Radar e basi, il Pentagono ha stanziato 2,4 miliardi di $

Le spese per controllare l’isola – Mentre l’incaricato d’affari Hammer prova a accendere una piccola guerra di religione.

«Qui non siamo in Cuba, siamo a New York, negli Usa, la patria della libertà»: la sceneggiata si ripete ogni anno all’Assemblea generale dell’Onu quando Cuba presenta la sua mozione di condanna del bloqueo degli Stati uniti. Quest’anno, recitare il copione è toccato all’ambasciatore Usa all’Onu Mike Waltz, che nella seduta plenaria ha sostenuto la balla colossale che «gli Stati uniti non stanno attuando un blocco energetico contro Cuba» ma che i giganteschi black-out sono causati da un governo «corrotto e inefficiente». Alle proteste della delegazione cubana, Waltz ha risposto con la sceneggiata da film di serie C sugli Usa «patria della democrazia».

A smentirlo ci ha pensato un giornalista statunitense, Tracey Eaton, che ha spulciato e raccolto nel suo blog i dati economici del dispiegamento militare del Pentagono per controllare Cuba, che il solo governo Trump ha finanziato con ben 2,4 miliardi di $, tra cui 1270 milioni per l’ampliamento e il rinnovamento della base navale a Guantanamo e 1060 milioni per la infrastruttura di commando e di spionaggio del SouthCom, il comando delle forze Usa che controlla il subcontinente latinoamericano.

In particolare 212 milioni di $ sono stati stanziati per la rete di radar di grande portata (Rothr) che individua il traffico aereo e marittimo attorno a Cuba. «Il Sistema Rothr utilizza onde ad alta frequenza che rimbalzano dalla ionosfera per individuare aerei e navi a una distanza tra 500 e 1600 miglia nautiche da Cuba e copre 2,2 milioni di miglia quadrate attorno all’isola», scrive Eaton. Qualunque nave si avvicini a Cuba, anche se spegne il trasponder, viene individuata. È successo qualche settimana fa alla Grace, bandiera delle Comore, che trasportava petrolio per Cuba nascosto nelle cisterne di zavorra. È stata intercettata da due guardacoste Usa e scortata in Messico.

Intanto l’incaricato d’affari Usa all’Avana Mike Hammer sembra impegnato a innescare una piccola guerra di religione a Cuba, aiutato dalle associazioni battiste dell’isola. Ha utilizzato la penosa condanna (due anni di libertà vigilata) inflitta all’influencer cubana Anna Bensi e a sua madre per aver violato la privacy di un ufficiale giudiziario che doveva consegnare loro un mandato di comparizione. Le due hanno fotografato la carta di identità dell’ufficiale e l’hanno messa in rete con le accuse di «abusador» al servizio del regime. Hammer ha subito dimostrato la sua solidarietà a Bensi ed è andato a trovarla nella sua abitazione – una casa da microbrigata costruita alla sovietica in blocchi di cemento prefabbricati – portandosi un cameraman per dare pubblicità all’evento in difesa della cristianità.

Nel video diffuso in rete si vede Hammer, piuttosto fuori forma, che sale lentamente le scale mentre la giovane Bensi scende a braccia allargate e con un grande sorriso. Solo che fuori campo si sente il grido di un vicino: «Abbasso il bloqueo, tornatene a casa», al quale Bensi risponde con un ben poco cristiano «Zitto tu, morto di fame». Nonostante questo, pastori battisti hanno preso la difesa di Anna Bensi: i loro fedeli hanno il diritto e il dovere di protestare contro «il regime», ma come cittadini lasciando fuori le chiese battiste. Un poco cristiano metodo di lanciare il sasso e nascondere la mano.

Ieri si è concluso il dibattito all’Onu, anche quest’anno la grande maggioranza dei paesi ha preso metaforicamente a calci il grosso sedere di Hammer e dei suoi mandanti. Non l’Italia di Meloni, che ha scelto la via più succube dell’astensione.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.