Fernando Buen Abad Domínguez – Rebelión
“Patria è umanità, è quella porzione di umanità che vediamo più da vicino e in cui ci è toccato nascere; e non si deve permettere che con l’inganno del santo nome si difendano monarchie inutili, religioni panciute o politiche sfacciate e affamate”, José Martí.
Tutte le vere fortezze della rivoluzione cubana non risiedono nella mera persistenza di una dignità politica davanti agli attacchi imperiali, ma nell’integrazione dialettica e assoluta di due forze che, lungi dall’essere sequenziali o indipendenti, si generano reciprocamente in una spirale ascendente e inesauribile a Cuba: la coscienza della rivoluzione e la rivoluzione della coscienza. Non sono due tappe storiche, ma due facce di una stessa medaglia che pulsa nel petto di un popolo che si è rifiutato di essere oggetto passivo della storia per diventare, a forza di braccia e con eroismo, il suo soggetto assoluto e sovrano.
Tale coscienza della rivoluzione è quel risveglio collettivo e permanente che comprende che la libertà non è un regalo concesso dalle borghesie, ma una conquista quotidiana che esige di capire le radici materiali dello sfruttamento e la necessità ineludibile dell’autodeterminazione; è il riconoscimento lucido che il blocco non è una semplice misura diplomatica o un embargo commerciale, ma un meccanismo di guerra economica e psicologica progettato per asfissiare la speranza, e che, quindi, la resistenza non è un atto di testardaggine ideologica, ma di sopravvivenza rivoluzionaria di difesa della vita
Ma questa coscienza non avrebbe potuto sostenersi lungo le decadi se non fosse avvenuta, simultaneamente, una profonda rivoluzione della coscienza, un terremoto soggettivo che ha trasformato per sempre la psiche nazionale. Prima del 1959, la mentalità colonizzata aveva interiorizzato l’inferiorità, il fatalismo, il razzismo strutturale e la dipendenza economica; la rivoluzione, nel consegnare la terra, la salute e l’educazione, non solo ha cambiato le condizioni materiali di esistenza, ma ha alterato la struttura stessa del desiderio e dell’immaginazione politica dei cubani. Insegnare a leggere nelle montagne e nelle campagne durante la Campagna di Alfabetizzazione non è stato solo un atto pedagogico, è stato un atto radicale di decolonizzazione mentale, perché chi impara a decifrare la parola impara a decifrare il mondo e a nominare la propria oppressione, smettendo di essere uno spettatore rassegnato per diventare un architetto del proprio destino.
Questa rivoluzione della coscienza è quella che ha permesso a un enorme paese piccolo, assediato e con risorse limitate, di realizzare imprese che umiliano le potenze egemoniche: inviare medici nelle zone più devastate del pianeta non per lucro, ma per internazionalismo solidale; mantenere una cultura scientifica e artistica d’avanguardia nonostante la scarsità imposta; e sostenere l’idea incrollabile che la vita umana vale infinitamente più di qualsiasi guadagno di mercato. L’integrazione di entrambe le dimensioni è ciò che rende invincibile questo popolo, perché la coscienza della rivoluzione senza la rivoluzione della coscienza cadrebbe inevitabilmente nel dogmatismo sterile e nella burocrazia cieca, ripetendo slogan vuoti senza capacità di autocritica né rinnovamento; mentre una presunta rivoluzione della coscienza senza la coscienza della rivoluzione si dissolverebbe in un idealismo astratto, disconnesso dalle dure realtà geopolitiche e dalla lotta di classe che continua a definire l’ordine mondiale contemporaneo.
Oggi, questa integrazione viene messa alla prova nella complessità della costruzione del socialismo rivoluzionario nel XXI secolo, dove le nuove generazioni, che non hanno vissuto il trionfo iniziale, esigono con legittimo diritto che la rivoluzione si rinnovi, che la democrazia partecipativa si approfondisca, che si allarghi l’uguaglianza di genere, e che l’economia senza blocco risponda ai bisogni reali e si rinnovi nella lotta per la giustizia sociale. Tutte queste sono fortezze di coscienza, camminano per le strade, cantano e ballano senza perdere ragioni né intuizioni critiche; la loro tensione interna è l’evidenza di tutto ciò che è nuovo per la specie umana come prova viva che la rivoluzione della coscienza si attiva, contesta, propone e interviene nelle rivoluzioni istituzionali che sanno adattarsi alle congiunture, senza perdere le loro basi e fedeli alla loro dignità emancipatrice. Chi li conosce realmente non può negarlo.
Per questo la dignità del popolo rivoluzionario di Cuba non può essere compresa dalla morale astratta né dal sentimentalismo piccolo-borghese, ma unicamente dalle categorie del materialismo storico, come espressione concreta di una prassi collettiva che, in condizioni materiali oggettivamente avverse —il sottosviluppo ereditato dal capitalismo dipendente, il blocco imperialista più prolungato dell’era contemporanea come forma concreta della lotta di classe su scala internazionale, l’asfissia economica sistematica progettata per dimostrare che nessun popolo può emanciparsi senza pagare un prezzo brutale—, ha ottenuto ciò che il capitalismo globale, nella sua fase monopolistica e finanziarizzata, si mostra strutturalmente incapace di garantire: il superamento pratico dell’alienazione che riduce l’essere umano a mera forza lavoro mercificabile.
Questa dignità non è un attributo essenzialista né una qualità spirituale destoricizzata, ma il risultato di un processo dialettico in cui le masse popolari, strappate dalla condizione di oggetto della storia dal latifondo zuccheriero, dalla dipendenza coloniale e dalla semi-colonizzazione della vita sociale sotto la Repubblica neocoloniale, si costituiscono come soggetto storico trasformando radicalmente i rapporti di produzione e, con essi, le forme della coscienza sociale. Ciò che distingue il processo cubano non è l’assenza di contraddizioni —ogni formazione sociale in transizione verso il socialismo le produce e le riproduce, perché il socialismo non è uno stato ideale ma un movimento reale che sopprime lo stato attuale delle cose—, ma la capacità del suo popolo di superare dialetticamente quelle contraddizioni senza rinunciare alla rivoluzione, alla sua sovranità, senza reintegrarsi al mercato mondiale come fornitore di forza lavoro a buon mercato e materie prime, senza accettare che l’unica alternativa possibile sia la restaurazione capitalista con il suo corteo di disoccupazione strutturale, mercificazione della salute e dell’educazione, e proletarizzazione selvaggia.
Quando un medico cubano presta servizio nei quartieri poveri di Caracas, nei villaggi del Mozambico o nelle zone devastate dal terremoto ad Haiti, non realizza un atto di carità ma di internazionalismo proletario, cioè di coscienza che l’emancipazione del popolo cubano è inseparabile dall’emancipazione dell’umanità intera, perché il capitale è una relazione internazionale e la lotta contro di esso non può essere circoscritta alle frontiere nazionali. Quando un contadino difende la sua cooperativa, quando un operaio discute nell’assemblea sindacale il piano economico, quando un giovane dibatte all’università i percorsi della rivoluzione senza che nessuno gli esiga di allinearsi con gli interessi di una transnazionale, si sta producendo concretamente ciò che il marxismo chiama superamento dell’alienazione: il produttore diretto che si riappropria, collettivamente, delle condizioni della propria esistenza.
Questa è la dignità immensa di Cuba: aver dimostrato, contro il feticismo della merce e contro l’ideologia della fine della storia, che i popoli possono decidere sovranamente il loro destino, che la coscienza rivoluzionaria non è un riflesso meccanico della base economica ma una forza materiale che, quando ispira le masse, si converte in potenza trasformatrice della realtà, e che la vera libertà non consiste nello scegliere tra diverse marche di merci ma nella capacità collettiva di produrre la propria vita senza sottomettersi allo sfruttamento capitalista.
Allora il popolo cubano sa, nel suo midollo, che la vera rivoluzione contiene divergenze o dibattiti, mai rassegnazione e resa all’impero. Per questo, la sua forza è invincibile: perché hanno capito che la libertà è una prassi, non un desiderio etilico di imbonitori mal pettinati; che la coscienza si affila nella pratica trasformatrice e la pratica si illumina con la coscienza critica. In un mondo obbligato a dissanguarsi per l’avidità imperiale, il razzismo, la guerra e la distruzione ecologica, Cuba continua a essere un faro nuovo, scomodo e necessario, dimostrando che è possibile vivere con dignità, che la solidarietà può essere poetica e politica di Stato e che gli esseri umani, quando ci organizziamo collettivamente e rivoluzionariamente, ci svegliamo alla coscienza, che è capace, anche, di sfidare i giganti e uscirne in piedi.
Solidarizzare con Cuba oggi non è un atto di nostalgia romantica, ma di avanguardia politica, è riconoscere che in quell’isola si sta costruendo l’unica cosa realmente nuova che la specie umana possa vedere, combattendo la battaglia per il futuro, una battaglia dove la coscienza della rivoluzione e la rivoluzione della coscienza marciano abbracciate, ricordandoci che un altro mondo non solo è possibile, ma sta già sendo costruito, nonostante tutto, dalle mani e dalla mente di un popolo che ha scelto di essere libero. E ci educa tutti.
Conciencia de la revolución y revolución de la conciencia
Fernando Buen Abad Domínguez Rebelión
“Patria es humanidad, es aquella porción de la humanidad que vemos más de cerca y en que nos tocó nacer; y ni se ha de permitir que con el engaño del santo nombre se defienda a monarquías inútiles, religiones ventrudas o políticas descaradas y hambronas», José Martí.
Todas las verdaderas fortalezas de la revolución cubana no residen en la mera persistencia de una dignidad política frente a los ataques imperiales, sino en la integración dialéctica y absoluta de dos fuerzas que, lejos de ser secuenciales o independientes, se generan mutuamente en un espiral ascendente e inagotable en Cuba: la conciencia de la revolución y la revolución de la conciencia. No son dos etapas históricas, sino dos caras de una misma moneda que late en el pecho de un pueblo que se negó a ser objeto pasivo de la historia para convertirse, a pulso y con heroísmo, en su sujeto absoluto y soberano.
Tal conciencia de la revolución es ese despertar colectivo y permanente que comprende que la libertad no es un regalo otorgado por las burguesías, sino una conquista diaria que exige entender las raíces materiales de la explotación y la necesidad ineludible de la autodeterminación; es el reconocimiento lúcido de que el bloqueo no es una simple medida diplomática o un embargo comercial, sino un mecanismo de guerra económica y psicológica diseñado para asfixiar la esperanza, y que, por tanto, la resistencia no es un acto de terquedad ideológica, sino de supervivencia revolucionaria de defensa de la vida.
Pero esta conciencia no habría podido sostenerse a lo largo de las décadas si no hubiera ocurrido, simultáneamente, una profunda revolución de la conciencia, un terremoto subjetivo que transformó para siempre la psique nacional. Antes de 1959, la mentalidad colonizada había internalizado la inferioridad, el fatalismo, el racismo estructural y la dependencia económica; la revolución, al entregar la tierra, la salud y la educación, no solo cambió las condiciones materiales de existencia, sino que alteró la estructura misma del deseo y la imaginación política de los cubanos. Enseñar a leer en las montañas y los campos durante la Campaña de Alfabetización no fue solo un acto pedagógico, fue un acto radical de descolonización mental, porque quien aprende a descifrar la palabra aprende a descifrar el mundo y a nombrar su propia opresión, dejando de ser un espectador resignado para convertirse en un arquitecto de su destino.
Esta revolución de la conciencia es la que permitió que un enorme país pequeño, asediado y con recursos limitados, lograra hazañas que humillan a las potencias hegemónicas: enviar médicos a las zonas más devastadas del planeta no por lucro, sino por internacionalismo solidario; mantener una cultura científica y artística de vanguardia a pesar de la escasez impuesta; y sostener la idea inquebrantable de que la vida humana vale infinitamente más que cualquier ganancia de mercado. La integración de ambas dimensiones es lo que hace invencible a este pueblo, porque la conciencia de la revolución sin la revolución de la conciencia caería inevitablemente en el dogmatismo estéril y la burocracia ciega, repitiendo consignas vacías sin capacidad de autocrítica ni renovación; mientras que una supuesta revolución de la conciencia sin la conciencia de la revolución se disolvería en un idealismo abstracto, desconectado de las duras realidades geopolíticas y de la lucha de clases que sigue definiendo el orden mundial contemporáneo.
Hoy, esta integración se pone a prueba en la complejidad de la construcción del socialismo revolucionario en el siglo XXI, donde las nuevas generaciones, que no vivieron el triunfo inicial, exigen con legítimo derecho que la revolución se renueve, que la democracia participativa se profundice, que se ensanche la igualdad de género, y que la economía sin bloqueo responda a las necesidades reales y se renueve en la lucha por la justicia social. Todas esas son fortalezas de conciencia, andan por las calles, cantan y bailan si perder razones ni intuiciones criticas, su tensión interna es la evidencia de todo lo nuevo para la especie humana como prueba viva de que la revolución de la conciencia se activa, cuestiona, propone e interviene en las revolucionesinstitucionales que van sabiendo acomodarse a las coyunturas, sin perder sus bases y fiel a su dignidad emancipadora. Quien los conocen realmente no pueden negarlo.
Por eso la dignidad del pueblo revolucionario de Cuba no puede comprenderse desde la moral abstracta ni desde el sentimentalismo pequeño-burgués, sino únicamente desde las categorías del materialismo histórico, como expresión concreta de una praxis colectiva que, en condiciones materiales objetivamente adversas —el subdesarrollo heredado del capitalismo dependiente, el bloqueo imperialista más prolongado de la era contemporánea como forma concreta de la lucha de clases a escala internacional, la asfixia económica sistemática diseñada para demostrar que ningún pueblo puede emanciparse sin pagar un precio brutal—, ha logrado lo que el capitalismo global, en su fase monopólica y financiarizada, se muestra estructuralmente incapaz de garantizar: la superación práctica de la alienación que reduce al ser humano a mera fuerza de trabajo mercantilizable.
Esta dignidad no es un atributo esencialista ni una cualidad espiritual deshistorizada, sino el resultado de un proceso dialéctico en el que las masas populares, arrancadas de la condición de objeto de la historia por el latifundio azucarero, la dependencia colonial y la semi-colonización de la vida social bajo la República neocolonial, se constituyen como sujeto histórico al transformar radicalmente las relaciones de producción y, con ellas, las formas de la conciencia social. Lo que distingue al proceso cubano no es la ausencia de contradicciones —toda formación social en tránsito hacia el socialismo las produce y las reproduce, porque el socialismo no es un estado ideal sino un movimiento real que suprime el estado actual de las cosas—, sino la capacidad de su pueblo de superar dialécticamente esas contradicciones sin renunciar a la revolución a su soberanía, sin reintegrarse al mercado mundial como proveedor de fuerza de trabajo barata y materias primas, sin aceptar que la única alternativa posible sea la restauración capitalista con su cortejo de desempleo estructural, mercantilización de la salud y la educación, y proletarización salvaje.
Cuando un médico cubano atiende en las barriadas de Caracas, en las aldeas de Mozambique o en las zonas devastadas por el terremoto en Haití, no realiza un acto de caridad sino de internacionalismo proletario, es decir, de conciencia de que la emancipación del pueblo cubano es inseparable de la emancipación de la humanidad entera, porque el capital es una relación internacional y la lucha contra él no puede circunscribirse a las fronteras nacionales. Cuando un campesino defiende su cooperativa, cuando un obrero discute en la asamblea sindical el plan económico, cuando un joven debate en la universidad los rumbos de la revolución sin que nadie le exija alinearse con los intereses de una trasnacional, se está produciendo concretamente lo que el marxismo denomina superación de la alienación: el productor directo reapropiándose, colectivamente, de las condiciones de su propia existencia.
Esta es la dignidad inmensa de Cuba: haber demostrado, contra el fetichismo de la mercancía y contra la ideología del fin de la historia, que los pueblos pueden decidir soberanamente su destino, que la conciencia revolucionaria no es un reflejo mecánico de la base económica sino una fuerza material que, cuando se inspira a las masas, se convierte en potencia transformadora de la realidad, y que la verdadera libertad no consiste en elegir entre distintas marcas de mercancías sino en la capacidad colectiva de producir la propia vida sin someterse a la explotación capitalista.
Entonces el pueblo cubano sabe, en su médula, que la verdadera revolución contiene discrepancias o debates, jamás resignación y nientrega al imperio. Por eso, su fuerza es invencible: porque han entendido que la libertad es una praxis, no un deseo etílico de merolicos mal peinados; que la conciencia se afila en la práctica transformadora y la práctica se ilumina con la conciencia crítica. En un mundo obligado adesangrase por la codicia imperial, el racismo, la guerra y la destrucción ecológica, Cuba sigue siendo un faro nuevo, incómodo y necesario, demostrando que es posible vivir con dignidad, que la solidaridad puede ser poética y política de Estado y que los seres humanos, cuando nos organizamos colectiva y revolucionariamente despertamos a laconciencia, que es capaz, también, de desafiar a los gigantes y salir de pie.
Solidarizarse con Cuba hoy no es un acto de nostalgia romántica, sino de vanguardia política, es reconocer que en esa isla se está construyendo lo único realmente nuevo que la especie humana pueda ver, librando la batalla por el futuro, una batalla donde la conciencia de la revolución y la revolución de la conciencia marchan abrazadas, recordándonos que otro mundo no sólo es posible, sino que ya está siendo construido, a pesar de todo, por las manos y la mente de un pueblo que eligió ser libre. Y nos educa a todos.

