Analisi speciale: il 3 gennaio e la razionalità imperiale contro il Venezuela

Geopolitica, economia, petrolio e collasso civilizzatorio

Misión Verdad

Gli eventi di sabato 3 gennaio sono arcinoti; pertanto, non faremo una cronaca dei fatti. Piuttosto, indicheremo le ragioni profonde dell’attacco USA su suolo venezuelano e del rapimento del presidente Nicolás Maduro e della prima dama Cilia Flores.

Al di là della condanna etica, persiste una domanda necessaria: perché gli USA sono arrivati al punto di prendere una decisione di tale portata nel pieno del XXI secolo, decisamente dannosa visti i risultati politici sia nel paese nordamericano che in Venezuela?

La risposta non sta nei discorsi di Trump (“andremo a gestire il Venezuela”) né negli slogan di Pete Hegseth e Marco Rubio. Piuttosto si possono argomentare diverse risposte, tutte incentrate attorno a un documento che ha annunciato le azioni USA con freddezza tecnica settimane prima: la Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 (SSN).

Il Corollario Trump: quando la sovranità è un’offerta coercitiva

La SSN è un atto politico che riconfigura le regole del gioco nell’emisfero occidentale. Nelle sue 33 pagine, introduce quello che ha definito il “Corollario Trump alla Dottrina Monroe”, dove non definisce se uno Stato sia sovrano o meno, ma di che tipo di sovranità conta come legittima per l’ordine emisferico USA.

Senza dubbio, si tratta di un’affermazione ontologica all’interno del regime di eccezione che Trump 2.0 tenta di stabilire in questa parte del mondo.

Perché la legittimità non dipende più dal regime interno né dal rispetto delle norme internazionali, ma dalla sua compatibilità con la catena del valore USA. La SSN lo formula senza ambiguità:

—“Negheremo a competitori non emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali, nel nostro Emisfero” (p. 15).

—“I termini dei nostri accordi (…) devono essere contratti in esclusiva per le nostre imprese” (p. 19).

—“Dobbiamo fare tutto il possibile per espellere le imprese straniere che costruiscono infrastrutture nella regione” (p. 19).

Ciò implica che la sovranità altrui si misura dalla sua capacità di non interferire e, preferibilmente, di facilitare gli interessi vitali degli USA.

Uno Stato può essere pienamente riconosciuto dall’ONU, svolgere elezioni e avere controllo territoriale. Ma se permette a un’impresa cinese di costruire un porto, una miniera o una rete 5G, la sua sovranità diventa funzionalmente illegittima. Sotto questo orizzonte concettuale ci siamo riferiti alla sovranità funzionale in un’analisi speciale sul documento.

Il Venezuela incarna la sfida massima per questa dottrina: è il caso limite. Mantiene alleanze strategiche con Cina, Russia e Iran; controlla risorse critiche senza consegnarne la gestione a capitali allineati; e ha sviluppato meccanismi di scambio che eludono il dollaro e le catene del valore USA.

In questo vuoto strutturale – dove un paese è sovrano secondo il diritto internazionale, ma illegittimo secondo la logica imperiale – qualsiasi misura contro di esso diventa “ragionevole”. Secondo la ragione imposta da Washington, non per analogia ma per relazione funzionale:

—Le sanzioni sono “misure di contenimento”.

—L’assedio economico è “ristabilimento di condizioni minime di stabilità”.

—L’aggressione militare è “prevenzione di minacce”.

E il rapimento di un presidente costituzionale, in questo quadro, non è una violazione della sovranità: è un’operazione tecnica di gestione del rischio. È per questo che la finzione del “Cartel de los Soles” non è più necessaria nel quadro delle giustificazioni violatorie.

Il crollo del petrodollaro

Il nocciolo della questione non sono le riserve petrolifere del Venezuela – sebbene siano di gran lunga le più grandi al mondo –, ma in quale valuta vengono commercializzate. Come sottolinea l’analista Pepe Escobar: “Il cuore della questione non sono le riserve petrolifere del Venezuela di per sé, ma il petrolio denominato in dollari. Stampare carta igienica verde infinita – intrinsecamente senza valore – per finanziare il complesso industriale-militare implica che il dollaro rimanga la valuta di riserva globale, incluso il petrodollaro”.

Il Venezuela, per ottenere un quadro di resistenza alle sanzioni illegali – in modo efficace o meno, è un altro discorso –, ha rotto l’assedio finanziario. L’integrazione nel sistema cinese CIPS, il meccanismo SWIFT che sta iniziando a proporsi come un’alternativa reale al dollaro-centrismo sistemico, creava le condizioni perché il greggio fosse pagato in yuan, rubli o in un paniere garantito dall’oro.

Quel passo non era tecnico, ma la prima vera breccia nel monopolio del dollaro petrolifero dal 1974.

Il petrodollaro è il pilastro materiale del potere USA, insieme all’industria e alla proiezione militare sofferte. Senza di esso, gli USA non possono finanziare il loro deficit (6-7% del PIL), né il loro debito (oltre il 120% del PIL), né la loro spesa militare (1500 miliardi di $ per quest’anno).

Il rapimento di Maduro mirava quindi a fermare la fuga del dollaro nel commercio petrolifero globale, mentre assicurava il controllo su Citgo per consegnarla al fondo avvoltoio finanziario di Paul Singer (Elliot Investment Management). La filiale della PDVSA negli USA, anch’essa sequestrata dal quadro sanzionatorio, è un’infrastruttura critica del potere energetico. La sua consegna fa parte di una riconfigurazione dell’emisfero, in linea con quanto riferito nella SSN.

La finzione finanziario-speculativa e lo scheletro del saccheggio

Il capitalismo contemporaneo, specialmente nella sua variante USA, è entrato in una fase in cui il valore non si produce più principalmente nella sfera produttiva, ma nella speculazione finanziaria.

Dagli anni ’70, e in modo accelerato dopo la crisi del 2008, l’economia degli USA si è smaterializzata: la sua ricchezza si basa su derivati, algoritmi, debito sovrano e la finanziarizzazione della vita quotidiana. Questo processo non crea nuovo valore (in termini marxiani), ma ridistribuisce e anticipa valore futuro attraverso meccanismi fittizi.

Il valore nel capitalismo attuale continua a fondarsi sul lavoro umano; continua ad avere radici materiali. Il paradosso risiede nel fatto che, mentre il capitale finanziario-speculativo, scambiato a New York, si allontana dalla produzione, ha urgentemente bisogno di riappropriarsi di spazi reali di ricchezza materiale per sostenere la sua finzione.

Il Venezuela – con le maggiori riserve petrolifere del mondo, oro, coltan, biodiversità strategica e sovranità energetica – rappresenta un territorio di salvataggio ontologico per un capitale che non sa più come creare valore.

Per questo non si è mai trattato di “liberare” il Venezuela, ma di reintegrare le sue risorse nell’orbita dell’accumulazione USA, privandolo della sua capacità di resistenza.

La storia del capitalismo è stata segnata da cicli di espansione e crisi. Ma oggi il sistema affronta una crisi strutturale di accumulazione: i mercati sono saturi, il saggio di profitto cala e l’innovazione tecnologica non riattiva più la produzione, ma distrugge occupazione e valore, secondo la ricerca dei dati empirici esposti dai ricercatori Güney Işıkara e Patrick Mokre (nel loro libro del 2025 Marx’s Theory of Value at the Frontiers, recensito dall’economista inglese Michael Roberts).

In questo contesto, il capitale non può più espandersi “dall’interno”, ma solo “dall’esterno”: mediante espropriazione, guerra e riconfigurazione forzata delle frontiere. Da questo orizzonte di analisi, Işıkara e Mokre confermano che l’attacco USA contro il Venezuela non è stata un’avventura militare isolata. Vediamo.

Tra il 1990 e il 2020, 70 trilioni di $ – il 5,9% del prodotto globale annuale nelle industrie produttive – sono stati trasferiti dal Sud Globale al nucleo imperialista, con USA e Giappone come principali beneficiari. Messico, Brasile, Indonesia e Russia sono grandi “donatori netti” di valore. Questo trasferimento non è dovuto solo allo sfruttamento del lavoro, ma anche a differenze nella composizione organica del capitale (tecnologia, produttività).

Tuttavia, il caso del Venezuela è diverso: nazionalizzando le sue risorse e resistendo alla logica estrattivista neoliberale, è diventato un ostacolo definitivo per la riproduzione del capitale occidentale. Non solo non consegna valore; lo trattiene. Per questo, l’unico modo per reintegrarlo nel circuito di accumulazione è mediante la forza o il cambio di regime (qualcosa che non è riuscito a concretizzare con il rapimento del presidente Maduro).

Sotto questo quadro, lo spiegamento militare nei Caraibi è, essenzialmente, la materializzazione della logica del capitale USA nella sua fase terminale; quando non può più negoziare, ma solo imporre il suo regime di eccezione: Washington vince solo perché è più predatore.

Il Venezuela, rifiutandosi di essere uno “spazio di sfruttamento”, è diventato un ostacolo sistemico. La sua eliminazione – politica, giuridica, fisica, come possibilità di alternativa – era una necessità strutturale del capitale imperialista nella sua fase terminale.

E qui risiede il paradosso letale: più gli USA esigono che gli altri siano “funzionali”, più evidente diventa la loro stessa disfunzione. La loro economia dipende da deficit insostenibili; la loro classe media, da cui dipende la stabilità interna, è polverizzata; la loro coesione politica, fratturata da un’oligarchia tecnocratica che governa attraverso algoritmi e fondi di investimento.

Il discorso di America First rivela, in fondo, una profonda insicurezza: è la voce di chi teme di perdere il controllo. Per questo, Trump (e Rubio e Miller e ecc.) cercava un colpo di scena che potesse sollevare il proprio animo narcisistico.

La debacle civilizzatoria

Ma al di là dell’economico, l’operazione del 3 gennaio rivela qualcosa di ancora più grave: il collasso civilizzatorio del progetto USA.

Trump, Rubio e Hegseth non hanno invocato la Carta dell’ONU, né il diritto internazionale, neppure il pretesto del “libero commercio”. Lo hanno giustificato con una retorica apocalittica, con le etichette removibili del narcotraffico, del terrorismo e delle “minacce imminenti”.

Questa retorica è il linguaggio di una potenza che ha perso la sua bussola, che non sa più che futuro offrire al mondo; nemmeno ai suoi stessi cittadini.

E dietro la retorica, c’è la pratica: oltre 100 persone assassinate nei Caraibi – tra venezuelani, colombiani, trinidadiani, ecc. – senza processo, senza testimoni, senza base legale; l’uso di droni, bombardieri e marine senza autorizzazione del Congresso; l’invenzione della categoria di “combattenti illegali” per eludere le Convenzioni di Ginevra. Si tratta di esecuzioni extragiudiziali coperte dal pretesto della “guerra al narcotraffico”, ma che nella pratica costituiscono operazioni di carattere militare dirette dall’alto livello politico USA.

E l’attacco contro il Venezuela rappresenta la logica ultima di un sistema senza progetto: quando non può più sedurre, intimidisce; se non può più convincere, elimina.

Perché, a ben vedere, gli USA affrontano una crisi di legittimità civilizzatoria. Il capitalismo USA ha promesso democrazia, progresso e benessere, ma ha generato disuguaglianza estrema, razzismo sistemico, distruzione ecologica e una cultura dell’individualismo predatore. La classe media si disintegra; la speranza di vita diminuisce; la salute mentale collassa. Il modello non seduce nemmeno nel suo stesso territorio.

Di fronte a questa perdita di egemonia culturale, l’establishment ricorre a una religione sostitutiva: il nazionalismo imperiale. La “Dottrina Donroe” e il MAGA sono slogan politici, sì, ma soprattutto riti di lutto per una grandezza perduta. In questo contesto, il Venezuela diventa il capro espiatorio perfetto: la sua demonizzazione e minaccia di distruzione permette – in teoria – di riunificare simbolicamente una società fratturata.

Questa logica si esprime in una razionalità necropolitica (prendendo nuovamente il concetto di Achille Mbembe): il potere non gestisce più la vita, ma decide chi può essere incarcerato senza processo, rapito senza diritti o bombardato senza giustificazione. Niente di quanto accaduto il 3 gennaio è stato un incidente isolato, ma la normalizzazione dell’eccezione. La politica estera USA è diventata una terapia collettiva per una civiltà in lutto, dove ogni minaccia militare è un atto di fede in un potere che non crede più in se stesso: solo nella forza, e da qui il pericoloso (che è già tanto da dire).

Soprattutto, di fronte all’oligofrenia di un riccone narcisista installato nella Casa Bianca che incarna perfettamente la disperazione imperiale.

Lo specchio rotto

Il 3 gennaio non è stato un “colpo di stato riuscito”: lo possiamo verificare nelle strade del Venezuela, nella stabilità politica fornita dalla continuità amministrativa dello Stato con la presidentessa (ad interim) Delcy Rodríguez alla guida. Ma è stata la prima esecuzione pubblica del Corollario Trump, al di là del dispiegamento caraibico: una dottrina che sostituisce la sovranità giuridica con la sovranità funzionale, il diritto internazionale con la gestione tecnica del rischio e la diplomazia con la coercizione strutturale.

In quell’atto di forza, gli USA hanno rivelato la loro più profonda debolezza: non può più imporre il suo ordine mediante il consenso, nemmeno mediante la paura sostenuta. Ha bisogno di rapire presidenti, assassinare civili a man salva e fabbricare nemici esistenziali per mantenere l’illusione del controllo.

Sotto questo regime di realismo imperiale, il Venezuela costituisce un’eccezione storica – imperfetta, contraddittoria, ma reale – che è riuscita, contro ogni previsione, a mantenere il controllo statale sulle sue risorse strategiche.

Ciò che rappresenta un pericolo per gli interessi USA e per l’ordine predatore che ha sostenuto il capitale occidentale per decenni.

Potremmo affermare, senza sospetto demagogico o meramente propagandistico, che non si temeva Maduro, ma che il suo esempio si moltiplicasse.

E in ciò, il fallimento è già scritto: finché il Venezuela continuerà a esistere – ripetiamo: come possibilità di alternativa –, l’ordine funzionale dell’impero decadente non sarà completo.


Geopolítica, economía, petróleo y colapso civilizatorio

Análisis especial: el 3 de enero y la racionalidad imperial contra Venezuela

 

Los sucesos del sábado 3 de enero son archiconocidos; por ende, no haremos una reseña de los acontecimientos. Más bien, apuntaremos las razones de fondo del ataque estadounidense en suelo venezolano y secuestro del presidente Nicolás Maduro y la primera dama Cilia Flores.

Más allá de la condena ética, persiste una pregunta necesaria: ¿Por qué EE.UU. llegó al extremo de tomar una decisión de esta magnitud en pleno siglo XXI, a todas luces nocivo vistos los resultados políticos tanto en el país norteamericano como en Venezuela?

La respuesta no está en los discursos de Trump (“vamos a gestionar Venezuela”) ni en los eslóganes de Pete Hegseth y MarcoRubio. Más bien se pueden argumentar varias respuestas, todas nucleadas alrededor de un documento que anunció las acciones estadounidenses con frialdad técnica semanas antes: la Estrategia de Seguridad Nacional 2025 (ESN).

El Corolario Trump: cuando la soberanía es una oferta coercitiva

La ESN es un acto político que reconfigura las reglas del juego en el hemisferio occidental. En sus 33 páginas, introduce lo que ha llamado el “Corolario Trump a la Doctrina Monroe”, donde no define si un Estado es soberano o no, sino de qué tipo de soberanía cuenta como legítima para el orden hemisférico estadounidense.

Sin duda, se trata de una afirmación ontológica dentro del régimen de excepción que Trump 2.0 intenta establecer en esta parte del mundo.

Porque la legitimidad ya no depende del régimen interno ni del cumplimiento de normas internacionales, sino de su compatibilidad con la cadena de valor estadounidense. La ESN lo formula sin ambigüedades:

  • “Negaremos a competidores no hemisféricos la capacidad de posicionar fuerzas u otras capacidades amenazantes, o de poseer o controlar activos estratégicamente vitales, en nuestro Hemisferio” (p. 15).
  • “Los términos de nuestros acuerdos (…) deben ser contratos de fuente única para nuestras empresas” (p. 19).
  • “Debemos hacer todo lo posible por expulsar a empresas extranjeras que construyan infraestructura en la región” (p. 19).

Esto implica que la soberanía de otros se mide por su capacidad para no interferir y, preferiblemente, facilitar los intereses vitales de EE.UU.

Un Estado puede ser plenamente reconocido por la ONU, celebrar elecciones y tener control territorial. Pero si permite que una empresa china construya un puerto, una mina o una red 5G, su soberanía se vuelve funcionalmente ilegítima. Bajo este horizonte conceptual nos hemos referido con la soberanía funcional en un análisis especial sobre el documento.

Venezuela encarna el desafío máximo para esta doctrina: es el caso-límite. Mantiene alianzas estratégicas con China, Rusia e Irán; controla recursos críticos sin entregar su gestión a capitales alineados; y ha desarrollado mecanismos de intercambio que eluden el dólar y las cadenas de valor estadounidenses.

En este vacío estructural —donde un país es soberano según el derecho internacional, pero ilegítimo según la lógica imperial— cualquier medida contra él se vuelve “razonable”. Según la razón impuesta por Washington, no por analogía sino por relación funcional:

  • Las sanciones son “medidas de contención”.
  • El cerco económico es “restablecimiento de condiciones mínimas de estabilidad”.
  • La agresión militar es “prevención de amenazas”.

Y el secuestro de un presidente constitucional, en este marco, no es una violación de la soberanía: es una operación técnica de gestión del riesgo. Es por esto por lo que la ficción del “Cartel de los Soles” ya no es necesaria en el marco de las justificaciones violatorias.

El derrumbe del petrodólar

El quid de la cuestión no son las reservas petroleras de Venezuela —aun siendo las más grandes del mundo, por lejos—, sino en qué moneda se comercian. Como señala el analista Pepe Escobar: “El corazón del asunto no son las reservas petroleras de Venezuela per se, sino el petróleo denominado en dólares. Imprimir papel higiénico verde infinito —intrínsecamente sin valor— para financiar el complejo industrial-militar implica que el dólar siga siendo la moneda de reserva global, incluido el petrodólar”.

Venezuela, para lograr un marco de resistencia a las sanciones ilegales —de manera efectiva o no, es otra discusión—, rompió el cerco financiero. La integración al sistema chino CIPS, el mecanismo SWIFT que está comenzando a proyectar como una alternativa real al dolarcentrismo sistémico, creaba las condiciones para que el crudo se pagara en yuanes, rublos o una cesta respaldada por oro.

Ese paso no era técnico, sino la primera brecha real en el monopolio del dólar petrolero desde 1974.

El petrodólar es el pilar material del poder estadounidense, junto con la industria y proyección militar padecida. Sin aquel, EE.UU. no puede financiar su déficit (6-7% del PIB), ni su deuda (más del 120 % del PIB), ni su gasto militar (1,5 billones de dólares para este año).

El secuestro de Maduro así buscaba detener la fuga del dólar en el comercio petrolero global, mientras aseguraba el control sobre Citgo para entregarla al fondo del buitre financiero Paul Singer (Elliot Investment Management). La filial de PDVSA en EE.UU., asimismo secuestrada por el marco sancionatorio, es una infraestructura crítica de poder energético. Su entrega forma parte de una reconfiguración del hemisferio, a tono con lo referido en la ESN.

La ficción financiera-especulativa y el esqueleto del saqueo

El capitalismo contemporáneo, especialmente en su variante estadounidense, ha entrado en una fase en la que el valor ya no se produce principalmente en la esfera productiva, sino en la especulación financiera.

Desde los años 1970, y de forma acelerada tras la crisis de 2008, la economía de EE.UU. se ha desmaterializado: su riqueza se basa en derivados, algoritmos, deuda soberana y la financiarización de la vida cotidiana. Este proceso no crea valor nuevo (en términos marxianos), sino que redistribuye y anticipa valor futuro mediante mecanismos ficticios.

El valor en el capitalismo actual sigue estando fundado en el trabajo humano; continúa teniendo raíces materiales. La paradoja radica en que, mientras el capital financiero-especulativo, transado en Nueva York, se aleja de la producción, necesita con urgencia reapropiarse de espacios reales de riqueza material para sostener su ficción.

Venezuela —con las mayores reservas petroleras del mundo, oro, coltán, biodiversidad estratégica y soberanía energética— representa un territorio de rescate ontológico para un capital que ya no sabe cómo crear valor.

Por ello nunca se ha tratado de “liberar” a Venezuela, sino de reintegrar sus recursos a la órbita de la acumulación estadounidense, despojándola de su capacidad de resistencia.

La historia del capitalismo ha estado marcada por ciclos de expansión y crisis. Pero hoy el sistema enfrenta una crisis estructural de acumulación: los mercados están saturados, la tasa de ganancia cae y la innovación tecnológica ya no reactiva la producción, sino que destruye empleo y valor, según la investigación de los datos empíricos expuestos por los investigadores Güney Işıkara y Patrick Mokre (en su libro de 2025 Marx’s Theory of Value at the Frontiers, reseñado por el economista inglés Michael Roberts).

En este contexto, el capital ya no puede expandirse “por dentro”, sino solo “por fuera”: mediante desposesión, guerra y reconfiguración forzada de fronteras. De este horizonte de análisis, Işıkara y Mokre confirman que el ataque estadounidense contra Venezuela no fue una aventura militar aislada. Veamos.

Entre 1990 y 2020, 70 billones de dólares —el 5,9 % del producto global anual en industrias productivas— se transfirieron del Sur Global al núcleo imperial, con EE.UU. y Japón como principales beneficiarios. México, Brasil, Indonesia y Rusia son grandes “donantes netos” de valor. Esta transferencia no se debe solo a la explotación laboral, sino también a diferencias en la composición orgánica del capital (tecnología, productividad).

Sin embargo, el caso de Venezuela es distinto: al nacionalizar sus recursos y resistir la lógica extractivista neoliberal, se ha convertido en un obstáculo definitorio para la reproducción del capital occidental. No solo no entrega valor; lo retiene. Por eso, la única forma de reintegrarlo al circuito de acumulación es mediante la fuerza o el cambio de régimen (algo que no logró concretar con el secuestro del presidente Maduro).

Bajo este marco, el despliegue militar en el Caribe es, esencialmente, la materialización de la lógica del capital estadounidense en su fase terminal; cuando ya no puede negociar, sino imponer su régimen de excepción: Washington solo gana porque es más depredador.

Venezuela, al negarse a ser un “espacio de explotación”, se convirtió en un obstáculo sistémico. Su eliminación —política, jurídica, física, como posibilidad de alternativa— era una necesidad estructural del capital imperial en su fase terminal.

Y aquí radica la paradoja letal: cuanto más exige EE.UU. que otros sean “funcionales”, más evidente se vuelve su propia disfunción. Su economía depende de déficits insostenibles; su clase media, de la que depende su estabilidad interna, está pulverizada; su cohesión política, fracturada por una oligarquía tecnocrática que gobierna desde los algoritmos y los fondos de inversión.

El discurso de America First revela, en el fondo, una profunda inseguridad: es la voz de quien teme perder el control. Por ello, Trump (y Rubio y Miller y etc.) buscaba un golpe de efecto que pudiera soliviantar el propio ánimo narcisista.

La debacle civilizatoria

Pero más allá de lo económico, la operación del 3 de enero revela algo aún más grave: el colapso civilizatorio del proyecto estadounidense.

Trump, Rubio y Hegseth no invocaron la Carta de la ONU, ni el derecho internacional, ni siquiera el pretexto del “libre comercio”. Lo justificaron con una retórica apocalíptica, con las etiquetas removibles del narcotráfico, el terrorismo y las “amenazas inminentes”.

Esta retórica es el lenguaje de una potencia que ha perdido su brújula, que ya no sabe qué futuro ofrecer al mundo; ni siquiera a sus propios ciudadanos.

Y detrás de la retórica, está la práctica: más de 100 personas asesinadas en el Caribe —entre venezolanos, colombianos, trinitenses, etc.— sin juicio, sin testigos, sin base legal; el uso de drones, bombarderos y marines sin autorización del Congreso; la invención de la categoría de “combatientes ilegales” para evadir las Convenciones de Ginebra. Se trata de ejecuciones extrajudiciales encubiertas bajo el pretexto de la “guerra contra el narcotráfico”, pero que en la práctica constituyen operaciones de carácter militar dirigidas desde el alto nivel político estadounidense.

Y el ataque contra Venezuela representa la lógica última de un sistema sin proyecto: cuando ya no puede seducir, intimida; si ya no puede convencer, elimina.

Porque, a todas luces, EE.UU. enfrenta una crisis de legitimidad civilizatoria. El capitalismo estadounidense prometió democracia, progreso y bienestar, pero ha generado desigualdad extrema, racismo sistémico, destrucción ecológica y una cultura del individualismo depredador. La clase media se desintegra; la esperanza de vida disminuye; la salud mental colapsa. El modelo ya no seduce ni siquiera en su propio territorio.

Frente a esta pérdida de hegemonía cultural, el establishment recurre a una religión sustituta: el nacionalismo imperial. La “Doctrina Donroe” y el MAGA son consignas políticas, sí, pero sobre todo ritos de duelo por una grandeza perdida. En este contexto, Venezuela se convierte en el chivo expiatorio perfecto: su demonización y amenaza de destrucción permite —en teoría— reunificar simbólicamente a una sociedad fracturada.

Esta lógica se expresa en una racionalidad necropolítica (tomando nuevamente el concepto de Achille Mbembe): el poder ya no gestiona la vida, sino que decide quién puede ser encarcelado sin juicio, secuestrado sin derechos o bombardeado sin justificación. Nada de lo ocurrido el 3 de enero fue un incidente aislado, sino la normalización de la excepción. La política exterior estadounidense se ha convertido en terapia colectiva para una civilización en duelo, donde cada amenaza militar es un acto de fe en un poder que ya no cree en sí mismo: solo en la fuerza, y de ahí lo peligroso (que ya es mucho decir).

Sobre todo, frente a la oligofrenia de un ricachón narcisista instalado en la Casa Blanca que encarna a la perfección la desesperación imperial.

El espejo roto

El 3 de enero no fue un “golpe exitoso”: lo podemos comprobar en las calles de Venezuela, en la estabilidad política provista por la continuidad administrativa del Estado con la presidenta (e) Delcy Rodríguez al frente. Pero sí fue la primera ejecución pública del Corolario Trump, más allá del despliegue caribeño: una doctrina que reemplaza la soberanía jurídica por la soberanía funcional, el derecho internacional por la gestión técnica del riesgo y la diplomacia por la coerción estructural.

En ese acto de fuerza, EE.UU. reveló su debilidad más profunda: ya no puede imponer su orden mediante el consenso, ni siquiera mediante el miedo sostenido. Necesita secuestrar presidentes, asesinar civiles a mansalva y fabricar enemigos existenciales para mantener la ilusión de control.

Bajo este régimen de realismo imperial, Venezuela constituye una excepción histórica —imperfecta, contradictoria, pero real— que ha logrado, contra todo pronóstico, mantener el control estatal sobre sus recursos estratégicos.

Lo que representa un peligro para los intereses estadounidenses y para el orden depredador que ha sostenido al capital occidental durante décadas.

Podríamos afirmar, sin sospecha demagógica o meramente propagandística, que no se temía a Maduro, sino a que su ejemplo se multiplicase.

Y en eso, el fracaso ya está escrito: mientras Venezuela siga existiendo —repetimos: como posibilidad de alternativa—, el orden funcional del imperio decadente no estará completo.

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