Prima delle Twin Towers c’era la Moneda. Il golpe che ha inventato il neoliberismo

L’11 settembre 1973 i bombardieri cileni radevano al suolo la democrazia di Salvador Allende. Mentre il mondo ricorda le Torri Gemelle, il Cile continua a fare i conti con quel golpe che aprì le porte alla dittatura di Pinochet e all’esperimento economico dei Chicago Boys

l’AntiDiplomatico

C’è un undici settembre che il mondo ha imparato a ricordare con le immagini delle torri che crollano nel cielo di Manhattan, le sirene, la polvere, il prima e il dopo di una civiltà che si credeva intoccabile. Ma trent’anni prima di quell’altro undici settembre, un martedì di settembre del 1973, il cielo sopra Santiago del Cile si riempiva di un fumo diverso. Era il fumo dei caccia Hawker Hunter che bombardavano il palazzo della Moneda, sede della presidenza, e dentro quel palazzo c’era un uomo con gli occhiali e un casco da combattimento che stringeva un fucile mitragliatore ricevuto in regalo da Fidel Castro. Quell’uomo si chiamava Salvador Allende, era il primo presidente socialista del Cile e stava per morire.

Oggi sono passati cinquantatré anni da quel giorno e il Cile non ha ancora finito di piangere. O forse sarebbe più onesto dire che una parte del Cile ha smesso di piangere da un pezzo, mentre l’altra continua a cercare i corpi dei propri cari nelle fosse comuni del deserto di Atacama o nei fondali dell’oceano Pacifico. I numeri sono freddi ma parlano chiaro: oltre tremila morti accertati, quarantamila torturati, più di mille persone scomparse nel nulla che ancora oggi qualcuno aspetta invano. Eppure la memoria, in Cile, è diventata un campo di battaglia quasi quanto lo fu la Moneda quel mattino di settembre.

Allende lo aveva capito prima ancora che le bombe cominciassero a cadere. Nel suo ultimo discorso, trasmesso da Radio Magallanes mentre le frequenze venivano una dopo l’altra messe a tacere, il presidente non usò parole di odio. Parlò di delusione. Nominò i traditori uno per uno, l’ammiraglio Merino che si era autoproclamato comandante, il generale Mendoza che appena il giorno prima gli aveva giurato fedeltà e adesso guidava i carabineros contro il governo legittimo.

Disse ai lavoratori che non si sarebbe dimesso, che avrebbe pagato con la vita la lealtà del popolo, e poi pronunciò una frase che ancora oggi, a rileggerla, fa venire i brividi per la sua lucidità quasi profetica. Disse che il capitale straniero e l’imperialismo, uniti alla reazione interna, avevano creato il clima perché le forze armate rompessero la loro tradizione costituzionale: “Il capitale straniero, l’imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima affinché le Forze Armate rompessero la loro tradizione, quella insegnata loro da Schneider e riaffermata dal comandante Araya, vittime dello stesso settore sociale che oggi sarà nelle proprie case, in attesa che mani estranee riconquistino il potere per continuare a difendere i propri appannaggi e i propri privilegi”. Disse che la storia lo avrebbe giudicato. Aveva ragione, ma non nel modo che sperava.

Perché la storia, in Cile, l’hanno riscritta i vincitori. E i vincitori non erano soltanto i generali con le medaglie e gli occhiali da sole di Pinochet. Dietro di loro, e in certi casi davanti a loro, c’era un gruppo di giovani economisti cileni che avevano studiato all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman e Arnold Harberger. Li chiamavano i Chicago Boys, e il golpe del 1973 fu per loro quello che un terremoto è per un architetto con idee radicali: l’occasione perfetta per radere al suolo tutto e ricostruire da zero. Mentre i soldati rastrellavano le fabbriche, le università e i quartieri operai, mentre i detenuti venivano ammassati nello stadio nazionale trasformato in campo di concentramento, quei ragazzi in giacca e cravatta stavano già preparando i piani per privatizzare la sanità, le pensioni, l’acqua, l’istruzione. Il Cile divenne il primo laboratorio al mondo di neoliberismo applicato senza filtri, senza contrappesi democratici, senza il fastidio di dover convincere nessuno. La dittatura, in fondo, serviva anche a questo.

Il risultato, mezzo secolo dopo, è sotto gli occhi di tutti e non somiglia affatto al miracolo economico che la propaganda pinochetista ha venduto al mondo per decenni. Il Cile è oggi uno dei paesi più diseguali dell’intera America Latina. Il dieci per cento più ricco della popolazione guadagna ventisette volte più del dieci per cento più povero, e il divario si allarga ancora se si guarda all’accesso alla sanità, all’istruzione e alla casa. Le miniere di rame, che erano la ricchezza nazionale, sono in larga parte controllate da multinazionali straniere. I fiumi, i laghi e le falde acquifere sono stati venduti a imprese private, un’anomalia quasi unica nel panorama mondiale. Il paese è un alleato fedele di Washington e guarda con diffidenza qualsiasi progetto di integrazione latinoamericana che richiami le idee di Bolívar, di Martí o dello stesso Allende.

Eppure il racconto dominante, quello che circola nei salotti di Santiago e negli editoriali dei giornali più letti, continua a ripetere che la dittatura ha salvato il Cile dal comunismo, che Allende era un incompetente circondato da estremisti, che il golpe fu una dolorosa necessità. È lo stesso argomento che si sente ripetere da cinquant’anni, con variazioni minime. Non fu né unità né popolarità, dicono dell’esperienza della Unidad Popular, come se il fatto che un governo democraticamente eletto avesse commesso degli errori potesse giustificare il suo rovesciamento violento e lo sterminio sistematico dei suoi sostenitori. I traditori si sono autoassolti con una retorica che mescola la difesa della libertà di mercato alla crociata contro il marxismo, e il risultato è che mezzo secolo dopo un presidente come José Antonio Kast può rivendicare apertamente l’eredità di Pinochet senza che la cosa provochi uno scandalo o la necessaria riprovazione.

Kast, che oggi siede alla Moneda, non è un caso isolato e non è nemmeno un incidente della storia cilena. È il prodotto coerente di un sistema che non ha mai fatto davvero i conti con il proprio passato. Già Patricio Aylwin, il primo presidente della transizione democratica, aveva definito “fortunate” le donne sopravvissute alle violenze nei centri di detenzione clandestina, una frase che letta oggi suona come uno schiaffo. I governi della Concertazione prima e del ‘sinistro’ Gabriel Boric dopo hanno mantenuto intatta l’architettura economica ereditata dalla dittatura, quella stessa costituzione del 1978 che Ricardo Lagos si limitò a riformare nel 2004 senza mai smantellarne le fondamenta. Il neoliberismo cileno non è un relitto del passato, è il presente vivo e vegeto di un paese che continua a macinare disuguaglianza con la stessa efficienza con cui i Chicago Boys la progettarono cinquant’anni fa.

Allende, nelle sue ultime parole, disse: “Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento cupo e amaro, in cui il tradimento cerca di imporsi. Continuate a credere che, molto prima che tardi, si riapriranno i grandi viali dove l’uomo libero potrà passare per costruire una società migliore”. Era l’undici settembre del 1973 e la sua voce stava per essere spenta per sempre. Cinquantatré anni dopo quei viali sono ancora chiusi, la Moneda è diventata un’attrazione turistica dove i visitatori si scattano selfie davanti alle cicatrici delle bombe, e il Cile ospita il Foro di Madrid, il raduno dell’ultradestra latinoamericana e mondiale, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Javier Milei celebra la figura di Pinochet e nessuno in Cile sembra trovare la cosa particolarmente offensiva.

C’è un libro che è rimasto inedito fino al 2026 – evidenzia il quotidiano La Jornada – scritto sotto pseudonimo da Vicent Garcés nei primi mesi della dittatura e mai distribuito. Si intitola “Cile. Analisi del primo anno della dittatura militare” e racconta con la precisione di un testimone oculare la logica profonda del golpe: non una semplice reazione contro il comunismo, ma un progetto organico di rifondazione del capitalismo, con le multinazionali al centro e il popolo cileno ridotto a manodopera a buon mercato. Nelle sue pagine si trovano le origini dell’Operazione Condor, le contraddizioni della destra, la repressione contro i militari che si rifiutarono di tradire la costituzione. È un documento che dimostra come tutto era previsto, tutto era calcolato, e che la violenza non fu un eccesso ma lo strumento principale di un piano economico che aveva bisogno del terrore per funzionare.

L’altro undici settembre, quello che il mondo tende a dimenticare, non fu soltanto un golpe fascista. Fu l’inizio di un esperimento che avrebbe cambiato il volto dell’economia globale, un esperimento pagato con il sangue di migliaia di persone che avevano avuto la sola colpa di credere che un paese più giusto fosse possibile. Allende lo sapeva, e lo disse con una chiarezza che oggi suona profetica.

Il lutto non è finito. E finché i Chicago Boys e i loro eredi continueranno a dettare le regole del gioco, finché la memoria verrà trattata come una merce da esporre in un museo o da cancellare con un colpo di spugna, quel lutto non finirà mai. L’altro undici settembre non è una data sul calendario. È una ferita aperta nel corpo dell’America Latina, e ogni anno che passa senza giustizia la rende un po’ più profonda e dolorosa.

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