Un’ora senza X: cosa è successo alla conversazione pubblica a Cuba

Osservatorio dei Media di Cubadebate

Il 16 gennaio 2026, poco dopo la conclusione della Marcia del Popolo Combattente sul Malecón dell’Avana, X (ex Twitter) ha smesso di funzionare durante un’ora chiave della mattina.

X non stava attraversando un evento isolato. Negli ultimi mesi ha registrato altre interruzioni rilevanti, alcune anche di portata internazionale e senza una spiegazione pubblica convincente da parte dell’azienda. La ripetizione di interruzioni disegna un modello di instabilità che rafforza l’idea di base che, quando una piattaforma diventa infrastruttura dello scenario digitale, la sua fragilità cessa di essere una questione tecnica e passa ad essere un problema sociale.

A Cuba, il grafico delle menzioni per fascia oraria fornisce una prova semplice e schiacciante del blackout mondiale del 16 gennaio, che ha colpito anche il nostro Paese.

Tra le 10 e le 11 del mattino, il volume di attività sulla piattaforma è crollato bruscamente e, nell’ora successiva, ha recuperato valori alti, coerenti con la dinamica degli utenti nazionali che condividevano immagini e video del tributo di massa ai combattenti cubani caduti in Venezuela durante l’aggressione USA a quel Paese.

“Menzioni a X da utenti nazionali cubani, 16 gennaio 2026. Grafico ottenuto con BrandWatch

Questo disegno è tipico di un’interruzione di servizio. Quando la piattaforma cade, la conversazione si interrompe. Significa che, nel momento di maggiore circolazione di contenuti da Cuba, hanno smesso di fluire messaggi, testimonianze e interpretazioni che normalmente circolano attraverso quel canale, molto utilizzato dagli utenti nazionali che assistevano ai tributi in tutto il Paese.

In una nazione sottoposta a multiple forme di assedio —economico, finanziario e anche informativo— quel silenzio tecnico ha effetti immediati. Coordinarsi in rete diventa più difficile, verificare richiede più tempo e la voce corre con vantaggio.

Il blackout del 16 gennaio su X arriva in un momento in cui la piattaforma si è consolidata come infrastruttura di comunicazione politicizzata, e in cui il suo “centro di gravità” si è spostato verso la destra radicale USA e i suoi satelliti. Come ha descritto il giornale digitale POLITICO, l’ecosistema di X sotto Elon Musk è cambiato non solo per decisioni di gestione, ma per la sua logica interna.

Gli algoritmi, gli incentivi e la cultura della piattaforma favoriscono un tipo di conversazione che premia la provocazione, il clip virale e il conflitto permanente. Questa deriva non è una questione domestica degli USA. Colpisce direttamente paesi come Cuba, dove la disputa per la visibilità non è una metafora, ma una necessità quotidiana per un paese che affronta il blocco algoritmico, limiti alla priorità dei suoi contenuti, campagne coordinate e ambienti ostili che operano come filtri politici.

Come una piattaforma modella la realtà

Per capire perché un’interruzione di un’ora possa avere conseguenze sociali e politiche, conviene seguire la catena completa dei meccanismi che fa operare X come un attore di potere e che descrive in modo molto chiaro l’articolo di POLITICO, pubblicato appena due giorni fa:

Schema semplificato di come una piattaforma digitale converte decisioni tecniche in effetti politici

1)Algoritmo: la priorità dello spettacolo

X promuove un’architettura di consumo rapido: video breve, audio, frasi incisive, con meno ricompense per link, lettura ponderata o argomentazione. Il risultato è una conversazione con poco ossigeno per le sfumature e molta disponibilità per lo scontro tra gli utenti.

2)Incentivi: guadagnare attenzione, anche degradando il dibattito

Se ciò che l’algoritmo premia è il contenuto breve ed emotivo, gli utenti imparano in fretta. Il messaggio più redditizio non è il più vero, ma quello che mobilita meglio indignazione, burla o paura. In quell’economia dell’attenzione, l’informazione “utile” compete in svantaggio rispetto alla messa in scena.

3)Attori dominanti: chi converte la polarizzazione in affare

Quell’ambiente favorisce influenzatori politici, account iperattivi, reti di amplificazione e una presenza rilevante di bot e account coordinati. POLITICO racconta un effetto paradossale delle misure “antibot” introdotte da X: nel rendere visibile il Paese di origine degli account, la piattaforma ha lasciato scoperto che una parte rilevante dell’amplificazione pro-MAGA procedeva dall’esterno degli USA. Qualcosa di simile ha dimostrato l’Osservatorio dei Media di Cubadebate, con profili che operano nell’ecosistema digitale nazionale, ma si alimentavano dall’estero, fondamentalmente dagli USA.

L’iniziativa di X, presentata come un meccanismo di controllo, non ha ridotto il rumore, ma ha rivelato fino a che punto la conversazione politica su quella piattaforma può essere gonfiata da dinamiche transnazionali che distorcono la percezione del consenso reale.

Per Cuba questo significa qualcosa di molto concreto. Quando l’ecosistema dominante è ostile, la piattaforma diventa un terreno inclinato, dove la narrativa cubana arriva meno, arriva peggio o già inquadrata dall’avversario.

4)Poca coesione: il conflitto come stato permanente

Secondo POLITICO, la destra USA inizia a sperimentare i costi della sua egemonia su X, perché sempre più si esprimono fratture interne, guerre tra influenzatori, rumore cospirativo e una conversazione che “distorce percezioni” e rende difficili gli obiettivi politici. In termini sociali, l’effetto si traduce in una carente coesione della sfera pubblica: quando ciò che circola è l’attacco, la caricatura o il sospetto, si erode la possibilità di deliberazione e aumenta il logoramento sociale.

5)Policy: quando il virale diventa agenda di governo

Se X è dominata da comunità ideologicamente ostili, la conversazione può alimentare climi politici che finiscono per giustificare sanzioni, misure di pressione, operazioni di demonizzazione o narrative di “mano dura”. Non c’è bisogno di cospirazione: bastano incentivi progettati per amplificare l’estremo e governi che confondono “tendenza” con “opinione pubblica”.

POLITICO cita un caso illustrativo, un video virale diffuso su X su una presunta frode nel sistema di benessere sociale in Minnesota, che non è rimasto nella sfera digitale, ma ha finito per generare una risposta istituzionale concreta negli USA, con la creazione di un nuovo incarico orientato a combattere quel tipo di frode. L’episodio mostra come la viralità sulla piattaforma possa diventare un segnale politico per governi che confondono tendenza digitale con preoccupazione sociale reale.

Silenzio, migrazione e vulnerabilità

Nell’ora di caduta di X, la reazione sociale tipica non è che il dibattito scompaia, ma che si sposti e, spesso, si degradi. Nel grafico che segue, si osserva come gli utenti di Internet di tutto il mondo abbiano cercato informazioni sulla piattaforma X durante l’ora di blackout del 16 gennaio 2026:

Ricerche degli utenti nel mondo della parola ‘X’ su Google durante il blackout del 16 gennaio 2026. Fonte: Google Trends

A Cuba, dove l’accesso a internet combina limitazioni di dati, interruzioni e una forte concentrazione del consumo informativo su poche piattaforme, X agisce come una piazza pubblica accelerata, che concentra allarmi, interpretazione immediata dei fatti, e soprattutto la possibilità che una voce venga discussa, contrastata e, nel migliore dei casi, corretta di fronte a un pubblico ampio. Quando quella piazza si spegne, la conversazione non si estingue, ma esce per canali sotterranei.

Quel trasferimento di solito prende la forma di una migrazione verso servizi di messaggeria e canali chiusi. WhatsApp e Telegram diventano “sostituti” funzionali: gruppi di familiari e lavoro, canali politici, liste di diffusione, screenshot inoltrati, audio esplicativi e “riassunti” elaborati da chi è riuscito a vedere qualcosa prima dell’interruzione o da chi ha altre fonti.

Il problema è che quella sostituzione è imperfetta. In un circuito chiuso, il contenuto circola più velocemente, ma si valida peggio; ciò che importa non è l’evidenza, ma la fiducia interpersonale (“me l’ha mandato qualcuno”), la ripetizione (“già inoltrato da diversi”) o l’autorità informale del nodo che lo distribuisce.

Qui appare la vulnerabilità specifica: su X, la sfera aperta offre —con tutti i suoi difetti— un meccanismo di correzione sociale, in cui qualcuno può rispondere pubblicamente, fornire un dato, contraddire una cifra, collegare una fonte, esibire incongruenze.

Nei canali chiusi, la correzione esiste, ma è più lenta e frammentata. La menzogna può viaggiare con vantaggio perché non ha bisogno di esposizione pubblica né di confutazione visibile: basta che circoli. Inoltre, la migrazione verso la messaggeria rende difficile il monitoraggio della conversazione, perché il dibattito si “atomizza” in centinaia o migliaia di gruppi. In termini pratici, è come se una discussione pubblica passasse, all’improvviso, da una piazza con megafoni a una rete di corridoi.

In un ambiente già condizionato dal blocco algoritmico —cioè da una visibilità asimmetrica dove certi contenuti e attori tendono a rimanere penalizzati, deprioritizzati o incapsulati— il blackout produce un doppio effetto. Primo, taglia la capacità di risposta pubblica: smentire, contestualizzare e spiegare cessa di essere immediato. Secondo, trasferisce il peso della conversazione a circuiti chiusi dove la voce incontra meno attrito e la verifica è più costosa.

Per questo, un’ora senza X non è solo un’ora senza pubblicazioni. È un’ora in cui si sospende —temporaneamente— una parte del meccanismo che permette alla società di confrontare versioni in uno spazio comune. A Cuba, dove la disputa per il racconto è solitamente attraversata da pressioni esterne e campagne di disinformazione, quella sospensione non è neutrale; cambia l’equilibrio tra informazione, voce e capacità di risposta.

La dipendenza è anche un problema politico

La lettura rapida del 16 gennaio è quasi automatica: “è caduta un’app”. Ma quella frase nasconde l’essenziale. X non è un’applicazione in più. Quando quell’infrastruttura fallisce, si interrompe una parte dello spazio pubblico.

Lì appare il nucleo politico del problema. L’infrastruttura di comunicazione globale che sostiene buona parte della conversazione contemporanea è privata, opaca e governata da incentivi che non sono democratici. Le regole del gioco —cosa si vede, cosa si nasconde, cosa si premia, cosa si penalizza— non si decidono nei parlamenti, né in processi pubblici di rendicontazione. Si decidono in comitati interni, cambi di algoritmo, politiche di moderazione, decisioni aziendali e, sempre di più, orientamenti ideologici. Nella pratica, questo significa che la cittadinanza abita uno spazio di dibattito il cui “terreno” può muoversi senza preavviso.

Per un Paese come Cuba, questa vulnerabilità ha un plus. La dipendenza tecnologica non si misura solo in cavi, antenne o copertura, ma in piattaforme e nelle condizioni di accesso che queste impongono. Se una piattaforma diventa un terreno ostile —per pregiudizi di progettazione, per blocchi algoritmici, per campagne di amplificazione esterna o per riconfigurazione ideologica del suo ecosistema— il risultato è una forma di disuguaglianza comunicazionale.

Questa è la ragione per cui la sinistra non può limitarsi a “essere presente” nelle reti, come se bastasse aprire account e pubblicare. La presenza senza strategia è dipendenza. Ciò di cui si ha bisogno è resilienza comunicazionale, che implica tre livelli molto concreti:

1-Diversificare i canali: non concentrare la circolazione di messaggi su una sola piattaforma. L’esperienza mostra che, quando cade il nodo principale, la conversazione non scompare; si sposta. Ma se lo spostamento non è previsto, il risultato è disordine, perdita di coerenza e maggiore vulnerabilità alla disinformazione.

2-Rafforzare reti proprie e comunitarie: media, bollettini, liste, spazi di comunicazione sostenuta, archivi dove il contenuto non dipenda da un solo canale. Non si tratta di abbandonare le piattaforme, ma di ridurre il ricatto implicito di “se qui non esisti, non esisti”.

3-Alfabetizzazione mediatica e capacità di analisi critica: capire come circola l’informazione, quali incentivi la deformano, quando si rompe la tracciabilità e come si monitora l’impatto reale. In un ecosistema dove la viralità può diventare agenda politica, la lettura critica cessa di essere una virtù culturale e diventa una necessità civica.

La conclusione è scomoda ma semplice: quando una piattaforma cade, non vediamo solo un guasto tecnico, ma un fatto politico. Una parte della nostra conversazione collettiva dipende da aziende private USA, i cui criteri possono cambiare da un giorno all’altro e le cui crisi —tecniche o ideologiche— hanno conseguenze sociali immediate.

Il blackout di X del 16 gennaio evidenzia che la sovranità comunicazionale, oggi, non si gioca unicamente nell’accesso a internet, ma nella struttura di potere delle piattaforme che organizzano ciò che il mondo vede, crede e decide.


Una hora sin X: qué pasó con la conversación pública en Cuba

Por: Observatorio de Medios de Cubadebate

 

El 16 de enero de 2026, poco después de concluir la Marcha del Pueblo Combatiente en el Malecón habanero, X (antes Twitter) dejó de funcionar durante una hora clave de la mañana.

X no atravesaba un hecho aislado. En los últimos meses ha registrado otras interrupciones relevantes, algunas también de alcance internacional y sin una explicación pública convincente por parte de la empresa. La repetición de caídas dibuja un patrón de inestabilidad que refuerza la idea básica de que, cuando una plataforma se convierte en infraestructura del escenario digital, su fragilidad deja de ser un asunto técnico y pasa a ser un problema social.

En Cuba, la gráfica de menciones por franja horaria aporta una evidencia simple y contundente del apagón mundial del 16 de enero, que también afectó a nuestro país.

Entre las 10 y las 11 de la mañana, el volumen de actividad en la plataforma se desplomó abruptamente y, en la hora siguiente, recuperó valores altos, coherentes con la dinámica de usuarios nacionales que compartían imágenes y videos del multitudinario homenaje a los combatientes cubanos caídos en Venezuela durante la agresión de Estados Unidos a ese país.

Menciones a X de usuarios nacionales cubanos, el 16 de enero de 2026. Gráfica obtenida con BrandWatch.

Ese dibujo es típico de una interrupción de servicio. Cuando la plataforma cae, la conversación se corta. Significa que, en el momento de mayor circulación de contenidos desde Cuba, dejaron de fluir mensajes, testimonios e interpretaciones que normalmente circulan por ese canal, muy utilizado por usuarios nacionales que asistían a los homenajes en todo el país.

En una nación sometida a múltiples formas de cerco —económico, financiero y también informativo— ese silencio técnico tiene efectos inmediatos. Coordinar en la red se vuelve más difícil, verificar toma más tiempo y el rumor va con ventaja.

El apagón del 16 de enero en X llega en un momento en que la plataforma se ha consolidado como infraestructura de comunicación politizada, y en que su “centro de gravedad” se ha desplazado hacia la derecha radical estadounidense y sus satélites. Como ha descrito el diario digital POLITICO, el ecosistema de X bajo Elon Musk no solo cambió por decisiones de gestión, sino por su lógica interna.

Los algoritmos, los incentivos y la cultura de plataforma favorecen un tipo de conversación que premia la provocación, el clip viral y el conflicto permanente. Esa deriva no es un asunto doméstico de Estados Unidos. Afecta directamente a países como Cuba, donde la disputa por la visibilidad no es una metáfora, sino una necesidad cotidiana para un país que enfrenta bloqueo algorítmico, límites a la prioridad de sus contenidos, campañas coordinadas y entornos hostiles que operan como filtros políticos.

Cómo una plataforma moldea la realidad

Para entender por qué un corte de una hora puede tener consecuencias sociales y políticas, conviene seguir la cadena completa de mecanismos que hace operar a X como un actor de poder y que describe de modo muy diáfano el artículo de POLITICO, publicado hace apenas dos días:

Esquema simplificado de cómo una plataforma digital convierte decisiones técnicas en efectos políticos.

1) Algoritmo: la prioridad del espectáculo

X impulsa una arquitectura de consumo rápido: video corto, audio, frases contundentes, con menos recompensas para enlaces, lectura pausada o argumentación. El resultado es una conversación con poco oxígeno para matices y mucha disponibilidad para el encontronazo entre los usuarios.

2) Incentivos: ganar atención, aunque sea degradando el debate

Si lo que el algoritmo premia es el contenido corto y emocional, los usuarios aprenden rápido. El mensaje más rentable no es el más verdadero, sino el que mejor moviliza indignación, burla o miedo. En esa economía de la atención, la información “útil” compite en desventaja frente a la puesta en escena.

3) Actores dominantes: quiénes convierten la polarización en negocio

Ese entorno favorece a influenciadores políticos, cuentas hiperactivas, redes de amplificación y a una presencia relevante de bots y cuentas coordinadas. POLITICO relata un efecto paradójico de las medidas “antibots” introducidas por X: al hacer visible el país de origen de las cuentas, la plataforma dejó al descubierto que una parte relevante de la amplificación pro-MAGA procedía desde fuera de Estados Unidos. Algo similar demostró el Observatorio de Medios de Cubadebate, con perfiles que operan en el ecosistema digital nacional, pero se alimentaban desde el exterior, fundamentalmente desde Estados Unidos.

La iniciativa de X, presentada como un mecanismo de control, no redujo el ruido, pero sí reveló hasta qué punto la conversación política en esa plataforma puede estar inflada por dinámicas transnacionales que distorsionan la percepción del consenso real.

Para Cuba esto significa algo muy concreto. Cuando el ecosistema dominante es hostil, la plataforma se convierte en un terreno inclinado, donde la narrativa cubana llega menos, llega peor o ya enmarcada por el adversario.

4) Poca cohesión: el conflicto como estado permanente

Según POLITICO, la derecha estadounidense empieza a experimentar los costos de su hegemonía en X, porque cada vez más se expresan fracturas internas, guerras de influenciadores, ruido conspirativo y una conversación que “distorsiona percepciones” y dificulta objetivos políticos. En términos sociales, el efecto se traduce en deficiente cohesión de la esfera pública: cuando lo que circula es el ataque, la caricatura o la sospecha, se erosiona la posibilidad de deliberación y aumenta el desgaste social.

5) Policy: cuando lo viral se convierte en agenda de gobierno

Si X está dominada por comunidades ideológicamente hostiles, la conversación puede alimentar climas políticos que terminan justificando sanciones, medidas de presión, operaciones de demonización o narrativas de “mano dura”. No hace falta conspiración: basta con incentivos diseñados para amplificar lo extremo y con gobiernos que confunden “tendencia” con “opinión pública”.

POLITICO cita un caso ilustrativo, un video viral difundido en X sobre un supuesto fraude en el sistema de bienestar social en Minnesota, que no se quedó en la esfera digital, sino que terminó generando una respuesta institucional concreta en Estados Unidos, con la creación de un nuevo puesto orientado a combatir ese tipo de fraude. El episodio muestra cómo la viralidad en la plataforma puede convertirse en señal política para gobiernos que confunden tendencia digital con preocupación social real.

Silencio, migración y vulnerabilidad

En la hora de caída de X, la reacción social típica no es que el debate desaparezca, sino que se desplace y, muchas veces, se degrade. En la gráfica que sigue, se observa cómo los usuarios de Internet de todo el mundo buscaron información sobre la plataforma X durante la hora de apagón del 16 de enero de 2026:

Búsquedas de usuarios en el mundo de la palabra “X” en Google durante el apagón del 16 de enero de 2026. Fuente: Google Trends

En Cuba, donde el acceso a internet combina limitaciones de datos, intermitencias y una fuerte concentración del consumo informativo en pocas plataformas, X actúa como una plaza pública acelerada, que concentra alertas, interpretación inmediata de hechos, y sobre todo la posibilidad de que un rumor sea discutido, contrastado y, en el mejor de los casos, corregido ante audiencias amplias. Cuando esa plaza se apaga, la conversación no se extingue, sino que sale por canales subterráneos.

Ese desplazamiento suele tomar la forma de una migración hacia mensajería y canales cerrados. WhatsApp y Telegram se convierten en “sustitutos” funcionales: grupos de familiares y trabajo, canales políticos, listas de difusión, capturas reenviadas, audios explicativos y “resúmenes” elaborados por quienes alcanzaron a ver algo antes del corte o por quienes tienen otras fuentes.

El problema es que esa sustitución es imperfecta. En un circuito cerrado, el contenido circula más rápido, pero se valida peor; lo que importa no es la evidencia, sino la confianza interpersonal (“me lo mandó alguien”), la repetición (“ya lo reenviaron varios”) o la autoridad informal del nodo que lo distribuye.

Aquí aparece la vulnerabilidad específica: en X, la esfera abierta ofrece —con todos sus defectos— un mecanismo de corrección social, en el que alguien puede responder públicamente, aportar un dato, contradecir una cifra, enlazar una fuente, exhibir inconsistencias.

En canales cerrados, la corrección existe, pero es más lenta y fragmentada. La mentira puede viajar con ventaja porque no necesita exposición pública ni refutación visible: basta con circular. Además, la migración a mensajería dificulta el seguimiento de la conversación, porque el debate se “atomiza” en cientos o miles de grupos. En términos prácticos, es como si una discusión pública pasara, de golpe, de una plaza con megáfonos a una red de pasillos.

En un entorno ya condicionado por el bloqueo algorítmico —es decir, por una visibilidad asimétrica donde ciertos contenidos y actores tienden a quedar penalizados, despriorizados o encapsulados— el apagón produce un efecto doble. Primero, corta la capacidad de respuesta pública: desmentir, contextualizar y explicar deja de ser inmediato. Segundo, traslada el peso de la conversación a circuitos cerrados donde el rumor tiene menos fricción y la verificación es más costosa.

Por eso, una hora sin X no es solo una hora sin publicaciones. Es una hora en la que se suspende —temporalmente— una parte del mecanismo que permite que la sociedad contraste versiones en un espacio común. En Cuba, donde la disputa por el relato suele estar atravesada por presiones externas y campañas de desinformación, esa suspensión no es neutral; cambia el equilibrio entre información, rumor y capacidad de respuesta.

La dependencia también es un problema político

La lectura rápida del 16 de enero es casi automática: “se cayó una app”. Pero esa frase encubre lo esencial. X no es una aplicación más. Cuando esa infraestructura falla, se interrumpe en una parte del espacio público.

Ahí aparece el núcleo político del problema. La infraestructura de comunicación global que sostiene buena parte de la conversación contemporánea es privada, opaca y gobernada por incentivos que no son democráticos. Las reglas del juego —qué se ve, qué se oculta, qué se premia, qué se penaliza— no se deciden en parlamentos, ni en procesos públicos de rendición de cuentas. Se deciden en comités internos, cambios de algoritmo, políticas de moderación, decisiones empresariales y, cada vez más, orientaciones ideológicas. En la práctica, esto significa que la ciudadanía habita un espacio de debate cuyo “suelo” puede moverse sin aviso.

Para un país como Cuba, esta vulnerabilidad tiene un plus. Lla dependencia tecnológica no se mide solo en cables, antenas o cobertura, sino en plataformas y en las condiciones de acceso que estas imponen. Si una plataforma se convierte en un terreno hostil —por sesgos de diseño, por bloqueos algorítmicos, por campañas de amplificación externa o por reconfiguración ideológica de su ecosistema— el resultado es una forma de desigualdad comunicacional.

Esta es la razón por la que la izquierda no puede limitarse a “estar presente” en las redes, como si bastara con abrir cuentas y publicar. La presencia sin estrategia es dependencia. Lo que se necesita es resiliencia comunicacional, que implica tres capas muy concretas:

Diversificar canales: no concentrar la circulación de mensajes en una sola plataforma. La experiencia muestra que, cuando se cae el nodo principal, la conversación no desaparece; se desplaza. Pero si el desplazamiento no está previsto, el resultado es desorden, pérdida de coherencia y mayor vulnerabilidad a la desinformación.

Fortalecer redes propias y comunitarias: medios, boletines, listas, espacios de comunicación sostenida, repositorios donde el contenido no dependa de un solo canal. No se trata de abandonar las plataformas, sino de reducir el chantaje implícito de “si aquí no existes, no existes”.

Alfabetización mediática y capacidad de análisis crítico: entender cómo circula la información, qué incentivos la deforman, cuándo se rompe la trazabilidad y cómo se monitorea el impacto real. En un ecosistema donde la viralidad puede convertirse en agenda política, la lectura crítica deja de ser una virtud cultural y pasa a ser una necesidad cívica.

La conclusión es incómoda pero simple: cuando una plataforma cae, no vemos solo una falla técnica, sino un hecho político. Una parte de nuestra conversación colectiva depende de empresas privadas estadounidenses, cuyos criterios pueden cambiar de un día para otro y cuyas crisis —técnicas o ideológicas— tienen consecuencias sociales inmediatas.

El apagón de X del 16 de enero evidencia que la soberanía comunicacional, hoy, no se juega únicamente en el acceso a internet, sino en la estructura de poder de las plataformas que organizan lo que el mundo ve, cree y decide.

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