Inizia la lotta giudiziaria per l’oro venezuelano sequestrato in Inghilterra

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Il Tribunale Supremo di Giustizia d’Inghilterra deciderà la destinazione delle riserve auree dello stato venezuelano che si trovano presso la Banca d’Inghilterra (BOE, il suo acronimo in inglese), risorse del valore di circa 2 miliardi di dollari che sono reclamate dal governo del presidente Nicolás Maduro per rafforzare il sistema sanitario nel contesto dell’attuale pandemia.

La causa nei tribunali è iniziata questo lunedì 22 giugno, in cui i rappresentanti della Banca Centrale del Venezuela e della squadra di Juan Guaidó si scontrano per l’ottenimento delle risorse venezuelane.

La lotta per chi acquisisce queste risorse è iniziata l’anno scorso quando il governo britannico si è allineato alla politica USA di riconoscimento di Juan Guaidó, che si è autoproclamato presidente nel gennaio 2019. Da allora, il deputato di Voluntad Popular e la sua squadra hanno reclamato i lingotti in modo illegale agli occhi del diritto internazionale.

Tuttavia, l’elemento giuridico della presunta presidenza provvisoria perde forza se si prende in considerazione il blocco dell’oro venezuelano come un processo iniziato nel 2018, dopo il disconoscimento delle elezioni presidenziali nelle quali Maduro è risultato rieletto presidente costituzionale del Venezuela.

A cosa servono le risorse?

 

La causa intentata dalla Banca Centrale del Venezuela (BCV) alla BOE contempla che del totale delle risorse in oro che si trovano nei suoi caveau, una parte, equivalente a un miliardo di dollari, siano trasferiti al Programma ONU per lo Sviluppo, affinché l’organismo multilaterale gestisca l’acquisto di forniture ed attrezzature mediche necessarie per combattere il nuovo coronavirus.

Questa manovra di triangolare con il programma dell’ONU è una delle tante che il Venezuela ha dovuto applicare per aggirare il blocco economico-finanziario-commerciale USA; politica criminale che negli ultimi anni ha dato diversi giri di vite per soffocare i venezuelani e con esso generare un atteso scoppio (sociale e militare) che forzasse la caduta del chavismo.

Le misure coercitive unilaterali degli ultimi anni impediscono il normale sviluppo dello stato ante il mercato internazionale, poiché le stesse impossibilitano l’importazione di alimenti, medicine ed altre risorse per sostenere settori strategici dell’economia e della società venezuelane.

Di fronte ad ogni laccio del governo USA destinato a tagliare i flussi di capitali al Venezuela, sono state cercate altre vie per superare la crisi e rispondere alla popolazione; a ciascuna soluzione applicata s’impone una nuova “sanzione”. In questa guerra di logoramento, i più colpiti sono i settori più vulnerabili della popolazione domestica.

Più di 140 miliardi di dollari in beni venezuelani sono bloccati o confiscati in banche e società internazionali all’estero.

In particolare, la BOE mantiene sequestrate circa il 15% delle riserve auree del Venezuela.

Dato questo scenario, l’arrivo della pandemia rappresenta una sfida maggiore per l’esecutivo guidato da Nicolás Maduro e questo non ha smesso di esaurire le alternative per garantire il contenimento del virus. Ciò in alcuni casi ha comportato la triangolazione con altre nazioni alleate, imprese emergenti ed un grande sforzo per portare medicine, carburanti ed altre forniture essenziali.

Antecedenti della causa

 

Dalla fine dello scorso anno, il governo venezuelano è andato utilizzando le risorse legali disponibili per recuperare le riserve auree presso la Banca d’Inghilterra.

Nel gennaio dello scorso anno, ha raccontato a BBC Mundo Sarosh Zaiwalla, avvocato della BCV di Londra, che il presidente dell’ente bancario venezuelano, Calixto Ortega, e l’allora ministro delle Finanze, Simón Zerpa, si sono recati a Londra per richiedere la devoluzione dell’oro. Di fronte a questa legittima richiesta, la direzione della banca inglese ha rifiutato, sostenendo che il suo governo riconosceva Juan Guaidó “come legittimo presidente del Venezuela”.

Più tardi, nel febbraio di quest’anno, il governo britannico si è piegato ad altre nazioni per sostenere la richiesta da parte di Guaidó. Due mesi dopo, il Dipartimento del Tesoro USA ha sanzionato la BCV sostenendo che Maduro stava usando la principale banca del paese per “saccheggiare” gli attivi venezuelani.

Secondo Reuters, Zaiwalla, che è stato assunto a febbraio per sostituire un altro studio legale, ha inviato alla BOE una lettera in cui chiedeva di facilitare la vendita di un miliardo di dollari dell’oro e di trasferire l’importo al Programma ONU per lo Sviluppo (PNUD), che acquisterebbe le medicine ed alimenti necessari per la risposta al Covid-19 in Venezuela, secondo i documenti presentati in tribunale.

Davanti al rifiuto di questa richiesta, il rappresentante del Venezuela ha presentato, a maggio, un reclamo legale contro la Banca d’Inghilterra, sostenendo che stavano negando al paese sudamericano le sue risorse in un momento di emergenza globale; situazione che nel caso venezuelano è ulteriormente aggravata dal non generare maggiori entrate a seguito del blocco.

Il fatto che l’esecutivo venezuelano sia ricorso al PNUD, come confermato a Reuters dall’organismo multilaterale, fa crollare del tutto la tesi secondo cui il governo del presidente Maduro cerca di “saccheggiare le risorse del paese”.

Come sopra descritto, non esiste nemmeno la possibilità che queste risorse siano amministrate direttamente dallo Stato, al contrario, l’interesse principale è quello di coprire la domanda di medicinali e forniture mediche.

Gli altri attori in disputa

 

Mentre il governo del presidente Maduro cerca un modo per superare il blocco, Guaidó e i suoi rappresentanti sembrano andare in direzione opposta.

Da quando si è proclamato presidente, a gennaio 2019, la sua “azione di governo” si è sostanzialmente circoscritta alla creazione di figure giuridiche parallele a quelle dello stato costituzionale della Repubblica Bolivariana che, al di là del mediatico, non hanno alcun impatto reale per quanto riguarda il processo decisionale interno ed esterno.

Oltre al sostegno USA e di altre decine di paesi, l’unica argomentazione che brandisce sin dalla sua apparizione come autoproclamata, fino ad ora non vi è alcun referente di potere reale, nemmeno per negoziare come attore politico a parità di condizioni con le nazioni che lo “riconoscono” come “governo”.

Nel caso di questa controversia, appare come l’altra parte che rivendica l’uso delle risorse auree trattenute presso la Banca d’Inghilterra. Tuttavia, la sua figura è nulla fino a quando non abbia un apparato statale che lo supporti per incanalare qualsiasi questione.

L’argomento presentato dal rappresentante di Guaidó, José Ignacio Hernández, è che il governo britannico li “riconosce” e che la sua squadra dovrebbe ottenere le risorse in modo che l’amministrazione Maduro non le “saccheggi”, una crudele ironia perché è stata la parte dell’opposizione che ha malversato fondi sia degli “aiuti umanitari” per il Venezuela, così vantati negli ultimi anni, sia dei beni ed azioni delle società venezuelane all’estero.

Per contestualizzare un esempio, basti dire che il personale diplomatico presente e riconosciuto dalla Gran Bretagna è il designato dal governo di Nicolás Maduro, situazione che mostra le contraddizioni delle autorità del paese europeo.

Finora, gli organismi estranei al Venezuela coinvolti nella gestione delle risorse non si pronunciano o mantengono una postura neutrale. Da un lato, la Banca d’Inghilterra si disinteressa e attende la decisione della corte e, dall’altro, il PNUD rimane al di fuori di ciò che decida la BOE ed il BCV.

Sebbene la decisione di chi gestirà le risorse venezuelane rimanga nelle mani del tribunale inglese, cioè il suo congelamento e sblocco corrispondono ad una decisione politica del governo britannico.

Apparentemente, questo tribunale deciderà se trasferire le risorse a milioni di venezuelani per contenere la pandemia o mantenere il mantra del riconoscimento di Guaidó come “presidente” per ordine USA.


Comienza la pugna judicial por el oro venezolano secuestrado en Inglaterra

 

El Tribunal Supremo de Justicia de Inglaterra decidirá el destino de las reservas en oro del estado venezolano que se encuentran en el Banco de Inglaterra (BOE, por sus siglas en inglés), recursos valorados en cerca de los 2 mil millones de dólares que son exigidos por el gobierno del presidente Nicolás Maduro para fortalecer el sistema de salud en el contexto de la pandemia actual.

La causa en los tribunales comenzó este lunes 22 de junio, en el que representantes del Banco Central de Venezuela y del equipo de Juan Guaidó chocan por la obtención de los recursos venezolanos.

La pugna por quién adquiere dichos recursos empezó el año pasado cuando el gobierno británico se alineó con la política estadounidense de reconocer a Juan Guaidó, quien se autoproclamó presidente en enero de 2019. Desde entonces, el diputado de Voluntad Popular y su equipo ha reclamado los lingotes de manera ilegal a los ojos del derecho internacional.

Sin embargo, el elemento jurídico de la supuesta presidencia interina pierde fuerza si se toma en cuenta el bloqueo del oro venezolano como un proceso que inició en 2018, tras el desconocimiento de las elecciones presidenciales en las que Maduro resultó reelecto presidente constitucional de Venezuela.

¿Para qué son los recursos?

La demanda interpuesta por el Banco Central de Venezuela (BCV) al BOE contempla que del total de recursos en oro que se encuentran en sus bóvedas, una parte, equivalente a mil millones de dólares, sean transferidos al Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo, para que el organismo multilateral gestione la compra de suministros y equipos médicos necesarios para combatir el nuevo coronavirus.

Esta maniobra de triangular con el programa de ONU es una de las tantas que ha tenido que aplicar Venezuela para sortear el bloqueo económico-financiero-comercial de Estados Unidos, política criminal que en los últimos años ha dado varias vueltas de tuerca para asfixiar a los venezolanos y con ello generar un esperado estallido (social y militar) que forzara la caída del chavismo.

Las medidas coercitivas unilaterales de los últimos años impiden el desenvolvimiento normal del estado ante el mercado internacional, puesto que las mismas imposibilitan la importación de alimentos, medicinas y demás recursos para sostener sectores estratégicos de la economía y la sociedad venezolanas.

Ante cada torniquete del gobierno estadounidense destinado a cortar los flujos de capital a Venezuela, se ha buscado otras vías para superar la crisis y responder a la población; a cada solución que se aplica se impone una nueva “sanción”. En esta guerra de desgaste los más afectados son los sectores más vulnerables de la población doméstica.

Son más de 140 mil millones de dólares en activos venezolanos los que se encuentran bloqueados o confiscados en bancos y empresas internacionales en el exterior.

En específico, el BOE mantiene secuestrado alrededor del 15% de las reservas de oro de Venezuela.

Ante este escenario, la llegada de la pandemia supone un reto mayor para el ejecutivo liderado por Nicolás Maduro y éste no ha dejado de agotar las alternativas para garantizar la contención del virus. Esto en algunos casos ha implicado triangular con otras naciones aliadas, empresas emergentes y un gran esfuerzo para traer medicinas, combustibles y demás insumos indispensables.

Antecedentes de la demanda

Desde finales del año pasado, el gobierno venezolano ha venido usando los recursos legales disponibles para recuperar las reservas en oro que se encuentran en el Banco de Inglaterra.

En enero del año pasado, contó a BBC Mundo Sarosh Zaiwalla, abogado del BCV en Londres, el presidente de la entidad bancaria venezolana Calixto Ortega y el entonces ministro de Finanzas, Simón Zerpa, viajaron a Londres para solicitar la devolución del oro. Ante esta petición legítima, la directiva del banco inglés se negó argumentando que su gobierno reconocía a Juan Guaidó “como presidente legítimo de Venezuela”.

Posteriormente, en febrero de este año, el gobierno británico se plegó a otras naciones para respaldar el reclamo por parte de Guaidó. Dos meses después, el Departamento del Tesoro estadounidense sancionó al BCV alegando que Maduro estaba usando el principal banco del país para “saquear” los activos venezolanos.

Según Reuters, Zaiwalla, que fue contratado en febrero para reemplazar otra firma de abogados, envió al BOE una carta en la que llama a facilitar la venta de mil millones de dólares del oro y a transferir el monto al Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo (PNUD), que compraría los medicamentos y alimentos necesarios para la respuesta al Covid-19 en Venezuela, según los documentos presentados en el tribunal.

Ante la negativa de esta petición, el representante de Venezuela presentó en mayo una demanda legal contra el Banco de Inglaterra, argumentando que estaban negando al país sudamericano sus recursos en un momento de emergencia global, situación que en el caso venezolano se agrava más al no generar mayores ingresos producto del bloqueo.

Que el ejecutivo venezolano haya acudido al PNUD, como lo confirmó el organismo multilateral a Reuters, derrumba por donde se le mire la tesis de que el gobierno del presidente Maduro busca “saquear los recursos del país”.

Por lo descrito anteriormente, ni siquiera existe la posibilidad de que estos recursos sean administrados directamente por el estado, por el contrario, el interés principal es que se cubra la demanda de medicinas e insumos médicos.

Los otros actores en disputa

Mientras el gobierno del presidente Maduro busca la manera de vencer el bloqueo, Guaidó y sus representantes parecen caminar en la dirección contraria.

Desde que se autoproclamó como presidente en enero de 2019, su “acción de gobierno” básicamente se ha circunscrito a la creación de figuras jurídicas paralelas a las del estado constitucional de la República Bolivariana que, más allá de lo mediático, no tienen incidencia real en cuanto a la toma de decisiones internas y externas.

Además del apoyo de Estados Unidos y otras decenas de países, único argumento que esgrime desde su aparición como autoproclamado, hasta el momento no existe un referente de poder real, ni siquiera para negociar como actor político en iguales términos con las naciones que lo “reconocen” como “gobierno”.

En el caso de esta disputa, aparece como la otra parte que reclama el uso de los recursos en oro retenidos en el Banco de Inglaterra. Sin embargo, su figura es nula en tanto que no cuenta con un aparato estatal que lo sostenga para canalizar cualquier asunto.

El argumento presentado por el representante de Guaidó, José Ignacio Hernández, es que el gobierno británico los “reconoce” y que su equipo debería obtener los recursos para que la administración de Maduro no los “saquee”, una ironía cruel debido a que ha sido la parte opositora la que ha estado malversando fondos tanto de la “ayuda humanitaria” para Venezuela tan cacareada en los últimos años como de los bienes y acciones de las empresas venezolanas en el exterior.

Para contextualizar un ejemplo, basta decir el personal diplomático presente y reconocido por Gran Bretaña es el designado por el gobierno de Nicolás Maduro, situación que muestra las contradicciones de las autoridades del país europeo.

Hasta el momento, los organismos ajenos a Venezuela involucrados en el manejo de los recursos no se pronuncian o mantienen una postura neutral. Por una parte, el Banco de Inglaterra se desentiende y espera la decisión del tribunal, y por otra, el PNUD se mantiene al margen de lo que decida el BOE y el BCV.

Si bien la decisión de quién manejará los recursos venezolanos queda en manos del tribunal inglés, vale decir que su congelamiento y desbloqueo corresponden a una decisión política del gobierno británico.

Aparentemente, este tribunal decidirá si cede los recursos a millones de venezolanos para contener la pandemia o mantiene el mantra de reconocimiento a Guaidó como “presidente” por orden estadounidense.

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