Patria è umanità: il miracolo non arrivava in barili

Durante gli ultimi 25 anni, gli USA hanno diffuso la narrativa che “il Venezuela regala petrolio a Cuba”. In realtà, l’unico “regalo” che c’è stato nella relazione tra questi due paesi è venuto da parte dell’isola, la quale ha condiviso con il Venezuela assistenza medica solidale e gratuita.

María Teresa Felipe Sosa

Era un venerdì di luglio del 2004, passate già le sette di sera, quando il dottor Marcelino Ríos e il suo gruppo dell’Ospedale Oftalmologico Ramón Pando Ferrer, a L’Avana, ricevettero una visita che nessuno di loro avrebbe potuto anticipare. Fidel Castro si presentò senza preavviso, intavolò con i medici una conversazione priva di protocollo, accettò un bicchiere d’acqua e pose loro una richiesta che, in apparenza, non rivestiva maggiore complessità: ricevere la mattina seguente 50 pazienti venezuelani che avrebbero viaggiato da Caracas per essere operati di cataratta.

Il sabato, alle 7 del mattino, il gruppo completo si trovava già in ospedale; un’ora più tardi uscivano i primi operati, e prima che terminasse il lunedì i 7 chirurghi del servizio avevano assistito la totalità dei pazienti. Fu allora che arrivò la chiamata. Fidel telefonava per congratularsi con il gruppo e, quasi nello stesso gesto, per indagare se esistesse la capacità di operare un numero maggiore di persone.

Quando Ríos volle sapere quante, il Comandante ammise che il venerdì non si era espresso con precisione: quello che aveva in mente non erano 50 venezuelani in totale, ma 50 ogni giorno. Da quella rettifica, formulata quasi a margine di una conversazione telefonica, nacque l’Operazione Miracolo, uno dei programmi di cooperazione sanitaria più ambiziosi che l’America Latina abbia conosciuto.

Vale la pena iniziare ricordando questa storia perché disarma, meglio di qualsiasi statistica, la frase che per venticinque anni è stata ripetuta nei salotti di Miami, nelle colonne di Madrid, nei discorsi dell’opposizione e di alcuni seguaci dell’attuale direzione venezuelana, e che gli stessi di sempre hanno tentato di rilanciare in questi giorni: che il Venezuela regalava il petrolio a Cuba. Ciò che si mise in moto quella notte a L’Avana non fu il gesto grato di un paese mantenuto, fu la risposta grata di un popolo che, con il blocco addosso e l’economia stretta fino all’ultima vite, decise che aveva qualcosa di prezioso da offrire e che l’avrebbe offerto alla grande.

L’accordo che rese possibile tutto ciò ha data, firma e testo pubblico, per cui non c’è bisogno di credere a nessuno. Il Convenio Integral de Cooperación tra Cuba e Venezuela fu firmato a Caracas il 30 ottobre del 2000, sottoscritto da Fidel Castro e Hugo Chávez, e in esso il Venezuela si impegnava a fornire a Cuba, su richiesta di questa, beni, assistenza tecnica, greggio e derivati fino a un totale di 53000 barili al giorno.

Quei barili viaggiavano tutelati da contratti di PDVSA, a prezzo di mercato, con lettera di credito della Banca Nazionale di Cuba, con pagherò a quindici anni e con interessi, e per quanto se ne sa nessun regalo nella storia dell’umanità è mai venuto accompagnato da pagherò. Ciò che esistette fu un credito agevolato tra due Stati che decisero di commerciare senza chiedere permesso a Washington, e in condizioni piuttosto più dignitose, sia detto per inciso, di quelle che il Fondo Monetario Internazionale ha imposto a mezzo continente per decenni.

Ma il convenio non parla solo di petrolio, e basta scorrere il suo allegato, che è in realtà un inventario minuzioso di ciò che Cuba metteva sul tavolo, per capire che quello fu uno scambio in piena regola. Lì appaiono la consulenza per recuperare l’industria zuccheriera venezuelana e gli studi per costruire tre raffinerie a Barinas, Guárico e Apure; i progetti di orti urbani, irrigazione, piante medicinali e gestione forestale; più di 120 medicinali generici, i vaccini cubani contro l’epatite B e la meningite B, e apparecchiature mediche fabbricate sull’isola, dagli elettrocardiografi ai sistemi SUMA per diagnosticare HIV, epatite e dengue.

Appaiono anche i consulenti per formare maestri e consolidare le scuole bolivariane, i metodi di alfabetizzazione, fino a 3000 allenatori sportivi, la formazione di medici, infermieri e tecnici per le zone più isolate del paese, e la disponibilità degli ospedali cubani per realizzare trapianti di midollo, cuore, fegato, rene e cornea, oltre a trattamenti di restauro neurologico e delle dipendenze.

E va detto con tutte le lettere: il regalo sì che esistette, solo che è scritto in una clausola dello stesso convenio che i suoi detrattori, curiosamente, non citano mai. In essa Cuba offre in modo gratuito al Venezuela i servizi dei suoi medici, specialisti e tecnici della salute in tutti i luoghi dove non si disponeva di quel personale, e si impegnava, inoltre, a che quei professionisti addestrassero senza alcun costo il personale venezuelano che lo richiedeva. Di modo che nel documento fondativo di quella relazione l’unica cosa che figura come gratuita è ciò che apportava l’isola, il che vuol dire che il regalo viaggiava, in effetti, ma nel senso opposto a quello che hanno sempre voluto raccontare.

Quella clausola rappresenta la cristallizzazione di una politica che la Rivoluzione veniva costruendo dal 1963, quando un paese che aveva appena visto partire verso Miami la metà dei suoi medici ebbe l’ardire di inviare la sua prima brigata nell’Algeria appena resasi indipendente. Cuba imparò presto che la sovranità di un popolo si misura anche dalla salute dei suoi poveri, e che la solidarietà vera non consiste nel dare ciò che avanza ma nel condividere ciò che manca, qualcosa che Martí aveva lasciato scritto molto prima con tre parole, “Patria è umanità”, e che in Venezuela fu messo alla prova a una scala che non aveva precedenti.

Barrio Adentro nacque il 16 aprile 2003, impulsata da Fidel e Chávez, e cominciò installando ambulatori popolari nelle comunità più dimenticate del paese, fino a dove arrivarono migliaia di professionisti cubani che salirono sulle colline di Caracas che il medico di clinica privata non aveva mai calpestato. Scesero nei caseríos del Delta Amacuro, attraversarono i llanos di Apure e si addentrarono nei quartieri dello Zulia. Quando si compirono dieci anni dal convenio, Chávez lo riassunse con un dato che vale per qualsiasi editoriale: che Cuba aveva installato in Venezuela 6.712 ambulatori medici popolari in un paese dove l’assistenza medica era diventata, per la maggioranza, un lusso irraggiungibile.

Le cifre accumulate sono di tale magnitudine che ancora danno le vertigini all’opposizione di entrambi i paesi. Secondo Prensa Latina, più di 200000 collaboratori cubani della salute prestarono servizio nella missione, si realizzarono più di 1296 milioni di consultazioni e più di un milione 490 mila persone salvarono la vita grazie all’assistenza dei medici dell’isola. Un milione e mezzo di vite, e dietro quel numero ci sono bambini che non morirono di diarrea in una località senza acqua corrente, madri che finalmente partorirono con qualcuno accanto, ipertesi che per la prima volta ebbero a chi chiedere della pastiglia, grazie a medici di Holguín, di Camagüey e di Pinar del Río che passarono anni lontani dai propri figli perché altri figli, altrui, arrivassero vivi all’anno successivo.

L’Operazione Miracolo, quella che nacque da una chiamata del capo della Rivoluzione cubana, moltiplicò il gesto a una velocità sorprendente, perché per la fine di ottobre del 2004 erano già stati operati 13630 pazienti venezuelani. Un rapporto successivo del Ministero della Salute Pubblica di Cuba davanti al Parlamento contabilizzò 290934 venezuelani beneficiati, e con gli anni la cifra continuò a crescere fino a che il giornale cubano Juventud Rebelde registrò il giorno in cui si operò il venezuelano numero un milione, occasione in cui Chávez fece un paragone che smentiva qualsiasi menzogna: il sistema pubblico venezuelano operava prima circa 5000 persone all’anno, e con la Missione Miracolo quella cifra si raggiungeva ogni settimana, senza cobrare un centesimo a nessuno. Quanto vale che una nonna di Petare torni a vedere la faccia dei suoi nipoti? Nella contabilità di chi parla di regali, semplicemente, non c’è colonna per questo.

Davanti a simili dati, la versione più raffinata del mito abbandonò la parola “regalo” e ne adottò un’altra più elegante, quella di “sussidio occulto”, senza avvertire che chi comincia a discutere il prezzo ha già ammesso l’essenziale: che c’erano due parti, due popoli e uno scambio. Il Venezuela apportò petrolio, e Cuba apportò ciò che la Rivoluzione aveva coltivato durante sei decenni di assedio: scienza, conoscenza e medici formati con un’etica umanista. Che un’isola piccola, strangolata dalla potenza più potente della storia, abbia potuto offrire questo a simile scala è la dimostrazione che un’altra forma di cooperazione tra i popoli del Sud è possibile, e precisamente per questo bisognava screditarla.

Il mito non fu mai innocente: se il petrolio era un’elemosina, allora Cuba era una mantenuta, e tagliarle il rifornimento equivaleva appena a porre fine alla carità, cosa per cui nessuno esce a protestare. Ma se si trattava di uno scambio tra due nazioni sovrane, con contratto, con fattura e con duecentomila professionisti di mezzo, ciò che è accaduto nel 2026 ha un altro nome.

Quando Washington si portò via Maduro e annunciò che a Cuba non sarebbe arrivata nemmeno una goccia in più di petrolio venezuelano, e quando firmò inoltre l’ordinanza che minaccia dazi a qualsiasi paese che venda greggio all’isola, ciò che fece fu rompere un accordo tra popoli liberi e avvertire qualsiasi terzo che osi occupare il posto vuoto di ciò che lo attende. Questo ha un nome, ed è quello di sempre: blocco.

Quel lunedì di luglio del 2004 Fidel non chiamò per chiedere petrolio, chiamò per chiedere 50 operazioni al giorno, e questa è proprio la differenza che il mito ha bisogno di nascondere. Cuba non andò in Venezuela a mendicare, andò a curare, e ogni volta che qualcuno ripeterà che il Venezuela regalava il petrolio a Cuba bisognerà ricordargli che su qualche collina di Caracas, in qualche caserío del Delta, c’è un milione e mezzo di venezuelani che sono vivi per smentirlo. La storia potrà continuare a discutere i conti del convenio, ma ciò che non potrà mai cancellare è chi salì sulla collina.

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