Hugo Chávez è morto tre volte

José Conde Masdiaz

La prima fu la morte inevitabile del corpo. La malattia estinse la sua voce il 5 marzo 2013, ma non poté cancellare immediatamente l’impronta che aveva lasciato in milioni di esseri umani. Quel giorno morì l’uomo: il soldato ribelle, il figlio di maestri rurali, il presidente che imparò a parlare con il popolo e che fece degli dimenticati protagonisti della vita nazionale.

La seconda morte cominciò dopo, quando alcuni di coloro che si proclamavano suoi compagni iniziarono a tradire ciò che egli aveva rappresentato. Non necessariamente mediante una rottura aperta, ma per mezzo di un’erosione più silenziosa: la burocrazia, il privilegio, la corruzione, la distanza dalla sofferenza popolare, la sostituzione della critica con l’obbedienza e dell’impegno rivoluzionario con l’amministrazione del potere.

Perché si tradisce anche un uomo quando si ripetono le sue parole, ma si abbandona la sua condotta; quando il suo volto continua a stare sui muri, ma il suo popolo cessa di occupare il centro delle decisioni; quando si invoca il suo lascito per esigere sacrifici che coloro che governano non sono disposti a condividere.

La terza morte è forse la più dolorosa: la morte dell’oblio.

Sembra che una parte del popolo per cui tanto fece stia dimenticando. E molti di coloro che un giorno si chiamarono suoi compagni pronunciano sempre meno il suo nome, o lo conservano unicamente come una figura cerimoniale, spogliata della sua forza scomoda, della sua ribellione e della sua capacità di interpellare il potere.

Non c’è maggiore ingratitudine che ricevere dignità da qualcuno e poi vergognarsi della sua memoria. Non c’è maggiore abbandono che godere dei diritti conquistati da una lotta e dimenticare chi aiutò a renderli possibili.

José Martí, nel congedare Máximo Gómez quando questi partiva verso un’impresa difficile e incerta, lo avvertì che forse l’unica cosa che poteva offrirgli era l’ingratitudine degli uomini. Sapeva Martí che i popoli non sempre ricordano coloro che si sacrificano per loro e che, molte volte, i beneficiari di un’opera finiscono per giudicare duramente chi ha dato la vita per realizzarla.

Chávez conosceva quel pericolo. Sapeva che nessuna rivoluzione è definitivamente assicurata e che un progetto popolare può essere distrutto non solo dai suoi nemici, ma anche dall’indolenza, dalla corruzione e dall’accomodamento di coloro che dicono di difenderlo.

Dimenticare Chávez non significa solamente smettere di menzionare il suo nome. Significa dimenticare il bambino povero che poté studiare, il malato che cominciò a ricevere cure, l’anziano che ottenne una pensione, il contadino che fu riconosciuto come soggetto politico e il popolo che, per un istante della storia, sentì che il Palazzo di Miraflores gli apparteneva.

Ricordarlo, quindi, non può consistere nel convertirlo in statua, slogan o santino. Ricordare Chávez esige chiedersi cosa resta del suo proposito, quanto si è perso per strada e chi ha tratto beneficio da quella perdita.

Gli uomini muoiono una volta. I loro ideali possono morire molte volte: quando sono traditi, quando sono convertiti in liturgia e quando coloro che dovrebbero difenderli decidono di dimenticarli.

Ma possono anche risorgere ogni volta che un popolo torna a riconoscersi come protagonista della sua storia.

La terza morte di Hugo Chávez non sarà definitiva finché esisterà qualcuno che ricordi che la politica doveva servire agli umili e non servirsi di loro; finché qualcuno oserà denunciare coloro che portano la sua immagine sul petto, ma hanno abbandonato il suo esempio; finché il popolo venezuelano conserverà la memoria di quell’uomo che gli disse che non era condannato a rimanere in ginocchio.

L’ingratitudine umana potrà coprire temporaneamente il suo nome. Ma non potrà cancellare la domanda che lasciò sospesa sul Venezuela e su tutta l’America Latina:

Per chi si governa?

 

Sull’autore:

José Conde Masdiaz (Yaguajay, Cuba, 1963) è ingegnere civile e laureato in Teologia, residente in Germania dal 1999. Ha sviluppato un sostenuto lavoro culturale, associativo e di solidarietà con Cuba, e presiede l’associazione La Estrella de Cuba e.V. È autore dello spazio Huestes Utópicas, dove pubblica riflessioni su storia, politica, religione, filosofia, identità e realtà cubana. La sua scrittura combina una marcata preoccupazione etica e sociale con la difesa della sovranità dei popoli e uno sguardo critico sui processi politici contemporanei.

Su Huestes Utópicas:

Huestes Utópicas è uno spazio digitale di riflessione e analisi creato da José Conde Masdiaz, dedicato a temi legati a Cuba, America Latina, storia, politica, religione, filosofia e realtà sociale. Il mezzo combina il saggio politico con la riflessione etica e storica, mantenendo una prospettiva critica di fronte ai problemi contemporanei e, allo stesso tempo, una difesa della sovranità, della giustizia sociale e del diritto dei popoli a decidere il proprio destino. Più che un portale informativo convenzionale, Huestes Utópicas funziona come un blog di pensiero e dibattito, dove l’attualità è esaminata da uno sguardo personale, umanista e impegnato.


Hugo Chávez ha muerto tres veces

por José Conde Masdiaz

La primera fue la muerte inevitable del cuerpo. La enfermedad extinguió su voz el 5 de marzo de 2013, pero no pudo borrar inmediatamente la huella que había dejado en millones de seres humanos. Aquel día murió el hombre: el soldado rebelde, el hijo de maestros rurales, el presidente que aprendió a hablar con el pueblo y que hizo de los olvidados protagonistas de la vida nacional.

La segunda muerte comenzó después, cuando algunos de quienes se proclamaban sus compañeros empezaron a traicionar aquello que él había representado. No necesariamente mediante una ruptura abierta, sino por medio de una erosión más silenciosa: la burocracia, el privilegio, la corrupción, la distancia frente al sufrimiento popular, la sustitución de la crítica por la obediencia y del compromiso revolucionario por la administración del poder.

Porque también se traiciona a un hombre cuando se repiten sus palabras, pero se abandona su conducta; cuando su rostro continúa en las paredes, pero su pueblo deja de ocupar el centro de las decisiones; cuando se invoca su legado para exigir sacrificios que quienes gobiernan no están dispuestos a compartir.

La tercera muerte es acaso la más dolorosa: la muerte del olvido.

Parece que una parte del pueblo por el que tanto hizo va dejando de recordarlo. Y muchos de quienes un día se llamaron sus compañeros pronuncian cada vez menos su nombre, o lo conservan únicamente como una figura ceremonial, despojada de su fuerza incómoda, de su rebeldía y de su capacidad para interpelar al poder.

No hay mayor ingratitud que recibir dignidad de alguien y después avergonzarse de su memoria. No hay mayor abandono que disfrutar de los derechos conquistados por una lucha y olvidar a quien ayudó a hacerlos posibles.

José Martí, al despedir a Máximo Gómez cuando este partía hacia una empresa difícil e incierta, le advirtió que quizá lo único que podía ofrecerle era la ingratitud de los hombres. Sabía Martí que los pueblos no siempre recuerdan a quienes se sacrifican por ellos y que, muchas veces, los beneficiarios de una obra terminan juzgando con dureza a quien entregó su vida para realizarla.

Chávez conocía ese peligro. Sabía que ninguna revolución está definitivamente asegurada y que un proyecto popular puede ser destruido no solo por sus enemigos, sino también por la indolencia, la corrupción y el acomodamiento de quienes dicen defenderlo.

Olvidar a Chávez no significa solamente dejar de mencionar su nombre. Significa olvidar al niño pobre que pudo estudiar, al enfermo que comenzó a recibir atención, al anciano que obtuvo una pensión, al campesino que fue reconocido como sujeto político y al pueblo que, durante un instante de la historia, sintió que el Palacio de Miraflores también le pertenecía.

Recordarlo, por tanto, no puede consistir en convertirlo en estatua, consigna o estampita. Recordar a Chávez exige preguntarse qué queda de su propósito, cuánto se ha perdido por el camino y quiénes se han beneficiado de esa pérdida.

Los hombres mueren una vez. Sus ideales pueden morir muchas veces: cuando son traicionados, cuando son convertidos en liturgia y cuando quienes deberían defenderlos deciden olvidarlos.

Pero también pueden resucitar cada vez que un pueblo vuelve a reconocerse como protagonista de su historia.

La tercera muerte de Hugo Chávez no será definitiva mientras exista alguien que recuerde que la política debía servir a los humildes y no servirse de ellos; mientras alguien se atreva a denunciar a quienes llevan su imagen en el pecho, pero han abandonado su ejemplo; mientras el pueblo venezolano conserve la memoria de aquel hombre que le dijo que no estaba condenado a permanecer de rodillas.

La ingratitud humana podrá cubrir temporalmente su nombre. Pero no podrá borrar la pregunta que dejó suspendida sobre Venezuela y sobre toda América Latina:

¿Para quién se gobierna?

Sobre el autor:

José Conde Masdiaz (Yaguajay, Cuba, 1963) es ingeniero civil y licenciado en Teología, residente en Alemania desde 1999. Ha desarrollado una sostenida labor cultural, asociativa y de solidaridad con Cuba, y preside la asociación La Estrella de Cuba e.V. Es autor del espacio Huestes Utópicas, donde publica reflexiones sobre historia, política, religión, filosofía, identidad y realidad cubana. Su escritura combina una marcada preocupación ética y social con la defensa de la soberanía de los pueblos y una mirada crítica sobre los procesos políticos contemporáneos.

Sobre Huestes Utópicas:

Huestes Utópicas es un espacio digital de reflexión y análisis creado por José Conde Masdiaz, dedicado a temas relacionados con Cuba, América Latina, historia, política, religión, filosofía y realidad social. El medio combina el ensayo político con la reflexión ética e histórica, manteniendo una perspectiva crítica frente a los problemas contemporáneos y, al mismo tiempo, una defensa de la soberanía, la justicia social y el derecho de los pueblos a decidir su propio destino. Más que un portal informativo convencional, Huestes Utópicas funciona como una bitácora de pensamiento y debate, donde la actualidad se examina desde una mirada personal, humanista y comprometida.

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