Con José Martí qui, ora e sempre

Luis Toledo Sande

In vista della commemorazione del centenario (gennaio 1991) della pubblicazione di “Nuestra América”, il saggio fondamentale di José Martí, all’autore di questo articolo è stato chiesto di intervenire in una tavola rotonda promossa nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana dall’Unione dei Giovani Comunisti e dal Seminario Giovanile di Studi Martí.

Il suo intervento, intitolato Ser o no ser con José Martí (Essere o non essere con José Martí) e pubblicato poco dopo dalla Casa Editora Abril, è nato sia dalla richiesta di cui sopra sia da un commento che aveva sentito poco prima, fatto da un professionista nel campo degli studi storici. Si potrebbe riassumere come “José Martí è tanto più attuale quanto più si allontana dal socialismo”, un “si allontana” che potrebbe essere inteso come “si allontana da lui”, perché Martí è e sarà nel posto sicuro in cui si trova. Nasce così, con il focus e il titolo dell’intervento, il sottotitolo -Alcune implicazioni e suggerimenti da qui e ora- e la sua direzione, che verrà in qualche modo richiamata nei prossimi paragrafi.

Il primo secolo del saggio di Marti si è concluso con il crollo dell’Unione Sovietica – per usare l’espressione dura ed efficace di Fidel Castro – e con esso di quello che era conosciuto come socialismo reale. Questa etichetta può essere discussa, ma includeva, sia pure casualmente e a prescindere dalla volontà dei suoi creatori, un contributo: era stata coniata per l’idea che questo socialismo fosse, come si diceva anche, quello realmente esistente, e la vita e i dubbi – da qui il contributo – avrebbero portato a comprendere il reale nella sua doppia radice etimologica: res, da cui viene la realtà, e rex, l’origine del reale. Con quest’ultimo significato, tra l’altro, si lega al monarchico.

Fino all’abbattimento dell’URSS e del socialismo ad essa subordinato, era consuetudine certificare l’irreversibilità del socialismo, termine che nella storia non ha tracce di affidabilità. Sembra, inoltre, che il modo di pensare – o di non pensare – infuso dall’idea che questo termine fosse propiziatorio, abbia portato a vedere in modo dottrinario il socialismo in tutto ciò che meritava di essere considerato rivoluzionario, e a svalutare tutto ciò che non era conforme ai principi e agli ideali socialisti, in funzione del presunto socialismo reale e irreversibile. Se tutto questo non è da associare, indistintamente, alla malizia e alle ingiurie dell’opportunismo, non è da considerarsi accurato, né privo di goffaggini.

In un simile contesto, nemmeno l’eredità di José Martí è stata risparmiata da interpretazioni mistificate. A rischio di semplificare eccessivamente il giudizio, e senza neanche lontanamente pretendere di esaurire le argomentazioni, va notato che a volte ci si rammaricava che non fosse stato un marxista e un leninista, o che ci si destreggiava sulla misura in cui poteva essere considerato vicino ad esserlo. Gli si applicavano concetti o carte che non gli si addicevano, lo si svalutava in qualche modo per la sua personale religiosità e, filosoficamente parlando, per le componenti idealistiche del suo pensiero, oppure si caricava la mano per sostenere, o almeno insinuare, che non era religioso e per presentare le sue posizioni anticlericali come ateismo.

Un marxista francese che, per dirla con Juan Marinello, aveva il nome di un saggio, e lo era, Noël Salomon, cercherà con intelligenza e onestà di capire come l’idealismo filosofico attribuibile a Martí rispetto al materialismo dialettico e storico – e che per lui era tutt’altro che un dogma – non gli impedisse di collocarsi nella prassi più radicale e avanzata per il suo ambiente e i suoi obiettivi rivoluzionari. Per questo Salomon lo definì idealismo pratico e Martí, quindi, idealista pratico.

Ma lo studioso che si adoperava per la conoscenza del marxismo e di Martí in Francia, e per la formazione di validi discepoli per questi compiti, non era risparmiato da obiezioni che puntavano più o meno al diversionismo ideologico. Il confronto con il concetto onnicomprensivo etichettato con questo nome si è rivelato complesso e non c’è spazio in queste righe per affrontarlo, ma può essere dato per scontato, almeno nelle basi. E se ci sono ragioni per non accoglierne tutti gli spigoli, gli eccessi commessi non legittimano nemmeno l’indebolimento della necessaria lotta ideologica.

Se in diversi luoghi, soprattutto – ma non solo – al di fuori di Cuba, posizioni controrivoluzionarie, diametralmente opposte ai modi di Martí, hanno seguito (e continuano a seguire) il suo percorso, che comprendeva (comprende) lo snaturamento di Martí, a Cuba, pur non essendo la maggioranza, non sono mancati gli estremi opposti, con tentativi ostentati, ad esempio, di conciliare la sua eredità, se non di equipararla, a Marx e Lenin. Ma il problema non sta nel cercare le coincidenze che potrebbero esserci, e ci sono, tra loro, ma nei modi errati e decontestualizzati di farlo.

Insieme ai rimpianti per aver visto, o immaginato, punti che Martí non aveva raggiunto e che dovevano essere “perdonati”, c’era il desiderio di non vedere le coincidenze a cui si alludeva, ma di estrapolare concetti, denaturalizzare la realtà, falsificarla. Non bastava che, prima di Lenin, Martí avesse creato un partito politico per unire le forze rivoluzionarie di un Paese, e che lo avesse fatto con linee guida organizzative e concettuali in cui disciplina e libertà si combinavano al servizio della lotta.

Si tendeva a vedere il Partito Rivoluzionario Cubano governato dal centralismo democratico in termini leninisti e lo si descriveva addirittura come un partito di tipo nuovo. Ma, dato il suo contenuto specifico nella comprensione del progetto di Lenin, questa espressione non equivale esattamente a un nuovo tipo di partito. E, per alcuni, l’antimperialismo iniziale di Martí non sembrava reggersi da solo, quanto piuttosto sull’avallo che sarebbe venuto dagli studi di Lenin, anni dopo, sull’imperialismo già pienamente formato.

Martí creò un unico partito per incanalare il suo progetto e per riunire a questo scopo il fronte multiclasse interessato alla liberazione della patria, in mezzo ad altri partiti che rappresentavano altri interessi, persino opposti. Anche politici di ideologie molto diverse potevano fondare un partito per i propri scopi, poiché l’idea di creare più partiti contemporaneamente sembra essere patrimonio dell’assurdo. Ma non mancano le affermazioni secondo cui Martí sarebbe stato l’iniziatore del partito unico, una pratica e un concetto politico che non si ritrovava nemmeno nella Russia di Lenin, dove esistevano altri partiti, non solo quello bolscevico.

La carta dottrinaria – dogmatica e persino colonizzata – ci ha impedito di vedere l’originalità di Martí, che non aveva bisogno di sedersi e aspettare che l’Europa, o l’Eurasia, o qualsiasi altra regione del mondo fornisse le risposte alle domande che doveva porsi, e che si è posto, come rappresentante e leader di un movimento rivoluzionario di liberazione nazionale. Una rivoluzione, va aggiunto, che si svolgeva a Cuba, con un determinato sviluppo economico e sociale, circondata, da un lato, dai popoli della nostra America e, dall’altro, dalla potenza imperialista che si preparava a dominare il continente e a lanciarsi alla ricerca dell’egemonia mondiale. Queste aspirazioni, che iniziarono a consumarsi nel 1898 con l’intervento degli Stati Uniti contro l’indipendenza di Cuba, Martí le vide in tempo e non solo le denunciò, ma preparò anche la rivoluzione cubana del 1895 contro di esse.

Per dirla con le sue stesse parole, Martí apparteneva alla stirpe degli esseri primordiali – quelli che pensano con la propria testa: una conquista che per lui era un dovere fondamentale di ogni persona – e pensando alla sua patria e alla nostra America, e al mondo intero, trovò nei poveri della terra – lui era uno di loro – i principali alleati, l’arca dell’alleanza del desiderio di indipendenza che, con alcune eccezioni, i più opulenti stavano abbandonando. Allo stesso tempo, con l’esperienza maturata vivendo negli Stati Uniti per quasi quindici anni nell’ultimo tratto del suo esilio forzato, capì che non si trattava più di indipendenza dalla sola Spagna, né di indipendenza dagli Stati Uniti, ma anche di indipendenza dagli Stati Uniti.

Sembrerebbe che da quando il socialismo ha smesso di essere di moda – il che può essere visto con entusiasmo se significa che, pur non essendo una realtà compiuta in nessuna parte del mondo, è diventato un modo di pensare e di agire lucido e deciso – l’attenuazione dei pregiudizi dottrinari offrirebbe condizioni migliori per frenare la tentazione di giudicare Martí e la sua eredità con criteri estranei. Ma anche, e sarebbe persino visto come più elegante e “scientifico”, potrebbe essere ridotto a una specificità che sminuirebbe il suo valore universale.

Così, il desiderio di allontanarlo dal socialismo potrebbe portare a ignorare il fatto che il suo progetto politico si basava su pilastri che continuano a essere tali anche oggi – non solo per Cuba e la nostra America – per ogni impresa veramente emancipatrice e, quindi, per gli ideali giustizialisti condensati nell’etichetta del socialismo.

Soprattutto nel caso di Cuba, ma non solo, il socialismo sarà tanto più socialista quanto più si avvicinerà a Martí, nel quale continuerà a trovare gli insegnamenti che derivano da una solida base etica che si oppone alla radice a tutte le forme di corruzione, e sulla quale si fondano altri due pilastri indispensabili in tutti gli sforzi per raggiungere la giustizia politica e sociale: tirare la sorte ai poveri della terra – tirare la sorte veramente con loro, non come slogan – e abbracciare la lotta antimperialista.

Tradire i poveri e abbandonare la lotta antimperialista è un modo sicuro per non raggiungere il socialismo e, per Cuba come nazione, sarebbe un altro 19 maggio terribilmente devastante. Martí è e sarà dov’è: non è lui che deve venire da noi, ma noi da lui. In una relazione che richiederebbe più spazio per essere delucidata – per fortuna ci sono testi che hanno contribuito a questo compito – Martí non era antisocialista, né doveva essere socialista, ma ha seminato luce per il socialismo, e gli ideali socialisti a Cuba, e la loro realizzazione, devono essere pienamente marziani, o non raggiungeranno il socialismo.

Fonte: Cuba periodistas

Traduzione: italiacuba.it


Quel “sole morale” che splende su Cuba

Dos Ríos è stato ancora una volta teatro di un racconto e di un tributo all’eredità del nostro José Martí, per commemorare il 129° anniversario della sua caduta in combattimento il 19 maggio 1895.

Nella nostra Patria senza padrone, i segni di affetto per José Martí sono ovunque: una rappresentanza del popolo di Santiago, guidata dalle principali autorità politiche e governative della provincia, è arrivata ieri al mausoleo che ospita i resti dell’Apostolo nel cimitero patrimoniale di Santa Ifigenia, per rendergli omaggio, a 129 anni dalla sua caduta in combattimento.

Alla cerimonia militare e alla guardia d’onore, il leader della Rivoluzione cubana, il generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz – che faceva parte della Generazione che non permise all’Apostolo di morire nell’anno del suo Centenario – ha inviato un omaggio floreale, accompagnato da quelli del Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez; del Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare e del Consiglio di Stato, Esteban Lazo Hernández; e quello deposto a nome del popolo cubano, sulla lastra dove è collocata anche la bandiera.

Allo stesso modo, nel territorio del Granma, Dos Ríos, la terra sacra che il più universale dei cubani ha fecondato con il suo sangue per la libertà della patria, è stato il luogo di un racconto e di un omaggio.

Víctor Hernández Torres, vicedirettore dell’Ufficio del Programma Martí e vicepresidente della Società Culturale José Martí, ha presentato l’appello a commemorare, il prossimo anno, il 130° anniversario della caduta in combattimento dell’Uomo dell’Età dell’Oro, con la giornata De cara al sol, che esalterà Martí come quel sole morale che illumina Cuba ogni giorno.

José Martí o i paradossi del dovere e della libertà

 

Il rispetto della dignità umana, dell’esercizio della libertà dei cittadini e dei popoli, che fa parte dell’eredità di Martí, è oggi più che mai necessario.

In ogni anniversario della caduta in combattimento di José Martí, dobbiamo ricordare che egli era un uomo molto affettuoso e amante della pace, e che nell’opera di miglioramento umano, di rafforzamento dei pilastri dell’amore e dell’unità, il suo pensiero ha un valore indiscutibile.

Il lettore che non conosce l’eredità dell’eroe potrebbe obiettare a queste affermazioni che Martí fu l’organizzatore dell’ultima guerra d’indipendenza contro la Spagna. Tuttavia, la sua concezione era tutt’altro che convenzionale, perché secondo lui doveva essere amorevole e breve.

Inoltre, per lui era un’angoscia suprema portare la responsabilità di questo conflitto necessario e insanabile. Ciò non gli impedì di rendersi conto dell’enorme sofferenza che avrebbe causato, a causa delle giovani vite che sarebbero costate quell’indispensabile e agognata libertà. La testimonianza di Blanche Z. de Baralt è sconvolgente:

“Nei mesi precedenti la Guerra del ’95, quando Martí era inseguito dallo spionaggio spagnolo, cambiava spesso residenza per depistare gli agenti che lo cercavano. A volte veniva a chiederci rifugio, sapendo che la nostra casa era la sua; e mio marito racconta che una notte, quando Martí dormiva in camera con lui, fu svegliato da profondi sospiri e gemiti lamentosi. “Cosa c’è, Martí?” chiese Luis, allarmato; aprendo gli occhi esclamò: “Oh, le madri, le madri, quanto sangue e quante lacrime scorreranno in questa rivoluzione in cui sto per gettare il mio Paese!”. Sentiva il peso della tempesta che stava per scatenare, e il suo animo sensibile soffriva per le sofferenze insite nella redenzione”.

Sebbene la libertà come bene superiore costi un enorme sacrificio, è indispensabile per garantire la pace delle nazioni, e Martí lo capì come nessun altro. Coinvolge ogni individuo, perché la prima espressione auspicabile della libertà e della pace stessa è quella della famiglia, che Cintio Vitier ha giustamente definito come la strada verso la patria.

Martí capì anche molto presto che la libertà dell’individuo e delle nazioni era strettamente legata alla cultura e alla capacità creativa. Per lui l’imitazione di modelli stranieri, per quanto allettanti, non fu mai un’opzione, ed è un criterio che lo accompagnò dalla prima giovinezza fino a un testo di maturità e sintesi, come il saggio Nuestra América. In un articolo giovanile, Maestros ambulantes, considerato una pietra miliare del suo pensiero etico e pedagogico, si riferisce a questo tema come segue: “Essere buoni è l’unico modo per essere felici. Essere educati è l’unico modo per essere liberi. Ma, nella comune natura umana, è necessario essere prosperi per essere buoni”.

Questa frase è stata manipolata, tagliata, decontestualizzata, ma è conveniente vederla in tutta la sua grandezza. Quelle verità essenziali che stanno sull’ala di un colibrì, per continuare a mettere in solfa questo stesso testo, alludono a questioni centrali, come la necessità di alfabetizzare l’intera popolazione dei nostri Paesi e, per estensione, di garantire la partecipazione culturale e civica, in modo da gettare al vento i legami mentali lasciati dalla colonia. Implicava anche il potenziamento spirituale, in modo da dare alle cose materiali un’importanza reale e vitale, e non la priorità che hanno oggi in balia dei dettami del mercato.

La battaglia più difficile non fu quella che recise il legame politico ed economico con la vecchia metropoli, già sconfitta a prezzo di grandi sacrifici. È vero, l’indipendenza profonda non era stata pienamente raggiunta ai tempi di Martí, perché, come giustamente dichiarò in La nostra America, la colonia aveva continuato a vivere nella repubblica: quest’ultima doveva combattere e sconfiggere la prima.

Lo spirito di un intero continente a sud del Rio Bravo doveva sollevarsi contro nuove forme di dominio, che già si profilavano all’orizzonte e che il cubano era allarmato e deciso a scongiurare, perché il suo pensiero ha un’indiscutibile portata decolonizzante. Due anni prima, in una delle sue cronache della Conferenza panamericana o Congresso di Washington, come è noto, scriveva, dopo un formidabile paragrafo in cui riassumeva la vera essenza del conclave, che era giunto il momento per l’America spagnola di proclamare la sua seconda indipendenza.

Non si trattava solo di sottrarsi con saggezza, cautela e fermezza ai leonini trattati commerciali che intendevano legare i nostri popoli al nuovo padrone mascherato. Allo stesso tempo, era necessario prevedere, con una preparazione tempestiva e intelligente, altri pericoli di pari portata, come quello di lasciarsi abbagliare dalla prosperità del Nord e dalla democrazia rappresentativa, ad esempio. Questo stesso abbaglio era – ed è – foriero di altri atteggiamenti perniciosi, come il disprezzo per il proprio paese rispetto a quello straniero. Questo fatalismo è il denominatore comune degli atteggiamenti pigri, dell’imitazione servile, dell’assenza di creatività e di fiducia nelle proprie forze. Queste sono le vie iniziali della colonizzazione mentale e, in seguito, dell’annessionismo più ortodosso. Con queste condizioni e atteggiamenti, si apre la porta al colonizzatore, che non esiterà a sottomettere con la forza, se necessario, dopo essere entrato in casa con l’inganno e la seduzione.

E quale Paese può godere di libertà e pace se è colonizzato da un altro? Come si può affrontare la guerra culturale e preservare la sovranità? Sembra che le opere di Marti, a partire dal 1889, indipendentemente dalla loro natura, rispondano a queste domande.

Dello stesso anno è il suo articolo Un paseo por la tierra de los anamitas, pubblicato su La Edad de Oro. Questo testo è notevole per molti motivi, il primo dei quali è forse lo sguardo spregiudicato, lontano da ogni razzismo o folclore, su un territorio di cui si avevano poche informazioni, e quelle che c’erano erano quasi sempre filtrate da una prospettiva distorta o esotica.

Il cubano, invece, offre un ritratto completamente diverso. È interessante notare la generalizzazione dei contenuti etici, in cui dà per scontate e consolidate realtà che purtroppo non corrispondono a quanto desiderato:

“E tali sono gli uomini, che ognuno crede che solo ciò che pensa e vede sia la verità, e dice in versi e in prosa che si deve credere solo a ciò che crede (…) quando ciò che si dovrebbe fare è studiare con affetto ciò che gli uomini hanno pensato e fatto, e questo dà un grande piacere, cioè vedere che tutti gli uomini hanno gli stessi dolori, la stessa storia e lo stesso amore”. ) quando ciò che si deve fare è studiare con affetto ciò che gli uomini hanno pensato e fatto, e questo dà un grande piacere, cioè vedere che tutti gli uomini hanno gli stessi dolori, la stessa storia e lo stesso amore, e che il mondo è un bel tempio, dove tutti gli uomini della terra stanno in pace, perché tutti hanno voluto conoscere la verità, e hanno scritto nei loro libri che è utile essere buoni, e hanno sofferto e combattuto per essere liberi, liberi nella loro terra, liberi nel pensiero”.

Concepire il pianeta come quel luogo ideale e felice di pace duratura porta il significato del testo in una direzione molto diversa da ciò che stava accadendo in quel momento e sta ancora accadendo nel nostro tempo. È come se le parole volessero cementare i presupposti teorici di una realtà lontana ma possibile, in cui le differenze vengono risolte amichevolmente, cercando un terreno comune di dialogo piuttosto che divergenze inconciliabili.

Il rispetto della dignità umana, dell’esercizio della libertà dei cittadini e dei popoli, che fa parte dell’eredità di Martí, è oggi più che mai necessario. Noi cubani siamo orgogliosi di avere come compatriota un uomo di statura universale. Seguire il suo esempio nel pensiero e nell’azione è un’alternativa per costruire una patria migliore e più giusta – e un’umanità più giusta. Sta a noi renderla possibile.

Fonti: Granma e Granma

Traduzione: italiacuba.it


A Dos Ríos, un sole eterno che ci guida

José Martí ci dimostra alla luce di 129 anni che Dos Ríos non fu il suo ultimo combattimento

Il cavallerizzo redentore andava con il brio del suo destriero arringando le forze liberatrici quando  –tra la sella  e l’arcione– tre spari nemici provocarono la tragedia. Era morto in combattimento José Martí.

Era il pomeriggio di domenica 19 maggio del 1895 e da allora in quel luogo sacro chiamato Dos Rios c’è un sole eterno che ci guida.

Perché lì, fuso il suo sangue con la terra amata e il suo legato vitale palpitante, perché lì,  nei canali del Cauto e del Contramaestre, l’Apostolo divenne un vera leggenda.

La leggenda di un uomo che germinò nel pensiero preclaro di altri figli degni della Patria in quella continuità storica d’una generazione  che onorò la sua memoria nel centenario della sua nascita prendendo le armi come unica via possibile per conquistare l’indipendenza.

Lo segnalò bene il martiano maggiore, Fidel, quando affermò: «(…) Per noi cubani, Martí è l’idea del bene che lui ha descritto…  Da lui abbiamo ricevuto al disopra di tutto, quei principi etici senza i quali non si può nemmeno concepire una rivoluzione.

Da lui  riceviamo ugualmente, il suo patriottismo ispiratore e un concetto tanto alto dell’onore e della dignità umana come nessuno nel mondo avrebbe potuto insegnarci».

Per questo si dice che la sua morte fu solo fisica, perché il Maestro riuscì a rinascere nelle essenze di un paese, nel legato ispiratore per altri popoli poveri del mondo e nel racconto necessario al quale si deve accudire quando si vuole intendere la poesia che abita nella parola libertà.

Questo è Martí –di grandi sacrifici, grandi rinunce personali e dedizione senza pari – che deve vivere in coloro che insegnano nelle nostre aule; in coloro che fondano e amano  e in coloro che non abbandonano la trincea dell’onore.

Questo è l’Apostolo del tatuaggio di un giovane reporter, come parola d’ordine di quello che è il cubano più grande che ci illumina con il suo esempio, al di sopra delle fiaccole di gennaio e dell’evocazione di ogni maggio.

Questo è il nostro Eroe nazionale e dimostra alla luce di 129 anni  che Dos Ríos non fu il suo ultimo combattimento.

Lì restò aderito alla terra il suo sangue generoso, e lì si eresse poi un obelisco che c’invita a onorare con la fronte scoperta questo sole umano che si alza con Cuba tutti i giorni.


Noi cubani conosciamo quasi a memoria i due primi paragrafi della lettera inconclusa di Martí a Manuel Mercado, del 18 maggio del 1895. Senza dubbio quali altre questioni toccava nella lettera il Maestro? Che progetti immediati aveva? Questa fu l’ultima lettera che scrisse?

Le domande possono essere molte e qui vedremo alcune risposte.

Il 18 maggio è la data della lettera a Mercado, però il 19 ce n’è una molto breve indirizzata a Máximo Gómez, nella quale gli parlava dell’immediato: che erano usciti “più o meno alle quattro” per andare a Vuelta, dove si erano accampate le forze di Bartolomé Masó, e gli diceva: «Non sarò tranquillo sino a che non lo vedrò arrivare da lei e gli porto ben curato il sacco».[1]

La lettera a Mercado, cominciata il giorno precedente, ha una portata maggiore a proposito di quello che Martí progettava nello sviluppo degli avvenimenti. Rispetto ai passi da seguire, l’Apostolo affermava a Manuel: «Qui io faccio il mio dovere!», che vincola alle espressioni iniziali d’impedire a tempo che gli Stati Uniti s’estendessero, a partire da Cuba, per i nostri popoli.

Questa guerra giungeva «alla sua ora» per evitare l’annessione di Cuba agli Stati Uniti, e di fronte a questo chiedeva se il Messico «non troverà un modo sagace, effettivo e immediato, d’aiutare a tempo chi lo difende?». Nelle sue considerazioni di fronte a questa questione, Martí propose la necessità di sapere che autorità doveva avere, lui o un altro, per decidere.

In accordo con questo lui poteva definire o consigliare.

Quanto proposto a proposito di chi poteva prendere le decisioni, risulta fondamentale per le prospettive che il grande cubano aveva in quei momenti.

Lui sapeva di trovarsi di fronte a un’alternativa: c’erano quelli che pensavano che dovesse andarsene e mantenere la sua attività dall’estero, mentre lui sentiva che il suo dovere era stare a Cuba.

Nella lettera al dominicano Federico Henríquez y Carvajal, del 25 marzo, aveva parlato della vergogna che aveva provato di fronte al rischio che Máximo Gómez venisse solo, senza la sua compagnia; che un popolo si lasciasse servire senza sdegno, «da chi aveva predicato la necessità di morire e non aveva cominciato a porre a rischio la sua vita».

Diceva all’amico che avrebbe rispettato il suo dovere dove fosse più utile e pensava che chissà sarebbe stato nelle due parti: dentro e fuori.

Martí diceva al dominicano: «Io ho evocato la guerra: la mia responsabilità comincia con questa, invece di terminare»; ma nello stesso tempo gli sbozzava un’idea che avrebbe spiegato meglio nella lettera a Mercado: «Le Antille libere salveranno l’indipendenza di Nuestra America, e l’onore già dubbioso e disgraziato dell’America inglese, e forse accelereranno e fisseranno l’equilibrio del mondo. Guardi quello che facciamo, lei con i suoi giovanili capelli bianchi e io trascinato con il mio cuore rotto».[2]

Queste preoccupazioni furono centrali nella sua lettera mai conclusa nella quale spiegava che poteva tardare ancora due mesi la costituzione del governo nel campo indipendentista, quello che sarebbe «utile e semplice», anche se nel suo criterio sarebbe stato «un’opera di relazione, momento e accomodi».

Il già nominato Maggior Generale spiegò che non voleva fare niente che sembrasse l’estensione capricciosa della rappresentazione che aveva, e per questo «continueremo il cammino al centro dell’Isola a deporre io davanti alla rivoluzione che ho fatto scoppiare, l’autorità che mi ha dato l’emigrazione, ottemperando dentro, e che deve rinnovare rispetto al suo nuovo stato, un’assemblea di delegati del popolo cubano visibile, dei rivoluzionari in armi. Questo era il piano immediato.

Martí espose la sua idea di come doveva essere questo governo, ma era cosciente che esistevano forme differenti, per cui non aveva certezze a proposito della posizione che avrebbe occupato una volta sviluppato il processo organizzativo e per questo affermava :«Mi conosce. Per me, difenderò solo quello che ho per garanzia e servizio della Rivoluzione. So sparire, ma non scomparirà il mio pensiero nè si farebbe acida la mia oscurità. E in quanto terremo forma opereremo. Fai questo per me o per altri».

AGIRE «A TEMPO»

Quanto raccolto sino qui della famosa lettera mette in evidenza il piano immediato di giungere al centro dell’Isola per sviluppare l’assemblea alla quale dovevano partecipare i rappresentanti dei territori in guerra.

Questo era quello di maggiore immediatezza ma generava anche la domanda su quello che lì sarebbe stato approvato, e nel caso di Martí, che responsabilità avrebbe avuto o no, partendo da questi accordi. Senza dubbio la lettera ha altri contenuti di grande importanza per il progetto martiano.

In questo senso è imprescindibile attendere il suo riassunto della conversazione con Eugenio Bryson, corrispondente del Herald, che gli diede un’importante informazione.

Bryson gli parlò dell’attività annessionista da dentro e dalle istituzioni yankee e inoltre «mi ha raccontato la sua conversazione con Martínez Campos, alla fine della quale gli ha fatto intendere questo che, senza dubbio è arrivata l’ora.

La Spagna preferirebbe intendersi con gli Stati Uniti e rendere l’Isola ai cubani». Questo rinforzava la sua convinzione sugli interessi statunitensi rispetto a Cuba, che si vincolava ai propositi statunitensi.

La lettera comincia con la sua esposizione di qual era il maggior obiettivo della guerra iniziata mesi prima: «Impedire a tempo con l’indipendenza di Cuba che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e ricadano con questa forza ulteriore sulle nostre terre d’America».

È importante detenersi a meditare sull’espressione «a tempo», poiché Martí aveva un gran senso del tempo storico.

Per tanto per lui l’urgenza era agire «a tempo», d approfittare il margine che restava per realizzare questo obiettivo.

Questo lo aveva pianificato da prima, quando si realizzava la Conferenza Internazionale di Washington.

Il 16 novembre del 1889, aveva scritto in una lettera a Gonzalo de Quesada: «Ancora si può, Gonzalo», e aveva spiegato le ragioni che davano la possibilità «ancora», d’ottenere l’indipendenza di Cuba:

«L’interesse di quel che resta dell’onore in America Latina, il rispetto che impone un popolo decoroso, l’obbligo di questa terra di non dichiararsi mai davanti al mondo un popolo conquistatore, il poco che resta qui di “repubblicanismo” sano e la possibilità di ottenere la nostra indipendenza prima che venga permesso a questo popolo dai nostri d’estendersi sulle sue vicinanze e dirigere tutti: lì ci sono i nostri alleati e con loro intraprendo la lotta».[3]

Come si può osservare, il pericolo espansionista era una preoccupazione precoce in Martí e, proprio quando si realizzò la prima conferenza panamericana comprese l’importanza d’agire immediatamente, perché la politica statunitense era già attiva nelle sue ambizioni continentali

Per tanto, si doveva lavorare con rapidità per l’organizzazione della nuova guerra, che era il mezzo per giungere al maggiore obiettivo: la Rivoluzione.

Il suo senso di tempo storico si mise in funzione dell’organizzazione immediata: creare coscienze, organizzare il Partito Rivoluzionario cubano e distribuire tutto il lavoro organizzativo fuori e dentro Cuba per la guerra.

Una volta scatenata la guerra, nel detto Manifesto di Montecristi, firmato dal generale in capo, Máximo Gómez, e da Martí come delegato del PRC, si proclamò il proposito programmatico, dall’affermazione che la rivoluzione d’indipendenza che era iniziata a Yara entrava in un nuovo periodo di guerra.

Per Martí, era fondamentale creare le basi e sviluppare il processo per ottenere il trionfo in breve tempo, il poco disponibile per questa conquista.

La sua lettera del 18 maggio mostra l’operato immediato da sviluppare per realizzare l’obiettivo maggiore.

La morte di Martí, il 19 maggio, fu un colpe molto duro per il progetto rivoluzionario e così lo apprezzò lo stesso Máximo Gómez. Nel suo Diario di Campagna, il Generalissimo scrisse: « Che guerra questa! Io di notte pensavo che a lato di un istante di vero piacere ne appare un altro di amarissimo dolore . Ci manca già il migliore dei compagni e, potremmo dire, l’anima del sollevamento».[4]

La segnalizzazione del luogo della morte cominciò con la croce posta da Enrique Loynaz del Castillo nel luogo, quando fu a precisarlo su indicazione del presidente Cisneros Betancourt, e il primo monumento fu eretto con pietre del fiume Contramaestre da Máximo Gómez e la sua truppa. «Era morta l’anima del sollevamento», secondo Gómez.

La morte impedì a Martí di sviluppare tutto il piano che aveva concepito e i cui passi immediati aveva plasmato nella lettera mai terminata.

E nemmeno si riuscì a scongiurare «a tempo» il pericolo degli Stati Uniti.

Ma il suo legato restò per sempre nel cuore del popolo cubano, nella sua viscera più profonda.

Fonti:

[1] José Martí. Opere complete, Centro di Studi Martiani, L’Avana, 2001, Vol. 4, p. 170.

[2] Ídem, pp. 110-112.

[3] Ídem, Vol. 6, p. 122.

[4] Máximo Gómez: Diario di Campagna. Fondazione Máximo Gómez, Repubblica Dominicana, 2017, p. 373.

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