Quando una famiglia cubana passa le notti insonni cercando un medicinale indispensabile che è “esaurito”, quando un nonno si rende conto che pane e pesci sono totalmente fuori dalla portata della sua pensione, o un giovane si rifiuta di sognare il suo futuro tra blackout e scarsità, la politica smette di essere un dibattito distante e diventa un’esperienza intima e dolorosa.
Giusette León García – CubaSí
In mezzo a quella realtà quotidiana, dura e complessa, nasce una domanda che appella direttamente al cuore e all’etica della nazione: quali sono i veri nemici del popolo cubano? Coloro che, con successi ed errori, cercano di mantenere l’isola a galla in mezzo alla tempesta o coloro che chiedono, progettano o applicano le sanzioni che la mantengono sull’orlo del naufragio?
È accettabile che i cittadini mettano in discussione la gestione del loro governo? Io dico che è persino necessario. È un diritto civico. Tuttavia, dov’è la coerenza e la sincerità quando, minuti dopo aver parlato a nome del benessere di Cuba, camminano mano nella mano con coloro che sostengono e approfondiscono l’assedio economico che la asfissia e, mentre la minacciano e la molestano, le penurie dei cubani e delle cubane sembrano loro un prezzo giusto per raggiungere “la democrazia”? Quale democrazia? È credibile un discorso di amore per la patria e per la libertà quando si applaude la misura che frena il carburante, il cibo o la medicina di cui ha bisogno la vicina di casa?
Pretendere di ergersi a difensore di un popolo mentre si abbraccia il responsabile diretto delle sue maggiori carenze è un paradosso che rasenta il cinismo. Non si tratta solo di una contraddizione politica, è una frattura morale ed etica. Farlo in nome del dio che ordina di amare il prossimo è peccato, poiché egli stesso aveva comandato prima di non prendere il suo nome invano.
Allora, sorge una domanda scomoda ma necessaria: è rispettabile un’opposizione che assume l’agenda e vive dei fondi del governo USA? La dignità è un valore che non si finanzia dall’estero. Sappiamo già che “chi paga, comanda”. Quando la causa che si brandisce dipende dal budget di una potenza straniera, la voce smette di essere propria e il progetto smette di appartenere al popolo per rispondere agli interessi del pagatore. La genuina vocazione al cambio nasce dall’amore doloroso per i propri, non dalla tutela di Washington.
Alla luce della storia di Cuba troviamo risposte definitive, lezioni incontestabili su come si forgiano la leadership e la legittimità. Nessuno dei grandi articolatori del sentire cubano, nessuno degli uomini e delle donne che sono riusciti a muovere le fibre più profonde del nostro popolo e hanno trasformato il paese, lo ha mai fatto sotto tutela o finanziamento di un governo straniero, tanto meno di quello di cui Martí avvertì: “Ho vissuto nel mostro e ne conosco le viscere”, nella stessa lettera incompiuta al suo amico Manuel Mercado, nella quale scrisse:
“… l’attività annessionista, meno temibile per la poca realtà degli aspiranti, della specie curiale, senza cintura né creazione, che per comodo travestimento della loro compiacenza o sottomissione alla Spagna, chiede senza fede l’autonomia di Cuba, contenta solo che ci sia un padrone, yankee o spagnolo, che li mantenga, o li crei, in premio di uffici di mezzani, nella posizione di grandi uomini, sprezzanti della massa emergente, – la massa meticcia, abile e commovente del paese, – la massa intelligente e creatrice di bianchi e neri”.
Il più universale dei cubani ha tessuto la «Guerra Necessaria» dall’austerità, centesimo per centesimo, con l’aiuto abnegato dei tabaccai di Tampa e Key West, cubani emigrati, mai con il patrocinio del governo USA, al quale guardava con saggia e angosciata diffidenza. Mezzo secolo dopo, Fidel Castro e la generazione del Centenario hanno guidato un movimento che è penetrato nell’anima popolare perché nasceva dal popolo stesso, finanziato con il peso modesto dell’operaio, del contadino e dello studente, senza sottomettersi a nessuna agenda esterna.
Loro hanno capito qualcosa di fondamentale: la tattica della tutela straniera semplicemente non funziona nella coscienza cubana, perché il cubano, dalla sua radice storica, rifiuta per istinto la tutela sul suo destino. Allora, perché le nuove figure che pretendono di posizionarsi come «opposizione» ripetono ancora e ancora quella stessa formula fallita?
Forse perché hanno dimenticato che chi chiede aiuto all’oppressore per risolvere i suoi problemi finisce per consegnare le chiavi di casa. O forse perché risulta più comodo cercare l’applauso diplomatico, le borse di studio e il finanziamento che intraprendere il cammino lungo, difficile e genuino di costruire un progetto con e per i cubani. Probabilmente perché nemmeno loro credono ai loro personaggi di paladini libertari o perché, come dicono i miei vicini di Centro Habana, semplicemente “non ce la fanno”, mancano di argomenti, grazia e talento.
La storia di Cuba è essenzialmente una storia di dignità e di resistenza umana. Si può dissentire, si può dibattere e si possono cercare strade per superare le difficoltà che oggi ci opprimono, ma il limite etico e non negoziabile sarà sempre la sovranità e l’empatia con il proprio popolo. Un vero patriota soffre con il dolore della sua gente e mai si allea con chi progetta, freddamente e calcolatamente, la sua sofferenza. Lo ha già sentenziato la saggezza popolare: gli amici dei miei nemici non sono miei amici. Chi sceglie di essere amico del nemico del suo popolo finisce inevitabilmente separato dall’anima di Cuba.
Los amigos de mis enemigos
Cuando una familia cubana se desvela buscando un medicamento imprescindible que está “en falta”, cuando un abuelo cae en la cuenta de que los panes y los peces están totalmente fuera del alcance de su jubilación, o un joven se resiste a soñar su futuro entre apagones y escaseces, la política deja de ser un debate distante y se convierte en una vivencia íntima y doliente.
Giusette León García – CubaSí
En medio de esa realidad cotidiana, dura y compleja, nace una interrogante que apela directamente al corazón y a la ética de la nación: ¿cuáles son los verdaderos enemigos del pueblo cubano? ¿Quienes, con aciertos y desaciertos, intentan mantener la isla a flote en medio de la tempestad o quienes piden, diseñan o aplican las sanciones que la mantienen al borde del naufragio?
¿Es aceptable que los ciudadanos cuestionen la gestión de su gobierno? Yo digo que es, incluso, necesario. Es un derecho cívico. Sin embargo ¿Dónde queda la coherencia y la sinceridad cuando minutos después de hablar en nombre del bienestar de Cuba, caminan de la mano de los que sostienen y profundizan el cerco económico que la asfixia y, mientras la amenazan y la hostigan, las penurias de cubanos y cubanas les parecen un precio justo para alcanzar “la democracia”. ¿Cuál democracia?¿Es creíble un discurso de amor a la patria y a la libertad cuando se aplaude la medida que frena el combustible, el alimento o la medicina que precisa la vecina de al lado?
Pretender erigirse en defensor de un pueblo mientras se abraza al responsable directo de sus mayores carencias es una paradoja que raya en el cinismo. No se trata solo de una contradicción política, es una fractura moral y ética. Hacerlo en nombre del dios que ordena amar al prójimo, es pecado, pues él mismo había mandado antes no tomar su nombre en vano.
Entonces, cabe hacer una pregunta incómoda, pero necesaria: ¿es respetable una oposición que asume la agenda y vive de los fondos del gobierno de los Estados Unidos? La dignidad es un valor que no se financia desde el exterior. Ya sabemos que “el que paga, manda”. Cuando la causa que se enarbola depende del presupuesto de una potencia extranjera, la voz deja de ser propia y el proyecto deja de pertenecer al pueblo para responder a los intereses del pagador. La genuina vocación de cambio nace del amor dolido por los suyos, no de la tutela de Washington.
A la luz de la historia de Cuba encontramos respuestas definitivas, lecciones incontestables sobre cómo se forja el liderazgo y la legitimidad. Ninguno de los grandes articuladores del sentir cubano, ninguno de los hombres y mujeres que lograron mover las fibras más profundas de nuestro pueblo y transformaron el país, lo hizo jamás bajo el amparo o el financiamiento de un gobierno extranjero, mucho menos del que Martí alertó: “Viví en el monstruo y le conozco las entrañas”, en la misma carta inconclusa a su amigo Manuel Mercado, en la cual escribió:
“… la actividad anexionista, menos temible por la poca realidad de los aspirantes, de la especie curial, sin cintura ni creación, que por disfraz cómodo de su complacencia o sumisión a España, le pide sin fe la autonomía de Cuba, contenta solo de que haya un amo, yankee o español, que les mantenga, o les cree, en premio de oficios de celestinos, la posición de prohombres, desdeñosos de la masa pujante,- la masa mestiza, hábil y conmovedora del país,- la masa inteligente y creadora de blancos y negros”.
El más universal de los cubanos, tejió la «Guerra Necesaria» desde la austeridad, centavo a centavo, con la ayuda abnegada de los tabaqueros de Tampa y Cayo Hueso, cubanos emigrados, jamás con el patrocinio del gobierno estadounidense, al cual miraba con sabia y angustiada desconfianza. Medio siglo más tarde, Fidel Castro y la generación del Centenario lideraron un movimiento que caló en el alma popular porque nacía del pueblo mismo, financiado con el peso modesto del obrero, el campesino y el estudiante, sin someterse a ninguna agenda externa.
Ellos entendieron algo fundamental: la táctica del amparo extranjero sencillamente no funciona en la conciencia cubana, porque el cubano, desde su raíz histórica, rechaza por instinto la tutela sobre su destino. Entonces, ¿por qué las nuevas figuras que pretenden posicionarse como «oposición» repiten una y otra vez esa misma fórmula fallida?
Quizás porque han olvidado que, quien pide auxilio al opresor para resolver sus problemas termina entregando las llaves de la casa. O quizás porque resulta más cómodo buscar el aplauso diplomático, las becas y el financiamiento que emprender el camino largo, difícil y genuino de construir un proyecto con y para los cubanos. Probablemente porque ni ellos mismos se creen sus personajes de paladines libertarios o porque, como dicen mis vecinos de Centro Habana, simplemente “no la llevan”, les faltan argumentos, gracia y talento.
La historia de Cuba es esencialmente una historia de dignidad y de resistencia humana. Se puede diferir, se puede debatir y se pueden buscar caminos para superar las dificultades que hoy nos abruman, pero el límite ético e innegociable siempre será la soberanía y la empatía con el propio pueblo. Un verdadero patriota sufre con el dolor de su gente y jamás se alía con quien proyecta, fría y calculadoramente, su sufrimiento. Ya lo ha sentenciado la sabiduría popular: los amigos de mis enemigos no son mis amigos. Quien elige ser amigo del enemigo de su pueblo, termina inevitablemente separado del alma de Cuba.

