Fidel ebbe tutte le condizioni per non essere Fidel. Era figlio di una famiglia facoltosa, di buona posizione economica, con possibilità di studiare all’Avana, di diventare avvocato, di lavorare in un ufficio legale privato, con una vita relativamente agiata.
Aveva tutte le premesse, familiari e di talento personale, per un’esistenza agiata e tranquilla, senza grandi privazioni, che gli avrebbe permesso di costruirsi una traiettoria professionale di rilievo. “Fidel ha stoffa e non mancherà l’artista”, profetizzò il professore gesuita Armando Llorente, il quale non dubitò che il giovane studente avrebbe riempito di pagine brillanti il libro della sua vita, anche senza sospettare lontanamente il contenuto futuro di quei fogli.
Fidel, invece di mettere tutti quei vantaggi e privilegi al servizio dell’ottenimento di benefici personali, si dedicò alla lotta per obiettivi più trascendenti di emancipazione sociale e nazionale. Essere rivoluzionario non è una caratteristica genetica, acquisita con la nascita, ma una condizione che si va formando attraverso scelte individuali durante il percorso vitale di una persona. Fidel si definì come rivoluzionario con le scelte che fece e le posizioni che andò assumendo nel corso della sua vita. Avrebbe potuto scegliere i canali della politica tradizionale, anche in epoca di dittatura, e diventare uno dei tanti quadri dell’Ortodossia che puntavano ad accordi pacifici per assicurarsi scranni e prebende. Ma scelse il sentiero più difficile, quello rivoluzionario, e sorprese tutti, alla testa di un gruppo di giovani praticamente sconosciuti, come lui, alla guida di un assalto che nessuno si aspettava, contro la fortezza militare più grande fuori dall’Avana.
Una costante nella storia di Fidel fu quella di sorprendere sempre con decisioni che sfidavano la logica di stretti calcoli di fattibilità. Il fondamento pratico della sua politica rivoluzionaria fu quello di trasformare in realtà sogni che sembravano impossibili. La normalità nell’America Latina del XX secolo, inclusa l’esperienza cubana, è che processi rivoluzionari vittoriosi contro regimi dittatoriali aprivano la strada a riformulazioni dell’egemonia borghese e del dominio imperialista, che in nessun caso producevano rotture aperte con l’ordine vigente. A Cuba, dove la sudditanza neocoloniale agli USA appariva come un destino inevitabile, il rovesciamento di Batista avrebbe potuto significare il ritorno del paese alla situazione imperante il 9 marzo 1952, con il potere reale nelle mani di sempre e la continuità della tutela straniera, forse ora sotto nuove forme e vesti. In questo scenario, il più probabile secondo le ferree leggi della geopolitica e della dominazione, la condizione di eroe mitico che aveva liberato il paese da una dittatura gli avrebbe garantito a Fidel una posizione di privilegio, l’applauso e il sostegno di “potenti forze dominanti” nazionali e straniere, e una vita senza rischi, senza l’esposizione a più di 600 piani di attentati.
Tuttavia, ancora una volta Fidel scelse il cammino più duro e pericoloso, ma l’unico che poteva portare giustizia e dignità al popolo cubano, quello di una rivoluzione profonda, la trasformazione radicale delle strutture di sfruttamento che attraversavano la società insulare, anche se ciò implicava sfidare il potere imperiale più imponente e travolgente di tutti i tempi.
Fidel è una delle grandi personalità storiche del XX secolo, che lasciò un’impronta indelebile nel divenire dell’umanità. E questa dimensione universale la acquisì non da una nazione centrale, con abbondanti risorse economiche, ma da una piccola isola alla periferia del sistema mondo capitalista, aggredita e bloccata, e con enormi limiti materiali. In queste condizioni, dal sottosviluppo e da un passato coloniale e neocoloniale, aver trasformato il nostro paese in un riferimento e potenza mondiale nei più vari ambiti, ed essersi trasformato egli stesso in un simbolo internazionale della lotta dei popoli per la loro emancipazione, ha un merito straordinario e accresce la sua statura di dirigente rivoluzionario.
Una peculiarità della guida di Fidel, coltivata fin dall’insurrezione, era la sua capacità tattica di decifrare con esattezza le chiavi di ogni momento storico, e agire di conseguenza. Questa qualità di saper procedere secondo le esigenze della congiuntura, mantenendo al contempo una fermezza incrollabile nei principi, gli procurò un’enorme fiducia tra i suoi compagni per prendere le decisioni appropriate in ogni circostanza. Così lo esprimeva Armando Hart, in una lettera a Celia Sánchez alla fine del 1957: “lui ha una straordinaria capacità di comprendere quando politicamente dobbiamo fare proposte di tipo radicale”. [1] La maggior parte dei cubani sperimentò anche, nel corso dei decenni della Rivoluzione al potere, la sicurezza che, indipendentemente dall’entità delle difficoltà che affrontavamo, Fidel avrebbe sempre saputo cosa fare e ci avrebbe condotto alla vittoria.
Il suo eccezionale talento per realizzare correzioni necessarie e svolte in corso d’opera a strategie politiche già decise, e di gestire con intelligenza i suoi ritmi e tempi, lo avvicina a un altro grande del XX secolo, Vladimir Lenin, riconosciuto anche per la sua abilità dialettica, come nelle Tesi di Aprile, per operare cambi tattici improvvisi e non seguire linee rette nel conseguimento di obiettivi rivoluzionari. Ben si potrebbe applicare al dirigente cubano la sembianza che Trotsky fece di Lenin: “quello stratega rivoluzionario che sapeva orientarsi in modo geniale alla vista di ogni situazione (…) era un genio, un perfetto genio umano, il che non vuol dire che fosse una macchina calcolatrice che funzionasse in modo infallibile. Quello che accadeva era che gli errori che lui commetteva erano molti meno di quelli che qualsiasi altro avrebbe commesso, messo al suo posto”. [2]
La dimensione smisurata in tutto ciò che faceva fu notata in Fidel da uno dei suoi amici più cari e amati, lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez, che lo definì come qualcuno “incapace di concepire qualsiasi idea che non sia smisurata”. Fare una rivoluzione come quella cubana, in mezzo alle condizioni e agli ostacoli che affrontò, con gli obiettivi che si propose, non poteva essere altro che un’idea smisurata. Non era un progetto che potesse trovare spazio entro stampi normali o logici, doveva espandere al massimo le frontiere del possibile. E questa è stata una marca permanente della rivoluzione cubana: proporsi mete e obiettivi molto superiori a quelli che sembrano permettere le condizioni materiali.
Il miglior omaggio a Fidel nel suo centenario è continuare a concepire idee smisurate per mantenere e approfondire questa rivoluzione fuori dal comune.
Note:
[1] Lettera di Armando Hart a Celia Sánchez, 6 dicembre 1957. Fondo Armando Hart Dávalos, Archivio dell’Ufficio per gli Affari Storici della Presidenza della Repubblica.
[2] Trotsky, León: La mia vita, Editorial Verbum, Madrid, 2019, p. 501.
Fidel y la descomunal humanidad de la Revolución
Fidel tuvo todas las condiciones para no ser Fidel. Era hijo de una familia acaudalada, de buena posición económica, con posibilidad de estudiar en La Habana, de hacerse abogado, de trabajar en un bufete privado, con una vida relativamente cómoda.
Tenía todas las premisas, familiares y de talento personal, para una existencia muelle y tranquila, sin grandes penurias, que le permitiera labrarse una trayectoria profesional destacada. “Fidel tiene madera y no faltará el artista”, auguró el profesor jesuita Armando Llorente, quien no dudó que el joven estudiante llenaría de páginas brillantes el libro de su vida, aunque sin sospechar siquiera el contenido futuro de esos folios.
Fidel, en lugar de poner todas esas ventajas y privilegios en función de la obtención de beneficios personales, se dedicó a la lucha por objetivos más trascendentes de emancipación social y nacional. Ser revolucionario no es una característica genética, adquirida con el nacimiento, sino una condición que se va formando a través de elecciones individuales durante el recorrido vital de una persona. Fidel se fue definiendo como revolucionario con las elecciones que tomó y las posiciones que fue asumiendo a lo largo de su vida. Pudo haber elegido los cauces de la política tradicional, incluso en época de dictadura, y convertirse en uno de tantos cuadros de la Ortodoxia que pujaban por arreglos pacíficos para asegurarse curules y prebendas. Pero escogió la senda más difícil, la revolucionaria, y sorprendió a todos, al frente de un grupo de jóvenes prácticamente desconocidos, como él, dirigiendo un asalto que nadie esperaba, contra la fortaleza militar más grande fuera de La Habana.
Una constante en la historia de Fidel fue la de sorprender siempre con decisiones que desafiaban la lógica de estrechos cálculos de factibilidad. El fundamento práctico de su política revolucionaria fue la de convertir en realidades sueños que parecían imposibles. Lo normal en la América Latina del siglo XX, incluida la experiencia cubana, es que procesos revolucionarios victoriosos contra regímenes dictatoriales, abrían paso a reformulaciones de la hegemonía burguesa y el dominio imperialista, que en ningún caso producían rupturas abiertas con el orden vigente. En Cuba, donde la sujeción neocolonial a Estados Unidos lucía como un sino inevitable, el derrocamiento de Batista podría haber significado el regreso del país a la situación imperante el 9 de marzo de 1952, con el poder real en las manos de siempre y la continuidad del tutelaje foráneo, quizás ahora bajo nuevas formas y ropajes. En este escenario, el más probable según las normas de hierro de la geopolítica y la dominación, la condición de héroe mítico que había liberado al país de una dictadura le habría garantizado a Fidel una posición de privilegio, el aplauso y el apoyo de “poderosas fuerzas dominantes” nacionales y extranjeras, y una vida sin riesgos, sin la exposición a más de 600 planes de atentados.
Sin embargo, otra vez tomó Fidel el camino más duro y peligroso, pero el único que podía traerle justicia y dignidad al pueblo cubano, el de una revolución profunda, la transformación radical de las estructuras de explotación que atravesaban a la sociedad insular, aunque ello implicara desafiar al poder imperial más imponente y avasallador de todos los tiempos.
Fidel es una de las grandes personalidades históricas del siglo XX, que dejó una huella imperecedera en el devenir de la humanidad. Y esa dimensión universal la adquirió no desde una nación central, con abundantes recursos económicos, sino desde una pequeña isla en la periferia del sistema mundo capitalista, agredida y bloqueada, y con enormes límites materiales. En esas condiciones, desde el subdesarrollo y desde un pasado colonial y neocolonial, haber convertido a nuestro país en una referencia y potencia mundial en los más variados ámbitos, y haberse convertido él mismo en un símbolo internacional de la lucha de los pueblos por su emancipación, tiene un mérito extraordinario y acrecienta su estatura de dirigente revolucionario.
Una peculiaridad del liderazgo de Fidel, cultivada desde la insurrección, era su capacidad táctica para descifrar con exactitud las claves de cada momento histórico, y actuar en consecuencia. Esa cualidad de saber cómo proceder según las exigencias de la coyuntura, al tiempo que se mantenía una firmeza inclaudicable en los principios, le granjeó una enorme confianza entre sus compañeros para tomar las decisiones adecuadas en cada circunstancia. Así lo expresaba Armando Hart, en carta a Celia Sánchez a finales de 1957: “él tiene una extraordinaria capacidad para comprender cuándo políticamente debemos hacer planteamientos de tipo radical”.[1] La mayoría de los cubanos experimentamos también, a lo largo de las décadas de la Revolución en el poder, la seguridad de que, sin importar la envergadura de las dificultades que enfrentáramos, Fidel siempre sabría qué hacer y nos conduciría a la victoria.
Su excepcional talento para realizar correcciones necesarias y giros sobre la marcha a estrategias políticas ya decididas, y de manejar con inteligencia sus ritmos y tiempos, lo asemeja a otro grande del siglo XX, Vladimir Lenin, reconocido también por su habilidad dialéctica, como en las Tesis de Abril, para operar cambios tácticos repentinos y no seguir líneas rectas en la consecución de objetivos revolucionarios. Bien podría aplicarse al líder cubano la semblanza que hizo Trotsky de Lenin: “aquel estratega revolucionario que sabía orientarse de un modo genial a la vista de cada situación (…) era un genio, un perfecto genio humano, lo cual no quiere decir que fuese una máquina calculadora que funcionase de un modo infalible. Lo que ocurría era que los errores que él cometía eran muchos menos de los que cualquier otro hubiera cometido, puesto en su lugar”.[2]
La dimensión mayúscula en todo cuanto hacía fue advertida en Fidel por uno de sus amigos más cercanos y queridos, el escritor colombiano Gabriel García Márquez, quien lo definió como alguien “incapaz de concebir ninguna idea que no sea descomunal”. Hacer una revolución como la cubana, en medio de las condiciones y obstáculos que enfrentó, con los objetivos que se propuso, no podía ser otra cosa que una idea descomunal. No era un proyecto que pudiera hallar cabida dentro de moldes normales o lógicos, tenía que expandir al máximo las fronteras de lo posible. Y esa ha sido una marca permanente de la revolución cubana: proponerse metas y objetivos muy superiores a los que parecen permitir las condiciones materiales.
El mejor homenaje a Fidel en su centenario es seguir concibiendo ideas descomunales para mantener y profundizar esta revolución fuera de lo común.
Notas:
[1] Carta de Armando Hart a Celia Sánchez, 6 de diciembre de 1957. Fondo Armando Hart Dávalos, Archivo de la Oficina de Asuntos Históricos de la Presidencia de la República.
[2] Trotsky, León: Mi vida, Editorial Verbum, Madrid, 2019, p. 501.

One thought on “Fidel e la smisurata umanità della Rivoluzione”