Un think tank riarma il “piano d’azione” USA contro il Venezuela

misionverdad.com

Le giornate di proteste degli insegnanti, in queste settimane, si svolgono in un clima dove, insieme alla pressione inflazionistica di questo inizio 2023, sembrano coincidere con un tipo di mobilitazione che si è via via venuta esprimendo, a livello nazionale, con corporazioni e altri attori “visibili” della “società civile”, avendo come sfondo i progressi e le tensioni intorno al processo di dialogo governo-opposizione in Messico.

In mezzo a ciò, il crollo definitivo del “progetto Guaidó”, la resa dei conti di Voluntad Popular con il G3 e la perdita di iniziativa dell’opposizione in generale, sembrano imporre una correzione dell’approccio al Venezuela. Questa volta, il tentativo di rettifica non proviene dai tradizionali circoli decisionali della Casa Bianca o del Dipartimento di Stato, ma piuttosto da apparati intellettuali ben ingranati nei corridoi del potere di Washington come l’influente Wilson Center.

CRISTALLIZZAZIONE UFFICIALE DELLA STRATEGIA?

 

Il Woodrow Wilson International Center for Scholars, solitamente indicato come Wilson Center, ha pubblicato, nel dicembre 2022, il suo rapporto “Venezuela nel 2023 e oltre: tracciando un percorso diverso”.

Prodotto realizzato dal Gruppo di Lavoro per il Venezuela nell’ambito del Programma per l’America Latina, il rapporto è firmato dall’accademico USA Are Loewenthal come risultato, secondo quanto afferma, di “discussioni di gruppo virtuali, interviste al gruppo nel suo insieme o singoli membri svolte con attori ed esperti venezuelani, una serie di documenti precedenti e l’ampio scambio di prospettive tra noi” (pp. 3-4), riferendosi all’elenco dei nomi che accompagna il documento.

Co-firmato da 19 firmatari (compreso il suo autore), il rapporto è composto da 28 pagine e 17 sezioni dove si delinea quella che, in senso stretto, è la visione del think tank (centro studi ndt) con sede a Washington D.C. sulla definizione di una strategia e di un percorso di azioni da seguire per la risoluzione del “conflitto venezuelano”.

Il Wilson Center è finanziato dal Congresso USA ed è membro integrale del complesso sistema educativo e della rete di centri  studi del governo il cui nome onora l’ex presidente USA Woodrow Wilson.

Questo think-tank (centro studi ndt) riceve anche ingenti finanziamenti dalle società Fortune 500. La sua lista di donatori è composta da individui (la madrina della dottrina R2P, Anne Marie Slaughter), istituzioni del Potere Esecutivo (il Dipartimento di Stato), ambasciate (come quella del Qatar), sino ad imperi commerciali come Amazon, Chevron, PepsiCo, Northop Grumman, ExxonMobil o JP Morgan Chase, secondo il loro registro di patrocinanti del 2021.

Il dato stesso ci dice già, in modo schiacciante, quale sia lo schema di interessi attorno alla presunta “risoluzione” del “conflitto venezuelano”. Ma qualcosa potrebbe dare all’entità ancora più valore politico e peso operativo. In assenza di una politica delineata o specifica in termini ufficiali degli USA nei confronti del Venezuela, questo documento sembra avvicinarsi più che qualsiasi altra cosa a questo: un documento ufficiale sui possibili passi realmente concepiti ed esistenti di Washington rispetto al Venezuela.

Un altro elemento da evidenziare, che stabilisce un altro significante in relazione al linguaggio intorno al rapporto stesso ed a ciò che esso stesso dice, è la tipologia dell’autore principale. Abraham Loewenthal è un animale politico-accademico profondamente radicato nel sistema think tank-establishment accademico e politico-corporativo.

Il suo copioso curriculum include praticamente tutte le università “di peso” all’interno del sistema (Harvard, Oxford, Brown, Princeton), così come la rete di centri studi e think tank (CFR, Brookings Institution, Inter-American Dialogue). È anche membro del Consiglio di Ricerca del Forum Internazionale di Studi Democratici del National Endowment for Democracy, la NED. Si è specializzato, tra altri campi, in globalizzazione, governabilità, America Latina e, con particolare enfasi, nelle transizioni dai governi autoritari alla democrazia.

In questo modo, come principale parlante (ma non unico), il linguaggio politico e il suo sistema di segnali rimane chiaramente stabilito. E, indirettamente, il documento può raggiungere un rango di ufficialità che difficilmente altri documenti di lavoro raggiungerebbero.

Curiosità: Antony Blinken è anche membro del Wilson Center.

IL CONTENUTO

 

La premessa essenziale del lavoro è che non c’è altro modo per uscire dal “vicolo cieco” della questione venezuelana che non sia attraverso un processo negoziale, mediante il quale si creino accordi che tocchino “gli interessi sia del governo venezuelano che dell’opposizione democratica” (p.4), avvertendo che non si tratta di formule magiche che risolveranno i “profondi risentimenti tra venezuelani” o che garantiscano un’immediata ripresa economica (p.5).

D’altra parte, il documento di lavoro indica che il nuovo obiettivo dell’opposizione non è più cercare il cambio di regime accelerato, ma piuttosto, tutelato dagli USA, si presenta come un’opposizione che cerca di affrontare e risolvere le “emergenze umanitarie”, i diritti umani, la “ricostruzione dell’economia” e, soprattutto, un aspirato quadro di governabilità e consenso verso elezioni (presidenziali, regionali e municipali, nel 2024 e nel 2025) che siano “giuste” e “monitorate internazionalmente”, come afferma il documento del Wilson. Il think tank si riferisce come “opposizione” esclusivamente alla Piattaforma Unitaria.

In tal senso, Loewenthal et al. affermano che qualsiasi escalation di “misure coercitive” non solo non è giustificata, ma piuttosto “intensificherebbe le ostilità” (p. 11). Allo stesso modo, dagli USA, sottolineano la necessità di creare un sostegno bipartisan che si allontani definitivamente dalla massima pressione per, invece, “incoraggiare i negoziati, costruire coesistenza, proteggere i diritti umani, facilitare una governabilità democratica efficace e promuovere la ripresa economica”. pag.15).

Già a questo punto, se aggiungiamo anche la definitiva implosione della “strategia Guaidó”, gli USA sembrano ufficializzare, nelle forme, la fine della logica operativa che ha segnato gli anni di scontro diretto dell’amministrazione Trump.

Si può affermare che è un riconoscimento indiretto di una serie di fallimenti che costringono a riconoscere il Governo bolivariano e il presidente Nicolás Maduro come attori innegabili e impossibili da evitare. Tuttavia, fin qui si potrebbero individuare le premesse più o meno amichevoli o di “umanizzazione” dell’avversario. Ma nonostante le mitigazioni, si può rilevare che il campo semantico della logica del cambio di regime permane.

Lo si vede chiaramente in due elementi: il primo è la caratterizzazione della “crisi” e del governo, il secondo è l’obiettivo finale dei negoziati.

Nel primo elemento, si tratta di un marasma i cui unici presunti responsabili sono stati i governi chavisti, dove è urgente il ruolo di una “robusta società civile” che partecipi al processo a diversi livelli e la supervisione della “comunità internazionale” per poter “restituzionalizzare” (p.6) il disordine di un governo e di un gruppo di potere “trincerato” (p.11), che ancora oggi, secondo il rapporto, chiude media, commette reati ambientali, viola diritti umani, ecc.

Nel secondo, il documento di lavoro non riesce a mascherare del tutto che l’obiettivo fondamentale è una “transizione politica” (p.5) con un “trasferimento di potere” (p.2), e la “ricostruzione” (p.14 ) politica e nazionale, poi nella ricerca del superamento di un “periodo traumatico che ha fatto molti danni al Venezuela, destabilizzato la regione e danneggiato milioni di connazionali” (p.20), secondo i consueti canoni del catechismo liberale, codificati nel quadro ideologico del Partito Democratico.

Così, per prima cosa, il rapporto non solo raccomanda, bensì ritiene conveniente che finché continui il processo di dialogo e negoziazione, le “sanzioni” non vengano revocate ai principali attori politici del chavismo e che, se non si compiano progressi, possano essere rapidamente “reintegrate” (snap back) al momento di qualsiasi intransigenza, ma non senza prima raccomandare attraverso gli attori internazionali attorno al dialogo un apparente allentamento come “incentivo”.

In entrambi i casi, già a questo punto, si può affermare che il rapporto abbandoni ciò che potrebbe avere di “nuovo” per riprodurre i soliti luoghi comuni, ogni volta che l’apparentemente strategico torna ad essere semplicemente una serie di risorse tattiche di aperta pressione.

Chiunque abbia più o meno dimestichezza con i metodi di risoluzione dei conflitti capisce che una premessa essenziale è che nessuno “vinca”, e questo, decisamente, non è il caso: almeno come aspirazione c’è una chiara volontà che una delle parti sia vittoriosa.

Si tratta, quindi, di una discussione di metodo e formato, e non di un cambio di paradigma nelle relazioni.

Al di là delle apparenti preoccupazioni umanitarie e del benessere della società, opera l’obiettivo politico centrale, il cambio di regime, usando, manifestamente, la sua leva centrale: le elezioni. Per questo sarà necessario contrapporre  parte del contenuto con altri elementi visibili e verbalizzati da altre istanze.

LA “ROADMAP” SENZA UN INCARTO CONCILIATORIO

 

Il mutamento di approccio e di forma nella relazione USA-Venezuela e, al suo interno, gli elementi di forma che effettivamente sono stati modificati, si può dire che, in certa misura, precede il rapporto del Wilson Center che, pur essendo più eloquente, descrittivo e per quanto intellettualmente compiuto, non può essere assunto come l’alfa e l’omega del “piano” dell’opposizione tutelata.

La nozione delle elezioni, in primis quelle presidenziali del 2024 e, almeno in linea di principio, le regionali del 2025 come il punto di svolta e la finestra di Overton per, ora sì, realizzare il cambio di regime può vedersi anche in altri luoghi di enunciazione in materia di opinione e anche nelle politiche di istituzioni del sistema USA con maggiore continuità o non soggette alle contingenze che potrebbero incidere, a volte, nel ramo esecutivo.

Il 15 settembre 2022, Marcela Escobari, Amministratrice Aggiunta per l’America Latina e i Caraibi dell’USAID, ha offerto una testimonianza alla Commissione per le Relazioni Estere del Senato USA sul “caso” venezuelano.

Dopo aver stabilito lo stesso quadro abituale della “crisi venezuelana” dove spiccano senza sorpresa migrazione, “autoritarismo”, scarsa libertà di stampa, corruzione, inettitudine e repressione, la funzionaria chiude con il modo in cui l’USAID punterà sulla “transizione democratica” in Venezuela.

Vale la pena dire che il ritratto (e le fonti) sia di Escobari che del rapporto Wilson sono essenzialmente gli stessi, con lo stesso livello di dati per stabilire il discorso e giustificare le azioni da intraprendere. Non è però l’unico punto su cui concordano, al di là del fatto che lo stile intemperante  ed apocalittico di Escobari segna una notevole distanza da quello di Loewenthal nel documento fin qui recensito.

In questo senso, Escobari afferma che sono tre le aree dove l’USAID cerca di operare verso la “transizione democratica” in Venezuela, avendo anche come centro le giornate elettorali del 2024 e del 2025. Seguendo lo stesso ed esatto percorso, dove il miglioramento delle condizioni elettorali sono un principio guida, l’USAID chiarisce, in primo luogo, che sosterrà l’opposizione.

Secondo Escobari le elezioni “subnazionali” (sic), cioè quelle regionali del 2021, hanno dimostrato che secondo questa logica è possibile utilizzare la risorsa del voto pur non essendo liberi, secondo lei, per dimostrare che sì si possono raggiungere obiettivi con mezzi elettorali.

Graziosamente afferma anche che l’opposizione ha ottenuto una vittoria schiacciante con le elezioni del gennaio 2022 in Barinas, ma questo è solo un ornamento.

Ciò che conta della sua affermazione è certificare che per gli USA e l’amministrazione Biden, la doppia sconfitta elettorale di Barinas è la dimostrazione definitiva e chiara del modello da seguire. Questa, in termini di opinione, è stata più o meno una costante riscontrabile, ad esempio, a livello di opinione dei media di intermediazione USA.

Questo è il punto centrale, che deve essere integrato con gli altri due che stabiliscono anche ponti con il documento del Wilson. Il sostegno ai “media indipendenti” e alla “società civile democratica” come via per mantenere il governo segnato e denunciato e, nella stessa direzione, lo stesso con “i difensori dei diritti umani che documentano la repressione”.

Il Wilson Center, da parte sua, raccomanda, variando un po’ l’approccio, l’importanza che in linea di principio il governo e la Piattaforma Unitaria “progettino e concordino sui processi che documentino violazioni sistematiche dei diritti umani, la soppressione delle libertà democratiche e la grottesca corruzione”, qualcosa che, come raccomandano, dovrebbe essere fatto in consultazione “con attivisti e difensori dei diritti umani sia venezuelani che internazionali”, nonché con le vittime, ponendo le basi per una presunta giustizia riparatoria (p.17).

Per l’USAID, che dal 2018, anno in cui sono state aperte le porte attraverso l’ONU a diverse modalità di “aiuto umanitario” come meccanismo, in primo luogo, di decompressione politica, per settembre 2022 aveva annunciato di aver stanziato 367 milioni di dollari in “assistenza umanitaria aggiuntiva”. Nello stesso senso, la NED dichiara, secondo il suo ultimo rendiconto (2021, a febbraio pubblicheranno quello del 2022) di aver stanziato pubblicamente, secondo i suoi standard, la grossa cifra di 4324 milioni 293 dollari, trattandosi di un aumento di circa un milione di dollari rispetto all’anno precedente.

Ciò che potrebbe stabilire il dilemma fin dove, in realtà, questi presunti dividendi siano effettivamente destinati ad assistere persone in estrema precarietà, indigenza o disperazione (il che ha molto a che fare con il quadro, anche noto, di depressione economica prodotto dalle “sanzioni”) e quanto, in realtà, viene destinato al “rafforzamento” di quella “società civile democratica”, “difensori dei diritti umani” o “media indipendenti”.

E qui arriviamo, in questo momento di analisi comparata, a quella che è forse una delle premesse essenziali del documento del Wilson, che citeremo per esteso: “Parte di questo sforzo [per costruire le condizioni per negoziare e andare verso la ‘transizione’] dovrebbe essere nella diplomazia pubblica: non l’aprire conversazioni riservate agli occhi del pubblico, ma di fornire rapporti periodici che creino fiducia nei negoziatori [della Piattaforma Unitaria e del Governo bolivariano] e il loro lavoro. L’opposizione democratica non dovrebbe perdere di vista la probabile utilità di organizzare manifestazioni di piazza, non per rovesciare il governo, bensì per aumentare la leva dell’opposizione. Combinando pressioni e concessioni, in modi diversi in momenti diversi, è a volte una strategia preziosa per i negoziati” (p.19).

Questa affermazione, naturalmente, ci obbliga a contrastare gli eventi più o meno per accumulazione che si stanno manifestando da corporazioni e da altre istanze di organizzazione per settore della società venezuelana in questi ultimi giorni, offrendo una profondità di campo a detti movimenti e azioni.

Azioni che, sì, hanno come base elementi concreti e tangibili della realtà, come il valore del salario e di conseguenza le difficoltà economiche, in un quadro internazionale dove sono stati annunciati molti passi possibili in termini di avanzamento del dialogo, tra questi il rilascio di una cifra importante di fondi sequestrati che dovrebbero essere destinati, in modo coordinato, per alleviare le difficoltà nell’istruzione, nella sanità e nelle infrastrutture dei servizi.

Già a questo punto si può stabilire la conclusione preliminare che non è la situazione umanitaria a mobilitare tutto questo, bensì i calcoli politici in funzione di una logica tattica di smart power che combina concessioni reali con meccanismi di pressione nel quadro del contesto pre-elettorale, in un momento in cui le istanze partitiche convenzionali sono francamente in crisi e in riorganizzazione, incapaci di costruire direttamente un’agenda e un clima politico.

La creazione di un clima politico non organico richiede un periodo di maturazione, e la dispersione dovuta a litigi interni e altri fattori di implosione attuali non sembra facilitare l’unità di comando, la costruzione di accordi o l’armonizzazione nell’esecuzione di un’agenda specifica, come è stato possibile costruire, ad esempio, lungo tutto il 2016 con la prima metà del 2017 con un climax che ha raggiunto l’insurrezionale.

L’analisi stessa della situazione di alcune firme dell’opposizione ammettono, in termini più ampi, un clima generale di smobilitazione, qualcosa che secondo il politologo Ricardo Sucre Heredia, ad esempio, permea l’intero panorama nazionale, anche se si esprime in modi diversi e il chavismo mostra altri elementi più mobilitati o mobilitanti.

Sucre Heredia si basa sugli ultimi studi di opinione di Delphos e Datanálisis effettuati alla fine dello scorso anno. Con tutti i pregiudizi da considerare in questo tipo di studio, tuttavia, ammette passaggi come questi, tratti dal suo ultimo rapporto del 16 gennaio: “Un altro risultato è che è calata la disponibilità a protestare contro il governo e per i servizi pubblici. Nel primo, dal 41% al 21% tra luglio e novembre 2022, e nel secondo, rispettivamente dal 55% al ​​37%, che spiegherebbe perché le proteste sui servizi sono scomparse dai telegiornali. Non fanno più molto rumore. In generale, la gente non vuole uscire a protestare”.

Alla luce di questo campione, sia dell’analisi che di quanto in esso presentato sulla base dello studio Delphos, si può porre la domanda su dove siano i motori del riscaldamento delle strade, in questi giorni.

Dalla metà dello scorso anno, con le reazioni e le proteste delle “istruzioni dell’Onapre”, si è assistito ad una corporativizzazione dei conflitti. Strutture che, per la maggior parte, sono state storicamente controllate da partiti o elementi dell’opposizione, oggi, almeno in teoria, al di fuori delle strutture partitiche della dispersa opposizione.

Il 2014 si è aperto con uno scenario che risuona in questo particolare aspetto: i partiti, in termini generali, in schietta ritiro dopo la sconfitta elettorale delle comunali di fine 2013, ma che da parte di noti attori antipolitici, insieme a strutture preparate e formate per l’occasione, come il “movimento studentesco”, sono riusciti a stabilire la nota agenda di violenza e conflitto.

A prescindere dal fatto che il discorso stesso sul “cosa fare” dell’opposizione e degli USA in questo momento in linea generale si concentri sulle trattative in vista dell’appuntamento elettorale, le manifestazioni corporative (oggi insegnanti), almeno in linea di principio e nel loro nucleo organizzativo sembrano avere un grado di organizzazione e di metodo che va oltre il quadro delle azioni spontanee.

In alcune regioni del paese, dove sembravano avere un maggiore effetto di mobilitazione, questi programmi d’azione sono stati programmati per azioni durante tutta la settimana, in diversi comuni, con diversi gradi di intensità e portata, e alla ricerca della costituzione di comitati di conflitto, in questa occasione “in tutte le istituzioni educative”, cercando di accumulare forze e incanalare il malcontento con prospettive di più ampio respiro.

A questi tre livelli studiati, quello del think tank, quello dell’organismo statale USA e quello che si riflette, in modo incipiente e ancora un po’ disgregato nella strada, sembrano delinearsi tra il piano dottrinale e l’azione diretta, il piano politico o andare ad innescare meccanismi di pressione o, forse, con obiettivi e fini non manifesti, ma non esclusi in termini di conflittualità, tutti e tre analizzati, con l’obiettivo “superiore” del cambio di governo e, più in generale, di regime storico e sociopolitico.

“Nessun percorso è privo di rischi in circostanze così conflittuali. Anche così, i rischi di esplorare appieno un percorso verso la governabilità democratica, la coesistenza rispettosa e la ripresa economica del Venezuela dovrebbero essere assunti da tutti gli attori importanti, dopo tanti anni di polarizzazione, repressione e privazione. È giunto il momento per uno sforzo totale per negoziare soluzioni alle molteplici crisi in Venezuela. Questo è il nostro messaggio centrale” (p.23), conclude il documento del Wilson Center.


UN THINK TANK REARMA LA “HOJA DE RUTA” DE EEUU CONTRA VENEZUELA

 

Las jornadas de protestas docentes estas semanas se dan en un clima donde, a la par de la presión inflacionaria de inicios de este 2023, parecieran empalmar con un tipo de movilización que ha venido paulatinamente expresándose, a nivel nacional, con gremios y otros actores “visibles” de la “sociedad civil”, teniendo como trasfondo los avances y tensionamientos alrededor del proceso de diálogo gobierno-oposición en México.

En medio de esto, el colapso definitivo del “proyecto Guaidó”, el ajuste de cuentas de Voluntad Popular con el G3 y la pérdida de iniciativa de las oposiciones en general, parecen obligar a una corrección del enfoque sobre Venezuela. En esta oportunidad, el intento de enmienda no proviene de los círculos de toma de decisión tradicionales de la Casa Blanca o del Departamento de Estado, sino de aparatos intelectuales bien engranados a los pasillos de poder de Washington como el influyente Wilson Center.

¿CRISTALIZACIÓN OFICIAL DE LA ESTRATEGIA?

El Centro Internacional para Académicos Woodrow Wilson, habitualmente referido como Wilson Center, publicó en diciembre de 2022 su informe “Venezuela en 2023 y más allá: trazando un rumbo distinto”.

Producto realizado por el Grupo de Trabajo para Venezuela dentro del Programa para Latinoamérica, el informe lo firma el académico estadounidense Are Loewenthal como resultado, según afirma, de “discusiones virtuales en grupo, entrevistas al grupo en su conjunto o miembros individuales llevadas a cabo con actores y expertos venezolanos, un número de papers anteriores, y el intercambio extensivo de perspectivas entre nosotros” (pp.3-4), refiriéndose a la lista de nombres que acompañan al documento.

Co-firmado por 19 signatarios (incluyendo su autor), el informe consta de 28 páginas y 17 apartados donde se esboza lo que, en sentido estricto, es la visión del think tank radicado en Washington D.C. sobre el establecimiento de una estrategia y ruta de acciones a seguir para la resolución del “conflicto venezolano”.

El Wilson Center es financiado por el Congreso estadounidense y es miembro integral del complejo del sistema educativo y red de centros de estudios del gobierno, cuyo nombre honra al expresidente norteamericano Woodrow Wilson.

Este think-tank también recibe un profuso financiamiento de las corporaciones del Fortune 500. Su lista de donantes está constituida por individualidades (la madrina de la doctrina del R2P, Anne Marie Slaughter), instituciones del Poder Ejecutivo (el Departamento de Estado), embajadas (como la de Qatar), hasta imperios empresariales de la talla de Amazon, Chevron, PepsiCo, Northop Grumman, ExxonMobil o JP Morgan Chase, según su registro de patrocinantes de 2021.

El dato en sí ya nos dice de forma contundente cuál es el esquema de intereses alrededor de la presunta “resolución” del “conflicto venezolano”. Pero algo pudiera otorgarle aún más valor político y peso operativo a la entidad. A falta de una política delineada o específica en términos oficiales de Estados Unidos respecto a Venezuela, este documento pareciera aproximarse, más que cualquier otra cosa, a eso: un documento oficial sobre los posibles pasos realmente concebidos y existentes de Washington respecto a Venezuela.

Otro elemento a destacar, que establece otro significante en relación al lenguaje alrededor del informe en sí y lo que dice propiamente, es el tipo de autor principal. Abraham Loewenthal es un animal político-académico profundamente engranado en el sistema think tank-establishment académico y político-corporaciones.

Su profusa hoja de vida incluye prácticamente todas las universidades de “peso” dentro del sistema (Harvard, Oxford, Brown, Princeton), así como de la red de centros de estudios y think tanks (CFR, Brookings Institution, Inter-American Dialogue). Es, también, miembro del Consejo de Investigación del Foro Internacional de Estudios Democráticos del National Endowment for Democracy, la NED. Se especializa, entre otros campos, en globalización, gobernabilidad, América Latina y, con particular énfasis, en transiciones de gobiernos autoritarios hacia la democracia.

De este modo, como hablante principal (mas no el único), el lenguaje político y su sistema de señales queda claramente establecido. Y, de forma indirecta, el documento puede alcanzar un rango de oficialidad que difícilmente lo harían otros papeles de trabajo.

Dato extra: Antony Blinken también es miembro del Wilson Center.

EL CONTENIDO

La premisa esencial del trabajo radica en que no existe otra vía para salir del “callejón sin salida” de la cuestión venezolana que no sea a través de un proceso de negociación, uno mediante el que se labren acuerdos que toquen “los intereses tanto del gobierno venezolano como de la oposición democrática” (p.4), advirtiendo que no se trata de fórmulas mágicas que resolverán los “resentimientos profundos entre venezolanos” o que garanticen una recuperación económica inmediata (p.5).

Por otro lado, el papel de trabajo señala que el nuevo objetivo de la oposición ya no es buscar el cambio de régimen acelerado sino que, tutelado por Estados Unidos, se presenta como una oposición que busca atender y resolver las “emergencias humanitarias”, los derechos humanos, “la reconstrucción de la economía” y, en especial, un aspirado marco de gobernabilidad y consenso rumbo a unas elecciones (presidenciales, regionales y municipales, en 2024 y 2025) que sean “justas” y “monitoreadas internacionalmente”, tal como afirma el documento del Wilson. El think tank se refiere como “la oposición” exclusivamente a la Plataforma Unitaria.

En esa medida, Loewenthal et al aseguran que cualquier escalada de “medidas coercitivas” no solo no se justifican, sino que “endurecerían las hostilidades” (p. 11). Igualmente, desde Estados Unidos, apuntan la necesidad de crear un apoyo bipartidista que definitivamente se aleje de la máxima presión para, en cambio, “alentar negociaciones, construir coexistencia, proteger los derechos humanos, facilitar una gobernabilidad democrática efectiva y promover la recuperación económica” (p.15).

Ya en este punto, si le agregamos además la implosión definitiva de la “estrategia Guaidó”, Estados Unidos parece oficializar, en materia de formas, el final de la lógica operativa que signó los años de confrontación directa de la administración Trump.

Se puede afirmar que es un reconocimiento indirecto de una sucesión de fracasos que obligan al reconocimiento del Gobierno Bolivariano, y al presidente Nicolás Maduro, como actores innegables e imposibles de esquivar. Sin embargo, hasta aquí pudieran identificarse las premisas más o menos amistosas o de “humanización” del adversario. Pero a pesar de los atenuantes, se puede detectar que el campo semántico de la lógica del cambio de régimen permanece.

Se ve, con toda claridad, en dos elementos: el primero es la caracterización de “la crisis” y del gobierno, y en segundo por el objetivo final de las negociaciones.

En el primer elemento, se trata de un marasmo cuyos únicos supuestos responsables han sido los gobiernos chavistas, donde es urgente el papel de una “robusta sociedad civil” que participe del proceso a distintos niveles y la supervisión de la “comunidad internacional” para poder “reinstitucionalizar” (p.6) el desorden de un gobierno y un grupo de poder “atrincherado” (p.11), que todavía al día de hoy, según el informe, cierra medios, comete delitos ambientales, viola derechos humanos, etc.

En el segundo, el papel de trabajo no logra disimular del todo que el objetivo fundamental es una “transición política” (p.5) con una “transferencia de poder” (p.2), y la “reconstrucción” (p.14) política y nacional, luego en la búsqueda de la superación de un “período traumático que le ha hecho mucho daño a Venezuela, desestabilizado la región y dañado a millones de compatriotas” (p.20), de acuerdo a los cánones habituales del catecismo liberal, codificado en el marco ideológico del Partido Demócrata.

Así, en lo primero, el informe no solo recomienda, sino que ve conveniente que mientras continúe el proceso de diálogo y negociación, las “sanciones” no le sean levantadas a los principales actores políticos del chavismo y que, en caso de no avanzar, puedan rápidamente “reinstituirse” (snap back) a la hora de cualquier intransigencia, no sin antes recomendar mediante los actores internacionales en torno al diálogo un relajamiento aparente como “incentivo”.

En ambos casos, ya en este punto, se puede afirmar que el informe abandona lo que pudiera tener de “novedoso” para reproducir los lugares comunes habituales, toda vez que lo aparentemente estratégico vuelve a ser sencillamente una serie de recursos tácticos de presión abierta.

Cualquier persona más o menos familiarizada con los métodos de resolución de conflicto entiende que una premisa esencial es que nadie “gane”, y decididamente, este no es el caso: al menos como aspiración tiene un claro deseo de que una de las partes sea victoriosa.

Es, entonces, una discusión de método y formato, y no un cambio de paradigma en las relaciones.

Por debajo de las aparentes preocupaciones humanitarias y bienestar societario, opera el objetivo político central, el cambio de régimen, empleando de forma manifiesta su palanca central: las elecciones. Para ello, será necesario contrapuntear parte del contenido con otros elementos visibles y verbalizados desde otras instancias.

LA “HOJA DE RUTA” SIN ENVOLTORIO CONCILIADOR

El cambio de aproximación y de forma en la relación Estados Unidos-Venezuela y, dentro de eso los elementos de forma que efectivamente se han modificado, pudiera decirse que en cierta medida antecede al informe del Wilson Center, que por más elocuente, descriptivo e intelectualmente acabado que puede ser, tampoco se puede asumir como el alfa y omega del “plan” de la oposición tutelada.

La noción de las elecciones, en primer lugar, las presidenciales de 2024 y, al menos en principio, las regionales de 2025 como el punto de inflexión y la ventana overton para, ahora sí, alcanzar el cambio de régimen puede verse también en otros lugares de enunciación en materia de opinión y también en políticas de instituciones del sistema estadounidense con mayor continuidad o no sujetas a las contingencias, que pudieran incidir en momentos en la rama ejecutiva.

El 15 de septiembre de 2022, Marcela Escobari, Administradora Adjunta para América Latina y el Caribe de la USAID, ofreció testimonio al Comité de Relaciones Exteriores del Senado norteamericano sobre el “caso” venezolano.

Luego de establecer el mismo cuadro habitual sobre la “crisis venezolana” donde destaca sin sorpresa la migración, el “autoritarismo”, la poca libertad de prensa, la corrupción, la ineptitud y la represión, la funcionaria cierra con la forma en que la USAID apostará a la “transición democrática” en Venezuela.

Vale decir que el retrato (y las fuentes) tanto de Escobari como del informe del Wilson son en esencia lo mismo, con igual piso de datos para establecer el discurso y justificar las acciones a tomar. Sin embargo, no es lo único en que coinciden, más allá de que el estilo destemplado y apocalíptico de Escobari marca considerable distancia con el de Loewenthal en el documento hasta aquí reseñado.

En tal sentido, Escobari afirma que son tres áreas desde donde la USAID busca operar hacia la “transición democrática” en Venezuela, teniendo también como centro a las propias jornadas electorales de 2024 y 2025. Siguiendo el mismo y exacto camino, donde el mejoramiento de las condiciones electorales es un principio regidor, la USAID deja claro, primero, que apoyará a la oposición.

Según Escobari, las elecciones “subnacionales” (sic), es decir, las regionales de 2021, demostraron que según esa lógica es posible valerse del recurso del voto a pesar de no ser libres, según ella, para demostrar que sí se pueden alcanzar objetivos por la vía electoral.

Graciosamente también afirma que la oposición se granjeó una victoria abrumadora con las elecciones de enero de 2022 en Barinas, pero eso es apenas un ornamento.

Lo que sí importa de su afirmación es certificar que para Estados Unidos y la administración Biden, la doble derrota electoral en Barinas es la demostración definitiva y palmaria del modelo a seguir. Esto, en materia de opinión, ha sido más o menos una constante que se puede encontrar, por ejemplo, en el plano de la opinión desde los medios del corretaje estadounidense.

Este es el punto central, que debe complementarse con los otro dos que también establece puentes con el documento del Wilson. El apoyo a “medios independientes” y a la “sociedad civil democrática” como la vía para mantener marcado y denunciado al gobierno, y, en esa misma dirección, lo mismo con los “defensores de derechos humanos que documentan la represión”.

El Wilson Center, por su lado, recomienda, variando un poco el enfoque, la importancia de que en principio el gobierno y la Plataforma Unitaria “diseñen y acuerden sobre los procesos que documenten violaciones sistemáticas a los derechos humanos, la supresión de las libertades democráticas y la grotesca corrupción”, algo que, según recomiendan, debería hacerse en consultas “con activistas y defensores de derechos humanos tanto venezolanos como internacionales”, así como las víctimas, sentando el piso para una presunta justicia reparatoria (p.17).

Para la USAID, que desde 2018, el año en que se abrieron las compuertas a través de la ONU a distintas modalidades de “ayuda humanitaria” como mecanismo en primer lugar de descompresión política, para septiembre de 2022 había anunciado el haber destinado 367 millones de dólares en “asistencia humanitaria adicional”. En el mismo sentido, la NED declara, según su última rendición de cuentas (2021, en febrero publicarán la de 2022) haber destinado públicamente bajo sus estándares la abultada cifra de 4 mil 324 millones 293 dólares, toda vez que es un incremento de aproximadamente un millón de dólares respecto al año anterior.

Lo que pudiera establecer la interrogante de hasta dónde, en realidad, estos presuntos dividendos efectivamente están siendo destinados a asistir a personas en la precariedad extrema, en la inopia o la desesperación (que mucho tiene que ver con el también muy reconocido cuadro de depresión económica producto de las “sanciones”) y cuánto, en realidad, se está destinando para el “robustecimiento” de esa “sociedad civil democrática”, “defensores de derechos humanos” o “medios independientes”.

Y aquí llegamos, en este momento de análisis comparado, a lo que quizás sea una de las premisas esenciales del documento del Wilson, que pasamos a citar in extenso: “Parte de este esfuerzo [de construir condiciones para negociar y enrumbarse a la ‘transición’] debería ser en diplomacia pública: no el abrir conversaciones confidenciales al ojo público, pero de proveer informes periódicos que construyan confianza en los negociadores [de la Plataforma Unitari a y el Gobierno Bolivariano] y su trabajo. La oposición democrática no debería perder de vista la probable utilidad de organizar manifestaciones de calle, no para derrocar al gobierno, sino para aumentar el apalancamiento de la oposición. Combinando presión y concesiones, en distintas maneras en momentos diferentes, a veces es una estrategia valiosa para las negociaciones” (p.19).

Esta afirmación, naturalmente, nos obliga a contrastar los eventos más o menos por acumulación que se vienen manifestando desde los gremios y otras instancias de organización por sector de la sociedad venezolana en los últimos días, ofreciendo una profundidad de campo a dichos movimientos y acciones.

Acciones que, sí, tienen como base elementos concretos y tangibles de la realidad, como el valor del salario y por consiguiente las dificultades económicas, en un marco internacional donde se han anunciado muchos posibles pasos en materia de avances desde el diálogo, entre ellos la liberación de una cifra importante de fondos secuestrados que deberían destinarse, de forma coordinada, para aliviar dificultades en materia de educación, salud e infraestructura de servicios.

Ya en este punto se puede establecer la conclusión preliminar que no es la situación humanitaria lo que moviliza todo esto, sino los cálculos políticos en función de una lógica táctica de smart power que combine concesiones reales con mecanismos de presión en el marco del contexto pre-electoral, en un momento en que las instancias partidistas convencionales se encuentran francamente en crisis y reorganización, incapacitados de construir directamente una agenda y un clima político.

La creación de un clima político no-orgánico demanda un tiempo de maduración, y la dispersión por rencillas internas y demás factores de implosión de la actualidad no pareciera facilitarle la unidad de mando, la construcción de acuerdos o la armonización en la ejecución de una agenda específica, como se pudo labrar, por ejemplo, a lo largo de 2016 con la primera mitad de 2017 con un clímax que alcanzó lo insurreccional.

Los propios análisis de situación de algunas firmas de oposición admiten en términos más amplios un clima general de desmovilización, algo que según afirma por ejemplo el politólogo Ricardo Sucre Heredia, permea a todo el escenario nacional, así se exprese de maneras distintas y el chavismo demuestre otros elementos más movilizados o movilizadores.

Se sustenta Sucre Heredia en los últimos estudios de opinión de Delphos y Datanálisis realizados a finales del año pasado. Con todos los sesgos a considerar en esta clase de estudios, sin embargo, admite pasajes como estos, tomado de su último informe del 16 de enero: “Otro resultado es que bajó la disposición a protestar contra el gobierno y por los servicios públicos. En el primero, de 41% a 21% entre julio y noviembre de 2022, y en la segunda, pasó de 55% a 37% respectivamente que explicaría porqué salieron de las noticias las protestas por los servicios. Ya no suenan mucho. En general, la gente no quiere salir a protestar”.

A la luz de esta muestra, tanto del análisis como de lo presentado en él a partir del estudio de Delphos, se puede ir planteando la pregunta de dónde se encuentran entonces los motores de calentamiento de la calle en los últimos días.

Desde mediados del año pasado, con las reacciones y protestas del “instructivo de la Onapre”, se ha evidenciado una gremialización de los conflictos. Estructuras que en su mayoría han sido históricamente controladas por partidos o elementos de la oposición, hoy, al menos en teoría, al margen de las estructuras partidistas de la dispersa oposición.

El año 2014 inició con un escenario que en ese aspecto en particular resuena: los partidos, en líneas generales, en franca retirada luego de la derrota electoral de las municipales de finales de 2013, pero que por la baranda actores antipolíticos harto conocidos, junto a estructuras preparadas y entrenadas para la ocasión, como el “movimiento estudiantil”, lograron instaurar la reconocida agenda de violencia y conflicto.

Independientemente de que el propio discurso alrededor del “qué hacer” opositor y de Estados Unidos en este momento en líneas generales se enfoca en las negociaciones de cara a la cita electoral, las manifestaciones gremiales (hoy en día docentes), al menos en principio y en su núcleo organizativo, parecen tener un grado de organización y método que rebasa el cuadro de acciones espontáneas.

En algunas regiones del país, donde parecieran tener mayor efecto movilizador, estos programas de acción fueron programados para acciones durante toda la semana, en varios municipios, con distintos grados de intensidad y alcance, y en la búsqueda de la constitución de comités de conflictos, en esta oportunidad “en todas las instituciones educativas”, buscando acumular fuerzas y canalizar de malestar con perspectivas de base más amplia.

En estos tres niveles estudiados, el del think tank, el del organismo estatal estadunidense y el que se refleja de forma incipiente y aún algo disgregada en la calle, parecieran ir esbozando entre el piso doctrinario y la acción directa, el piso político o bien para ir engranando mecanismos de presión, o bien, quizás, con objetivos y fines no manifiestos, pero tampoco descartados en materia de conflictividad, todos, los tres analizados, con el fin “superior” del cambio de gobierno y de forma más ampliada, de régimen histórico y sociopolítico.

“Ninguna ruta está exenta de riesgos dentro de circunstancias tan conflictivas. Aún así los riesgos de explorar por completo un camino hacia la gobernabilidad democrática, la coexistencia respetuosa y la recuperación económica de Venezuela deberían tomarlas todos los actores relevantes, tras tantos años de polarización, represión y privaciones. El momento para un esfuerzo total para la negociación de soluciones a las múltiples crisis de Venezuela es ahora. Ese es nuestro mensaje central” (p.23), remata el documento del Wilson Center.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.