Il Venezuela ha grandi riserve di oro, diamanti e minerali strategici vicino al suo confine con il Brasile. L’ingresso di quest’ultimo nello Scudo delle Americhe in un eventuale governo di Flávio Bolsonaro aumenterebbe la pressione USA sul Venezuela, essendo questa associazione uno strumento con cui Washington cerca di appropriarsi delle risorse strategiche della regione
I sondaggi hanno fallito di nuovo, cosa che sorprende sempre meno in un mondo volatile e imprevedibile. Contro il pronostico di consenso, domenica 4 ottobre scorso, in elezioni brasiliane segnate da un’intensa polarizzazione, il candidato di estrema destra Flávio Bolsonaro si è imposto sul presidente Lula da Silva per uno stretto margine.
La fine del primo turno delle elezioni presidenziali è stata una fotografia. Il figlio del golpista Jair Bolsonaro ha ottenuto il 47,1% dei voti contro il 45,0% di Lula, una differenza di circa 2,5 milioni di voti.
Senza animo di alimentare il pessimismo, bisogna assumere che il risultato, in vista del secondo turno, colloca Flávio in una posizione vincente per occupare la sedia del Palazzo del Planalto. Tuttavia, oggi è impossibile chiudere un pronostico certo.
La salita da risalire per Lula è molto ripida, davanti a una tendenza regionale di svolta a destra che nemmeno lo accompagna. Lo scorso giugno, Abelardo De la Espriella ha vinto su Iván Cepeda al primo turno delle elezioni presidenziali colombiane e, con quel primo colpo, è arrivato a Nariño al secondo turno.
Il fattore amazzonico
Per il Venezuela, un risultato finale in una direzione o nell’altra in Brasile non significa lo stesso in termini strategici.
Entrambi i paesi condividono un’esteso confine di più di 2000 chilometri di lunghezza che integra il margine nord dell’Amazzonia. Sebbene scarsamente integrato e con poca densità di popolazione, il crocevia binazionale si proietta su importanti serbatoi di minerali strategici venezuelani.
Per avere una minima nozione geografica, le miniere d’oro di El Callao e Las Cristinas (tra le più grandi del mondo), e la zona diamantifera dell’Ikabarú, sono più vicine al confine con il grande vicino del sud che alla stessa Caracas, centro politico della Repubblica Bolivariana.
Non è un segreto che l’eventuale vittoria di Bolsonaro Jr. sarebbe ipotecata a Washington. L’amministrazione Trump ha utilizzato armi diplomatiche, economiche e mediatiche per favorire il suo candidato affine ideologicamente, con cui ha già configurato un accordo di appropriazione di terre rare sostenuto da un’esclusiva allineamento geoeconomico con gli USA.
Prima dell’appuntamento elettorale, l’Agenzia Brasiliana di Intelligence aveva già avvertito della crescente e sempre più esplicita ingerenza del governo USA nella contesa.
Senza alcun margine di autonomia, il passo logico di Flávio arrivando al Planalto sarebbe unire il Brasile allo Scudo delle Americhe, un’adesione che concederebbe agli USA una solida profondità strategica in Amazzonia. Di fatto, il candidato di estrema destra ha promesso l’affiliazione a metà del mese scorso.
Con le incorporazioni già materializzate di Colombia e Perù, più il Brasile, Washington otterrebbe una notevole influenza geopolitica su quasi l’80% della foresta tropicale e sul più grande sistema fluviale del mondo.
Nel frattempo, il Comando Sud sembra preparare i preparativi per dare il benvenuto allo scudo al gigante sudamericano. In un recente reportage del The Wall Street Journal, il generale Francis Donovan, comandante del Southcom, ha affermato la necessità di acquisire sistemi di alta tecnologia per eseguire operazioni di sorveglianza in territori selvatici, con climi estremi e difficoltà topografiche di accesso.
La suggestiva dichiarazione di Donovan, che sembrava parlare dell’Amazzonia senza nominarla direttamente, è avvenuta in parallelo ai primi indizi di spostamento di droni da combattimento e sorveglianza MQ-9 Reaper dall’Africa alla regione sudamericana. Nei giorni recenti, il The New York Times ha confermato che detti droni si dirigerebbero in Colombia e in Ecuador per combattere il narcotraffico.
Un Brasile affiliato allo Scudo delle Americhe supporrebbe che il Venezuela non solo affronterebbe la pressione geostrategica USA sulla sua facciata nord —i bombardamenti del Pentagono continuano nel Mar dei Caraibi—, ma anche nella sua estremità sud, sensibilmente vicino a importanti depositi di minerali strategici, area dove presumibilmente l’esercito statunitense ha giustiziato il Niño Guerrero lo scorso giugno.
Questa logica è compresa nella Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025, quando nei suoi paragrafi iniziali stabilisce: “vogliamo garantire il nostro accesso continuo a luoghi strategici chiave”. Cosa c’è di più chiave dei giacimenti auriferi più promettenti del mondo a poche miglia di volo da un MQ-9 Reaper? Cosa c’è di più prioritario dei minerali critici esistenti in territori indigeni su entrambi i lati del confine? Come prenderne possesso se non mediante la violenza, come recita il manuale capitalista da secoli?
Molto si è riflettuto sullo Scudo delle Americhe come una versione adattata al XXI secolo del Piano Condor. Invece, poco è stato valutato come uno strumento di espropriazione di ricchezza e controllo di risorse strategiche, che combina presenza militare e influenza su flussi e catene di fornitura.
Da lì che Trump, nel contesto della recente Assemblea Generale dell’ONU, ha descritto lo scudo come la “maggiore alleanza per la sicurezza economica e nazionale che si sia mai riunita nell’emisfero occidentale”. Dopo una riunione a margine dell’evento con i membri della sua iniziativa militarista, la dichiarazione congiunta ha iniziato affrontando economia e meccanismi di controllo degli investimenti insieme a scambi di intelligence, lotta comune contro il “narcoterrorismo” e protezione di minerali critici.
Nel quadro di questo programma, la bolsonarizzazione del Brasile rappresenterebbe un veicolo perché gli USA riescano ad ampliare la loro influenza coercitiva nel margine nord amazzonico, prossimo a importanti serbatoi minerali venezuelani, fino ad ora negato dalla resistenza di Lula a entrare nello Scudo delle Americhe.
Pertanto, una vittoria di Lula sarebbe la cosa più desiderabile per il Venezuela in termini di riduzione del rischio strategico, sebbene ciò non colmi il desiderio legittimo di molti di vedere un Brasile che punta a rilanciare la multipolarità dalla regione e a rivitalizzare i legami politici ed economici con Caracas come in altri tempi.
Il complesso fronte diplomatico
Il divenire diplomatico è una delle grandi incognite che, purtroppo, rimarranno senza risposte fino a che arrivi il D-Day del secondo turno.
Rispetto al Venezuela, una vittoria di Lula potrebbe significare probabilmente più della stessa indifferenza e passività dimostrata nella relazione bilaterale durante gli ultimi mesi, il che in un senso generale sarebbe benefico per un governo incaricato focalizzato sulla dinamica politica ed economica interna del paese.
Anche se Lula riuscisse nell’epopea di vincere Flávio, governerebbe una nazione fortemente polarizzata e con una decisiva presenza territoriale e istituzionale del bolsonarismo. Si potrebbe proiettare che non avrebbe la larghezza di banda sufficiente per cercare di incidere con determinazione sugli affari regionali, salvo per utilizzare le leve di Itamaraty con l’obiettivo di promuovere interessi economici brasiliani in Venezuela, i cui tentacoli continuano ad avvicinarsi a Caracas senza importare troppo dell’esito elettorale.
Con Flávio, il peso dell’incognita è ancora maggiore. Alcuni analisti osano pronosticare che sarebbe lo scenario ideale perché Caracas rafforzi la sua alleanza asimmetrica con Washington. Prodotto dell’ipoteca politica contratta con Trump, Bolsonaro Jr. non oserebbe andare contro Trump, il che lo porterebbe a replicare la condotta di José Antonio Kast del Cile: avvicinamento senza impegni strategici, misurando la convenienza di una foto con Delcy Rodríguez.
Altri, invece, sostengono che la lobby di María Corina Machado dentro l’universo bolsonarista ha un peso significativo e rappresenterebbe un mal di testa per Miraflores, poiché l’ultima rappresentante del mantuanaje (classe dominante creola di origine coloniale ndt) caraqueño guadagnerebbe un solido alleato che perora i suoi interessi davanti a Trump.
Niente è definito su questo piano, ma potrebbero essere gli interessi economici a determinare in ultima istanza la dinamica bilaterale Brasilia-Caracas, sia con Lula che con Flávio. Petrobras, per esempio, ha rimarcato con insistenza, negli ultimi anni e in tempo recente, il suo interesse di investire nel settore idrocarburifero venezuelano.
Davanti a quell’impulso, gli incentivi sembrano collidere, tra la politica di corta cinghia verso Caracas e la necessità oggettiva che entrino altri attori imprenditoriali per sollevare la produzione petrolifera venezuelana.
In ultima istanza, avere un governo allineato e ipotecato con Trump come vicino non sembrerebbe essere lo scenario più ottimale; a meno che si decida, per ignoranza o volontà propria, di comprare la narrativa che il magnate repubblicano vuole, in fondo, che i venezuelani balliamo felici per le strade in qualche momento.
Desiderare che Lula perda, come fanno alcuni sulle reti sociali dal Venezuela, coincidendo paradossalmente con chi ha premuto il grilletto il 3 gennaio su Caracas, dimostrerebbe che in molti cervelli Trump ha vinto la più importante delle battaglie: quella della memoria e della dignità, territori simbolici che anch’essi vengono saccheggiati se non c’è nessuno che li difenda.
Venezuela ante la incertidumbre brasileña
Venezuela tiene grandes reservas de oro, diamantes y minerales estratégicos cerca de su frontera con Brasil. La entrada de este último al Escudo de las Américas en un eventual Gobierno de Flávio Bolsonaro aumentaría la presión de EEUU sobre Venezuela, al ser esta asociación un instrumento con el que Washington busca apropiarse de los recursos estratégicos de la región
Las encuestas volvieron a fallar, lo que sorprende cada vez menos en un mundo volátil e impredecible. Contra el pronóstico de consenso, el pasado domingo 4 de octubre, en unas elecciones brasileñas marcadas por una intensa polarización, el candidato de extrema derecha Flávio Bolsonaro se impuso sobre el presidente Lula da Silva por un estrecho margen.
El final de la primera vuelta de los comicios presidenciales fue de fotografía. El hijo del golpista Jair Bolsonaro obtuvo el 47,1% de los votos frente al 45,0% de Lula, una diferencia de aproximadamente 2,5 millones de votos.
Sin ánimos de abonar el pesimismo, hay que asumir que el resultado, de cara a la segunda vuelta, ubica a Flávio en una posición ganadora para ocupar la silla del Palacio de Planalto. No obstante, hoy es imposible cerrar un pronóstico certero.
La cuesta a remontar para Lula está muy inclinada, frente a una tendencia regional de derechización que tampoco le acompaña. En junio pasado, Abelardo De la Espriella venció a Iván Cepeda en primera vuelta de las elecciones presidenciales de Colombia y, con ese primer golpe, llegó a Nariño en la segunda votación.
El factor amazónico
Para Venezuela, un resultado final en una u otra dirección en Brasil no significa lo mismo en términos estratégicos.
Ambos países comparten una extensa frontera de más de 2 mil kilómetros de longitud que integra el margen norte de la Amazonía. Aunque escasamente integrada y con poca densidad poblacional, el cruce binacional se proyecta sobre importantes reservorios de minerales estratégicos venezolanos.
Para tener una mínima noción geográfica, las minas de oro de El Callao y Las Cristinas (de las más grandes del mundo), y la zona diamantífera del Ikabarú, están más cerca de la frontera con el gran vecino del sur que de la propia Caracas, centro político de la República Bolivariana.
No es un secreto que la eventual victoria de Bolsonaro Jr. estaría hipotecada a Washington. La administración Trump ha utilizado armas diplomáticas, económicas y mediáticas para favorecer a su candidato afín ideológicamente, con el que ya ha configurado un acuerdo de apropiación de tierras raras sustentado en una exclusiva alineación geoeconómica con EEUU.
Previo a la cita electoral, la Agencia Brasileña de Inteligencia ya venía advirtiendo de la injerencia creciente y cada vez más explícita del gobierno estadunidense en la contienda.
Sin ningún margen de autonomía, el paso lógico de Flávio al llegar a Planalto sería unir a Brasil al Escudo de las Américas, una adhesión que le otorgaría a EEUU una sólida profundidad estratégica en la Amazonía. De hecho, el candidato de extrema derecha prometió la afiliación a mediados del mes pasado.
Con las incorporaciones ya materializadas de Colombia y Perú, más Brasil, Washington obtendría una notoria influencia geopolítica sobre casi el 80% del bosque tropical y el sistema fluvial más grande del mundo.
Mientras tanto, el Comando Sur parece alistar los preparativos para darle la bienvenida al escudo al gigante suramericano. En un reciente reportaje del The Wall Street Journal, el general Francis Donovan, comandante del Southcom, afirmó la necesidad de adquirir sistemas de alta tecnología para ejecutar operaciones de vigilancia en territorios selváticos, con climas extremos y dificultades topográficas de acceso.
La sugerente declaración de Donovan, quien parecía hablar de la Amazonía sin nombrarla directamente, ocurrió en paralelo a los primeros indicios de desplazamiento de drones de combate y vigilancia MQ-9 Reaper desde África a la región suramericana. En días recientes, The New York Times confirmó que dichos drones se dirigirían a Colombia y a Ecuador para combatir el narcotráfico.
Un Brasil afiliado al Escudo de las Américas supondría que Venezuela no solo enfrentaría la presión geoestratégica de EEUU en su fachada norte —los bombardeos del Pentágono continúan en el mar Caribe—, sino también en su extremo sur, sensiblemente cerca de importantes depósitos de minerales estratégicos, área donde presumiblemente el ejército estadounidense ejecutó al Niño Guerrero el pasado mes de junio.
Esta lógica está comprendida en la Estrategia de Seguridad Nacional de 2025, cuando en sus apartados iniciales dictamina: “queremos garantizar nuestro acceso continuo a lugares estratégicos clave”. ¿Qué más clave que los yacimientos auríferos más prometedores del mundo a escasas millas de vuelo de un MQ-9 Reaper? ¿Qué más prioritario que los minerales críticos existentes en territorios indígenas a ambos lados de la frontera? ¿Cómo tomar posesión de ellos si no es mediante la violencia, como reza el manual capitalista desde hace siglos?
Mucho se ha reflexionado sobre el Escudo de las Américas como una versión adaptada al siglo XXI del Plan Cóndor. En cambio, poco se ha evaluado como un instrumento de expropiación de riqueza y control de recursos estratégicos, que combina presencia militar e influencia sobre flujos y cadenas de suministro.
De ahí que Trump, en el contexto de la reciente Asamblea General de la ONU, describiera el escudo como la “mayor alianza para la seguridad económica y nacional que jamás se haya reunido en el hemisferio occidental”. Tras una reunión al margen del evento con los miembros de su iniciativa militarista, la declaración conjunta empezó abordando economía y mecanismos de control de inversiones junto a intercambios de inteligencia, lucha común contra el “narcoterrorismo” y protección de minerales críticos.
En el marco de este programa, la bolsonarización de Brasil representaría un vehículo para que EEUU consiga ampliar su influencia coercitiva en el margen norte amazónico, próximo a importantes reservorios minerales venezolanos, hasta ahora denegado por la resistencia de Lula de entrar al Escudo de las Américas.
Por ende, una victoria de Lula sería lo más deseable para Venezuela en términos de reducción de riesgo estratégico, aunque ello no colme el deseo legítimo de muchos de ver a un Brasil que apuesta a relanzar la multipolaridad desde la región y a revitalizar los vínculos políticos y económicos con Caracas como en otros tiempos.
El complejo frente diplomático
El devenir diplomático es una de las grandes interrogantes que, lamentablemente, permanecerán sin respuestas hasta que llegue el Día D de la segunda vuelta.
Con respecto a Venezuela, una victoria de Lula podría significar probablemente más de la misma indiferencia y pasividad demostrada en la relación bilateral durante los últimos meses, lo que en un sentido general sería beneficioso para un gobierno encargado enfocado en la dinámica política y económica interna del país.
Aun si Lula lograra la epopeya de vencer a Flávio, gobernaría una nación fuertemente polarizada y con una decisiva presencia territorial e institucional del bolsonarismo. Se podría proyectar que no tendría el ancho de banda suficiente para tratar de incidir con determinación en los asuntos regionales, salvo para utilizar las palancas de Itamaraty con el objetivo de promover intereses económicos brasileños en Venezuela, cuyos tentáculos siguen aproximándose a Caracas sin importarle demasiado el desenlace electoral.
Con Flávio, el peso de la incógnita es aún mayor. Algunos analistas se atreven a pronosticar que sería el escenario idóneo para que Caracas fortalezca su alianza asimétrica con Washington. Producto de la hipoteca política contraída con Trump, Bolsonaro Jr. no se atrevería a llevarle la contraria a Trump, lo que lo llevaría a replicar la conducta de José Antonio Kast de Chile: acercamiento sin compromisos estratégicos, midiendo la conveniencia de una foto con Delcy Rodríguez.
Otros, en cambio, sostienen que el lobby de María Corina Machado dentro del universo bolsonarista tiene un peso significativo y representaría un dolor de cabeza para Miraflores, ya que la última representante del mantuanaje caraqueño ganaría un sólido aliado que abogue por sus intereses ante Trump.
Nada está definido en este plano, pero podrían ser los intereses económicos los que determinen en última instancia la dinámica bilateral Brasilia-Caracas, bien sea con Lula o con Flávio. Petrobras, por ejemplo, ha remarcado con insistencia, en los últimos años y en tiempo reciente, su interés de invertir en el sector hidrocarburífero venezolano.
Ante ese impulso, los incentivos parecen colisionar, entre la política de correa corta a Caracas y la necesidad objetiva de que entren otros actores empresariales para levantar la producción petrolera venezolana.
En última instancia, tener a un gobierno alineado e hipotecado con Trump como vecino no pareciera ser el escenario más óptimo; a menos que se decida, por ignorancia o voluntad propia, comprar la narrativa de que el magnate republicano quiere, en el fondo, que los venezolanos bailemos felices en las calles en algún momento.
Desear que pierda Lula, como hacen algunos por redes sociales desde Venezuela, coincidiendo paradójicamente con quien accionó el gatillo el 3 de enero sobre Caracas, demostraría que en muchos cerebros Trump ganó la más importante de las batallas: la de la memoria y la dignidad, territorios simbólicos que también se saquean si no hay nadie que los defienda.

