Cuba e la fionda di David

Fernando Buen Abad Domínguez* – La Jornada

Davide contro Golia non è solo una metafora biblica riciclata dalla retorica politica, ma una struttura profonda del senso, una grammatica storica che organizza la lotta tra forze asimmetriche quando l’etica decide di non arrendersi all’aritmetica del potere. Nel caso cubano, quella dialettica è stata elevata a virtù collettiva, a pedagogia della resistenza, a una semiotica del fare in cui la debolezza materiale non è vissuta come carenza, ma come occasione creatrice.

Cuba non è sopravvissuta all’impero per miracolo né per ostinazione romantica, ma per un’intelligenza politica e rivoluzionaria che ha saputo invertire molti danni del blocco e ha convertito lo svantaggio in metodo, la scarsità in linguaggio e l’aggressione permanente in coscienza organizzata. Laddove l’imperialismo – con la sua macchina finanziaria, militare, mediatica e simbolica – pretende d’imporre il racconto dell’inevitabilità, l’esperienza rivoluzionaria cubana oppone la narrazione del possibile, non come fantasia, ma come prassi sociale sostenuta per decenni d’assedio.

Una virtù cubana non è la negazione del conflitto, ma la sua metabolizzazione umanista, fare della necessità un’etica, dell’assedio una scuola e della minaccia uno specchio in cui il popolo rivoluzionario impara a riconoscersi come soggetto storico. Trump non è stata un’anomalia, ma un’iperbole, una caricatura brutale dell’imperialismo che ha sempre operato con la stessa logica d’intimidazione, castigo e punizione esemplare, solo che questa volta senza trucco diplomatico.

Di fronte a quell’oscenità del potere, Cuba ha risposto come sempre con più organizzazione, più cultura politica, più densità simbolica. L’asimmetria non si riduce, si ridefinisce. Il blocco non cerca solo fame materiale, ma fame di senso, e lì la Rivoluzione risponde con una semantica della dignità che converte ogni atto di resistenza in un segno maggiore. Non si tratta d’idealizzare la difficoltà, ma di capire come una comunità politica decide di non farsi definire dal linguaggio del nemico.

Nella dialettica delle virtù cubane, la lotta quotidiana è una dialettica della coscienza: sapere che l’avversario è un mascalzone più forte e tuttavia non accettare la sua egemonia. Davide non sconfigge Golia per forza fisica, ma per intelligenza strategica e per una lettura corretta del terreno simbolico; Cuba non affronta l’impero copiando i suoi metodi, ma smontando la sua logica, rivelando le sue contraddizioni, esponendo la sua violenza strutturale agli occhi del mondo.

Ogni medico inviato dove nessuno vuole andare, ogni vaccino sviluppato in condizioni avverse, ogni scuola sostenuta nonostante il sottofinanziamento imposto, è una pietra lanciata non contro un corpo, ma contro un discorso. L’umanesimo rivoluzionario non è uno slogan, ma una pratica che riorganizza le priorità: salvare vite prima di salvare profitti, educare prima di indebitare, condividere prima di accumulare.

Questo è ciò che è intollerabile per l’imperialismo: non l’esistenza di un piccolo paese ribelle, ma la dimostrazione empirica che un altro ordine di valori non solo è desiderabile, ma funzionale. Trump, con la sua retorica di muro, castigo e supremazia, ha incarnato la fase più cinica di un sistema che non tollera la differenza quando questa diventa esempio. Perciò l’aggressione contro Cuba è anche un’aggressione contro l’idea stessa di sovranità popolare, contro la possibilità che i popoli decidano senza chiedere permesso. La risposta cubana non è stata l’odio, ma la persistenza; non la capitolazione, ma la memoria attiva; non l’imitazione del carnefice, ma l’approfondimento del proprio progetto.

In termini semiotici, la Rivoluzione ha ottenuto qualcosa d’eccezionale, che è produrre senso dalla periferia, disputare il significato di parole come democrazia, libertà e diritti umani da un’esperienza concreta e non da un astratto di mercato. Questa è la vera minaccia per l’impero: che il linguaggio smetta di appartenergli. Convertire l’asimmetria in forza umanista implica assumere che non tutto il potere è quantificabile, che esiste una potenza del collettivo che non entra nelle statistiche del Pentagono né nei bilanci di Wall Street. Cuba ha fatto della sua fragilità un’arma etica, della sua vulnerabilità una pedagogia politica e della sua resistenza una forma d’amore sociale organizzato.

Davide non si trasforma in Golia sconfiggendolo; lo sconfigge senza smettere di essere Davide. Lì risiede la lezione più profonda: non vincere assomigliandosi al nemico, ma trionfare senza tradire la propria umanità. In un mondo saturo di cinismo, quella coerenza è sovversiva. Per questo l’imperialismo insiste, minaccia, sanziona e mente; perché di fronte alla forza bruta teme solo una cosa: la persistenza di un esempio che dimostra che anche sotto assedio è possibile vivere in un altro modo, pensare in un altro modo e lottare senza rinunciare alla dignità.

Il blocco economico, commerciale e finanziario imposto contro Cuba non è una semplice politica estera né una “disputa bilaterale”, ma una forma sistematica di violenza strutturale che riunisce i tratti di un crimine di lesa umanità, in quanto attacca in modo deliberato, prolungato e consapevole una popolazione civile con l’obiettivo esplicito di provocare sofferenza, carenza di rifornimenti e disperazione sociale.

Non punisce un governo, ma un intero popolo, limitando l’accesso a medicine, alimenti, tecnologia, finanziamento e relazioni normali con il resto del mondo, anche in contesti d’emergenza sanitaria e disastri naturali. La sua logica non è giuridica, ma punitiva; non è diplomatica, ma esemplare: cerca di punire perché nessuno la imiti. Da una prospettiva etica e semiotica, il blocco tenta di naturalizzare il dolore come strumento politico e convertire la crudeltà in norma, violando principi elementari del diritto internazionale e della convivenza umana. Che si mantenga nonostante condanne reiterate della comunità internazionale rivela non solo l’impunità del potere imperiale, ma la sua bancarotta morale. Di fronte a ciò, la resistenza cubana acquista una dimensione ancora più profonda; non solo sopravvive a un assedio materiale, ma denuncia con la sua sola esistenza l’oscenità di un sistema che castiga la dignità e criminalizza la sovranità. Il blocco è un crimine di lesa umanità.

*Dottore in filosofia.


Cuba y la honda de David

Fernando Buen Abad Domínguez* – La Jornada

David frente a Goliat no es sólo una metáfora bíblica reciclada por la retórica política, sino una estructura profunda del sentido, una gramática histórica que organiza la lucha entre fuerzas asimétricas cuando la ética decide no rendirse ante la aritmética del poder. En el caso cubano, esa dialéctica ha sido elevada a virtud colectiva, a pedagogía de la resistencia, a una semiótica del hacer donde la debilidad material no se vive como carencia, sino como ocasión creadora.

Cuba no ha sobrevivido al imperio por milagro ni por obstinación romántica, sino por una inteligencia política y revolucionaria que supo revertir muchos estragos del bloqueo y convirtió la desventaja en método, la escasez en lenguaje y la agresión permanente en conciencia organizada. Allí donde el imperialismo –con su maquinaria financiera, militar, mediática y simbólica– pretende imponer el relato de la inevitabilidad, la experiencia revolucionaria cubana opone la narración de lo posible, no como fantasía, sino como praxis social sostenida durante décadas de asedio.

Una virtud cubana no es la negación del conflicto, sino su metabolización humanista, hacer de la necesidad una ética, del cerco una escuela y de la amenaza un espejo donde el pueblo revolucionario aprende a reconocerse como sujeto histórico. Trump no fue una anomalía, sino una hipérbole, una caricatura brutal del imperialismo que siempre ha operado con la misma lógica de intimidación, castigo y escarmiento ejemplar, sólo que esta vez sin maquillaje diplomático.

Frente a esa obscenidad del poder, Cuba respondió como siempre con más organización, más cultura política, más densidad simbólica. La asimetría no se reduce, se resignifica. El bloqueo no sólo busca hambre material, sino hambre de sentido, y allí la Revolución responde con una semántica de la dignidad que convierte cada acto de resistencia en un signo mayor. No se trata de idealizar la dificultad, sino de comprender cómo una comunidad política decide no dejarse definir por el lenguaje del enemigo.

En la dialéctica de las virtudes cubanas, la lucha diaria es una dialéctica de la conciencia: saber que el adversario es un canalla más fuerte y aun así no aceptar su hegemonía. David no vence a Goliat por fuerza física, sino por inteligencia estratégica y por una lectura correcta del terreno simbólico; Cuba no enfrenta al imperio copiando sus métodos, sino desmontando su lógica, revelando sus contradicciones, exponiendo su violencia estructural ante los ojos del mundo.

Cada médico enviado donde nadie quiere ir, cada vacuna desarrollada en condiciones adversas, cada escuela sostenida contra el desfinanciamiento impuesto, es una piedra lanzada no contra un cuerpo, sino contra un discurso. El humanismo revolucionario no es una consigna, sino una práctica que reorganiza prioridades: salvar vidas antes que salvar ganancias, educar antes que endeudar, compartir antes que acumular.

Eso es lo intolerable para el imperialismo: no la existencia de un pequeño país rebelde, sino la demostración empírica de que otro orden de valores no sólo es deseable, sino funcional. Trump, con su retórica de muro, castigo y supremacía, encarnó la fase más cínica de un sistema que no tolera la diferencia cuando ésta se vuelve ejemplo. Por eso la agresión contra Cuba es también una agresión contra la idea misma de soberanía popular, contra la posibilidad de que los pueblos decidan sin pedir permiso. La respuesta cubana no ha sido el odio, sino la persistencia; no la claudicación, sino la memoria activa; no la imitación del verdugo, sino la profundización de su propio proyecto.

En términos semióticos, la Revolución ha logrado algo excepcional, que es producir sentido desde la periferia, disputar el significado de palabras como democracia, libertad y derechos humanos desde una experiencia concreta y no desde un abstracto de mercado. Esa es la verdadera amenaza para el imperio: que el lenguaje deje de pertenecerle. Convertir la asimetría en fortaleza humanista implica asumir que no todo poder es cuantificable, que existe una potencia de lo colectivo que no entra en las estadísticas del Pentágono ni en los balances de Wall Street. Cuba ha hecho de su fragilidad un arma ética, de su vulnerabilidad una pedagogía política y de su resistencia una forma de amor social organizado.

David no se convierte en Goliat al vencerlo; lo derrota sin dejar de ser David. Ahí reside la lección más profunda: no ganar pareciéndose al enemigo, sino triunfar sin traicionar la propia humanidad. En un mundo saturado de cinismo, esa coherencia es subversiva. Por eso el imperialismo insiste, amenaza, sanciona y miente; porque frente a la fuerza bruta sólo teme una cosa: la persistencia de un ejemplo que demuestra que incluso bajo asedio es posible vivir de otro modo, pensar de otro modo y luchar sin renunciar a la dignidad.

El bloqueo económico, comercial y financiero impuesto contra Cuba no es una simple política exterior ni una “disputa bilateral”, sino una forma sistemática de violencia estructural que cumple con los rasgos de un crimen de lesa humanidad, en tanto ataca de manera deliberada, prolongada y consciente a una población civil con el objetivo explícito de provocar sufrimiento, desabastecimiento y desesperación social.

No castiga a un gobierno, sino a un pueblo entero, restringiendo el acceso a medicamentos, alimentos, tecnología, financiamiento y relaciones normales con el resto del mundo, incluso en contextos de emergencia sanitaria y desastres naturales. Su lógica no es jurídica, sino punitiva; no es diplomática, sino ejemplarizante: busca escarmentar para que nadie la imite. Desde una perspectiva ética y semiótica, el bloqueo intenta naturalizar el dolor como herramienta política y convertir la crueldad en norma, violando principios elementales del derecho internacional y de la convivencia humana. Que se mantenga pese a condenas reiteradas de la comunidad internacional revela no sólo la impunidad del poder imperial, sino su bancarrota moral. Frente a ello, la resistencia cubana adquiere una dimensión aún más profunda; no sólo sobrevive a un cerco material, sino que denuncia con su sola existencia la obscenidad de un sistema que castiga la dignidad y criminaliza la soberanía. El bloqueo es un crimen de lesa humanidad.

*Doctor en filosofía

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