Se l’America Latina conosceva già il lawfare, le invasioni e i colpi di Stato, oggi conosce un nuovo tipo politico, che non è nemmeno la “vacanza” così familiare in Perù: chiamare “supplenza” o “incarico” la sostituzione nella forma e nella sostanza. Ora la pararealtà ha reso possibile, per ragioni ancora da spiegare, che questa settimana ci fossero in una stessa città, New York, due presidenze del Venezuela.
Secondo la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, “il Presidente o la Presidente della Repubblica è il Capo o la Capo dello Stato e del Potere Esecutivo Nazionale, nella cui condizione dirige l’azione del Governo” (articolo 226), e per questo deve essere eletto o eletta mediante votazione universale, diretta e segreta (articolo 228). In virtù della carica, è obbligato o obbligata a procurare la garanzia dei diritti e delle libertà dei venezuelani e delle venezuelane, nonché l’indipendenza, l’integrità, la sovranità del territorio e la difesa della Repubblica (articolo 232).
La Carta Politica stabilisce nei suoi articoli 233 e 234 quali situazioni possono essere tipizzate come assenze assolute, oltre a quelle temporanee, e come devono essere affrontate. In nessuna delle sue righe appare, naturalmente, l’invasione straniera o l’azione armata che culmini nel sequestro del Presidente costituzionale.
Chi eserciti la vicepresidenza esecutiva venezuelana è, costituzionalmente, una figura non eletta dal popolo, ma designata dal Capo o dalla Capo dello Stato, unica persona autorizzata e legittimata dal voto popolare per dirigere il Governo, le relazioni internazionali, la Forza Armata e la Difesa Nazionale (articolo 236).
La situazione del Venezuela, frutto dell’invasione militare straniera del 3 gennaio, è così anomala che lo stesso Tribunale Supremo di Giustizia l’ha qualificata come “situazione eccezionale, atipica e di forza maggiore non prevista letteralmente nella Costituzione”.
La presidenza incaricata nelle mani di chi eserciti la vicepresidenza appare una sola volta (articolo 233), circoscritta alla funzione di dirigere il Governo mentre si elegge e si insedia un nuovo presidente o una nuova presidentessa di fronte a un’assenza assoluta. Solo se quell’assenza si produce negli ultimi due anni del periodo costituzionale può corrispondergli completare il mandato. La vicepresidenza esecutiva non sostituisce mai il Presidente o la Presidentessa in esercizio: può appena “supplire” assenze esclusivamente temporanee (articolo 239).
La situazione del Venezuela, frutto dell’invasione militare straniera del 3 gennaio 2026, è così anomala che lo stesso Tribunale Supremo di Giustizia, pronunciandosi su di essa quello stesso giorno, la qualificò come “situazione eccezionale, atipica e di forza maggiore non prevista letteralmente nella Costituzione”.
Su quella base, fece un’applicazione estensiva delle disposizioni costituzionali per dichiarare la vicepresidenza esecutiva “Incaricata” di tutte le attribuzioni presidenziali, senza precisare i limiti temporali che la Costituzione impone a quella funzione provvisoria.
Una questione così sensibile rimase pendente: la stessa risoluzione chiariva che non implicava “decidere nel merito sulla qualificazione giuridica definitiva dell’assenza presidenziale (temporanea o assoluta), né sostituire le competenze di altri organi dello Stato per realizzare detta qualificazione in procedimenti successivi”, il che rimanda, ineludibilmente, alle competenze dell’Assemblea Nazionale in questa materia (articolo 233).
La guida dello Stato in Venezuela è ancora un uomo, si chiama Nicolás Maduro Moros, è vivo, sano, e si trova illegalmente sequestrato in un carcere di Brooklyn, a New York.
Per quanto se ne sa, l’unica persona eletta dal popolo e insediata per esercitare la guida dello Stato in Venezuela è ancora un uomo, si chiama Nicolás Maduro Moros, è vivo, sano, e si trova illegalmente sequestrato in un carcere di Brooklyn, a New York .
Quando quel presidente, eletto e insediato, fu candidato e poi registrato come candidato, registrò anche come programma di Governo il “Piano della Patria delle 7 Trasformazioni”. Quel documento alla fine divenne Legge Organica e comincia con il seguente paragrafo:
“C’è stata una guerra, una guerra inclemente contro la Repubblica. L’imperialismo lanciò tutto il suo potere sulla Patria di Bolívar. Cinici, i padroni della Valle chiesero missili contro il popolo. L’imperialismo veniva con accanimento per eradicare il bolivarismo della Nostra America. Per questo il compito passava per smembrare la Repubblica, far collassare la nazione, distruggere i legami che ci definiscono come paese, la cultura, la costituzione, i poteri. Annichilire le forme di vita del popolo. Lanciarono un tutto o niente. E qui, dopo la battaglia, c’è il Venezuela”.
Tra i suoi primi obiettivi, questa Legge espone quelli di “Garantire la continuità, l’approfondimento e il consolidamento della Rivoluzione Bolivariana”; “Consolidare la difesa e la sovranità nella preservazione e nell’uso delle risorse naturali strategiche, con particolare enfasi su quelle idrocarburifere, minerarie e acquifere”; “Garantire la gestione sovrana delle entrate della Repubblica e il reinvestimento delle eccedenze nazionali”; e “Rafforzare il potere difensivo nazionale, così come l’unione civico-militare, per proteggere e garantire l’indipendenza, la sovranità e la pace nazionale, che assicuri la difesa integrale della Patria”.
Questo martedì 22 settembre, l’aspirante a imperatore mondiale ha potuto proclamare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che il Diritto Internazionale non esiste, che aveva abbattuto il Piano del governo legittimo, Legge in Venezuela, e vantarsene. Donald Trump si è compiaciuto di come ha assaltato Caracas e che tutta la capacità di risposta è risultata fittizia; che il controllo sovrano, quello della forza, lo ha lui; che si governa collaborando con lui, e che coamministra 65 miliardi di barili di petrolio.
La pararealtà ha reso possibile, per ragioni ancora da spiegare, che questa settimana ci fossero in una stessa città, New York, due presidenze del Venezuela.
Se in quello stesso scenario Hugo Chávez accusò G. W. Bush equiparandolo al diavolo, Trump ha raccontato come effettivamente “lanciò tutto il suo potere sulla Patria di Bolívar” senza bisogno di occuparla territorialmente e si è permesso di fare dell'”accanimento per eradicare il bolivarismo” uno spettacolo di bullismo televisivo su scala mondiale.
Nel 1970, Gabriel García Márquez disse che era arrivato a credere “che c’è qualcosa che possiamo chiamare pararealtà, che non è affatto metafisica, né obbedisce a superstizioni né a speculazioni immaginative, ma esiste come conseguenza di deficienze o limitazioni delle investigazioni scientifiche e per questo possiamo ancora chiamarla realtà reale”.
La pararealtà ha reso possibile, per ragioni ancora da spiegare, che questa settimana ci fossero in una stessa città, New York, due presidenze del Venezuela. Una nella sede dell’ONU a Manhattan, ascoltando con attenzione le fanfaronate di Trump, condividendo sorrisi in foto virali, aggredendogli la “disponibilità alla diplomazia e alla cooperazione”, annunciando al contempo elezioni e un “cambio politico” in chiave di “transizione democratica”. L’altra, totalmente ignorata, è a Brooklyn, dove rimane illegalmente sequestrato l’unico presidente che il popolo venezuelano ha eletto dal 2024 a oggi.
In quella stessa pararealtà, se l’America Latina conosceva già il lawfare, le invasioni e i colpi di Stato, oggi conosce un nuovo tipo politico, che non è nemmeno la “vacanza” così familiare in Perù: chiamare “supplenza” o “incarico” la sostituzione nella forma e nella sostanza, “condurre il Venezuela” al di là della legittimità o meno di origine e delle nozioni basilari della teoria dello Stato su sovranità e autodeterminazione. E tutto ciò nonostante la massima corte abbia autorizzato quel 3 gennaio un atto puramente amministrativo, con l’obiettivo esplicito di “garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa della Nazione”.
Entre Manhattan y Brooklyn: pararrealidad en la presidencia en Venezuela
Si América Latina ya conocía el lawfare, las invasiones y los golpes de Estado, hoy conoce un nuevo tipo político, que ni siquiera es la “vacancia” tan familiar en Perú: llamar “suplencia” o “encargo” a la sustitución en forma y contenido, ahora la pararrealidad hizo posible, por razones aún por explicar, que esta semana hubiera en una misma ciudad, Nueva York, dos presidencias de Venezuela
Según la Constitución de la República Bolivariana de Venezuela, “el Presidente o Presidenta de la República es el Jefe o Jefa del Estado y del Ejecutivo Nacional, en cuya condición dirige la acción del Gobierno” (artículo 226), y para ello debe ser electo o electa mediante votación universal, directa y secreta (artículo 228). En virtud del cargo, está obligado u obligada a procurar la garantía de los derechos y libertades de los venezolanos y venezolanas, así como la independencia, integridad, soberanía del territorio y defensa de la República (artículo 232).
La Carta Política establece en sus artículos 233 y 234 qué situaciones pueden tipificarse como faltas absolutas, además de las temporales, y cómo han de atenderse. En ninguna de sus líneas aparece, naturalmente, la invasión extranjera o la acción armada que culmine en el secuestro del Presidente constitucional.
Quien ejerza la vicepresidencia ejecutiva venezolana es, constitucionalmente, una figura no electa por el pueblo, sino designada por el Jefe o Jefa del Estado, única persona autorizada y legitimada por el voto popular para dirigir el Gobierno, las relaciones internacionales, la Fuerza Armada y la Defensa Nacional (artículo 236).
La situación de Venezuela, fruto de la invasión militar extranjera del 3 de enero, es tan anómala que el propio Tribunal Supremo de Justicia, la calificó como “situación excepcional, atípica y de fuerza mayor no prevista literalmente en la Constitución”
La presidencia encargada en manos de quien ejerza la vicepresidencia aparece una sola vez (artículo 233), circunscrita a la función de dirigir el Gobierno mientras se elige y se juramenta a un nuevo presidente o presidenta ante una falta absoluta. Solo si esa falta se produce en los últimos dos años del periodo constitucional puede corresponderle completar el mandato. La vicepresidencia ejecutiva jamás sustituye al Presidente o Presidenta en ejercicio: apenas puede “suplir” ausencias exclusivamente temporales (artículo 239).
La situación de Venezuela, fruto de la invasión militar extranjera del 3 de enero de 2026, es tan anómala que el propio Tribunal Supremo de Justicia, al pronunciarse sobre ella ese mismo día, la calificó como “situación excepcional, atípica y de fuerza mayor no prevista literalmente en la Constitución”.
Sobre esa base, hizo una aplicación extensiva de las disposiciones constitucionales para declarar a la vicepresidencia ejecutiva “Encargada” de todas las atribuciones presidenciales, sin precisar los límites temporales que la Constitución impone a esa función provisional.
Tan sensible asunto quedó pendiente: la propia resolución aclaraba que no implicaba “decidir de fondo sobre la calificación jurídica definitiva de la falta presidencial (temporal o absoluta), ni sustituir las competencias de otros órganos del Estado para realizar dicha calificación en procedimientos posteriores”, lo cual remite, ineludiblemente, a las competencias de la Asamblea Nacional en esta materia (artículo 233).
La jefatura del Estado en Venezuela es todavía un hombre, se llama Nicolás Maduro Moros, está vivo, sano, y se encuentra secuestrado ilegalmente en una cárcel de Brooklyn, en Nueva York
Hasta donde se sabe, la única persona elegida por el pueblo y juramentada para ejercer la jefatura del Estado en Venezuela es todavía un hombre, se llama Nicolás Maduro Moros, está vivo, sano, y se encuentra secuestrado ilegalmente en una cárcel de Brooklyn, en Nueva York.
Cuando ese presidente, elegido y juramentado, fue postulado y luego inscrito como candidato, registró también como programa de Gobierno el “Plan de la Patria de las 7 Transformaciones”. Aquel documento finalmente se convirtió en Ley Orgánica y comienza con el siguiente párrafo:
“Hubo una guerra, una guerra inclemente contra la República. El imperialismo lanzó todo su poder sobre la Patria de Bolívar. Cínicos, los amos del Valle pidieron misiles contra el pueblo. El imperialismo venía con saña para erradicar el bolivarianismo de Nuestra América. Para ello la tarea pasaba por desmembrar la República, hacer colapsar a la nación, destruir los lazos que nos definen como país, la cultura, la constitución, los poderes. Aniquilar las formas de vida del pueblo. Lanzaron un todo o nada. Y acá, tras la batalla, está Venezuela”.
Entre sus primeros objetivos, esta Ley expone los de “Garantizar la continuidad, profundización y consolidación de la Revolución Bolivariana”; “Consolidar la defensa y soberanía en la preservación y uso de los recursos naturales estratégicos, con especial énfasis en los hidrocarburíferos, mineros y acuíferos”; “Garantizar el manejo soberano del ingreso de la República y la reinversión de los excedentes nacionales”; y “Fortalecer el poder defensivo nacional, así como la unión cívico-militar, para proteger y garantizar la independencia, la soberanía y la paz nacional, que asegure la defensa integral de la Patria”.
Este martes 22 de septiembre, el aspirante a emperador mundial pudo proclamar en la Asamblea General de las Naciones Unidas que el Derecho Internacional no existe, que había echado por tierra el Plan del gobierno legítimo, Ley en Venezuela, y ufanarse de ello. Donald Trump se regodeó de cómo asaltó Caracas y que toda capacidad de respuesta resultó ficticia; en que el control soberano, el de la fuerza, lo tiene él; en que se gobierna colaborando con él, y que coadministra 65 mil millones de barriles de petróleo.
La pararrealidad hizo posible, por razones aún por explicar, que esta semana hubiera en una misma ciudad, Nueva York, dos presidencias de Venezuela
Si en ese mismo escenario Hugo Chávez acusó a G. W. Bush al equipararlo con el diablo, Trump contó cómo efectivamente “lanzó todo su poder sobre la Patria de Bolívar” sin necesidad de ocuparla territorialmente y se permitió hacer de la “saña para erradicar el bolivarianismo” un espectáculo de matonaje televisado a escala mundial.
En 1970, Gabriel García Márquez dijo que había llegado a creer “que hay algo que podemos llamar pararrealidad, que no es ni mucho menos metafísica, ni obedece a supersticiones ni a especulaciones imaginativas, sino que existe como consecuencia de deficiencias o limitaciones de las investigaciones científicas y por eso todavía podemos llamarla realidad real”.
La pararrealidad hizo posible, por razones aún por explicar, que esta semana hubiera en una misma ciudad, Nueva York, dos presidencias de Venezuela. Una en la sede de la ONU en Manhattan, escuchando con atención las fanfarronadas de Trump, compartiendo sonrisas en fotos viralizadas, agrediéndole su “disposición a la diplomacia y la cooperación”, al tiempo de anunciar elecciones y un “cambio político” en clave de “transición democrática”. La otra, totalmente soslayada, está en Brooklyn, donde permanece ilegalmente secuestrado el único presidente que el pueblo venezolano ha elegido desde 2024 hasta la fecha.
En esa misma pararrealidad, si América Latina ya conocía el lawfare, las invasiones y los golpes de Estado, hoy conoce un nuevo tipo político, que ni siquiera es la “vacancia” tan familiar en Perú: llamar “suplencia” o “encargo” a la sustitución en forma y contenido, “conducir a Venezuela” más allá de la legitimidad o no de origen y de las nociones básicas de la teoría del Estado sobre soberanía y autodeterminación. Y todo ello a pesar de que la máxima corte autorizó aquel 3 de enero un acto puramente administrativo, con el objetivo explícito de “garantizar la continuidad administrativa del Estado y la defensa de la Nación”.

