada coincide en que estos avances no pueden explicarse exclusivamente por el crecimiento económico asociado al auge de las materias primas, sino también por la expansión de la capacidad estatal y la implementación de políticas públicas redistributivas.

A partir de la llegada del nuevo milenio, varios gobiernos fortalecieron programas de protección social, ampliaron la cobertura educativa y sanitaria, e incrementaron el gasto público orientado a sectores vulnerables, información verificable en distintos sistemas de medición de índices de desarrollo humano. Según informes de la FAO, la subalimentación se redujo de forma sostenida en la región durante ese período, avances vinculados tanto al crecimiento económico como a las políticas redistributivas. Si bien el modelo no se sostuvo indefinidamente en el tiempo, cuestión que merecería un análisis aparte, la estabilidad política, económica y social de los países del ALBA durante al menos una década fue evidente.

La CEPAL ha sostenido que la disminución de la pobreza observada durante la primera década del milenio estuvo asociada al crecimiento del empleo, al aumento de los ingresos laborales y a la expansión de los sistemas de protección social. El organismo registró que hacia 2012 la pobreza regional había descendido a 28, 2% y la indigencia a 11, 3%, consolidando una de las mejoras sociales más importantes de la historia reciente latinoamericana. Estos índices representaron una nueva generación de políticas sociales que combinaron reducción de la pobreza extrema, alfabetización y acceso a educación, salud, alimentación y microcréditos.

Durante gran parte del siglo XX, América Latina fue considerada la región más desigual del mundo. Por eso estas cifras, de la CEPAL, del PNUD, de la FAO, importan tanto: revelan una clara correlación entre la inversión pública y el progreso en los índices sociales, producto no exclusivo del crecimiento económico, sino de decisiones estatales deliberadas, tomadas por gobiernos que eligieron poner el Estado al servicio de sus pueblos.

En materia de educación, América Latina registró avances significativos en cobertura de educación primaria, reducción del analfabetismo, acceso de mujeres a la educación y expansión de la educación secundaria durante el período estudiado. La UNESCO asoció estos avances a la expansión de la inversión pública educativa y a políticas orientadas al cumplimiento de los Objetivos de Desarrollo del Milenio.

Las posiciones de distintos líderes de la época reflejan ese cambio hacia una concepción más activa del Estado en materia social. Chávez sostuvo, en distintos discursos y a lo largo de toda su gestión, que el Estado debía ponerse al servicio del pueblo y no de las élites económicas. Lula da Silva insistió en que combatir el hambre y la pobreza debía ser la prioridad de todo gobierno. Evo Morales defendió la recuperación estatal de los recursos naturales como condición de soberanía. Néstor Kirchner planteó, ya desde su asunción, la idea de un Estado presente que se orientara a la justicia social. Rafael Correa, por su parte, sí dejó una frase textual que resume ese giro con particular fuerza. En un discurso pronunciado en Quito el 6 de agosto de 2007, afirmó: «Para nosotros, los únicos privilegiados son los pobres.» (Correa, 2007)

El plan para detener los procesos

En 2010 se conocieron las filtraciones de WikiLeaks, que pusieron sobre la mesa un enorme volumen de información confidencial del Departamento de Estado de Estados Unidos, buena parte relacionada con Venezuela y el gobierno de Chávez. En ese contexto circularon versiones sobre una supuesta amenaza nuclear vinculada al fortalecimiento de relaciones entre el ALBA, Rusia e Irán, incluyendo señalamientos sobre una hipotética exportación no declarada de uranio venezolano.

Las filtraciones también expusieron estrategias de contención política y diplomática hacia Cuba y Venezuela, mediante políticas de aislamiento y presión internacional. Aun así, la llamada «marea roja» se mantuvo como un factor político relevante en el escenario regional. A esos procesos se les llegó a llamar, en ciertos discursos, el «Eje del Mal», situando a Venezuela como uno de los principales focos de confrontación geopolítica.

Sin embargo, esos esfuerzos no lograron consolidarse plenamente: incluso aliados estratégicos de Estados Unidos mostraban límites para articular una oposición efectiva frente a bloques como el ALBA, la CELAC y la UNASUR, donde además se articulaban movimientos sociales y organizaciones populares con creciente capacidad de incidencia.

Generalidades del contexto actual

A diez años de la muerte de Fidel y a trece de la siembra de Chávez, pesa la ausencia de liderazgos de esa magnitud. Se percibe el avance de la llamada restauración conservadora, término acuñado por el expresidente ecuatoriano Rafael Correa para describir la arremetida de la derecha a partir de 2013. En este contexto resulta pertinente revisar el escenario regional en 2026, año del centenario de Fidel.

A simple vista, el mapa se tiñe de derechas: Nayib Bukele en El Salvador, Daniel Noboa en Ecuador, Javier Milei en Argentina, José Antonio Kast en Chile, y en Bolivia gobierna Rodrigo Paz. A seis meses de inaugurado su gobierno, los movimientos sociales indígenas y campesinos rechazaron la aprobación de medidas neoliberales que erosionan las bases del Estado Plurinacional. Las alarmas se encendieron de inmediato en las redes de las comunidades organizadas, con un mensaje que resume el temor colectivo: «los gringos vienen por Evo, como hicieron con Maduro.»

El 3 de enero de 2026, fuerzas militares y de inteligencia estadounidenses, encabezadas por la Delta Force, con apoyo de la CIA, tras meses de hostigamiento de un descomunal despliegue y amenaza de guerra, bombardearon Caracas y otras regiones del país, y secuestraron al presidente Nicolás Maduro y a su esposa, Cilia Flores. El gobierno venezolano, el propio Maduro y buena parte de los movimientos sociales de la región calificaron el hecho como un secuestro de Estado, subrayando que la operación no contó con autorización del Congreso estadounidense ni con respaldo del derecho internacional, y que reeditaba, con otro nombre, la vieja Doctrina Monroe. Lo ocurrido marcó un punto de inflexión en la escalada intervencionista reciente sobre el continente.

A la tragedia política se sumó, apenas seis meses después, una tragedia natural: el 24 de junio de 2026, un doblete sísmico, dos terremotos de magnitud 7, 2 y 7, 5, con apenas 39 segundos de diferencia entre uno y otro, sacudió el centro-norte de Venezuela, con epicentro en el estado Yaracuy y fuerte impacto en La Guaira, Caracas y el Distrito Capital. Los muertos se cuentan por miles, y la cifra, según distintos organismos internacionales, continuaba en aumento semanas después, en lo que se ha convertido en una de las mayores tragedias humanitarias sufridas por ese país a lo largo de su historia.

Son tiempos complejos para hacer política, se manipulan el derecho y los medios de comunicación, y la explotación de los recursos estratégicos pasa o pasará a la administración directa o indirecta de las grandes corporaciones. El movimiento popular es duramente reprimido y sus liderazgos, perseguidos. La amenaza se extiende sin ambigüedades sobre Cuba, bajo acoso permanente de intervención y ataque, sometida a un bloqueo que en el primer semestre de 2026 se agudiza aún más.

La memoria de los pueblos no se construye sobre fantasías, sino sobre hechos reiterados de intervención, bloqueo y despojo. Lo que está en juego es la soberanía misma frente a un proyecto de dominación que ya no disimula su naturaleza, y que avanza pasando por encima de tratados, organismos multilaterales y cualquier forma de legalidad internacional cuando sus intereses estratégicos están en juego, como quedó en evidencia también en la guerra de Estados Unidos e Israel contra Irán. Así, a una década de la ausencia de los dos gigantes, buena parte del continente parece, a mediados de 2026, subordinada al hegemón, en medio de una disputa global por recursos estratégicos y energéticos que es hoy el principal campo de batalla entre potencias.

En este contexto, los movimientos sociales han defendido la soberanía sobre las riquezas del continente. Muchos de ellos, agrupados en partidos y siglas electorales, fueron gobierno durante lo que Rafael Correa llamó la «década ganada», y llegaron al poder precisamente con la promesa de nacionalizar o recuperar los recursos naturales; por eso hoy mantienen una clara línea de resistencia. A pesar del avance, aparentemente indetenible, del fascismo en la región, y parafraseando a Chávez, podría decirse que «por ahora» los objetivos de convertir a la región en una zona libre de guerras, más autónoma, independiente y soberana, dueña de sus recursos, no han sido cumplidos. Pero nuevas oportunidades podrían abrirse en el futuro, en la medida en que el continente logre encaminarse hacia mayores niveles de independencia y reduzca estructuralmente la desigualdad que sostiene la marginación de amplios sectores populares.

Conclusiones

La alianza entre Hugo Chávez y Fidel Castro, sellada en 1999, marcó el inicio de una nueva etapa en América Latina y el Caribe, caracterizada por una mayor integración regional y un giro hacia políticas sociales activas. Ese proceso contribuyó a una reducción significativa de la pobreza y de otros indicadores sociales entre 2000 y 2010: cifras que no son un dato frío, sino millones de personas que accedieron a educación, salud y alimentación que antes les habían sido negadas.

Estos avances, sin embargo, deben entenderse dentro de un contexto más amplio que incluye factores económicos globales y limitaciones estructurales persistentes. Aun así, este período constituye uno de los momentos más trascendentales en la historia social reciente de la región.

A 2026, a cien años de Fidel, y en gran parte debido a la dominación y al bloqueo contra Cuba y Venezuela, persisten desigualdades estructurales. La restauración conservadora se consolida, la región sigue dependiendo del contexto económico externo, y las estructuras productivas no lograron transformarse plenamente.

El mundo atraviesa una transición histórica de gran escala. El orden surgido tras el fin de la Guerra Fría se encuentra en descomposición acelerada. La guerra en Ucrania, la confrontación tecnológica entre Estados Unidos y China, el genocidio en Gaza y la expansión de la inteligencia artificial expresan una misma dinámica: la crisis del poder occidental y la emergencia de un mundo sin centro dominante, donde el antiguo orden unipolar se descompone en múltiples focos de conflicto y disputa permanente.

El continente americano ocupa un lugar sensible en ese tablero, por sus recursos, su posición geoestratégica y su historia de despojo. Por eso lo que ocurre hoy no puede leerse como un episodio aislado ni como una simple disputa interna: es parte de una ofensiva más amplia que redefine las formas de dominación en el siglo XXI.

En tiempos de asedio, confusión y reordenamiento global, pensar críticamente no es un lujo intelectual: es una forma de defensa. Y resistir sigue siendo, todavía, la condición mínima para no desaparecer del mapa de la historia.

Ambos líderes basaron su hermandad en el pensamiento bolivariano, martiano y revolucionario, buscando la integración regional y la lucha contra el imperialismo. Esa amistad, nacida de un abrazo en una escalerilla, en 1994, terminó por reescribir, para bien y con los límites que toda historia humana conlleva, el destino de dos pueblos, y con ellos, el de buena parte de Nuestra América.

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