Verso un possibile rilancio di UNASUR?

misionverdad.com

Sette ex presidenti latinoamericani accompagnati da ex ministri degli esteri, ex ministri, ex parlamentari, congressisti in funzione, intellettuali, direttori di organismi internazionali ed ex ambasciatori hanno inviato una lettera a 12 presidenti della regione per spingerli al rilancio dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR).

Tuttavia, una delle lettere, proprio quella giunta nelle mani del presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata quella che ha avuto maggiore notorietà, per la rilevanza del contesto e per il preteso isolamento diplomatico contro il Venezuela negli ultimi anni, che è andato deteriorandosi.

Il Venezuela è stato, insieme a Brasile e Argentina, la troika che ha organizzato la nascita dell’entità integrazionista nel 2008.

Il testo è firmato da sette ex presidenti: la cilena Michelle Bachelet; l’ecuadoriano Rafael Correa; l’argentino Eduardo Duhalde; il cileno Ricardo Lagos; l’uruguaiano José Mujica; la brasiliana Dilma Rousseff; e il colombiano Ernesto Samper, che, insieme a più di 50 firmatari, esorta il presidente Maduro a promuovere “un effettivo spazio di consultazione sudamericana”, che consenta di affrontare il “nuovo impulso trasformativo” della regione dopo i cambiamenti politici in atto Cile, Colombia e Brasile, riferisce RT.

Questa lettera espone i punti fondamentali per il cambiamento del contesto internazionale, per le crisi attuali e per quelle che attendono il pianeta, in materia di mutamenti geopolitici. UNASUR, segnalano, potrebbe proporre una politica comune come blocco regionale di fronte a queste nuove realtà.

“Le potenzialità del Sud America potranno solo concretizzarsi nella misura in cui i Paesi che lo compongono creino uno spazio che consenta loro di concordare, identificare progetti comuni e mettere in atto iniziative congiunte”, segnalano.

Tuttavia, il rilancio dell’entità multilaterale ha diversi piani. Il primo di questi è che UNASUR, dicono, non è ufficialmente estinta, poiché il “ritiro” di sette paesi da detto organismo, a discrezione dei loro governi esecutivi di destra, è stato effettuato senza rispettare i passi essenziali a tale scopo.

“In sintesi, UNASUR esiste ancora ed è la migliore piattaforma per ricostituire uno spazio di integrazione in Sud America”, recita la lettera. Per i firmatari, il tentativo di sostituire il blocco con il cosiddetto Forum per il Progresso del Sud America (PROSUR) nel 2019, “non è andato oltre l’essere un’impresa improvvisata e precaria, con capacità operative pari a zero”, ed è attualmente “un insieme vuoto” e “un’istituzione fantasma”.

In secondo luogo, la “nuova UNASUR” richiederebbe cambiamenti sostanziali nel suo funzionamento, dal determinismo “ideologico” dei governi che la compongono, che devono articolarsi e mantenersi nell’istituzionalità nonostante quelle divergenze. UNASUR deve rilanciarsi riformando la propria architettura decisionale, lasciando indietro la politica del consenso per favorire la formula di maggioranze di vario tipo a seconda del tipo di discussione.

In secondo luogo e in terzo luogo, ritengono che UNASUR sarà uno spazio per rafforzare la Confederazione degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), garantendo un nuovo tipo di dinamismo all’integrazione e istituzionalità è continentale mediante blocchi differenziati ma complementari.

La CELAC potrebbe costituirsi “nello spazio privilegiato per definire una posizione comune della regione” su temii multilaterali quali: cambio climatico, transizione energetica, commercio, investimenti, finanziamento internazionale, diritti umani, disarmo, pace e sicurezza, migrazioni, narcotraffico e criminalità organizzata. “L’integrazione è oggi più necessaria che mai” e “uno sforzo significativo in questa direzione consentirebbe di alimentare un circolo virtuoso che rafforzerebbe le istanze multilaterali e contribuirebbe a un bene superiore oggi in pericolo: la pace”, aggiungono.

TUTTE LE STRADE CONDUCONO A CARACAS

Questo documento, che ha in prima linea questo gruppo di ex presidenti socialdemocratici, potrebbe forse essere inteso come un glossario di lezioni possibilmente apprese e potrebbe fondarsi su riflessioni che, come essi segnalano, nascono da un quadro di “opportunità perdute”. che preferiscono non menzionare nel loro desiderio di guardare avanti.

Sia il Venezuela che il presidente Nicolás Maduro sono un punto inevitabile in questa discussione, non solo per essere un paese geograficamente integrato nella subregione sudamericana. Il ruolo di promotori e fondatori conferisce al Venezuela un’autorità speciale per discutere dell’idea di un rilancio.

Ma il caso venezuelano è molto più complesso. Il Paese petrolifero, oggi bloccato, è stato proprio il punto in cui si è prodotta l’inflessione delle relazioni internazionali su scala continentale, poiché il preteso isolamento del Venezuela orchestrato dagli USA ha notevolmente sfigurato la politica estera di diversi paesi.

Ricordiamo che dal 2015, con la dichiarazione del Venezuela come “minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza USA, poi attraverso i pacchetti di misure coercitive e unilaterali dell’amministrazione Trump contro Caracas, si è prodotta la rottura delle relazioni tra diversi paesi e il Venezuela, ma inoltre si è formato un “senso comune” tra i governi di destra per “ritirarsi” dagli organissmi che sono stati promossi dal governo venezuelano.

È così che l’ondata di debacle e di cambi di governo in diversi paesi precedentemente membri del “ciclo progressista” ha generato una svolta che non solo ha trascinato UNASUR, ma anche la CELAC.

La paternità di queste situazioni ricade su Washington dall’esercizio del suo potere di recuperare il suo “spazio naturale di influenza”. Sebbene il Venezuela abbia formalizzato il suo ritiro dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), gli USA hanno alzato la posta per promuovere non solo la rottura delle relazioni del paese. Hanno promosso una rottura sistemica delle relazioni multilaterali in molte dimensioni.

La portata della rottura delle iniziative  integrazioniste (UNASUR e CELAC) e che avevano Caracas come nodo critico, si è evoluto in categorie peggiori, quando nel 2019 Washington ha proclamato Juan Guaidó “presidente ad interim” del Venezuela, ponendo i Paesi in una formula manichea riconoscere Guaidó o Maduro; mantenere o rinunciare alle relazioni diplomatiche con l’unico governo reale a Caracas, o allinearsi o disallinearsi dal binario imposto dal Dipartimento di Stato.

Caracas non è Roma, ma parlando di geopolitica nel subcontinente, è un luogo in cui tutto confluisce, il che è inesorabile, dato che è impossibile costruire una nuova UNASUR senza di essa (Caracas ndt), e che la sua sola presenza impone un nuovo tonalità al risultato.

Il Venezuela continua ad essere un paese-obiettivo di Washington, e per gli USA continua ad essere una destinazione inesorabile della sua politica.

L’OPPORTUNITA’ CHE NON SI DEVE PERDERE

L’attuale quadro politico è chiaramente favorevole al rilancio di UNASUR. Tuttavia, l’architettura politica di fondo deve essere risolta. Consiste nel comprendere l’opportunità di sviluppare una politica di blocco, di fronte alla forza del cambiamento planetario.

La forma pluricentrica che il pianeta sta acquisendo ha trovato la regione estremamente divisa e con diversi paesi soggetti allo status di vassalli USA. Altri, invece, sono diventati politicamente pendolari, immersi in un’alternanza che implica modesti avanzamenti progressisti e brutali retrocessioni neoliberali.

Il grave problema dei governi socialdemocratici, che preferiscono inserirsi nella “democrazia liberale”, è stato quello di interpretare il tempo politico dei loro paesi e del mondo, dagli stretti margini delle loro istituzionalità truccate affinché nulla cambi realmente, che rendono impossibile una reale rivoluzione politica e che possono perire nelle prossime elezioni presidenziali proprio dietro l’angolo.

In politica estera implica lo sviluppo di una sinergia senza significato, con scarsa comprensione delle nuove forze di gravità che stanno sfigurando il mondo come lo conosciamo e che implicano una corta  proiezione e nessuna visione strategica.

Questo è un punto su cui riflettere sul cosiddetto (e discutibile) secondo ciclo progressista latinoamericano, dove le sue distinzioni sono aperte di fronte alla tanto spesso denunciata da Gabriel Boric “troika del male”, come John Bolton chiamava Venezuela, Cuba e Nicaragua. La credenza di avanzare profondamente con la moderazione e con l’approvazione di Washington non appare come un allarme nella lettera.

Difficilmente il Sud America potrà essere un blocco veramente autonomo fino a quando i suoi governi non acquisiranno la categoria del cambiamento politico sostanziale, al punto da poter avanzare nelle loro agende estere con libertà e capacità di manovra per pensare la regione dai bisogni ed aspirazioni della regione.

Proprio ora che si accellerano i blocchi di integrazione in Eurasia e in Africa, sono diversi passi avanti rispetto al Sud America. Il livello di progresso in questi paesi non è determinato dalle affiliazioni ideologiche dei loro governi. Se analizziamo in profondità, le discussioni “destra e sinistra” non hanno fondamento in quelle regioni del mondo. Il suo reciproco interesse è determinato dalla comprensione e dall’assimilazione della sua perdita di legami e aspirazioni di un futuro proprio, nel mantenere le loro relazioni così come esistono oggi con il mondo anglo-occidentale.

La perdita di credibilità degli USA, il rifiuto dell’incessante saccheggio, l’astio per ingerenza, l’intolleranza alle guerre e la stanchezza per il pesante fardello dell’egemonia atlantista hanno accelerato questo cambio planetario, che è e sarà molto difficile. Ma questi blocchi in formazione dall’altra parte del mondo li unifica un senso di emergenza. Unirsi o essere sopraffatti. Tutto ciò che segue esso, come i grandi progetti della Belt and Road Initiative cinese, sono in realtà concrezioni accessorie. La questione di fondo è un’altra.

Esiste questa visione per il subcontinente sudamericano?

Solo il Venezuela ha quei punti cardinali e per questo, da tempo, ha creato un lungo ponte verso il mondo eurasiatico, insieme a Nicaragua e Cuba, in assenza di altri ponti meno fragili in istanze più vicine.

Il possibile rilancio di UNASUR implicherebbe un necessario dibattito a cui il Venezuela parteciperà.

Nel maggio di quest’anno, il presidente Maduro ha sostenuto la rinascita di tale organismo come una scommessa politica, proprio per i cambi politici che prevedeva in Colombia e Brasile. Ora le carte si stanno distribuendo.


¿HACIA UN POSIBLE RELANZAMIENTO DE UNASUR?

Siete expresidentes latinoamericanos acompañados de excancilleres, exministros, exparlamentarios, congresistas en ejercicio, intelectuales, directivos de organismos internacionales y exembajadores han hecho llegar una carta a 12 presidentes de la región para empujarlos al relanzamiento de la Unión de Naciones Sudamericanas (Unasur).

Sin embargo, una de las misivas, precisamente la que llegó a manos del presidente venezolano Nicolás Maduro, fue la que tuvo más notoriedad, por el significado del contexto y el pretendido aislamiento diplomático contra Venezuela en los últimos años, el cual ha venido degradándose.

Venezuela fue, junto a Brasil y Argentina, la troika que organizó el nacimiento del ente integracionista en 2008.

El texto está firmado por siete expresidentes: la chilena Michelle Bachelet; el ecuatoriano Rafael Correa; el argentino Eduardo Duhalde; el chileno Ricardo Lagos; el uruguayo José Mujica; la brasileña Dilma Rouseff; y el colombiano Ernesto Samper, quienes junto a más de 50 firmantes, instan al presidente Maduro a impulsar “un espacio eficaz de concertación suramericana”, que permita atender el “nuevo impulso transformador” de la región tras los cambios políticos en Chile, Colombia y Brasil, refiere RT.

Esta carta expone los puntos fundamentales por el cambio del contexto internacional, por las crisis en vigor y las que aguardan al planeta, en materia de cambios geopolíticos. La Unasur, señalan, podría proponer una política conjunta a modo de bloque regional frente a estas nuevas realidades.

“Las potencialidades de América del Sur solo podrán concretarse en la medida en que los países que la componen generen un espacio que les permita concertarse, identificar proyectos en común y desplegar iniciativas conjuntas”, señalan.

Sin embargo, el relanzanzamiento del ente multilateral tiene varios bemoles. El primero de ellos es que la Unasur, dicen, no está oficialmente extinta, dado que el “retiro” de siete países de dicha instancia, por discrecionalidad de sus gobiernos ejecutivos de derecha, se realizó sin el cumplimiento de los pasos esenciales para tal fin.

“En síntesis, Unasur todavía existe y es la mejor plataforma para reconstituir un espacio de integración en América del Sur”, reza la misiva. Para los firmantes, el intento de sustituir el bloque por el llamado Foro para El Progreso de América del Sur (Prosur) en 2019, “no pasó de ser un emprendimiento improvisado y precario, con nulas capacidades operativas”, y es en la actualidad “un conjunto vacío” y “una institución fantasma”.

En segundo lugar, la “nueva Unasur” requeriría cambios sustanciales en su funcionamiento, desde el determinismo “ideológico” de los gobiernos que la integran, los cuales deben articularse y mantenerse en la institucionalidad pese a esas divergencias. Unasur debe relanzarse reformando su arquitectura en la toma de decisiones, dejando atrás la política de consenso para favorecer la fórmula de mayorías de varios tipos acorde al tipo de discusión.

Seguidamente y en tercer lugar, consideran que la Unasur será un espacio para potenciar la Confederación de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celac), otorgando un nuevo tipo de dinamismo a la integración e institucionalidad continental mediante bloques diferenciados, pero complementarios.

CELAC se podría constituir “en el espacio privilegiado para definir una posición común de la región” en temas multilaterales como: cambio climático, transición energética, comercio, inversiones, financiamiento internacional, derechos humanos, desarme, paz y seguridad, migraciones, narcotráfico y delincuencia organizada. “La integración es hoy más necesaria que nunca” y “un esfuerzo significativo en esa dirección, permitiría alimentar un círculo virtuoso que fortalecería las instancias multilaterales y aportaría a un bien superior hoy día en peligro: la paz”, agregan.

TODOS LOS CAMINOS CONDUCEN A CARACAS

Este documento, que tiene en primera línea a este grupo de exmandatarios socialdemócratas, podría entenderse, quizá, como un glosario de lecciones posiblemente aprendidas y podría fundarse sobre reflexiones que, tal como ellos lo señalan, se originan desde un marco de “oportunidades perdidas” que prefieren no aludir en su afán de mirar adelante.

Tanto Venezuela como el presidente Nicolás Maduro son un punto inevitable en esta discusión, no solo por ser un país geográficamente integrado a la subregión sudamericana. El rol de promotores y fundadores otorga a Venezuela una autoridad especial para debatir la idea de un relanzamiento.

Pero el caso venezolano es mucho más complejo. El país petrolero, hoy bloqueado, fue justamente el punto donde se produjo la inflexión de las relaciones internacionales a escala continental, pues el pretendido aislamiento de Venezuela orquestado por Estados Unidos desfiguró enormemente la política exterior de varios países.

Recordemos que desde el año 2015, con la declaración de Venezuela como una “amenaza inusual y extraordinaria” para la seguridad de Estados Unidos, luego mediante los paquetes de medidas coercitivas y unilaterales de la Administración Trump contra Caracas, se produjo el quiebre del relacionamiento de varios países con Venezuela, pero además se conformó un “sentido común” entre los gobiernos de derecha para “retirarse” de los entes que han sido promovidos por el gobierno venezolano.

Es así como la oleada de debacle y cambios de gobierno en varios países otrora integrantes del “ciclo progresista” generó un viraje que no solo arrastró a Unasur, sino también a la Celac.

La autoría de estas situaciones recae en Washington desde el ejercicio de su poder para recuperar su “espacio de influencia natural”. Aunque Venezuela formalizó su retiro de la Organización de Estados Americanos (OEA), los estadounidenses subieron la apuesta para propiciar no solo el quiebre de las relaciones del país. Promovieron un quiebre sistémico de las relaciones multilaterales en muchas dimensiones.

El alcance de la ruptura de las iniciativas integracionistas (Unasur y Celac) y que tuvo a Caracas como nudo crítico, evolucionó en categorías peores, cuando en 2019 Washington proclamó a Juan Guaidó como “presidente interino” de Venezuela, colocando a los países en una fórmula maniquea de reconocer a Guaidó o a Maduro; sostener o prescindir de relaciones diplomáticas con el único gobierno real en Caracas, o alinearse o desalinearse del carril impuesto por el Departamento de Estado.

Caracas no es Roma, pero hablando de geopolítica en el subcontinente, es un lugar donde todo confluye, que es inexorable, dado que es imposible construir una nueva Unasur sin esta, y que su sola presencia impone una nueva tonalidad al resultado.

Venezuela sigue siendo un país-objetivo de Washington, y para los estadounidenses sigue siendo un destino inexorable de su política.

LA OPORTUNIDAD QUE NO SE DEBE PERDER

El actual cuadro político es claramente favorable para el relanzamiento de Unasur. Sin embargo, la arquitectura política de fondo debe resolverse. Consiste en entender la oportunidad de desarrollar una política de bloque, frente a la contundencia del cambio planetario.

La forma pluricéntrica que está adquiriendo el planeta ha encontrado a la región sumamente dividida y con varios países sujetos a la condición de vasallos de Estados Unidos. Otros, en cambio, se han vuelto políticamente pendulares, sumidos en una alternancia que implica avances progresistas modestos y retrocesos neoliberales brutales.

El grave problema de los gobiernos socialdemócratas, que prefieren afianzarse en la “democracia liberal”, ha sido el de interpretar el tiempo político de sus países y del mundo, desde los estrechos márgenes de sus institucionalidades amañadas para que nada cambie realmente, que imposibilitan una revolución política real y que pueden perecer en las siguientes elecciones presidenciales a la vuelta de la esquina.

En política exterior, implica el desarrollo de una sinergia con nulo significado, con escasa comprensión de las nuevas fuerzas de gravedad que están desfigurando al mundo como lo conocemos y que implican corta proyección y nula visión estratégica.

Este es un punto a reflexionar sobre el llamado (y discutible) segundo ciclo progresista latinoamericano, donde sus distinciones son abiertas frente a la tan frecuentemente denunciada por Gabriel Boric “troika del mal”, como llamó John Bolton a Venezuela, Cuba y Nicaragua. La creencia en avanzar profundamente desde la moderación y la aprobación de Washington no aparece como una alerta en la carta.

Sudamérica difícilmente podrá ser un bloque verdaderamente autónomo hasta que sus gobiernos adquieran la categoría de cambio político sustantivo, al punto de poder avanzar en sus agendas exteriores con libertad y capacidad de maniobra para pensar la región desde las necesidades y aspiraciones de la región.

Justo ahora que se aceleran bloques de integración en Eurasia y África, van varios pasos adelante comparados con Sudamérica. El nivel de avance en esos países no está determinado por filiaciones ideológicas de sus gobiernos. Si analizamos a fondo, las discusiones “izquierda y derecha” no tienen asidero en esas regiones del mundo. Su interés mutuo está determinado por la comprensión y asimilación de su pérdida de vínculos y aspiraciones de un futuro propio, de mantener sus relaciones tal como hoy existen con el mundo anglo-occidental.

La pérdida de credibilidad de Estads Unidos, el rechazo al incesante saqueo, el hastío por la injerencia, la intolerancia a las guerras y el cansancio por la pesada carga de la hegemonía atlantista, han acelerado este cambio planetario que es y será muy difícil. Pero a estos bloques en conformación al otro lado del mundo les unifica un sentido de  emergencia. Unirse o ser avasallados. Todo lo que sigue a ello, como los grandes proyectos de la Iniciativa de la Franja y la Ruta china, son en realidad concreciones accesorias. La cuestión de fondo es otra.

¿Existe esta visión para el subcontinente sudamericano? Solamente Venezuela tiene esos puntos cardinales y por eso, desde hace mucho, ha creado un largo puente al mundo euroasiático, junto a Nicaragua y Cuba, a falta de otros puentes menos endebles en instancias más cercanas.

El posible relanzamiento de Unasur implicaría un necesario debate en el que Venezuela va a participar. En mayo de este año el presidente Maduro aseveró el resurgimiento de dicha instancia como una apuesta política, justamente por los cambios políticos que avizoraba en Colombia y Brasil. Ahora, las cartas se están echando.

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