Un nuovo sistema storico: venti appunti per una Cartografia della Nuova Trasformazione

Ignacio Ramonet

Molta gente è perplessa. Disorientata. Sconcertata davanti agli avvenimenti che stiamo vivendo. C’è un’enorme incertezza. Una profonda inquietudine. Persino paura. Perché, ancora una volta, non capiamo, non comprendiamo ciò che sta succedendo nelle nostre società e sul pianeta. Il mondo è diventato molto difficile da leggere, da decodificare. E l’informazione che riceviamo non ci aiuta. Ci confonde persino di più. Molti dei nostri strumenti concettuali non ci permettono più di interpretare, decifrare ciò che sta accadendo.

Ed è normale. Perché ciò che stiamo vivendo non è semplicemente una nuova crisi internazionale. Nemmeno una policrisi. Non è solamente una nuova fase della rivalità tra grandi potenze. Non è nemmeno unicamente una nuova rivoluzione tecnologica.

Ciò che sta accadendo è qualcosa di più profondo.

Stiamo assistendo alla convergenza, in uno stesso momento storico, di varie grandi rotture che normalmente si producono separatamente: una trasformazione del sistema geopolitico internazionale; una trasformazione dell’economia-mondo; una rivoluzione tecnologica; una transizione energetica; una mutazione demografica; una crisi climatica ed ecologica; e una profonda modificazione delle forme di produzione, di comunicazione e di organizzazione sociale. E lo straordinario di questo nuovo momento è che tutte queste trasformazioni stanno avvenendo simultaneamente e si stanno influenzando a vicenda.

Oggi, l’Ordine Internazionale posteriore alla II Guerra Mondiale sta lasciando il posto a un mondo più frammentato e multipolare, allo stesso tempo in cui avanzano l’intelligenza artificiale, le trasformazioni demografiche e la crisi climatica. E precisamente quella simultaneità converte il momento attuale in un periodo di incertezza eccezionale.

Per questo credo che dobbiamo evitare due errori.

Il primo consiste nel pensare che siamo semplicemente davanti a una successione di crisi: la guerra, l’inflazione, le tensioni commerciali, la crisi energetica, la rivalità USA-Cina, l’intelligenza artificiale…

No.

Il secondo errore consiste nel pensare che tutto questo costituisca una specie di incidente passeggero del sistema.

Nemmeno.

Ciò che stiamo vivendo è la transizione da un sistema storico verso un nuovo sistema storico il cui profilo non è ancora completamente definito.

E, precisamente per questo, questo è un momento gramsciano in cui la politica torna ad acquisire un’importanza straordinaria, fondamentale.

Perché quando le regole di un’epoca cominciano a smettere di funzionare e i nuovi paradigmi non sono ancora stabiliti, si apre un periodo di disputa.

Di disputa per definire e imporre le nuove regole e i nuovi paradigmi della nuova epoca storica che comincia.

Per cercare di capire meglio questo cambio copernicano che stiamo vivendo, propongo i seguenti venti appunti con l’obiettivo di visualizzare meglio l’attuale cartografia concettuale di questa Nuova Trasformazione.

**Geopolitica. Da un mondo unipolare a un mondo con molteplici centri di potere**

Per più di tre decadi, dalla scomparsa dell’Unione Sovietica nel 1991, abbiamo vissuto quello che potremmo chiamare un momento unipolare.

Gli USA sono rimasti come unica superpotenza globale. Ciò non significa che controllassero assolutamente tutto. Esistevano altre grandi potenze, economie regionali, istituzioni internazionali e molteplici forme di resistenza. Ma l’architettura generale del sistema internazionale era organizzata attorno a una sola superpotenza il cui peso economico, finanziario, militare, tecnologico e culturale era incomparabile.

Quel periodo sta finendo.

Non perché gli USA abbiano smesso di essere una grande potenza. Continuano a essere una potenza straordinariamente potente.

Ma perché sono apparsi altri centri di accumulazione di potere.

La Cina costituisce oggi una potenza economica, industriale e tecnologica di prima grandezza.

L’India aumenta il suo peso economico, demografico e strategico. La Russia conserva un’enorme capacità militare ed energetica. Il Brasile e il Messico svolgono un ruolo centrale in America Latina e possiedono risorse strategiche di dimensione continentale. Paesi come Indonesia, Turchia, Iran, Arabia Saudita, Etiopia, Nigeria o Sudafrica dispongono di capacità regionali e di margini di autonomia sempre maggiori. E numerose economie del cosiddetto Sud Globale cercano di diversificare le loro relazioni internazionali.

I BRICS sono una delle espressioni di questa nuova trasformazione. Non costituiscono un blocco omogeneo, e sarebbe un errore presentarli come tale, ma esprimono una realtà geopolitica: una parte crescente del mondo vuole disporre di maggiore capacità di negoziazione dentro le istituzioni internazionali, e ridurre la sua dipendenza da un unico centro di potere.

Siamo, quindi, davanti a una multipolarizzazione del sistema internazionale.

Ma dobbiamo capire bene cosa significa questo. Multipolarità non vuol dire automaticamente cooperazione. Non significa nemmeno che le rivalità scompaiano. Può significare precisamente il contrario: che ci saranno più attori con capacità di competere, negoziare, bloccare, guerreggiare, pressare e stabilire alleanze variabili. Il nuovo mondo che sta nascendo può essere più plurale, ma anche più conflittuale. E questo è uno dei grandi paradossi di questo nuovo tempo: non abbiamo mai avuto tanto bisogno della cooperazione internazionale e, tuttavia, non è mai stato così difficile costruirla.

**Il ritorno della geopolitica nell’economia**

Durante gli anni della grande globalizzazione neoliberista (1979-2008) si diffuse un’idea potente: l’economia avrebbe finito per relativizzare la politica. Le imprese avrebbero prodotto là dove fosse più economico. I capitali avrebbero circolato liberamente. Le catene di produzione avrebbero attraversato le frontiere. Gli Stati avrebbero progressivamente perso capacità di intervento. E l’interdipendenza economica avrebbe finito per rendere troppo costoso il conflitto tra grandi potenze.

Oggi sappiamo che quella visione era incompleta se non errata. L’economia non ha sostituito la geopolitica.

La geopolitica è tornata al cuore dell’economia.

Lo vediamo ovunque. Gli Stati sovvenzionano settori strategici. Controllano determinate esportazioni. Proteggono determinate tecnologie. Cercano di assicurare catene di fornitura. Accumulano riserve. Riorganizzano le loro relazioni commerciali. Cercano di controllare minerali strategici. Utilizzano le finanze come strumento di potere. E considerano determinate infrastrutture tecnologiche come questioni di sicurezza nazionale.

Il commercio internazionale, che durante le ominose decadi neoliberiste è stato presentato principalmente come una questione di efficienza economica, torna a essere anche una questione di sovranità. Per i grandi investitori, la domanda non è più solamente:

Dove è più economico produrre? La domanda è sempre più: Dove possiamo produrre senza rimanere strategicamente esposti?

Questa trasformazione è enorme. Perché significa che siamo passati da una logica dominata dall’efficienza a un’altra in cui efficienza e sicurezza competono permanentemente.

**La globalizzazione non scompare: si frammenta**

Non credo che stiamo assistendo alla fine della globalizzazione. Stiamo assistendo alla sua trasformazione. Le catene mondiali di produzione non sono scomparse. Si stanno riorganizzando. Appaiono concetti come nearshoring, friend-shoring, regionalizzazione, autonomia strategica, resilienza delle catene di fornitura. L’impresa che prima cercava esclusivamente il minor costo comincia a chiedersi anche se il suo fornitore si trova in un paese considerato politicamente sicuro. Questo sta modificando profondamente la geografia della produzione.

Un dato importante: i settori strategici —IA, microprocessori, minerali critici e transizione energetica— sono passati dal rappresentare il 16% dei nuovi progetti internazionali di investimento nel 2020, al 44% nel 2025. È un modo molto concreto di dimostrare che non stiamo parlando semplicemente di un’impressione geopolitica: la mappa del capitale sta già cambiando.

Questo ci conduce a una conclusione importante. La globalizzazione non sta scomparendo.

Si sta convertendo in una globalizzazione politicamente e geopoliticamente condizionata. E questo apre opportunità, ma anche pericoli. Perché un’economia mondiale frammentata può permettere a determinati paesi di migliorare la loro posizione negoziale. Ma può anche produrre una nuova divisione del mondo in grandi spazi economici e tecnologici. E allora sorge una domanda decisiva: Il XXI secolo sarà un secolo di cooperazione tra regioni o un secolo di competizione tra blocchi? Ancora non lo sappiamo. Ma quella disputa è già cominciata.

**Il vero campo di battaglia: la tecnologia**

E qui arriviamo, probabilmente, all’elemento più importante di tutti. La nuova confrontazione internazionale non si sviluppa unicamente attorno ai territori. Si sviluppa attorno alle tecnologie. Nel XX secolo, le grandi potenze competevano per il petrolio, l’acciaio, l’industria pesante, le rotte marittime, le armi nucleari.

Oggi continuano a competere per quelle risorse. Ma appaiono nuove risorse di un’altra dimensione: Microprocessori (chip); Computazione avanzata; Intelligenza artificiale; Robotica; Biotecnologie; Computazione quantistica; Satelliti; Astronautica; Cavi sottomarini; Data center; Sistemi operativi; Reti di telecomunicazioni; e, soprattutto: dati.

La tecnologia ha smesso di essere un semplice settore economico. Si è convertita in uno strumento di potere geopolitico.

Per questo la rivalità tecnologica tra USA e Cina ha un’importanza che va molto oltre le imprese concrete coinvolte. Ciò che è in gioco è quale potenza avrà capacità di progettare l’infrastruttura tecnologica delle prossime decadi.

E qui appare una differenza fondamentale rispetto a epoche anteriori.

Una potenza può avere petrolio. Può avere territorio. Può avere una grande popolazione.

Ma se non dispone di determinate tecnologie, può trovarsi a dipendere da chi le controlla.

Per questo i microprocessori si sono convertiti in una risorsa strategica.

E per questo la fabbricazione dei microprocessori più avanzati costituisce oggi una questione di sicurezza nazionale per varie grandi potenze.

**L’intelligenza artificiale: è molto più di una rivoluzione tecnologica**

Ma nessuna di queste trasformazioni ha probabilmente la capacità dirompente dell’intelligenza artificiale. L’IA non è semplicemente un nuovo strumento informatico. È una tecnologia che può intervenire in praticamente tutti i settori di attività umana. Nell’industria. Nella medicina. Nelle finanze. Nell’educazione. Nell’agricoltura. Nell’amministrazione pubblica. Nella ricerca scientifica. Nella guerra. Nella comunicazione. Nella produzione e creazione culturale. E, naturalmente, nella politica.

Ma c’è qualcosa ancora più importante.

L’intelligenza artificiale può modificare la relazione tra conoscenza, lavoro e capitale.

Durante la rivoluzione industriale del XIX secolo, le macchine sostituirono progressivamente determinate forme di lavoro fisico. Ora le macchine cominciano a intervenire su determinate forme di lavoro intellettuale. E questo pone una questione storica: Cosa succederà quando una macchina potrà realizzare determinate compiti che fino ad ora esigevano l’intervento di un essere umano qualificato? Non abbiamo ancora una risposta completa. Ma sì sappiamo qualcosa. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non si distribuirà automaticamente in modo equitativo.

L’investimento mondiale in IA e infrastruttura digitale si sta concentrando in un numero ridotto di paesi e settori. Anche l’investimento in settori strategici —IA, microprocessori, minerali critici e tecnologie legate alla transizione energetica— rappresenta già una proporzione straordinariamente superiore a quella di appena cinque anni fa.

Questo significa che il divario tecnologico può convertirsi in una nuova forma di disuguaglianza internazionale.

E qui si pone una questione fondamentale per l’America Latina: L’America Latina sarà semplicemente consumatrice di intelligenza artificiale o sarà anche produttrice di intelligenza artificiale? Perché c’è una differenza enorme tra utilizzare una tecnologia creata altrove e possedere le capacità scientifiche, industriali ed educative necessarie per svilupparla.

**Dal petrolio ai dati, ai chip e alla capacità di calcolo**

Potremmo riassumere il nuovo cambio storico in modo molto semplice.

Durante buona parte del XX secolo, il potere economico dipendeva da una combinazione di: territorio, materie prime, energia e industria. Nel XXI secolo si aggiunge una nuova sequenza: dati, capacità di calcolo, algoritmi e intelligenza artificiale.

Questo modifica persino la nostra concezione della sovranità. Prima parlavamo di sovranità territoriale. Poi abbiamo parlato anche di sovranità energetica. Oggi dobbiamo cominciare a parlare di sovranità tecnologica e sovranità digitale.

Sorgono nuove impostazioni, nuove preoccupazioni: Chi possiede i dati? Dove sono immagazzinati? Chi controlla i data center? Chi fabbrica i microprocessori? Chi sviluppa i modelli di IA? Chi controlla le piattaforme? Chi stabilisce gli standard? Chi decide cosa può fare un’intelligenza artificiale?

Sono domande economiche. Ma sono essenzialmente domande politiche. E, infine, sono domande di sovranità.

**La nuova battaglia per l’energia**

L’energia costituisce un altro dei grandi assi della Grande Trasformazione attuale. Per decadi si è parlato di transizione energetica come se consistesse semplicemente nel sostituire il petrolio, il gas e il carbone, cioè le energie carbonatiche, con energie rinnovabili. La realtà è molto più complessa. Perché la transizione energetica necessita enormi quantità di minerali: Litio. Rame. Nichel. Cobalto. Grafite. Terre rare (un gruppo di 17 elementi chiave per fabbricare i potenti magneti permanenti che richiedono i motori di veicoli elettrici, gli smartphone e gli aerogeneratori). E molti altri materiali indispensabili per sostituire i combustibili fossili con tecnologie pulite come i veicoli elettrici, l’energia eolica e solare. La domanda di quei minerali si triplicherà per il 2030.

Per questo la transizione energetica non elimina la geopolitica delle risorse. La trasforma.

E a questo riguardo, l’America Latina occupa una posizione molto importante. La regione dispone di una parte significativa delle risorse minerarie, energetiche, idriche e agricole che necessiterà l’economia del futuro. Ma avere risorse non significa necessariamente controllare la ricchezza che quelle risorse generano. Questa è una lezione storica che l’America Latina conosce fin troppo bene. Per secoli, la regione ha esportato materie prime e importato prodotti elaborati. La sfida del XXI secolo consiste nel non ripetere automaticamente quella struttura. Perché può prodursi una nuova forma di estrattivismo: estrarre litio, rame, nichel o terre rare; esportarli; e poi importare batterie, veicoli elettrici, componenti tecnologici e prodotti ad alto valore aggiunto fabbricati altrove.

Perché la vera sfida non è solamente: chi possiede i minerali?

È: chi controlla la catena di valore completa?

**Il Sud Globale non è un blocco, ma sì una realtà storica**

Vorrei soffermarmi qui su un’espressione che utilizziamo frequentemente: «Sud Globale».

Conviene utilizzarla con prudenza. Il Sud Globale non costituisce un’entità omogenea. L’India non è il Brasile; il Brasile non è il Messico; il Messico non è il Sudafrica; il Sudafrica non è l’Indonesia; l’Indonesia non è l’Arabia Saudita. E ognuno di questi paesi ha interessi nazionali specifici. Ma esiste qualcosa di nuovo. Numerosi paesi del Sud stanno cercando di ampliare il loro margine di autonomia. Vogliono diversificare mercati. Diversificare valute. Diversificare fornitori. Diversificare alleanze diplomatiche. Partecipare più attivamente nelle istituzioni internazionali. E, soprattutto, vogliono che il loro peso economico crescente abbia una traduzione politica.

La distribuzione del potere economico mondiale non corrisponde più esattamente alla distribuzione del potere istituzionale ereditata dalla metà del XX secolo. E questa è una delle contraddizioni fondamentali del sistema internazionale contemporaneo.

Il mondo economico è cambiato molto più rapidamente delle istituzioni create per governarlo.

Il problema delle Nazioni Unite. Il problema del Fondo Monetario Internazionale. Il problema della Banca Mondiale. Il problema dell’OMC. Tutti hanno, in ultima istanza, una preoccupazione comune: Come adattare la governance mondiale a una distribuzione del potere che non è più quella del 1945?

**Il grande paradosso del nostro tempo: più interdipendenza e più frammentazione**

C’è un paradosso che mi sembra particolarmente importante. Non siamo mai stati così interconnessi. Un telefono contiene componenti fabbricati in molteplici paesi. Un computer dipende da minerali estratti in un continente, processori fabbricati in un altro, software sviluppato in un altro, e capitale proveniente da un altro. Gli alimenti viaggiano migliaia di chilometri. I capitali circolano istantaneamente. I messaggi attraversano il pianeta in frazioni di secondo. E, tuttavia, politicamente, il mondo sembra frammentarsi.

Questa contraddizione è centrale.

L’interdipendenza materiale aumenta, mentre diminuisce la fiducia politica.

E questo è pericoloso. Perché i grandi problemi del nostro tempo non si fermano alle frontiere. Il cambio climatico non ha nazionalità. Una pandemia non riconosce limiti né dogane. L’intelligenza artificiale nemmeno. Le grandi crisi finanziarie attraversano i continenti. Gli oceani sono comuni. L’atmosfera è comune. Le reti digitali sono globali. E, tuttavia, la risposta politica tende a essere sempre più nazionale.

Necessitiamo, quindi, una nuova architettura di cooperazione internazionale. Ma non una cooperazione che ignori le profonde disuguaglianze esistenti. Una cooperazione che permetta anche di correggerle.

**La contraddizione della rivoluzione tecnologica**

C’è un altro aspetto che mi sembra fondamentale. La tecnologia può aumentare straordinariamente la produttività. Ma produttività non significa automaticamente benessere. Un’economia può produrre di più e distribuire peggio. Può disporre di tecnologie straordinarie e consentire enormi disuguaglianze. Può avere intelligenza artificiale, e mantenere milioni di persone senza accesso a un’educazione adeguata. Può disporre di robot e avere lavoratori precarizzati. Può produrre quantità enormi di ricchezza e concentrarla in poche mani. Per questo dobbiamo distinguere due domande.

La prima è: Cosa può fare la tecnologia?

La seconda, molto più politica, è: Per chi si utilizza la tecnologia e come si distribuiscono i suoi benefici?

Questa è probabilmente una delle grandi domande del XXI secolo.

L’espansione dell’IA può ampliare il divario tra economie se non si sviluppano capacità nazionali, infrastruttura digitale, educazione e meccanismi di governance inclusivi. La rivoluzione tecnologica, quindi, non elimina la questione sociale. La rende ancora più complessa.

**Una nuova questione sociale**

Durante il XIX secolo, la questione sociale era determinata fondamentalmente dalla relazione tra capitale e lavoro industriale. Il movimento operaio nacque per rispondere a quella trasformazione. Durante il XX secolo apparvero lo Stato sociale, i diritti lavorativi, la negoziazione collettiva, la sicurezza sociale, l’educazione pubblica.

Oggi comincia ad apparire una nuova questione sociale. Cosa succede quando determinati lavori (fisici e intellettuali) possono essere automatizzati? Cosa succede quando un piccolo numero di imprese controlla piattaforme utilizzate da miliardi di persone?

Cosa succede quando i dati personali si convertono in una merce? Cosa succede quando un algoritmo decide chi riceve un credito, chi appare su una piattaforma, quali informazioni vede una persona o quale lavoratore è ingaggiato?

La relazione tra capitale e lavoro non scompare. Ma si trasforma. E i partiti politici dovranno comprendere questa nuova realtà. Perché le categorie sociali del XX secolo non descrivono più esattamente le nuove società del XXI secolo.

**La battaglia per l’informazione**

Esiste, inoltre, un’altra trasformazione decisiva. La rivoluzione digitale ha democratizzato straordinariamente la capacità di produrre informazione. Ma ha anche concentrato straordinariamente la capacità di distribuirla. E questo produce un paradosso. Mai tanti individui avevano potuto esprimersi. E mai così poche piattaforme avevano avuto tanta capacità di organizzare la circolazione di quell’espressione. L’informazione si è convertita in un’infrastruttura di potere. L’intelligenza artificiale introduce ora una nuova dimensione. Non si tratta più solamente di produrre e distribuire informazione. Si tratta di produrre testi, immagini, video, voci e contenuti sintetici a una scala praticamente illimitata.

Questo trasforma l’ecosistema politico. La frontiera tra informazione, propaganda, intrattenimento e manipolazione può diventare sempre più difficile da distinguere. Per questo la difesa della democrazia nel XXI secolo non consiste solamente nel difendere istituzioni elettorali. Implica anche difendere ecosistemi di informazione sufficientemente plurali, verificabili e trasparenti.

**La questione militare sta cambiando anche**

La rivoluzione tecnologica sta trasformando ugualmente la natura della guerra. Droni. Satelliti. Robot. Sistemi autonomi. Ciberattacchi. Intelligenza artificiale. Guerra elettronica. Sistemi di riconoscimento. Armi di precisione.

La guerra del futuro —e in alcuni aspetti già la guerra del presente— combina tecnologie che appena alcune decadi fa appartenevano alla fantascienza. Questo ha una conseguenza politica fondamentale. La superiorità militare dipende sempre più dalla superiorità tecnologica.

E questo significa che la frontiera tra economia civile, industria tecnologica e sicurezza nazionale si fa progressivamente più diffusa. Un microprocessore può essere un componente di un telefono. Ma può anche far parte di un sistema militare. Un algoritmo può raccomandare un film. Ma può anche essere utilizzato in intelligence militare. Un satellite può fornire informazioni meteorologiche. Ma anche informazioni strategiche militari. La tecnologia civile e la tecnologia militare sono sempre più interconnesse.

**La transizione ecologica e la transizione tecnologica sono inseparabili**

C’è un’altra questione che non possiamo dimenticare. Il XXI secolo è anche il secolo della crisi climatica. E questo significa che la trasformazione economica dovrà essere simultaneamente tecnologica ed ecologica. L’intelligenza artificiale può aiutare a ottimizzare reti elettriche, prevedere catastrofi, migliorare l’agricoltura o gestire l’acqua. Ma consuma anche quantità crescenti di energia e di risorse idriche. E richiede enormi infrastrutture fisiche. Per questo non esiste una transizione digitale separata da una transizione energetica. Entrambe stanno convergendo. E i paesi che controlleranno simultaneamente energia, minerali, infrastruttura digitale e capacità tecnologica disporranno di un vantaggio strategico considerevole.

**Il mondo entra in un’epoca di incertezza**

Se cerchiamo di riunire tutti questi pezzi, possiamo identificare una specie di equazione storica. Abbiamo: multipolarità geopolitica; frammentazione della globalizzazione; competizione tecnologica; rivoluzione dell’intelligenza artificiale; transizione energetica; lotta per i minerali critici; crisi climatica; trasformazione demografica; riarmo e nuove forme di guerra; e una profonda disuguaglianza nella distribuzione delle capacità tecnologiche.

Non sono dieci problemi indipendenti. Fanno parte di una stessa Grande Trasformazione. Per questo dobbiamo abbandonare la tentazione di analizzare ogni crisi separatamente. Il mondo che sta nascendo è un sistema (cioè, un insieme di elementi ordinati e interrelati che lavorano in modo coordinato per compiere un obiettivo o una funzione specifica). E dobbiamo comprenderlo come sistema.

Il FMI proietta, per il 2026, una crescita mondiale di circa il 3%, ma sottolinea che quella crescita è molto disuguale e che convivono forze contraddittorie: gli effetti economici dei conflitti e un forte ciclo di investimento impulsato dalla tecnologia.

È una buona metafora del nostro tempo. Viviamo tra i venti incrociati della guerra e della tecnologia.

**E cosa significa tutto questo per i partiti politici?**

Arriviamo così a una domanda essenziale: Cosa significa questa Grande Trasformazione storica per i partiti? Credo che significhi, in primo luogo, che i partiti non possono limitarsi ad amministrare le conseguenze delle trasformazioni. Devono comprenderle. Un partito politico del XXI secolo non può parlare solamente di salari, tasse, casa, pensione, educazione o sanità —sebbene tutti questi temi continuino a essere essenziali— senza comprendere cosa sta accadendo con l’intelligenza artificiale, con le catene mondiali di produzione, con i minerali critici, con la transizione energetica, con le piattaforme digitali e con la nuova distribuzione internazionale del potere.

Perché quelle trasformazioni determineranno precisamente il futuro dei salari, dell’impiego, delle migrazioni, delle pensioni, dell’educazione, della casa e dei servizi pubblici.

La politica sociale e la geopolitica non possono più essere pensate separatamente. La politica industriale e la politica estera nemmeno. La politica tecnologica e la politica educativa nemmeno. E la politica energetica e la politica climatica nemmeno. Tutto sta cominciando a far parte di una stessa problematica, di uno stesso sistema.

**La questione della sovranità**

Per questo credo che una parola recupererà un’importanza enorme durante le prossime decadi: sovranità. Ma dobbiamo ridefinirla. Sovranità non significa isolamento. Non significa chiudersi. Non significa rifiutare la cooperazione internazionale. Al contrario.

In un mondo profondamente interdipendente, nessun paese può essere completamente autosufficiente. La sovranità del XXI secolo dovrebbe significare capacità di decisione. Capacità di decidere cosa produrre. Quale tecnologia sviluppare. Quali risorse proteggere. Quali dati controllare. Quali infrastrutture costruire. Quali alleanze stabilire. Quale modello energetico adottare. Quale educazione fornire. E come distribuire i benefici della trasformazione tecnologica. La sovranità non consiste nell’essere soli.

Consiste nel non essere obbligati ad accettare tutte le decisioni di altre potenze.

**La grande battaglia sarà per la distribuzione dei benefici della nuova rivoluzione**

E qui arriviamo, forse, al punto essenziale: le rivoluzioni tecnologiche non determinano da sole il futuro. Creano possibilità. Ma le società decidono come distribuire quelle possibilità. La macchina a vapore non produsse automaticamente il movimento operaio. L’elettricità non produsse automaticamente lo Stato sociale. Internet non produsse automaticamente una società più democratica. La tecnologia apre possibilità.

La politica decide, in buona misura, chi se ne avvantaggia.

Per questo la grande domanda delle prossime decadi non sarà solamente chi sviluppa l’intelligenza artificiale. Sarà: Chi la controlla? Chi controlla i dati? Chi controlla la capacità di calcolo? Chi controlla i data center? Chi controlla i minerali critici? Chi controlla le piattaforme? Chi stabilisce le regole? E chi riceve i benefici?

Questa è, in ultima istanza, una questione di potere.

**La nuova società esige anche una nuova cultura politica**

Termino con una riflessione sui partiti.

Durante buona parte del XX secolo, i partiti politici sono stati grandi macchine di interpretazione della realtà. Spiegavano il mondo. Organizzavano interessi. Costruivano identità. Proponevano progetti di società.

Oggi si affrontano a una difficoltà inedita. La realtà cambia più rapidamente di molte delle nostre categorie politiche. Per questo necessitiamo partiti capaci di tornare a pensare. Non solamente di reagire. Pensare il mondo che viene. Pensare il lavoro che viene. Pensare l’educazione che viene. Pensare la democrazia che viene. Pensare la sovranità che viene. Pensare la relazione tra esseri umani e macchine. Pensare la relazione tra intelligenza artificiale e potere. Pensare cosa significa essere cittadino in una società governata sempre più da algoritmi. E pensare anche cosa significa la parola uguaglianza quando l’accesso alle tecnologie più avanzate può convertirsi in uno dei principali fattori di differenziazione tra individui, imprese e paesi.

La sfida è enorme. Ma lo è anche l’opportunità. Perché quando un ordine storico si trasforma, le società non sono condannate ad adattarsi passivamente.

Possono intervenire. Possono scegliere. Possono disputare. Possono costruire alternative.

**Conclusione**

Vorrei terminare tornando all’idea con cui ho cominciato. Stiamo vivendo un cambio d’epoca ed entrando in un nuovo sistema storico. Il mondo unipolare sta sendo sostituito da una struttura più complessa di molteplici centri di potere. La guerra torna a condizionare la geopolitica. La globalizzazione non scompare, ma si frammenta. L’economia torna a essere profondamente condizionata dalla geopolitica. La tecnologia si converte in una dimensione essenziale del potere internazionale. L’intelligenza artificiale inaugura una rivoluzione la cui portata appena cominciamo a comprendere. L’energia e i minerali critici acquisiscono un’importanza strategica rinnovata. La crisi climatica obbliga a trasformare i nostri sistemi produttivi. E le disuguaglianze tecnologiche minacciano di creare nuove forme di dipendenza.

Tutto questo accade simultaneamente.

E precisamente per questo siamo davanti a una transizione storica. Non sappiamo ancora esattamente quale mondo emergerà da essa. Ma sì possiamo identificare la grande battaglia che si sta sviluppando. È la battaglia per chi controllerà le risorse, le tecnologie, i dati, le infrastrutture e le regole della nuova economia mondiale. E, in ultima istanza, è la battaglia per qualcosa di ancora più profondo: chi avrà capacità di decidere come sarà la società del futuro?

Questa è la questione che devono porsi oggi i cittadini e i partiti politici.

Perché se la politica rinuncia a rispondervi, altri risponderanno per lei. Le grandi corporazioni multinazionali. I mercati. Le piattaforme tecnologiche. Gli Stati più potenti. I proprietari dei dati. I proprietari delle infrastrutture. Quelli che controllano gli algoritmi. E quelli che controllano le tecnologie strategiche.

Per questo, forse il compito politico fondamentale del nostro tempo è recuperare la capacità di immaginare. Immaginare una società in cui la rivoluzione tecnologica non produca solamente più produttività, ma anche più diritti. Un’economia in cui la transizione energetica non riproduca vecchie dipendenze. Una globalizzazione che non significhi subordinazione. Una multipolarità che non si trasformi in una nuova corsa di blocchi. Un’intelligenza artificiale messa al servizio dell’umanità e non semplicemente dell’accumulazione di capitale. E una democrazia capace di sopravvivere alla trasformazione radicale del nostro ecosistema informativo.

In definitiva, necessitiamo tornare a formulare una domanda che, in altri momenti di grandi trasformazioni storiche, è stata decisiva: Quale nuova società vogliamo costruire?

Perché questa è forse la caratteristica più importante del momento che viviamo: il futuro è ancora aperto. E precisamente perché è aperto, la cittadinanza deve contribuire massivamente a definirlo. Perché è anche un nuovo tempo democratico. In cui la politica torna ad avere una vigenza decisiva. Oggi più che mai.

Relazione presentata nel quadro del XXX Seminario Internazionale “I partiti e la Nuova Società”, Partito del Lavoro del Messico (PTM). Città del Messico, 9 ottobre 2026.


Un nuevo sistema histórico: Veinte apuntes para una Cartografía de la Nueva Transformación

 Por: Ignacio Ramonet 

Mucha gente está perpleja. Desconcertada. Descolocada ante los acontecimientos que estamos viviendo. Hay una enorme incertidumbre. Una profunda inquietud. Incluso miedo. Porque, una vez más, no entendemos, no comprendemos lo que está sucediendo en nuestras sociedades y en el planeta. El mundo se ha vuelto muy difícil de leer, de descodificar. Y la información que recibimos no nos ayuda. Incluso nos confunde más. Muchas de nuestras herramientas conceptuales ya no nos permiten interpretar, descifrar lo que está pasando. 

Y es normal. Porque lo que estamos viviendo  no es simplemente una nueva crisis internacional. Ni siquiera una policrisis. No es solamente una nueva fase de la rivalidad entre grandes potencias.  Tampoco es únicamente una nueva revolución tecnológica. 

Lo que está ocurriendo es algo más profundo.

Estamos asistiendo a la convergencia, en un mismo momento histórico, de varias grandes rupturas que normalmente se producen separadamente: una transformación del sistema geopolítico internacional ; una transformación de la economía-mundo ; una revolución tecnológica ; una transición energética ; una mutación demográfica ; una crisis climática y ecológica ; y una profunda modificación de las formas de producción, de comunicación y de organización social. Y lo extraordinario de este nuevo momento es que todas estas transformaciones están ocurriendo simultáneamente y se están influyendo unas a otras. 

Hoy, el Orden Internacional posterior a la Segunda Guerra Mundial está dando paso a un mundo más fragmentado y multipolar, al mismo tiempo que avanzan la inteligencia artificial, las transformaciones demográficas y la crisis climática. Y precisamente esa simultaneidad convierte el momento actual en un período de incertidumbre excepcional. 

Por eso creo que debemos evitar dos errores. 

El primero consiste en pensar que estamos simplemente ante una sucesión de crisis : la guerra, la inflación, las tensiones comerciales, la crisis energética, la rivalidad Estados Unidos-China, la inteligencia artificial… 

No. 

El segundo error consiste en pensar que todo esto constituye una especie de accidente pasajero del sistema. 

Tampoco. 

Lo que estamos viviendo es la transición de un sistema histórico hacia un nuevo sistema histórico cuyo perfil todavía no está completamente definido. 

Y, precisamente por eso, este es un momento gramsciano en el que la política vuelve a adquirir una importancia extraordinaria, fundamental. 

Porque cuando las reglas de una época empiezan a dejar de funcionar y los nuevos paradigmas todavía no están establecidos, se abre un período de disputa. 

De disputa por definir e imponer las nuevas reglas y los nuevos paradigmas de la nueva época histórica que comienza.

 

Para tratar de entender mejor este cambio copernicano que estamos viviendo, propongo los siguientes veinte apuntes con el objeto de visualizar mejor la actual cartografía conceptual de esta Nueva Transformación. 

Geopolítica. De un mundo unipolar a un mundo con múltiples centros de poder 

 

Durante más de tres décadas, desde la desaparición de la Unión Soviética en 1991, vivimos lo que podríamos llamar un momento unipolar. 

Estados Unidos quedó como única superpotencia global. Eso no significa que controlase absolutamente todo. Existían otras grandes potencias, economías regionales, instituciones internacionales y múltiples formas de resistencia. Pero la arquitectura general del sistema internacional estaba organizada alrededor de una sola superpotencia cuyo peso económico, financiero, militar, tecnológico y cultural era incomparable.

 

Ese período está terminando. 

No porque Estados Unidos haya dejado de ser una gran potencia. Sigue siendo una potencia extraordinariamente poderosa. 

Pero porque han aparecido otros centros de acumulación de poder. 

China constituye hoy una potencia económica, industrial y tecnológica de primera magnitud. 

La India aumenta su peso económico, demográfico y estratégico. Rusia conserva una enorme capacidad militar y energética. Brasil y México desempeñan un papel central en América Latina y poseen recursos estratégicos de dimensión continental. Países como Indonesia, Turquía, Irán, Arabia Saudita, Etiopía, Nigeria o Sudáfrica disponen de capacidades regionales y de márgenes de autonomía cada vez mayores. Y numerosas economías del llamado Sur Global intentan diversificar sus relaciones internacionales. 

Los BRICS son una de las expresiones de esta nueva transformación. No constituyen un bloque homogéneo, y sería un error presentarlos como tal, pero expresan una realidad geopolítica : una parte creciente del mundo quiere disponer de mayor capacidad de negociación dentro de las instituciones internacionales, y reducir su dependencia de un único centro de poder. 

Estamos, por tanto, ante una multipolarización del sistema internacional. 

Pero debemos entender bien qué significa esto. Multipolaridad no quiere decir automáticamente cooperación. Tampoco significa que las rivalidades desaparezcan. Puede significar precisamente lo contrario: que habrá más actores con capacidad para competir, negociar, bloquear, guerrear, presionar y establecer alianzas variables. El nuevo mundo que está naciendo puede ser más plural, pero también más conflictivo. Y esta es una de las grandes paradojas de este nuevo tiempo : nunca hemos necesitado tanto la cooperación internacional y, sin embargo, nunca ha sido tan difícil construirla. 

El regreso de la geopolítica a la economía

 

Durante los años de la gran globalización neoliberal (1979-2008) se difundió una idea poderosa : la economía terminaría por relativizar la política. Las empresas producirían allí donde fuese más barato. Los capitales circularían libremente. Las cadenas de producción atravesarían las fronteras. Los Estados perderían progresivamente capacidad de intervención. Y la interdependencia económica terminaría haciendo demasiado costoso el conflicto entre grandes potencias.

 Hoy sabemos que esa visión era incompleta sino errónea. La economía no ha sustituido a la geopolítica. 

La geopolítica ha regresado al corazón de la economía. 

Lo vemos en todas partes. Los Estados subvencionan sectores estratégicos. Controlan determinadas exportaciones. Protegen determinadas tecnologías. Intentan asegurar cadenas de suministro. Acumulan reservas. Reorganizan sus relaciones comerciales. Buscan controlar minerales estratégicos. Utilizan las finanzas como instrumento de poder. Y consideran determinadas infraestructuras tecnológicas como cuestiones de seguridad nacional. 

El comercio internacional, que durante las ominosas décadas neoliberales fue presentado principalmente como una cuestión de eficiencia económica, vuelve a ser también una cuestión de soberanía. Para los grandes inversores, la pregunta ya no es solamente: 

¿Dónde es más barato producir? La pregunta es cada vez más: ¿Dónde podemos producir sin quedar estratégicamente expuestos? 

Esta transformación es enorme. Porque significa que hemos pasado de una lógica dominada por la eficiencia a otra en la que eficiencia y seguridad compiten permanentemente. 

La globalización no desaparece: se fragmenta

 

No creo que estemos asistiendo al final de la globalización. Estamos asistiendo a su transformación. Las cadenas mundiales de producción no han desaparecido. Se están reorganizando. Aparecen conceptos como nearshoring, friend-shoring, regionalización, autonomía estratégica, resiliencia de las cadenas de suministro. La empresa que antes buscaba exclusivamente el menor coste comienza a preguntarse también si su proveedor se encuentra en un país considerado políticamente seguro. Esto está modificando profundamente la geografía de la producción. 

Un dato importante : los sectores estratégicos -IA, microprocesadores, minerales críticos y transición energética- pasaron de representar el 16 % de los nuevos proyectos internacionales de inversión en 2020, al 44 % en 2025.  Es una manera muy concreta de demostrar que no estamos hablando simplemente de una impresión geopolítica :  el mapa del capital ya está cambiando. 

Esto nos conduce a una conclusión importante. La globalización no está desapareciendo. 

Se está convirtiendo en una globalización políticamente y geopolíticamente condicionada. Y eso abre oportunidades, pero también peligros. Porque una economía mundial fragmentada puede permitir a determinados países mejorar su posición negociadora. Pero también puede producir una nueva división del mundo en grandes espacios económicos y tecnológicos. Y entonces surge una pregunta decisiva: ¿Será el siglo XXI un siglo de cooperación entre regiones o un siglo de competencia entre bloques? Todavía no lo sabemos. Pero esa disputa ya ha comenzado. 

El verdadero campo de batalla: la tecnología

 

Y aquí llegamos, probablemente, al elemento más importante de todos. La nueva confrontación internacional no se desarrolla únicamente alrededor de territorios. Se desarrolla alrededor de tecnologías. En el siglo XX, las grandes potencias competían por el petróleo, el acero, la industria pesada, las rutas marítimas, las armas nucleares. 

Hoy continúan compitiendo por esos recursos. Pero aparecen nuevos recursos de otra dimensión : Microprocesadores (chips); Computación avanzada; Inteligencia artificial; Robótica; Biotecnologías; Computación cuántica; Satélites; Astronáutica; Cables submarinos; Centros de datos; Sistemas operativos; Redes de telecomunicaciones; y, sobre todo : datos. 

La tecnología ha dejado de ser un simple sector económico. Se ha convertido en un instrumento de poder geopolítico. 

Por eso la rivalidad tecnológica entre Estados Unidos y China tiene una importancia que va mucho más allá de las empresas concretas involucradas. Lo que está en juego es qué potencia tendrá capacidad para diseñar la infraestructura tecnológica de las próximas décadas. 

Y aquí aparece una diferencia fundamental respecto de épocas anteriores. 

Una potencia puede tener petróleo. Puede tener territorio. Puede tener una gran población. 

Pero si no dispone de determinadas tecnologías, puede encontrarse dependiendo de quienes las controlan. 

Por eso los microprocesadores se han convertido en un recurso estratégico.

Y por eso la fabricación de los microprocesadores más avanzados constituye hoy una cuestión de seguridad nacional para varias grandes potencias. 

La inteligencia artificial: es mucho más que una revolución tecnológica

 

Pero ninguna de estas transformaciones tiene probablemente la capacidad disruptiva de la inteligencia artificial. La IA no es simplemente una nueva herramienta informática. Es una tecnología que puede intervenir en prácticamente todos los sectores de actividad humana. En la industria. En la medicina. En las finanzas. En la educación. En la agricultura. En la administración pública. En la investigación científica. En la guerra. En la comunicación. En la producción y la creación cultural. Y, naturalmente, en la política. 

Pero hay algo todavía más importante. 

La inteligencia artificial puede modificar la relación entre conocimiento, trabajo y capital. 

Durante la revolución industrial del siglo XIX, las máquinas sustituyeron progresivamente determinadas formas de trabajo físico. Ahora las máquinas comienzan a intervenir sobre determinadas formas de trabajo intelectual. Y esto plantea una cuestión histórica : ¿Qué sucederá cuando una máquina pueda realizar determinadas tareas que hasta ahora exigían la intervención de un ser humano cualificado ? No tenemos todavía una respuesta completa. Pero sí sabemos algo. La revolución de la inteligencia artificial no se distribuirá automáticamente de manera equitativa. 

La inversión mundial en IA e infraestructura digital está concentrándose en un número reducido de países y sectores. También  la inversión en sectores estratégicos -IA, microprocesadores, minerales críticos y tecnologías vinculadas a la transición energética- representa ya una proporción extraordinariamente superior a la de hace apenas cinco años. 

Esto significa que la brecha tecnológica puede convertirse en una nueva forma de desigualdad internacional. 

Y aquí se plantea una cuestión fundamental para América Latina: ¿Será América Latina simplemente consumidora de inteligencia artificial o será también productora de inteligencia artificial? Porque hay una diferencia enorme entre utilizar una tecnología creada en otra parte y poseer las capacidades científicas, industriales y educativas necesarias para desarrollarla. 

Del petróleo a los datos, los chips y la capacidad de cálculo

 

Podríamos resumir el nuevo cambio histórico de una manera muy sencilla. 

Durante buena parte del siglo XX, el poder económico dependía de una combinación de : territorio, materias primas, energía e industria. En el siglo XXI se añade una nueva secuencia: datos, capacidad de cálculo, algoritmos e inteligencia artificial. 

Esto modifica incluso nuestra concepción de la soberanía. Antes hablábamos de soberanía territorial. Después hablamos también de soberanía energética. Hoy tenemos que comenzar a hablar de soberanía tecnológica y soberanía digital. 

Surgen nuevos planteamientos, nuevas preocupaciones : ¿Quién posee los datos? ¿Dónde están almacenados ? ¿ Quién controla los centros de datos ? ¿Quién fabrica los microprocesadores ? ¿Quién desarrolla los modelos de IA ? ¿ Quién controla las plataformas ? ¿Quién establece los estándares ? ¿Quién decide lo que puede hacer una inteligencia artificial ? 

Son preguntas económicas. Pero son esencialmente preguntas políticas. Y, finalmente, son preguntas de soberanía. 

La nueva batalla por la energía 

 

La energía constituye otro de los grandes ejes de la Gran Transformación actual. Durante décadas se habló de transición energética como si consistiera simplemente en sustituir el petróleo, el gas y el carbón o sea, las energías carbonatadas, por energías renovables. La realidad es mucho más compleja. Porque la transición energética necesita enormes cantidades de minerales : Litio. Cobre. Níquel. Cobalto. Grafito. Tierras raras (un grupo de 17 elementos clave para fabricar los imanes permanentes potentes que requieren los motores de vehículos eléctricos, los teléfonos inteligentes y los aerogeneradores). Y muchos otros materiales indispensables para sustituir los combustibles fósiles por tecnologías limpias como los vehículos eléctricos, la energía eólica y la solar. La demanda de esos minerales se triplicará para 2030. 

Por eso la transición energética no elimina la geopolítica de los recursos. La transforma. 

Y a ese respecto, América Latina ocupa una posición muy importante. La región dispone de una parte significativa de los recursos minerales, energéticos, hídricos y agrícolas que necesitará la economía del futuro. Pero tener recursos no significa necesariamente controlar la riqueza que esos recursos generan. Ésta es una lección histórica que América Latina conoce demasiado bien. Durante siglos, la región exportó materias primas e importó productos elaborados. El desafío del siglo XXI consiste en no repetir automáticamente esa estructura. Porque puede producirse una nueva forma de extractivismo : extraer litio, cobre, niquel o tierras raras ; exportarlos ; y después importar baterías, vehículos eléctricos, componentes tecnológicos y productos de alto valor añadido fabricados en otros lugares. 

Porque el verdadero desafío no es solamente: ¿quién posee los minerales? 

Es: ¿quién controla la cadena de valor completa? 

El Sur Global no es un bloque, pero sí una realidad histórica

 

Quisiera detenerme aquí sobre una expresión que utilizamos con frecuencia : «Sur Global». 

Conviene utilizarla con prudencia. El Sur Global no constituye una entidad homogénea. India no es Brasil; Brasil no es México; México no es Sudáfrica ; Sudáfrica no es Indonesia; Indonesia no es Arabia Saudita. Y cada uno de estos países tiene intereses nacionales específicos. Pero existe algo nuevo. Numerosos países del Sur están intentando ampliar su margen de autonomía. Quieren diversificar mercados. Diversificar divisas. Diversificar proveedores. Diversificar alianzas diplomáticas. Participar más activamente en las instituciones internacionales. Y, sobre todo, quieren que su peso económico creciente tenga una traducción política. 

La distribución del poder económico mundial ya no corresponde exactamente a la distribución del poder institucional heredada de mediados del siglo XX. Y ésta es una de las contradicciones fundamentales del sistema internacional contemporáneo. 

El mundo económico ha cambiado mucho más rápidamente que las instituciones creadas para gobernarlo. 

El problema de las Naciones Unidas. El problema del Fondo Monetario Internacional. El problema del Banco Mundial. El problema de la OMC. Todos ellos tienen, en última instancia, una preocupación común: ¿Cómo adaptar la gobernanza mundial a una distribución del poder que ya no es la de 1945? 

La gran paradoja de nuestro tiempo : más interdependencia y más fragmentación

 

Hay una paradoja que me parece particularmente importante. Nunca hemos estado tan interconectados. Un teléfono contiene componentes fabricados en múltiples países. Una computadora depende de minerales extraídos en un continente, procesadores fabricados en otro, software desarrollado en otro, y capital procedente de otro. Los alimentos viajan miles de kilómetros. Los capitales circulan instantáneamente. Los mensajes atraviesan el planeta en fracciones de segundo. Y, sin embargo, políticamente, el mundo parece fragmentarse. 

Esta contradicción es central. 

La interdependencia material aumenta, mientras disminuye la confianza política. 

Y eso es peligroso. Porque los grandes problemas de nuestro tiempo no se detienen en las fronteras. El cambio climático no tiene nacionalidad. Una pandemia no reconoce límites ni aduanas. La inteligencia artificial tampoco. Las grandes crisis financieras atraviesan los continentes. Los océanos son comunes. La atmósfera es común. Las redes digitales son globales. Y, sin embargo, la respuesta política tiende a ser cada vez más nacional. 

Necesitamos, por tanto, una nueva arquitectura de cooperación internacional. Pero no una cooperación que ignore las profundas desigualdades existentes. Una cooperación que permita también corregirlas.

 La contradicción de la revolución tecnológica

 

Hay otro aspecto que me parece fundamental. La tecnología puede aumentar extraordinariamente la productividad. Pero productividad no significa automáticamente bienestar. Una economía puede producir más y distribuir peor. Puede disponer de tecnologías extraordinarias y consentir enormes desigualdades. Puede tener inteligencia artificial, y mantener a millones de personas sin acceso a una educación adecuada. Puede disponer de robots y tener trabajadores precarizados. Puede producir cantidades enormes de riqueza y concentrarla en pocas manos. Por eso debemos distinguir dos preguntas. 

La primera es: ¿Qué puede hacer la tecnología? 

La segunda, mucho más política, es: ¿Para quién se utiliza la tecnología y cómo se distribuyen sus beneficios? 

Ésta es probablemente una de las grandes preguntas del siglo XXI. 

La expansión de la IA puede ampliar la brecha entre economías si no se desarrollan capacidades nacionales, infraestructura digital, educación y mecanismos de gobernanza inclusivos.  La revolución tecnológica, por tanto, no elimina la cuestión social. La vuelve todavía más compleja. 

Una nueva cuestión social

 

Durante el siglo XIX, la cuestión social estaba determinada fundamentalmente por la relación entre capital y trabajo industrial. El movimiento obrero nació para responder a aquella transformación. Durante el siglo XX aparecieron el Estado social, los derechos laborales, la negociación colectiva, la seguridad social, la educación pública. 

Hoy comienza a aparecer una nueva cuestión social. ¿Qué ocurre cuando determinados trabajos (físicos e intelectuales) pueden ser automatizados ? ¿Qué sucede cuando un pequeño número de empresas controla plataformas utilizadas por miles de millones de personas ? 

¿Qué sucede cuando los datos personales se convierten en una mercancía ? ¿Qué ocurre cuando un algoritmo decide quién recibe un crédito, quién aparece en una plataforma, qué información ve una persona o qué trabajador es contratado ? 

La relación entre capital y trabajo no desaparece. Pero se transforma. Y los partidos políticos tendrán que comprender esta nueva realidad. Porque las categorías sociales del siglo XX ya no describen exactamente las nuevas sociedades del siglo XXI. 

La batalla por la información

 

Existe, además, otra transformación decisiva. La revolución digital ha democratizado extraordinariamente la capacidad de producir información. Pero también ha concentrado extraordinariamente la capacidad de distribuirla. Y esto produce una paradoja. Nunca tantos individuos habían podido expresarse. Y nunca tan pocas plataformas habían tenido tanta capacidad para organizar la circulación de esa expresión. La información se ha convertido en una infraestructura de poder. La inteligencia artificial introduce ahora una nueva dimensión. Ya no se trata solamente de producir y distribuir información. Se trata de producir textos, imágenes, vídeos, voces y contenidos sintéticos a una escala prácticamente ilimitada. 

Esto transforma el ecosistema político. La frontera entre información, propaganda, entretenimiento y manipulación puede hacerse cada vez más difícil de distinguir. Por eso la defensa de la democracia en el siglo XXI no consiste solamente en defender instituciones electorales. También implica defender ecosistemas de información suficientemente plurales, verificables y transparentes. 

La cuestión militar también está cambiando

 

La revolución tecnológica está transformando igualmente la naturaleza de la guerra. Drones. Satélites. Robots. Sistemas autónomos. Ciberataques. Inteligencia artificial. Guerra electrónica. Sistemas de reconocimiento. Armas de precisión. 

La guerra del futuro -y en algunos aspectos ya la guerra del presente- combina tecnologías que hace apenas unas décadas pertenecían a la ciencia ficción. Esto tiene una consecuencia política fundamental. La superioridad militar depende cada vez más de la superioridad tecnológica. 

Y eso significa que la frontera entre economía civil, industria tecnológica y seguridad nacional se hace progresivamente más difusa. Un microprocesador puede ser un componente de un teléfono. Pero también puede formar parte de un sistema militar. Un algoritmo puede recomendar una película. Pero también puede utilizarse en inteligencia militar. Un satélite puede proporcionar información meteorológica. Pero también información estratégica militar. La tecnología civil y la tecnología militar están cada vez más interconectadas. 

La transición ecológica y la transición tecnológica son inseparables

 

Hay otra cuestión que no podemos olvidar. El siglo XXI es también el siglo de la crisis climática. Y esto significa que la transformación económica tendrá que ser simultáneamente tecnológica y ecológica. La inteligencia artificial puede ayudar a optimizar redes eléctricas, prever catástrofes, mejorar la agricultura o gestionar el agua. Pero también consume cantidades crecientes de energía y de recursos hídricos. Y requiere enormes infraestructuras físicas. Por eso no existe una transición digital separada de una transición energética. Ambas están convergiendo. Y los países que controlen simultáneamente energía, minerales, infraestructura digital y capacidad tecnológica dispondrán de una ventaja estratégica considerable. 

El mundo entra en una época de incertidumbre

 

Si intentamos reunir todas estas piezas, podemos identificar una especie de ecuación histórica. Tenemos : multipolaridad geopolítica ; fragmentación de la globalización ; competencia tecnológica ; revolución de la inteligencia artificial ; transición energética ; lucha por los minerales críticos ; crisis climática ; transformación demográfica ; rearme y nuevas formas de guerra ; y una profunda desigualdad en la distribución de las capacidades tecnológicas. 

No son diez problemas independientes. Forman parte de una misma Gran Transformación. Por eso debemos abandonar la tentación de analizar cada crisis por separado. El mundo que está naciendo es un sistema (o sea, un conjunto de elementos ordenados e interrelacionados que trabajan de forma coordinada para cumplir un objetivo o una función específica). Y debemos comprenderlo como sistema. 

El FMI proyecta, para 2026, un crecimiento mundial de alrededor del 3 %, pero subraya que ese crecimiento es muy desigual y que conviven fuerzas contradictorias : los efectos económicos de los conflictos y un fuerte ciclo de inversión impulsado por la tecnología. 

Es una buena metáfora de nuestro tiempo. Vivimos entre los vientos cruzados de la guerra y la tecnología. 

¿Y qué significa todo esto para los partidos políticos?

 

Llegamos así a una pregunta esencial : ¿Qué significa esta Gran Transformación histórica para los partidos? Creo que significa, en primer lugar, que los partidos no pueden limitarse a administrar las consecuencias de las transformaciones. Tienen que comprenderlas. Un partido político del siglo XXI no puede hablar solamente de salarios, impuestos, vivienda, jubilación, educación o sanidad -aunque todos estos temas continúen siendo esenciales- sin comprender qué está ocurriendo con la inteligencia artificial, con las cadenas mundiales de producción, con los minerales críticos, con la transición energética, con las plataformas digitales y con la nueva distribución internacional del poder. 

Porque esas transformaciones determinarán precisamente el futuro de los salarios, del empleo, de las migraciones, de las jubilaciones, de la educación, de la vivienda y de los servicios públicos. 

La política social y la geopolítica ya no pueden pensarse separadamente. La política industrial y la política exterior tampoco. La política tecnológica y la política educativa tampoco. Y la política energética y la política climática tampoco. Todo está comenzando a formar parte de una misma problemática, de un mismo sistema. 

La cuestión de la soberanía

 

Por eso creo que una palabra recuperará una importancia enorme durante las próximas décadas : soberanía. Pero debemos redefinirla. Soberanía no significa aislamiento. No significa encerrarse. No significa rechazar la cooperación internacional. Al contrario. 

En un mundo profundamente interdependiente, ningún país puede ser completamente autosuficiente. La soberanía del siglo XXI debería significar capacidad de decisión. Capacidad para decidir qué producir. Qué tecnología desarrollar. Qué recursos proteger. Qué datos controlar. Qué infraestructuras construir. Qué alianzas establecer. Qué modelo energético adoptar. Qué educación proporcionar. Y cómo distribuir los beneficios de la transformación tecnológica. La soberanía no consiste en estar solo. 

Consiste en no estar obligado a aceptar todas las decisiones de otras potencias. 

La gran batalla será por la distribución de los beneficios de la nueva revolución

 

Y aquí llegamos, quizá, al punto esencial:  Las revoluciones tecnológicas no determinan por sí mismas el futuro. Crean posibilidades. Pero las sociedades deciden cómo distribuir esas posibilidades. La máquina de vapor no produjo automáticamente el movimiento obrero. La electricidad no produjo automáticamente el Estado social. Internet no produjo automáticamente una sociedad más democrática. La tecnología abre posibilidades. 

La política decide, en buena medida, quién se beneficia de ellas. 

Por eso la gran pregunta de las próximas décadas no será solamente quién desarrolla la inteligencia artificial. Será : ¿Quién la controla? ¿Quién controla los datos? ¿Quién controla la capacidad de cálculo ? ¿Quién controla los centros de datos ? ¿Quién controla los minerales críticos? ¿Quién controla las plataformas ? ¿Quién establece las reglas ? ¿Y quién recibe los beneficios ? 

Ésta es, en última instancia, una cuestión de poder. 

La nueva sociedad exige también una nueva cultura política

Termino con una reflexión sobre los partidos. 

Durante buena parte del siglo XX, los partidos políticos fueron grandes máquinas de interpretación de la realidad. Explicaban el mundo. Organizaban intereses. Construían identidades. Proponían proyectos de sociedad. 

Hoy se enfrentan a una dificultad inédita. La realidad cambia más rápidamente que muchas de nuestras categorías políticas. Por eso necesitamos partidos capaces de volver a pensar. No solamente de reaccionar. Pensar el mundo que viene. Pensar el trabajo que viene. Pensar la educación que viene. Pensar la democracia que viene. Pensar la soberanía que viene. Pensar la relación entre seres humanos y máquinas. Pensar la relación entre inteligencia artificial y poder. Pensar qué significa ser ciudadano en una sociedad gobernada cada vez más por algoritmos. Y pensar también qué significa la palabra igualdad cuando el acceso a las tecnologías más avanzadas puede convertirse en uno de los principales factores de diferenciación entre individuos, empresas y países. 

El desafío es enorme. Pero también lo es la oportunidad. Porque cuando un orden histórico se transforma, las sociedades no están condenadas a adaptarse pasivamente. 

Pueden intervenir. Pueden elegir. Pueden disputar. Pueden construir alternativas. 

Conclusión

 

Quisiera terminar regresando a la idea con la que comencé. Estamos viviendo un cambio de época y entrando en un nuevo sistema histórico. El mundo unipolar está siendo sustituido por una estructura más compleja de múltiples centros de poder. La guerra vuelve a condicionar la geopolítica. La globalización no desaparece, pero se fragmenta. La economía vuelve a estar profundamente condicionada por la geopolítica. La tecnología se convierte en una dimensión esencial del poder internacional. La inteligencia artificial inaugura una revolución cuyo alcance apenas comenzamos a comprender. La energía y los minerales críticos adquieren una importancia estratégica renovada. La crisis climática obliga a transformar nuestros sistemas productivos. Y las desigualdades tecnológicas amenazan con crear nuevas formas de dependencia. 

Todo esto ocurre simultáneamente. 

Y precisamente por eso estamos ante una transición histórica. No sabemos todavía exactamente qué mundo emergerá de ella. Pero sí podemos identificar la gran batalla que se está desarrollando. Es la batalla por quién controlará los recursos, las tecnologías, los datos, las infraestructuras y las reglas de la nueva economía mundial. Y, en última instancia, es la batalla por algo todavía más profundo: ¿quién tendrá capacidad para decidir cómo será la sociedad del futuro? 

Ésa es la cuestión que deben plantearse hoy los ciudadanos y los partidos políticos. 

Porque si la política renuncia a responderla, otros responderán por ella. Las grandes corporaciones multinacionales. Los mercados. Las plataformas tecnológicas. Los Estados más poderosos. Los propietarios de los datos. Los propietarios de las infraestructuras. Los que controlan los algoritmos. Y los que controlan las tecnologías estratégicas. 

Por eso, quizá la tarea política fundamental de nuestro tiempo sea recuperar la capacidad de imaginar. Imaginar una sociedad en la que la revolución tecnológica no produzca solamente más productividad, sino también más derechos. Una economía en la que la transición energética no reproduzca viejas dependencias. Una globalización que no signifique subordinación. Una multipolaridad que no se transforme en una nueva carrera de bloques. Una inteligencia artificial puesta al servicio de la humanidad y no simplemente de la acumulación de capital. Y una democracia capaz de sobrevivir a la transformación radical de nuestro ecosistema informativo. 

En definitiva, necesitamos volver a formular una pregunta que, en otros momentos de grandes transformaciones históricas, fue decisiva: ¿Qué nueva sociedad queremos construir ? 

Porque ésta es quizá la característica más importante del momento que vivimos: el futuro todavía está abierto. Y precisamente porque está abierto, la ciudadanía debe contribuir masivamente a definirlo. Porque es también un nuevo tiempo democrático. En el que la política vuelve a tener una vigencia decisiva. Hoy más que nunca. 

Ponencia presentada en el marco del XXX Seminario Internacional “Los partidos y la Nueva Sociedad”, Partido del Trabajo de México (PTM). Ciudad de México, 9 de octubre de 2026.

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