Abelardo de la Espriella non è un populista

Sebastián Ronderos e Cristian Acosta Olaya

Nel conto alla rovescia per il secondo turno delle elezioni presidenziali in Colombia, la stampa dell’establishment presenta il candidato di estrema destra, Abelardo de la Espriella, come «l’ultimo populista di destra». L’etichetta non solo è inesatta, ma lo esonera da qualcosa di peggio.

La mattina del 9 agosto 1994, il senatore Manuel Cepeda Vargas fu ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno della sua auto mentre si recava al Congresso colombiano. Era uno degli ultimi dirigenti rimasti in vita dell’Unione Patriottica, il partito di sinistra nato da un processo di pace e poi sterminato in modo sistematico. Migliaia dei suoi militanti furono assassinati, fatti sparire o spinti all’esilio sotto lo sguardo attento dello Stato, che di tanto in tanto faceva anche la sua parte.

Tre decenni dopo, il figlio di Manuel, il senatore Iván Cepeda, si gioca il secondo turno delle elezioni presidenziali contro Abelardo de la Espriella, un avvocato mediatico con legami di lunga data sia con il narcotraffico che con il paramilitarismo, che ha promesso di «squartare la sinistra» e che oggi, cavalcando una campagna di fuochi d’artificio, è in testa ai sondaggi.

In una sola scheda elettorale, la Colombia ha messo in scena lo scontro tra l’erede di un’esperienza di costruzione politica di massa che fu annientata mediante un genocidio e l’erede politico delle forze che lo perpetrarono. Ma, al contrario di Cepeda, la cui traiettoria politica risulta evidente a chiunque abbia memoria del passato recente del Paese, De la Espriella è un artefatto puramente congiunturale che, da un giorno all’altro, ha riciclato la sua influenza nell’ombra per presentarsi come l’outsider definitivo del sistema politico colombiano.

Quasi all’unisono, i commentatori hanno fatto ricorso a una sola parola per spiegare l’ascesa meteorica di De la Espriella: populismo. La sua scalata è stata, in effetti, sorprendentemente veloce. In pochi mesi è passato da commentatore occasionale in televisione a favorito nella corsa presidenziale. Lungo il cammino, il personaggio di De la Espriella è stato costruito con precisione chirurgica, pezzo dopo pezzo, con frammenti accuratamente selezionati delle figure dell’estrema destra internazionale.

Ha preso in prestito dal salvadoregno Nayib Bukele l’estetica pulita dell’uomo forte. Dall’argentino Javier Milei, la spacconeria leonina (si è autobattezzato «la tigre»). Dal trumpismo ha fatto sua la retorica dell’oscenità trasgressiva. De la Espriella promette di imprigionare e annientare i suoi oppositori mentre fa pressione in diretta a una giovane giornalista perché esprima un’opinione sul suo «pacchetto». Stillando aporofobia (odio verso i poveri) e misoginia in puro spettacolo, la campagna più costosa della storia del Paese si è rivelata anche la più efficace. La domanda è perché, e la risposta non è quella che hanno fissato i commentatori dell’establishment.

La trappola del concetto

Negli ultimi tempi, il termine «populismo» è diventato un riflesso per spiegare l’ascesa di quasi qualsiasi figura di rottura, sia di destra che di sinistra, e De la Espriella non fa eccezione. Analisti di tutto il mondo sottolineano la sua retorica manichea, il suo stile trasgressivo, il suo carisma da caudillo, il modo in cui divide il mondo tra un «noi» puro e un «loro» perverso e convoca, senza eufemismi, a «squartare» l’opposizione.

Ma nulla di tutto ciò è proprio del populismo. Il confine tra il «noi» e il «loro» anima quasi qualsiasi passione collettiva, dalla religione al calcio; il carisma e la posa antistituzionale appartengono a diverse tradizioni politiche, e politici che nessuno definirebbe populisti diffondono disinformazione con non meno entusiasmo di quelli così etichettati. Due decenni di ricerca hanno mostrato quanto sia inutile definire il populismo in base al suo contenuto. Dove ci porta tutto ciò, allora, per quanto riguarda il concetto?

Se questa logora categoria può ancora conservare qualcosa di universalità, lo fa in relazione alla sua forma più che al suo contenuto. Il populismo è, innanzitutto, un modo di costruire un soggetto politico. Appella al «popolo» come agli svantaggiati e traccia un confine che contrappone una maggioranza esclusa, il 99%, contro un establishment trincerato, l’1%. Il populismo costruisce un antagonismo verticale: raccoglie i rancori dispersi in un unico «popolo» e li rivolge contro quelli di sopra. E, tuttavia, nonostante tutto il suo antielitismo combattivo, il «popolo» che costruisce può sempre allargarsi un po’ di più per accogliere gli avversari di ieri.

De la Espriella non fa nulla di tutto ciò. Non ha alcuna intenzione di costruire un «popolo» a partire dagli esclusi e dagli oppressi; lui stesso è una creatura del potere costituito, un avvocato dei potenti e dei corrotti che finanzia la campagna più sfarzosa che la Colombia abbia mai visto. Il suo antagonismo non corre in verticale, dal basso contro l’alto, ma in orizzontale, contro il vicino: il povero, l’omosessuale, il contadino o il di sinistra vengono riconvertiti in un nemico interno che è necessario «estirpare». Se i grandi populismi includenti della storia latinoamericana — quello di Jorge Eliécer Gaitán, tra questi — mantenevano il «popolo» abbastanza ampio da accogliere gli esclusi, l’operazione di De la Espriella va in direzione contraria: restringe il demos e ne seleziona parti per l’eliminazione.

Ora, esiste una ragione ben concreta per cui questa caratterizzazione erronea si attacca, ed è che lo favorisce. All’estrema destra di solito conviene che la chiamino populista, perché la parola la assolve da nomi più duri e la rende quasi simpatica. Persino i neonazisti hanno bramato quella etichetta per essere la più benevola. Chiamare «populista» De la Espriella significa spianargli la strada: tradurre una politica di eliminazione nel linguaggio più gentile del malcontento contro l’establishment.

Più che nominare, spiegare

Chiamare fascista De la Espriella non significa fare l’inventario delle sue dichiarazioni. Significa nominare il tipo di legame che organizza il suo progetto e chiedersi cosa renda possibile quel legame nella Colombia di oggi. Nella tradizione che va da Theodor Adorno e Max Horkheimer, dalla Scuola di Francoforte al filosofo brasiliano Vladimir Safatle, il fascismo si comprende meglio non come una dottrina, ma come un regime affettivo: un modo di annodare paura, autorità e godimento in una struttura che diventa attraente e ospitale.

Il suo gesto fondante è convertire la differenza, da condizione della vita in comune, in una minaccia che va contenuta e, alla fine, eliminata. Nel discorso di De la Espriella, la persona di sinistra così come l’omosessuale cessano di essere membri legittimi di un mondo condiviso e diventano obiettivi di odi le cui vere fonti stanno altrove: nell’angoscia della solitudine, nella fame di riconoscimento, in un futuro che promette sempre meno a quasi tutti. La contraddizione è reale. Ma l’espediente del regime consiste nel distaccarla dalla struttura che la produce e conficcarla in un volto subalterno, molte volte già represso, che si può punire ancora di più. La frase tante volte citata di Sartre è ancora tagliente: se l’ebreo non esistesse, l’antisemita lo inventerebbe.

Ciò che sostiene il legame è che, in fondo, non è irrazionale. Ci consola immaginare il simpatizzante come un ingannato, privo di informazioni o di coscienza. La tesi più scomoda di Safatle è che il legame poggia su una scommessa che, nei suoi stessi termini, è lucida: non c’è più società per tutti, non c’è più posto per tutti, quindi qualcuno dovrà essere di troppo affinché un altro rimanga, ed è meglio che quello che resta sia io! Accettata la premessa, la crudeltà diventa prudenza. L’affetto che governa, più che il mero odio, è l’indifferenza: l’incapacità appresa di sentire che la sorte altrui abbia qualcosa a che fare con la propria.

Il fascismo chiede ai suoi adepti di tagliare filo per filo le solidarietà che permetterebbero di leggere la sofferenza altrui come una ferita condivisa e offre in cambio la sicurezza di un posto. Qui risiede la sua astuzia più profonda. Come vide Étienne de La Boétie più di quattro secoli fa, nel suo saggio sulla servitù volontaria, la tirannia si sostiene non dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto: ognuno riconciliato con la propria soggezione dalla promessa di qualcuno che lui, a sua volta, potrà soggiogare. Il fascismo convoca il penultimo per abbattere l’ultimo.

Per questo De la Espriella non ha bisogno di convincere. Più che un argomento, concede un permesso. Nomina l’oggetto di una paura diffusa e autorizza la sua soppressione, fino a che ciò che prima era indicibile inizia a suonare come senso comune. Non tratta più i suoi rivali come avversari da confutare, ma come nemici da distruggere e, con ciò, demolisce proprio ciò da cui dipende la democrazia: uno spazio comune dove il conflitto possa svolgersi senza che nessuno venga segnato per l’eliminazione.

Serbatoio storico

Sebbene molti dei tratti stravaganti della campagna di De la Espriella siano chiaramente importati, il sentimento che canalizza è di produzione locale. Sgorga da una lunga storia di violenza che Álvaro Uribe Vélez, il presidente della linea dura che governò la Colombia dal 2002 al 2010, affilò con astuzia nel corso dei suoi due mandati. L’uribismo, il movimento che costruì, non fu mai solo un partito o un programma. Fu una struttura di sentimento, un senso comune controinsurrezionale in cui la differenza stessa divenne sospetta e la disuguaglianza fu venduta come il prezzo dell’ordine. Studenti, sindacalisti, dirigenti contadini e difensori dei diritti umani impararono ad apparire non come partecipanti della vita democratica, ma come facciate di un nemico interno, e la loro esposizione alla violenza divenne prima pensabile e poi di routine.

Lo stesso Uribe ha già compiuto il suo ciclo. Il suo movimento è svuotato, le sue piazze più rade, la sua autorità non riempie più lo spazio politico come prima. Ma una struttura di sentimento non va in pensione. Ciò che l’uribismo produsse sopravvisse a Uribe e tracimò l’uribismo, si staccò dal suo autore e divenne una riserva fluttuante di paura e risentimento, a disposizione di chiunque abbia la destrezza sufficiente per sfruttarla. Quella riserva è l’energia affettiva da cui De la Espriella ha attinto con tanta efficacia.

E, paradossalmente, ciò che la mise in circolazione aperta fu un tentativo di ricanalizzazione democratica. Primo, gli accordi di pace del 2016 tra il governo di Juan Manuel Santos e le FARC dissolsero il nemico interno attorno al quale si era eretto l’uribismo. Secondo, il governo di Gustavo Petro, la prima amministrazione progressista della storia della Colombia, presiedette un calo reale della povertà e della disuguaglianza e, con essa, l’ingresso nella vita pubblica di soggetti lungamente esclusi: persone povere, razzializzate, sfollate e dissidenze sessuali erano improvvisamente visibili come portatrici di rivendicazioni legittime.

Per molti, questo è il riflesso di una giustizia a lungo rinviata. Per altri si è sentito come un esproprio, come la perdita di una gerarchia artificiale che molti avevano confuso con l’ordine naturale. L’inclusione, vissuta dall’alto come invasione, trasforma l’angoscia latente in reazione attiva. Lo spettacolo punitivo di De la Espriella, con la sua promessa di mano dura e megacarceri, di una sinistra finalmente squartata, è il veicolo attraverso cui quella reazione viene raccolta, nominata e scaricata.

La riserva non è una metafora. I «falsi positivi» degli anni di Uribe, quando l’Esercito uccise civili e li vestì da guerriglieri per gonfiare le sue cifre di caduti, dimostrarono che persino gli stessi cittadini potevano diventare nemici morti come un mero adempimento amministrativo: la Giurisdizione Speciale per la Pace contabilizza più di 6000 di questi omicidi, cifra elevata quest’anno da nuove indagini a quasi 8000, più di quanti ne uccise la dittatura di Pinochet in Cile.

Ma l’orrore viene da più lontano. Lo sterminio dell’Unione Patriottica, con migliaia di militanti assassinati nel corso degli anni 80 e 90 — Manuel Cepeda Vargas tra questi — fu uno dei capitoli più crudeli di una lunga e violenta storia, prova che un’intera comunità politica poteva essere cancellata senza che l’ordine che minacciava neppure tremasse. Ciò che tali episodi lasciano dietro di sé è la convinzione silenziosa che alcune vite sono sacrificabili e che disfarsene è meno uno scandalo di cui rendere conto che un «servizio» che viene premiato.

Sappiamo, infine, che spiegare un fenomeno contando i suoi morti rivela già il clima fascista che abbiamo iniziato a vivere. Una vittoria di De la Espriella sarebbe un salto nel vuoto dal quale forse non ci sarà facile ritorno. Le forze progressiste riunite attorno a Iván Cepeda hanno un tempo limitato, da qui alle elezioni di domenica 21 giugno, per recuperare lo slancio e riaccendere una campagna che mobiliti sentimenti di solidarietà popolare al di là della sua coalizione elettorale.

Ma le angosce reazionarie sopravviveranno alle elezioni. Bisognerà affrontarle, non solo denunciarle, e assorbirle in una forma affettiva diversa, un lavoro di lunga lena. Poiché se l’ultimo decennio ci ha insegnato qualcosa, è che né la condanna morale né l’argomento razionale, da soli, bastano a fermare il fascismo.


Abelardo de la Espriella no es un populista

 Sebastian Ronderos y Cristian Acosta Olaya

 

En la cuenta regresiva para la segunda vuelta de las elecciones presidenciales en Colombia, la prensa del establishment presenta al candidato de extrema derecha, Abelardo de la Espriella, como «el último populista de derecha». La etiqueta no solo es inexacta, sino que lo exime de algo peor. 

La mañana del 9 de agosto de 1994 el senador Manuel Cepeda Vargas fue asesinado a tiros dentro de su carro camino al Congreso colombiano. Era uno de los últimos dirigentes que quedaban vivos de la Unión Patriótica, el partido de izquierda nacido de un proceso de paz y luego exterminado de manera sistemática. Miles de sus militantes fueron asesinados, desaparecidos o empujados al exilio ante la atenta mirada del Estado, que de a ratos también hizo su parte. 

Tres décadas después, el hijo de Manuel, el senador Iván Cepeda, disputa la segunda vuelta de las elecciones presidenciales contra Abelardo de la Espriella, un abogado mediático con vínculos de larga data tanto con el narcotráfico como con el paramilitarismo, que ha prometido «destripar a la izquierda» y que hoy, montado en una campaña de fuegos artificiales, encabeza las encuestas. 

En un solo tarjetón, Colombia ha escenificado el enfrentamiento entre el heredero de una experiencia de construcción política de masas que fue aniquilada mediante un genocidio y el heredero político de las fuerzas que lo perpetraron. Pero, al contrario de Cepeda, cuya trayectoria política resulta evidente para cualquiera con memoria del pasado reciente del país, De la Espriella es un artefacto puramente coyuntural que, de la noche a la mañana, recicló su influencia en las sombras para presentarse como el outsider definitivo del sistema político colombiano. 

Casi al unísono, los comentaristas han echado mano de una sola palabra para explicar el ascenso meteórico de De la Espriella: populismo. Su escalada ha sido, en efecto, asombrosamente veloz. En cuestión de meses pasó de comentarista ocasional de televisión a favorito en la carrera presidencial. En el camino, el personaje de De la Espriella fue armado con precisión quirúrgica, pieza por pieza, con fragmentos cuidadosamente seleccionados de las figuras de la extrema derecha internacional. 

Tomó prestada del salvadoreño Nayib Bukele la estética pulcra de hombre fuerte. Del argentino Javier Milei, la bravuconería leonina (se bautizó a sí mismo «el tigre»). Del trumpismo hizo suya la retórica de la obscenidad transgresora. De la Espriella promete encarcelar y aniquilar a sus opositores al tiempo que presiona en vivo a una joven periodista para que opine sobre su «paquete». Destilando aporofobia y misoginia en puro espectáculo, la campaña más cara de la historia del país ha resultado ser también la más eficaz. La pregunta es por qué, y la respuesta no es la que han fijado los comentaristas del establishment. 

La trampa del concepto 

En el último tiempo, el término «populismo» ha devenido en un reflejo para explicar el ascenso de casi cualquier figura disruptiva, lo mismo de derecha que de izquierda, y De la Espriella no es la excepción. Analistas de todo el mundo resaltan su retórica maniquea, su estilo transgresor, su carisma de caudillo, la manera en que parte el mundo entre un «nosotros» puro y un «ellos» perverso y convoca, sin eufemismos, a «descuartizar» a la oposición. 

Pero nada de esto es propio del populismo. La frontera entre el «nosotros» y el «ellos» anima casi cualquier pasión colectiva, desde la religión hasta el fútbol; el carisma y la pose antinstitucional pertenece a diversas tradiciones políticas, y políticos a los que nadie tildaría de populistas difunden desinformación con no menos entusiasmo que los así rotulados. Dos décadas de investigación han mostrado lo inútil que resulta definir el populismo por su contenido. ¿Dónde nos deja eso, entonces, con el concepto? 

Si esta gastada categoría puede todavía conservar algo de universalidad, lo hace en relación con su forma más que a su contenido. El populismo es, ante todo, un modo de construir un sujeto político. Apela al «pueblo» como el desfavorecido y traza una frontera que enfrenta a una mayoría excluida, el 99%, contra un establishment atrincherado, el 1%. El populismo construye un antagonismo vertical: cose agravios dispersos en un mismo «pueblo» y lo vuelve contra los de arriba. Y, sin embargo, pese a todo su antielitismo combativo, el «pueblo» que construye puede siempre ensancharse un poco más para acoger a los adversarios de ayer. 

De la Espriella no hace nada de eso. No tiene ninguna intención de construir un «pueblo» a partir de los excluidos y los oprimidos; él mismo es una criatura del poder establecido, un abogado de los poderosos y los corruptos que financia la campaña más fastuosa que haya visto Colombia. Su antagonismo no corre en vertical, de abajo contra la cima, sino en horizontal, contra el vecino: el pobre, el homosexual, el campesino o el de izquierda son reconvertidos en un enemigo interno que es preciso «extirpar». Si los grandes populismos incluyentes de la historia latinoamericana —el de Jorge Eliécer Gaitán, entre ellos— mantenían al «pueblo» lo bastante ancho para dar cabida a los excluidos, la operación de De la Espriella va en sentido contrario: angosta el demos y selecciona partes de él para la eliminación. 

Ahora bien, existe una razón bien concreta para que esta caracterización equivocada se pegue, y es que lo favorece. A la extrema derecha suele convenirle que la llamen populista, porque la palabra la absuelve de nombres más duros y la vuelve casi simpática. Incluso los neonazis han codiciado esa etiqueta por ser la más benévola. Llamar «populista» a De la Espriella es allanarle el camino: traducir una política de eliminación al idioma más amable del descontento contra el establishment. 

Más que nombrar, explicar 

Llamar fascista a De la Espriella no es hacer inventario de sus declaraciones. Es nombrar el tipo de vínculo que organiza su proyecto y preguntarse qué hace posible ese vínculo en la Colombia de hoy. En la tradición que va de Theodor Adorno y Max Horkheimer, de la Escuela de Fráncfort al filósofo brasileño Vladimir Safatle, el fascismo se entiende mejor no como una doctrina, sino como un régimen afectivo: un modo de anudar miedo, autoridad y goce en una estructura que se vuelve atractiva y hospitalaria. 

Su gesto fundante es convertir la diferencia, de una condición de la vida en común, a una amenaza que hay que contener y, al final, eliminar. En el discurso de De la Espriella, la persona de izquierda tanto como la homosexual dejan de ser miembros legítimos de un mundo compartido y se convierten en objetivos de odios cuyas fuentes verdaderas están en otra parte: en la angustia de la soledad, en el hambre de reconocimiento, en un porvenir que promete cada vez menos a casi todos. La contradicción es real. Pero la treta del régimen consiste en despegarla de la estructura que la produce y clavarla en un rostro subalterno, muchas veces ya reprimido, al que se puede castigar aún más. La frase tantas veces citada de Sartre todavía corta: si el judío no existiera, el antisemita lo inventaría. 

Lo que sostiene el vínculo es que, en el fondo, no es irracional. Nos consuela imaginar al simpatizante como un engañado, falto de información o de conciencia. La tesis más incómoda de Safatle es que el vínculo descansa en una apuesta que, en sus propios términos, es lúcida: ya no hay sociedad para todos, ya no hay lugar para todos, así que alguien tendrá que sobrar para que otro permanezca, ¡y más vale que el que quede sea yo! Aceptada la premisa, la crueldad se vuelve prudencia. El afecto que gobierna, más que el mero odio, es la indiferencia: la incapacidad aprendida de sentir que la suerte ajena tenga algo que ver con la propia. 

El fascismo pide a sus adeptos cortar hilo por hilo las solidaridades que permitirían leer el sufrimiento ajeno como una herida compartida y ofrece a cambio la seguridad de un lugar. Aquí reside su astucia más profunda. Como vio Étienne de la Boétie hace más de cuatro siglos, en su ensayo sobre la servidumbre voluntaria, la tiranía se sostiene no de arriba hacia abajo, sino de abajo hacia arriba: cada uno reconciliado con su propia sujeción por la promesa de alguien a quien él, a su vez, podrá subyugar. El fascismo convoca al penúltimo para abatir al último. 

Por eso De la Espriella no necesita convencer. Más que un argumento, concede un permiso. Nombra el objeto de un temor difuso y autoriza su supresión, hasta que lo que antes era indecible empieza a sonar como sentido común. Ya no trata a sus rivales como adversarios a los que refutar, sino como enemigos a los que destruir y, con ello, derrumba justamente aquello de lo que depende la democracia: un espacio común donde el conflicto pueda librarse sin que nadie quede marcado para la eliminación. 

Reservorio histórico 

Aunque muchos de los rasgos extravagantes de la campaña de De la Espriella son a todas luces importados, el sentimiento que canaliza es de cosecha propia. Brota de una larga historia de violencia que Álvaro Uribe Vélez, el presidente de línea dura que gobernó Colombia de 2002 a 2010, afiló con astucia a lo largo de sus dos mandatos. El uribismo, el movimiento que construyó, nunca fue solo un partido o un programa. Fue una estructura de sentimiento, un sentido común contrainsurgente en el que la diferencia misma se volvió sospechosa y la desigualdad se vendió como el precio del orden. Estudiantes, sindicalistas, líderes campesinos y defensores de derechos humanos aprendieron a aparecer no como participantes de la vida democrática, sino como fachadas de un enemigo interno, y su exposición a la violencia se hizo primero pensable y luego rutinaria. 

El propio Uribe ya cumplió su ciclo. Su movimiento está vaciado, sus plazas más ralas, su autoridad ya no llena el recinto como antes. Pero una estructura de sentimiento no se jubila. Lo que el uribismo produjo sobrevivió a Uribe y desbordó al uribismo, se desprendió de su autor y se volvió una reserva flotante de miedo y resentimiento, a disposición de cualquiera con la destreza suficiente como para aprovecharla. Esa reserva es la energía afectiva de la que De la Espriella ha bebido con tanta eficacia. 

Y, paradójicamente, lo que la soltó a la circulación abierta fue un intento de recanalización democrática. Primero, los acuerdos de paz de 2016 entre el gobierno de Juan Manuel Santos y las FARC disolvieron al enemigo interno en torno al cual se había erigido el uribismo. Segundo, el gobierno de Gustavo Petro, la primera administración progresista de la historia de Colombia, presidió una caída real de la pobreza y la desigualdad y, con ella, la entrada a la vida pública de sujetos largamente excluidos: personas pobres, racializadas, desplazadas y disidencias sexuales eran de pronto visibles como portadoras de demandas legítimas. 

Para muchos, esto es reflejo de una justicia largamente postergada. Para otros se sintió como un despojo, como la pérdida de una jerarquía artificial que muchos habían confundido con el orden natural. La inclusión, vivida desde arriba como invasión, convierte la angustia latente en reacción activa. El espectáculo punitivo de De la Espriella, con su promesa de mano dura y megacárceles, de una izquierda por fin destripada, es el vehículo por el que esa reacción se recoge, se nombra y se descarga. 

La reserva no es una metáfora. Los «falsos positivos» de los años de Uribe, cuando el Ejército asesinó a civiles y los vistió de guerrilleros para inflar sus cifras de bajas, probaron que hasta los propios ciudadanos podían convertirse en muertos enemigos como un mero trámite administrativo: la Jurisdicción Especial para la Paz contabiliza más de 6000 de estos asesinatos, cifra elevada este año por nuevas investigaciones a casi 8000, más de los que mató la dictadura de Pinochet en Chile. 

Pero el horror viene de más atrás. El exterminio de la Unión Patriótica, con miles de militantes asesinados a lo largo de los años ochenta y noventa —Manuel Cepeda Vargas entre ellos— fue uno de los capítulos más crueles de una larga y violenta historia, prueba de que una comunidad política entera podía ser borrada sin que el orden que amenazaba siquiera temblara. Lo que tales episodios dejan tras de sí es la convicción silenciosa de que algunas vidas son prescindibles y de que deshacerse de ellas es menos un escándalo del cual dar explicaciones que un «servicio» que se premia. 

Sabemos, al fin, que explicar un fenómeno contando sus muertos ya delata el clima fascista que hemos pasado a habitar. Una victoria de De la Espriella sería un salto al vacío del que quizá no haya retorno fácil. Las fuerzas progresistas reunidas en torno a Iván Cepeda tienen un tiempo limitado, de aquí a las elecciones del domingo 21 de junio, para recuperar el impulso y reavivar una campaña que movilice sentimientos de solidaridad popular más allá de su coalición electoral. 

Pero las angustias reaccionarias sobrevivirán a la elección. Habrá que enfrentarlas, no solo denunciarlas, y absorberlas en una forma afectiva distinta, un trabajo de largo aliento. Pues si la última década nos ha enseñado algo, es que ni la condena moral ni el argumento racional, por sí solos, bastan para detener al fascismo.

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