Fulton Armstrong, Philip Brenner
Il governo Trump ha applicato a Cuba il suo credo che la forza ha ragione. Nel suo discorso alle Nazioni Unite, il presidente Donald Trump ha puntato il dito contro Cuba poco dopo aver mormorato che potrebbe “annientare la repubblica islamica (dell’Iran)” e mandare il popolo iraniano “all’inferno senza possibilità di sopravvivere”.
L’intensificazione della politica statunitense di misure di “pressione estrema” per ottenere il cambio di regime a Cuba, in particolare il blocco petrolifero imposto a gennaio, rappresenta l’attacco più severo degli USA da quando Fidel Castro marciò verso L’Avana, più di 60 anni fa, sebbene abbia poche aspettative di un esito favorevole a Washington.
I passi economici, diplomatici e militari statunitensi per bloccare ogni fornitura di petrolio all’industria cubana di raffinazione e distribuzione —che permette solo un piccolo carico russo e una varietà di piccole spedizioni di prodotti finiti a clienti che pagano in contanti— stanno causando una crisi umana a più vie. Il blocco comprende persino i pannelli solari, e i fornitori timorosi delle sanzioni statunitensi stanno trattenendo container con alimenti, medicine e altri articoli essenziali. Esperti legali affermano che queste misure costituiscono una violazione del diritto internazionale.
I blackout durano 20 ore al giorno e tutta la rete nazionale è collassata sei volte da gennaio a oggi. Numerosi rapporti di stampa indicano che le case mancano d’acqua perché le pompe non funzionano senza elettricità. I pazienti che richiedono assistenza ospedaliera stanno morendo e si stima che 100000 persone non possano ricevere interventi chirurgici essenziali. Senza carburante per i camion, la spazzatura si accumula agli angoli delle città, il che incrementa la propagazione di zanzare portatrici di una varietà di malattie, tra cui chikungunya, dengue e zika. Il sistema elettrico è vulnerabile da molto tempo a causa di precedenti misure di embargo, come i divieti di vendita di pezzi di ricambio con il 10% o più di contenuto statunitense, e anche per politiche incoerenti del governo. Ma le nuove azioni di Washington sono state, di gran lunga, la causa decisiva della crisi attuale.
La premessa sottostante nella politica USA dagli anni ’60 è provocare una sollevazione popolare che conduca al crollo del governo. I 60-70 milioni di $ che Washington spende ogni anno in programmi di informazione e altre operazioni psicologiche dirette all’isola, soprattutto attraverso le reti sociali, puntano chiaramente a fomentare il malcontento, e senza dubbio molti cubani incolpano più il loro governo che gli USA per la mancanza di riforme significative negli anni recenti.
Tuttavia, il governo conserva forze residue che gli hanno permesso di resistere alla pressione USA durante questi nove mesi. Le stoiche e spesso creative strategie di sopravvivenza della gente indicano che, sebbene desideri un cambio che migliori le condizioni di vita, non vuole che sia un cambio dettato da Washington o Miami. Il governo ha intrapreso e cominciato a implementare significative riforme economiche —alla velocità della luce, in confronto al passato— che danno al settore privato un nuovo ed enorme spazio per operare, accettano l’investimento straniero (anche di espatriati) con pochissime condizioni, e finalmente cominciano a smantellare aziende statali inefficienti.
Funzionari del governo avvertono che non stanno adottando il capitalismo, ma le loro dichiarazioni riflettono una crescente accettazione dei meccanismi del mercato, della decentralizzazione e dell’impegno a togliere i burocrati dalla strada dei cittadini. Sebbene segnalino che il Vietnam e la Cina avevano condizioni drasticamente diverse quando adottarono riforme economiche, negli anni ’80, non esitano a indicare che avanzano con chiarezza verso un’economia mista simile a quella di quei paesi. La gente non sentirà sollievo per un po’, ma il cambio è nell’aria.
Il governo USA sembra pensare che vincerà questa corsa contro il tempo, che Cuba “cadrà” o “collasserà” prima che si possano sentire i benefici della riforma. Fa tutto ciò che può per alimentare il fuoco sull’isola, anche mediante minacce di intervento militare. Trump e il segretario di Stato, Marco Rubio, vogliono fare di Cuba uno “Stato fallito”, ma non vogliono affrontare le conseguenze del disastro umano che la loro aggressione sta creando. In risposta al deterioramento delle condizioni, si stima che tra 1,5 e 2 milioni di cubani siano emigrati nei 5 anni recenti, soprattutto in Spagna e America Latina. Ma quelle opzioni si stanno esaurendo, e senza dubbio Trump e Rubio non vogliono che i cubani salgano sulle barche e arrivino alle coste della Florida.
Anche se gli USA riuscissero nel loro sogno di provocare il “collasso del regime”, l’isola non cadrà nel loro grembo come un frutto maturo. Ci vorranno decenni per riparare il danno economico, infrastrutturale e sociale, e qualsiasi nuovo regime affronterà serie sfide alla sua legittimità come burattino di Washington e lotterà per mantenere l’ordine. Di fatto, probabilmente la caduta del governo beneficerebbe operatori disciplinati e ortodossi, più che cittadini desiderosi di democrazia ma privi di esperienza. In questo momento non esiste uno scenario piacevole, ma il meno spiacevole sarebbe lasciare che i cubani, senza escludere espressamente il partito al potere, decidano il proprio destino. I cubani vogliono il cambio, ma vogliono che sia evolutivo.
*Fulton Armstrong è stato ufficiale di intelligence nazionale per l’America Latina e direttore degli affari interamericani nel Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ora è accademico alla American University. Philip Brenner è professore emerito di relazioni internazionali e storia alla American University.
(Tratto da La Jornada)

