Il ritorno del nemico interno

Cosa attende l’America Latina? Dipenderà dalla sua capacità di impedire che la sicurezza torni a essere un pretesto per la subordinazione.

Clara López Obregón*

Il 16 luglio, rappresentanti di 66 paesi si sono riuniti a Washington convocati dal governo di Donald Trump per affrontare il presunto risorgere del “terrorismo di estrema sinistra”. Marco Rubio ha annunciato che gli USA concentreranno su quel nemico una parte sostanziale della loro strategia antiterroristica internazionale. L’evidenza storica indica, tuttavia, che la violenza di estrema destra è stata molto più frequente. Non siamo di fronte a una semplice politica di sicurezza, ma alla costruzione politica di un nuovo nemico interno.

Trump aveva già preparato il terreno il 3 luglio, alla vigilia della celebrazione dei 250 anni della Costituzione a Mount Rushmore. Lì ha resuscitato la retorica anticomunista della Guerra Fredda, ma con una differenza inquietante: i comunisti sono i democratici, i socialisti democratici, i migranti e, in generale, coloro che contraddicono il suo progetto. Quando l’opposizione smette di essere un’avversaria legittima e diventa nemica della nazione, la democrazia comincia a svuotarsi dall’interno.

Questo meccanismo ha precedenti noti. I fascismi europei non sono nati da un giorno all’altro né sono iniziati con la guerra. Sono avanzati attraverso l’esaltazione del capo, il nazionalismo escludente, la delegittimazione della stampa, l’indebolimento di giudici e parlamenti, la persecuzione del sindacalismo e l’invenzione di nemici interni responsabili di tutti i mali. La storia non si ripete mai in modo identico, ma i suoi segnali d’allarme possono essere riconosciuti.

L’offensiva contro la Corte Penale Internazionale completa il quadro. Marco Rubio, il Segretario di Stato, ha invitato altri governi a isolarla e ha promesso di renderne inutile il funzionamento. Gli USA hanno già sanzionato funzionari della Corte per indagini relative all’Afghanistan e per le azioni su Gaza che hanno coinvolto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. La potenza che ha guidato la costruzione dell’ordine internazionale successivo alla II Guerra Mondiale intende ora sottrarre i propri cittadini e alleati a ogni rendiconto di fronte alle sue regole più preziose.

La contraddizione è enorme: si invoca un ordine basato su regole, ma si ignorano quelle regole quando limitano il più potente. Gaza, la guerra contro l’Iran, gli attacchi nei Caraibi e l’operazione militare che ha catturato a Caracas Nicolás Maduro e Cilia Flores mostrano lo spostamento dalla diplomazia verso la forza. Il Corollario Trump — o Dottrina Donroe — rivive così il Corollario Roosevelt del 1904: la dottrina Monroe smette di significare esclusione di potenze europee e diventa nuovamente licenza di intervento unilaterale USA.

L’America Latina è teatro privilegiato di questa restaurazione. Il cosiddetto Scudo delle Americhe, presentato come alleanza contro il narcotraffico, è stato costituito a marzo attorno a governi conservatori vicini a Washington. Non è illegittimo cooperare contro il crimine transnazionale. Ciò che preoccupa è trasformare quella cooperazione in allineamento politico, militare ed economico con gli interessi di una potenza.

Le nuove destre regionali condividono tratti: concentrazione presidenziale del potere, militarizzazione della sicurezza, ostilità verso sindacati e movimenti sociali, smantellamento di politiche redistributive e reazione contro i diritti conquistati da donne, contadini, popoli etnici e diversità. La “mano dura” ritorna accompagnata dal patriarcato e dalla vecchia dottrina del nemico interno. Ogni rivendicazione egualitaria può essere stigmatizzata come il comunismo del vecchio racconto progettato per stigmatizzare la non conformità sociale e politica; ogni protesta, trattata come minaccia terroristica, ciò che giustifica la sua repressione e criminalizzazione.

Cosa attende l’America Latina? Dipenderà dalla sua capacità di impedire che la sicurezza torni a essere un pretesto per la subordinazione. L’alternativa consiste nel difendere la democrazia, il pluralismo, i diritti sociali, l’integrazione regionale e il diritto internazionale. Cooperare non è obbedire. E preservare la sovranità non è mai stato estremismo: è la condizione minima affinché i nostri popoli possano decidere il proprio destino.

*Economista, avvocata e politica colombiana. Attualmente è senatrice della Colombia per il Pacto Histórico.


El regreso del enemigo interno

¿Qué le espera a América Latina? Dependerá de su capacidad para impedir que la seguridad vuelva a servir de pretexto para la subordinación.

Clara López Obregón* 

El 16 de julio, representantes de 66 países se reunieron en Washington convocados por el gobierno de Donald Trump para enfrentar el supuesto resurgimiento del “terrorismo de extrema izquierda”. Marco Rubio anunció que Estados Unidos concentrará en ese enemigo una parte sustancial de su estrategia antiterrorista internacional. La evidencia histórica indica, sin embargo, que la violencia de extrema derecha ha sido mucho más frecuente. No estamos ante una simple política de seguridad, sino ante la construcción política de un nuevo enemigo interno.

Trump ya había preparado el terreno el 3 de julio, víspera de la celebración de los 250 años de la Constitución en Mount Rushmore. Allí resucitó la retórica anticomunista de la Guerra Fría, pero con una diferencia inquietante: los comunistas son los demócratas, los socialistas democráticos, los migrantes y, en general, quienes contradicen su proyecto. Cuando la oposición deja de ser adversaria legítima y se convierte en enemiga de la nación, la democracia comienza a vaciarse por dentro.

Ese mecanismo tiene antecedentes conocidos. Los fascismos europeos no nacieron de un día para otro ni comenzaron con la guerra. Avanzaron mediante la exaltación del líder, el nacionalismo excluyente, la descalificación de la prensa, el debilitamiento de jueces y parlamentos, la persecución del sindicalismo y la invención de enemigos internos responsables de todos los males. La historia nunca se repite de manera idéntica, pero sus señales de alarma sí pueden reconocerse.

La ofensiva contra la Corte Penal Internacional completa el cuadro. Marco Rubio, el secretario de Estado, ha llamado a otros gobiernos a aislarla y ha prometido inutilizar su funcionamiento. Estados Unidos ya sancionó a funcionarios de la Corte por investigaciones relacionadas con Afganistán y por las actuaciones sobre Gaza que alcanzaron al primer ministro israelí Benjamín Netanyahu. La potencia que encabezó la construcción del orden internacional posterior a la Segunda Guerra Mundial pretende ahora sustraer a sus nacionales y aliados de toda rendición de cuentas frente a sus más preciadas reglas.

La contradicción es enorme: se invoca un orden basado en reglas, pero se desconocen esas reglas cuando limitan al más poderoso. Gaza, la guerra contra Irán, los ataques en el Caribe y la operación militar que capturó en Caracas a Nicolás Maduro y Cilia Flores muestran el desplazamiento desde la diplomacia hacia la fuerza. El Corolario Trump —o Doctrina Donroe— revive así el Corolario Roosevelt de 1904: la doctrina Monroe deja de significar exclusión de potencias europeas y se convierte nuevamente en licencia de intervención unilateral estadounidense.

América Latina es escenario privilegiado de esa restauración. El llamado Escudo de las Américas, presentado como alianza contra el narcotráfico, fue constituido en marzo alrededor de gobiernos conservadores cercanos a Washington. No es ilegítimo cooperar contra el crimen transnacional. Lo preocupante es convertir esa cooperación en alineamiento político, militar y económico con los intereses de una potencia.

Las nuevas derechas regionales comparten rasgos: concentración presidencial del poder, militarización de la seguridad, hostilidad hacia sindicatos y movimientos sociales, desmonte de políticas redistributivas y reacción contra los derechos conquistados por mujeres, campesinos, pueblos étnicos y diversidades. La “mano dura” vuelve acompañada del patriarcado y de la vieja doctrina del enemigo interno. Todo reclamo igualitario puede ser estigmatizado como el comunismo del viejo relato diseñado para estigmatizar la inconformidad social y política; toda protesta, tratada como amenaza terrorista lo que justifica su represión y criminalización.

¿Qué le espera a América Latina? Dependerá de su capacidad para impedir que la seguridad vuelva a servir de pretexto para la subordinación. La alternativa consiste en defender la democracia, el pluralismo, los derechos sociales, la integración regional y el derecho internacional. Cooperar no es obedecer. Y preservar la soberanía nunca ha sido extremismo: es la condición mínima para que nuestros pueblos puedan decidir su propio destino.

*Economista, abogada y política colombiana. Actualmente se desempeña como senadora de Colombia por el Pacto Histórico.

 

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