Trump, il proconsole Rubio e i suoi yes men

Carlos Fazio

La settimana scorsa, il segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha effettuato un giro lampo in Colombia, Ecuador e Perù. Lo ha fatto come emissario dell’anacronistica Dottrina Donroe, definita nella Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 come il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe. Due secoli dopo, nella sua lotta esistenziale per conservare la sua egemonia, la nuova dottrina imperialista cerca di convertire il cosiddetto emisfero occidentale in una “fortezza America” contro i nemici di “fuori”.

Nella sua fase nichilista (Emmanuel Todd dixit), davanti all’emergere di Cina, Russia, India e Iran come motori di una nuova multipolarità alternativa al modello ideologico dell’Occidente liberale-atlantista, la nuova politica aggressiva di Trump –come strumento dello Stato profondo (deep state)– rivendica e si fa eco del “grande bastone” (big stick) con cui Theodore Roosevelt minacciava coloro che osavano resistere al potere statunitense.

Lo fa al comando di uno Stato gangsteristico segnato da una megacorruzione sfacciata, che non simula nemmeno più di riconoscere la sovranità limitata dei suoi stati satelliti dell’area (a eccezione di Cuba) e dispiega la sua capacità operativa come un’attribuzione gerarchica espansionista del potere imperiale stesso.

In quello schema solare, l’America Latina e i Caraibi –anche il Canada e la Groenlandia– sono assunti dall’attuale inquilino della Casa Bianca e da chi lo manovra come altrettanti spazi di giurisdizione strategica ampliata; una zona di controllo espansivo la cui stabilità, orientamento politico e architettura normativa devono essere allineati con gli interessi USA, come un supra-Stato investito della facoltà di ordinare, supervisionare e correggere, mediante la forza bruta, il comportamento del resto delle unità politiche della regione.

La sicurezza USA comincia oggi “a casa” (l’emisfero occidentale) e non in Europa, Medio Oriente o Asia. Si tratta di una nuova strategia di difesa emisferica che integra il potere militare, la capacità industriale, il dominio energetico, la sicurezza di frontiera, il controllo marittimo e le alleanze regionali in un’unica architettura difensiva. Senza quella profondità strategica, gli USA rischiano di vedersi gradualmente circondati dai loro rivali.

Quell’interpretazione neomonroista converte gli altri paesi dell’area in un’estensione funzionale del territorio politico USA, strutturando de facto un ordine verticale di stampo feudale neoestrattivista (remember la ex generale Laura Richardson del Comando Sud: “gli idrocarburi, il litio, l’acqua [eccetera] dell’emisfero ci appartengono”), in cui il diritto a esistere di ogni Stato vassallo è mediato dal suo grado di lealtà, sottomissione e cedimento all’egemone.

Così, ogni tentativo di autonomia, sia esso per progetti nazionali di sviluppo, diversificazione geopolitica o cooperazione con paesi extraemisferici (come Cina, Russia, India o Iran), è ricodificato come una minaccia che abilita meccanismi di pressione, disciplinamento punitivo o intervento indiretto o diretto violento, come nel caso del Venezuela.

Tuttavia, la congiuntura appare complicata per l’egemone. Con un larvato processo di dedollarizzazione in corso spinto da Russia e Cina come motori dei BRICS ampliati; umiliato militarmente il Pentagono in Medio Oriente e nella Penisola Arabica dalla dottrina di deterrenza asimmetrica dell’Esercito e della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran e degli houthi di Ansar Allah nello Yemen, Washington ha bisogno di alleggerirsi.

Per questo ha ripreso le “negoziazioni” con il Cremlino, su due binari, per cercare una via d’uscita temporanea al conflitto in Ucraina: il deep state (che vede in Trump un presidente ad interim) ha mandato il direttore della CIA, John Ratcliffe, rappresentante del complesso militare-industriale; mentre Trump, che non controlla alcune molle chiave del potere imperiale, ha inviato i suoi due rappresentanti “immobiliari” di fiducia, il genero Jared Kushner e Steven Witkoff, forse con lo scopo di ammorbidire l’ultimatum di Ratcliffe, rappresentante della linea atlantista che persegue la sconfitta strategica di Mosca.

È in quel contesto che per garantire il controllo geopolitico e geoeconomico del suo tradizionale “cortile di casa”, in un momento storico segnato da “la sconfitta dell’Occidente” (di nuovo Todd), gli USA si ritirano nelle Americhe al fine di prendere slancio per le battaglie decisive contro la Cina. In tale prospettiva, la visita di Marco Rubio in Colombia, Ecuador e Perù cerca di stringere il cappio della dipendenza a una nuova generazione di stallieri nei circoli governanti.

È la riedizione di una politica estera che lungo il XX secolo ha prodotto a piacimento governi lacchè e ascari, simbolizzati nella loro essenza più brutale e onesta nella mitica frase attribuita a Franklin Delano Roosevelt: “Somoza may be a son of a bitch, but he’s our son of a bitch” (letteralmente, secondo Sergio Ramírez Mercado, “è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”, in riferimento, indifferentemente, ai dittatori Anastasio Somoza García e Rafael Leónidas Trujillo).

Dopo l’era dei militari gorilla, sono seguiti quelli della Dottrina di Sicurezza Nazionale, con il Piano Condor e la “guerra sporca” (Pinochet et al.). Ora, con Trump, risorge la realpolitik dei “yes men” e “yes women” senza complessi né maschere, ribattezzati dal capo dell’Ufficio Ovale come “leccaculi” (“kissing my ass”).

È il cinismo convertito in dottrina di Stato sotto il fantasmagorico Scudo delle Americhe (con i suoi arrugginiti strumenti in uso dei “narco-Stati” e dei “narcoterroristi”), sotto il quale dovranno allinearsi e obbedire senza fiatare i nuovi buffoni dell’impero Abelardo de la Espriella e Keiko Fujimori, che sono venuti ad aggiungersi alla troupe integrata da Bukele, Milei, i Bolsonaro, Kast, Paz, Asfura e il suo compare, il resuscitato per grazia del Signore… Juan Orlando Hernández.


Trump, el procónsul Rubio y sus yes men

Por: Carlos Fazio

 

La semana pasada, el secretario de Estado de Estados Unidos, Marco Rubio, realizó una gira relámpago por Colombia, Ecuador y Perú. Lo hizo como emisario de la anacrónica Doctrina Donroe, definida en la Estrategia de Seguridad Nacional 2025 como el “corolario Trump” a la Doctrina Monroe. Dos siglos después, en su lucha existencial por conservar su hegemonía, la nueva doctrina imperialista busca convertir al llamado hemisferio occidental en una “fortaleza America” frente a los enemigos de “afuera”.

En su fase nihilista (Emmanuel Todd dixit), ante la emergencia de China, Rusia, India e Irán como motores de una nueva multipolaridad alternativa al patrón ideológico del Occidente liberal-atlantista, la nueva política agresiva de Trump –como instrumento del Estado profundo (deep state)– reivindica y se hace eco del “gran garrote” (big stick) con el que Theodore Roosevelt amenazaba a quienes se atrevían a resistirse al poder estadunidense.

Lo hace al frente de un Estado gansteril signado por una megacorrupción descarnada, que ya no simula siquiera reconocer la soberanía limitada de sus estados satélites del área (a excepción de Cuba) y despliega su capacidad operativa como una atribución jerárquica expansionista del propio poder imperial.

En ese esquema solar, América Latina y el Caribe –también Canadá y Groenlandia– son asumidos por el actual inquilino de la Casa Blanca y quienes lo manejan como sendos espacios de jurisdicción estratégica ampliada; una zona de control expansivo cuya estabilidad, orientación política y arquitectura normativa deben estar alineadas con los intereses de Estados Unidos, como un supra-Estado investido con la facultad de ordenar, supervisar y corregir, mediante la fuerza bruta, el comportamiento del resto de las unidades políticas de la región.

La seguridad de Estados Unidos comienza hoy “en casa” (el hemisferio occidental) y no en Europa, Oriente Medio ni Asia. Se trata de una nueva estrategia de defensa hemisférica que integra el poder militar, la capacidad industrial, el dominio energético, la seguridad fronteriza, el control marítimo y las alianzas regionales en una única arquitectura defensiva. Sin esa profundidad estratégica, Estados Unidos corre el riesgo de verse gradualmente rodeado por sus rivales.

Esa interpretación neomonroísta convierte a los demás países del área en una extensión funcional del territorio político estadunidense, estructurando de facto un orden vertical de corte feudal neoextractivista (remember la ex generala Laura Richardson del Comando Sur: “los hidrocarburos, el litio, el agua [etcétera] del hemisferio nos pertenecen”), en el que el derecho a existir de cada Estado vasallo está mediado por su grado de lealtad, sumisión y entreguismo al hegemón.

Así, toda tentativa de autonomía, ya sea por proyectos nacionales de desarrollo, diversificación geopolítica o cooperación con países extrahemisféricos (como China, Rusia, India o Irán), es recodificada como una amenaza que habilita mecanismos de presión, disciplinamiento punitivo o intervención indirecta o directa violenta, como en el caso de Venezuela.

No obstante, la coyuntura luce complicada para el hegemón. Con un larvado proceso de desdolarización en curso impulsado por Rusia y China como motores del BRICS ampliado; humillado militarmente el Pentágono en Medio Oriente y la Península Arábiga por la doctrina de disuasión asimétrica del Ejército y la Guardia Revolucionaria Islámica de Irán y los hutíes de Ansarolá en Yemen, Washington necesita deslastrar.

Por eso ha retomado las “negociaciones” con el Kremlin, por dos carriles, para buscar una salida temporal al conflicto en Ucrania: el deep state (que ve en Trump un presidente interino) mandó al director de la CIA, John Ratcliffe, representante del complejo militar-industrial; en tanto Trump, quien no controla algunos resortes clave del poder imperial, envió a sus dos representantes “inmobiliarios” de confianza, su yerno Jared Kushner y Steven Witkoff, tal vez con el fin de suavizar el ultimátum de Ratcliffe, representante de la línea atlantista que persigue la derrota estratégica de Moscú.

Es en ese contexto que para garantizar el control geopolítico y geoeconómico de su tradicional “patio trasero”, en un momento histórico marcado por “la derrota de Occidente” (de nuevo Todd), Estados Unidos se repliega en las Américas a fin de tomar impulso para las batallas decisivas contra China. En tal perspectiva, la visita de Marco Rubio a Colombia, Ecuador y Perú busca apretar el dogal de la dependencia a una nueva camada de palafreneros en los círculos gobernantes.

Es la redición de una política exterior que a lo largo del siglo XX produjo a discreción gobiernos lacayos y cipayos, simbolizados en su esencia más brutal y honesta en la mítica frase atribuida a Franklin Delano Roosevelt: “Somoza may be a son of a bitch, but he’s our son of a bitch” (literalmente, según Sergio Ramírez Mercado, “es un hijo de la gran puta, pero es nuestro hijo de puta”, en referencia, indistintamente, a los dictadores Anastasio Somoza García y Rafael Leónidas Trujillo).

Tras la era de los militares gorilas, siguieron los de la Doctrina de Seguridad Nacional, con el Plan Cóndor y la “guerra sucia” (Pinochet et al.). Ahora, con Trump, resurge la realpolitik de los “yes men” y “yes women” sin complejos ni disfraces, rebautizados por el jefe de la Oficina Oval como “besaculos” (“kissing my ass”).

Es el cinismo convertido en doctrina de Estado bajo el fantasmagórico Escudo de las Américas (con sus oxidadas herramientas al uso de los “narco-Estados” y los “narcoterroristas”), bajo el cual tendrán que alinearse y obedecer sin chistar los nuevos bufones del imperio Abelardo de la Espriella y Keiko Fujimori, que vinieron a sumarse a la troupe integrada por Bukele, Milei, los Bolsonaros, Katz, Paz, Asfura y su compinche, el resucitado por la gracia del Señor… Juan Orlando Hernández.                                                                                                                                  

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