Osservatorio dei Media di Cubadebate
Atlas Network è un’organizzazione con sede negli USA che raramente appare in prima pagina, ma che è dietro a centinaia di centri studi (think tank) di libero mercato in tutto il mondo. Nella sua stessa definizione, si tratta di un conglomerato “apartitico” che rafforza una rete di organizzazioni “pro libertà” mediante formazione, consulenza e “sovvenzioni competitive”.
Fondata nel 1981 dall’imprenditore britannico Antony Fisher, discepolo del guru anticomunista F. A. Hayek, Atlas si è descritta come “un think tank che crea think tank”: un nodo che collega organizzazioni affini per condividere idee, metodologie di lobby e contatti politici. Secondo la sua memoria più recente, la rete raggruppa oltre 580 organizzazioni di destra in più di 100 paesi.
In America Latina, i direttori di Atlas e studi indipendenti identificano come soci fondazioni come Fundación Libertad, Fundación Atlas 1853, Libertad y Progreso (Argentina), Fundación para el Progreso e Libertad y Desarrollo (Cile), CEDICE (Venezuela), tra molte altre.
Queste organizzazioni funzionano come laboratori di idee: producono rapporti, propongono riforme e forniscono quadri a partiti di destra ed estrema destra nella regione.
Il modello operativo e le principali critiche
Atlas Network si presenta come una piattaforma di “imprenditori di idee” che promuovono politiche di libero mercato, deregolamentazione e riduzione del ruolo dello Stato. Il suo modello combina tre pilastri:
1.Finanziamento selettivo: sovvenzioni per progetti concreti (campagne, rapporti, cause legali strategiche).
2.Formazione intensiva: corsi in “marketing delle idee”, raccolta fondi, gestione di think tank e comunicazione politica.
3.Eventi di networking: forum regionali della “libertà” (incluso uno latinoamericano) e un vertice annuale negli USA in cui si premiano i “successi” delle politiche neoliberali.
Questa architettura trasforma Atlas in una sorta di centrale logistica del neoliberismo politico: non agisce tanto in prima linea, ma fornisce risorse, linguaggio e metodologia a una costellazione di organizzazioni che operano in ogni paese.
Da anni la rete è nel mirino di ricerche critiche. Il Multinationals Observatory – Investigative Media and Corporate Watchdog, con sede in Francia, descrive Atlas come un’associazione globale di lobbisti ultraliberali finanziata da miliardari di destra e fondazioni come Koch, Heritage o Templeton, con forti legami con le industrie del petrolio, del tabacco e del settore farmaceutico.
Studi accademici e giornalistici riportano che, negli anni ’90 e 2000, Atlas ha convogliato fondi delle tabaccifere verso think tank che hanno elaborato materiali contro le regolamentazioni della salute pubblica, e che almeno una parte dei suoi alleati ha promosso posizioni negazioniste o dilatorie in politica climatica.
In America Latina, la politologa messicana Alejandra Salas Porras caratterizza queste reti — incluso Atlas — come una “macchina dell’élite per fermare i movimenti progressisti”, sottolineando il loro ruolo nelle riforme di aggiustamento strutturale, nella privatizzazione dei servizi pubblici e nella diffusione dell’ideario neoliberale.
Atlas, da parte sua, rifiuta di essere un attore partitico e sostiene di appoggiare solo organizzazioni indipendenti che “rimuovono le barriere alla prosperità” mediante la difesa della proprietà privata e del mercato. Questa autodefinizione contrasta con lo schema che emerge dalle ricerche: laddove si consolida un processo progressista o di sinistra con capacità di governo, fioriscono think tank alleati di Atlas, campagne comunicative e piattaforme digitali che spingono, quasi con le stesse parole, l’agenda di “più mercato e meno Stato”.
Dai think tank ai governi
Dove meglio si apprezza oggi l’influenza di Atlas è in Argentina. La stessa organizzazione vanta sul suo sito di aver sostenuto la Fundación Libertad y Progreso con circa 650000 $ dal 2012, ed evidenzia il suo contributo al programma economico del presidente Javier Milei: deregolamentazione, taglio della spesa pubblica e riforme “pro mercato”.
Rapporti sulle reti di think tank neoliberali nella regione mostrano che Atlas agisce come ombrello di altre reti latinoamericane — come RELIAL o HACER — che collegano decine di organizzazioni in Brasile, Cile, Colombia o Messico, molte con legami diretti con partiti di destra, grandi imprenditori e mezzi di comunicazione.
In questo ecosistema si colloca la Fundación Libertad, con sede a Rosario (Argentina), descritta dagli analisti come uno dei centri ideologici più influenti della destra iberoamericana e partner storico di Atlas Network.
È in questa casa che appare una figura chiave per capire il salto di Atlas dal terreno strettamente istituzionale all’attivismo digitale ad alta intensità: Agustín Antonetti.
Chi è Agustín Antonetti
Agustín Antonetti è un attivista argentino che opera da Miami e si presenta come “difensore dei diritti umani” e analista della realtà latinoamericana. Documenti pubblici lo identificano come membro della Fundación Libertad e direttore del progetto Latin America Watch, una newsletter e spazio di analisi promosso insieme alla Fundación Friedrich Naumann para la Libertad, legata al liberalismo europeo.
In eventi internazionali di reti liberali e di Atlas, Antonetti appare come “direttore di Latin America Watch della Fundación Libertad” e relatore su “attivismo nelle reti sociali a favore della democrazia e contro le dittature latinoamericane”. Questa definizione riassume bene la narrativa con cui si presenta: un giovane difensore della democrazia che, dalla società civile, denuncia violazioni dei diritti umani a Cuba, Venezuela o Nicaragua.
Ma questa è solo una parte della storia. Dal 2021 il suo nome appare in modo ricorrente in indagini su campagne di disinformazione e tendenze coordinate su X (ex Twitter) contro governi di sinistra: prima in Bolivia e Cuba, poi in Messico, Argentina, Cile o Nicaragua.
#SOSCuba come prova generale
L’analista spagnolo Julián Macías Tovar, specialista in reti sociali, esaminò nel 2021 oltre due milioni di tweet con l’hashtag #SOSCuba, che precedettero e accompagnarono le proteste dell’11 luglio di quell’anno nell’isola.
Cosa sta succedendo a Cuba?
Ho analizzato i più di due milioni di tweet che utilizzavano l’HT #SOSCuba, iniziati chiedendo aiuto umanitario con la partecipazione di artisti e migliaia di account appena creati e bot a causa dei morti per COVID, e terminati in mobilitazioni per le strade.
— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) 12 luglio 2021
Nei grafici di rete forniti da Macías Tovar, l’account di Antonetti appariva come uno dei più ritwittati, situato al centro della campagna digitale, insieme a un gran numero di account appena creati e, secondo il ricercatore, automatizzati o coordinati. Julián Macías Tovar sostiene che Antonetti “appartiene alla Fundación Libertad dell’Argentina, di Atlas Network” e lo colloca come pezzo ricorrente in operazioni digitali contro governi come quello di Evo Morales in Bolivia o Andrés Manuel López Obrador in Messico.
In Messico, la stessa presidenza dedicò una sezione della conferenza stampa mattutina del 7 settembre 2022 a mostrare grafici in cui l’account @agusantonetti appariva al centro di campagne su Cristina Fernández e contro il governo di López Obrador. La portavoce Ana Elizabeth García Vilchis lo collegò a reti di disinformazione regionale.
Antonetti, da parte sua, si presenta come un attivista in difesa della democrazia di fronte alle “dittature” latinoamericane. Fino alla chiusura di questo articolo non sono state trovate sue dichiarazioni che rispondano in modo dettagliato a queste accuse di coordinamento di campagne digitali.
La rete di @agusantonetti contro Cuba
A partire da un insieme di dati che raccoglie le interazioni dell’account @agusantonetti nella conversazione su “Cuba” tra il 2023 e il 2025 su X — menzioni, risposte, retweet e citazioni — sono state costruite due visualizzazioni di rete che aiutano a capire la sua posizione nell’ecosistema digitale.
Per generare il grafo, sono stati isolati gli 80 nodi con le maggiori interazioni in quel periodo, su un totale di 250.458 percorsi.
Nella prima visualizzazione, ogni punto rappresenta un account e ogni linea, un’interazione. La dimensione del nodo riflette il numero di connessioni (grado) e il colore, la comunità o cluster a cui appartiene secondo algoritmi di rilevamento di gruppi.
In questo grafo degli 80 nodi più connessi, @agusantonetti appare come uno dei nodi di maggiori dimensioni e in posizione centrale, concentrando interazioni da varie comunità di account di lingua spagnola. La struttura è tipica di un “hub”: un nodo che collega gruppi che, senza di lui, sarebbero più debolmente uniti tra loro.
In termini di analisi delle reti, questo si traduce in:
-Alta centralità di grado: molte connessioni dirette con altri account.
-Alta intermediazione (betweenness): agisce come ponte tra cluster che parlano di Cuba da prospettive diverse (opposizione cubana all’estero, attivisti regionali, account mediatici, ecc.).
-Rete relativamente densa: abbondano le interazioni incrociate tra i nodi più vicini all’hub, il che favorisce la rapida diffusione di narrative ed etichette.
Lo schema che rivelano queste reti non si limita a Cuba. Negli stessi grafi in cui @agusantonetti appare al centro della conversazione sull’isola, si rilevano anche campagne di attacco sincronizzate contro il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel e altri dirigenti, come Claudia Sheinbaum in Messico.
Nei momenti di maggiore tensione economica o sociale a Cuba, l’account di Antonetti agisce come nodo di lancio: avvia o amplifica messaggi che vengono rapidamente replicati da una costellazione di account alleati, alcuni legati a think tank e organizzazioni dell’orbita di Atlas Network, altri collegati a strutture mediatiche e operatori mediatici della Florida già noti per essere, in maggioranza, impiegati indiretti del Dipartimento di Stato.
La ripetizione quasi identica di frame –strutture interpretative (“dittatura socialista”, “frode elettorale”, “Stato fallito”) e la concentrazione temporale di queste pubblicazioni suggeriscono meno una conversazione spontanea e più un’architettura comunicativa orientata a erodere la legittimità di queste presidenze nello spazio pubblico digitale.
La seconda visualizzazione si concentra sulla ego-rete dell’account: tutti gli account che interagiscono direttamente con @agusantonetti (distanza 1) e quelli che interagiscono con questi account (distanza 2).
In questo grafo, @agusantonetti è il nodo centrale e, intorno, si osservano diversi “anelli” di account. La colorazione per comunità permette di identificare sottogruppi che interagiscono più tra loro che con il resto della rete:
°Un nucleo di profili che ritwittano sistematicamente i suoi messaggi su Cuba e li replicano verso un proprio pubblico.
°Altri gruppi che lo menzionano o discutono quando commenta su Venezuela, Nicaragua o Messico, ma riappaiono anche nei thread sull’isola, generando un ponte tra diverse agende nazionali.
°Account di media e organizzazioni di stampo neoliberale-libertario che condividono i suoi contenuti o lo invitano a commentare nei propri spazi, rafforzando la circolazione di una cornice comune: quella della “lotta contro le dittature socialiste”.
I picchi di attività — momenti in cui si concentrano molte interazioni in poco tempo — coincidono con crisi o annunci su Cuba (proteste per blackout, nuove sanzioni, ecc.).
Ciò suggerisce un uso tattico dell’account per amplificare narrative concrete più che un commento disperso sull’attualità. Senza accesso ai dati interni della piattaforma non è possibile affermare categoricamente che esista automazione, ma la concentrazione temporale e la ripetizione di schemi si adatta a dinamiche di amplificazione coordinata descritte da analisti come Macías Tovar in campagne precedenti.
Altri attori dell’ecosistema
Intorno alla conversazione su Cuba appaiono altri nomi: la Fundación 4Métrica, il mezzo digitale El Toque, UHNPlus e un insieme di operatori politici affini al governo USA (Mario J. Pentón, Félix Llerena, Rosa María Payá e molti altri), così come organizzazioni e strutture con sede a Miami finanziate da, o funzionali alla, politica ostile del governo USA verso Cuba.
È molto interessante il ruolo della cosiddetta “Fundación 4Métrica“. Il suo coordinatore principale è il colombiano Sergio Ángel Baquero, ricercatore del “Programma Cuba” dell’Università Sergio Arboleda (Colombia), un clone del “Cuban Research Institute” della Florida International University (FIU).
Sergio Ángel è anche il coordinatore dell’Osservatorio della Libertà Accademica di Cuba (@OLAcademica), dell’Osservatorio sull’Invecchiamento, Cure e Diritti (@cuido60) e dell’Osservatorio dei Diritti Culturali (@CubaODC). È co-direttore del Food Monitor Program (@FoodMonitorP, che si dedica a monitorare e denunciare l'”insicurezza alimentare” a Cuba). In altre parole, è l’operatore di un nodo di siti presumibilmente “accademici”, tutti con corrispondenti nelle reti sociali, dedicato all’intossicazione dell’agenda Cuba su Internet.
Questo sistema di siti e utenti registrati nelle reti cerca di generare la percezione che un ampio settore accademico realizzi ricerche su Cuba da una prospettiva indipendente e critica, ma in realtà è lo stesso gruppo di persone che appare nella gestione di questa famiglia di siti web, che falsificano gli studi e li presentano come “evidenza” scientifica.
Le alleanze di questi attori si inscrivono nella costellazione di ONG di “diritti umani” e fondazioni legate alla cooperazione internazionale e a progetti di ingegneria sociale neoliberale (Open Society Foundations, fondazioni europee), più che nella galassia dell’estrema destra classica di Atlas. Tuttavia, condividono con Antonetti e con la rete di think tank alleati di Atlas una forte orientazione ideologica contro il governo cubano e, in generale, contro progetti politici di sinistra nella regione.
Nella pratica, i loro contenuti e metriche circolano negli stessi ecosistemi di X e altre piattaforme, si citano reciprocamente e sono amplificati da comunità simili.
A partire dai documenti e dalle analisi disponibili sembra configurarsi un intreccio di attori ideologicamente convergenti — think tank della destra “libertaria”, ONG per i diritti umani, media digitali e attivisti come Antonetti — che operano in un unico ciclo informativo e si rafforzano a vicenda, sebbene non tutti dipendano da una singola struttura organizzativa né condividano i finanziatori.
Quello che sappiamo, quello che resta da sapere
Il caso di Atlas Network e dell’attività digitale di Agustín Antonetti illustra come la politica latinoamericana non si giochi più solo nei parlamenti e nelle campagne elettorali, ma anche in reti transnazionali di think tank e in sciami di account su X che promuovono narrative, hashtag e crisi di reputazione in poche ore.
I dati disponibili permettono di affermare che:
1-Atlas Network ha costruito in America Latina un’infrastruttura potente per diffondere politiche di libero mercato, con alleati nazionali che oggi hanno relazione diretta con governi come quello di Javier Milei e il presidente eletto in Cile José Antonio Kast.
2-Parte di questa rete è stata storicamente finanziata da grandi corporation — incluse quelle del petrolio e del tabacco — e ha lavorato contro regolamentazioni ambientali e di salute pubblica, secondo multiple indagini.
3-Agustín Antonetti, membro della Fundación Libertad, si è consolidato come un attore centrale in campagne digitali contro governi di sinistra, incluso quello cubano, con una posizione molto visibile nei grafici delle reti sociali e in analisi indipendenti come quelle di Julián Macías Tovar.
4-Altre organizzazioni finanziate dal governo USA per il cosiddetto “cambio di regime” a Cuba, così come ONG e media legati a fondazioni occidentali, fanno parte dello stesso ecosistema discorsivo in cui operano gli alleati di Atlas, sebbene i loro legami istituzionali non siano sempre diretti né trasparenti.
Rimangono aperte diverse linee di ricerca: la tracciabilità completa dei flussi di denaro verso i think tank latinoamericani; il ruolo delle agenzie di marketing politico specializzate in campagne digitali; il grado di automazione reale nelle reti di amplificazione che orbitano attorno ad account come @agusantonetti; e l’articolazione concreta tra finanziamento internazionale e agenda mediatica contro Cuba.
Nel frattempo, per il lettore non specializzato, una conclusione risulta inevitabile: quando un hashtag come #SOSCuba irrompe sugli schermi e sembra sorgere spontaneamente “dal basso”, conviene guardare anche verso l’alto e verso l’esterno. Chiedersi chi è al centro della rete, quali organizzazioni lo circondano, quali fondazioni lo finanziano e quali interessi — economici, ideologici o geopolitici — si giocano dietro ogni tweet fa ormai parte di qualsiasi serio esercizio di cittadinanza informata in America Latina.
La telaraña invisible: Atlas Network contra Cuba
Por: Observatorio de Medios de Cubadebate
Atlas Network es una organización con sede en Estados Unidos que rara vez aparece en primera plana, pero que está detrás de cientos de centros de pensamiento de libre mercado en todo el mundo. En su propia definición, se trata de un conglomerado “no partidista” que fortalece una red de organizaciones “pro libertad” mediante formación, asesoría y “subvenciones competitivas”.
Fundada en 1981 por el empresario británico Antony Fisher, discípulo del gurú anticomunista F. A. Hayek, Atlas se ha descrito como “un think tank (“tanque pensante”, en inglés) que crea think tanks”: un nodo que conecta organizaciones afines para compartir ideas, metodologías de lobby y contactos políticos. Según su memoria más reciente, la red agrupa a más de 580 organizaciones de derecha en más de 100 países.
En América Latina, los directorios de Atlas y estudios independientes identifican como socios a fundaciones como Fundación Libertad, Fundación Atlas 1853, Libertad y Progreso (Argentina), Fundación para el Progreso y Libertad y Desarrollo (Chile), CEDICE (Venezuela), entre muchas otras.
Estas organizaciones funcionan como laboratorios de ideas: producen informes, proponen reformas y nutren de cuadros a partidos de derecha y extrema derecha en la región.
El modelo operativo y las principales críticas
Atlas Network se presenta como una plataforma de “emprendedores de ideas” que promueven políticas de libre mercado, desregulación y reducción del rol del Estado. Su modelo combina tres pilares:
Financiación selectiva: subvenciones para proyectos concretos (campañas, informes, litigios estratégicos).
Formación intensiva: cursos en “marketing de ideas”, fundraising (captación de fondos), gestión de think tanks y comunicación política.
Eventos de networking: foros regionales de la “libertad” (incluido uno latinoamericano) y una cumbre anual en Estados Unidos en la que se premian “éxitos” de políticas neoliberales.
Esta arquitectura convierte a Atlas en una especie de central logística del neoliberalismo político: no actúa tanto en primera línea, sino que dota de recursos, lenguaje y metodología a una constelación de organizaciones que operan en cada país.
Desde hace años la red está bajo el radar de investigaciones críticas. El Multinationals Observatory – Investigative Media and Corporate Watchdog, con sede en Francia, describe a Atlas como una asociación global de lobistas ultraliberales financiada por multimillonarios de derecha y fundaciones como Koch, Heritage o Templeton, con fuertes vínculos con industrias del petróleo, el tabaco y el sector farmacéutico.
Estudios académicos y periodísticos recogen que, durante los años 90 y 2000, Atlas canalizó fondos de tabacaleras hacia think tanks que elaboraron materiales contra regulaciones de salud pública, y que al menos una parte de sus aliados ha promovido posiciones negacionistas o dilatorias en política climática.
En América Latina, la politóloga mexicana Alejandra Salas Porras caracteriza a estas redes —incluida Atlas— como una “maquinaria de las élites para detener a los movimientos progresistas”, subrayando su papel en las reformas de ajuste estructural, la privatización de servicios públicos y la difusión del ideario neoliberal.
Atlas, por su parte, rechaza ser un actor partidista y sostiene que sólo apoya a organizaciones independientes que “eliminan barreras a la prosperidad” mediante la defensa de la propiedad privada y el mercado. Esa autodefinición contrasta con el patrón que dibujan las investigaciones: allí donde se consolida un proceso progresista o de izquierda con capacidad de gobierno, florecen think tanks aliados de Atlas, campañas comunicacionales y plataformas digitales que empujan, casi con las mismas palabras, la agenda de “más mercado y menos Estado”.
De los think tanks a los gobiernos
Donde mejor se aprecia hoy la influencia de Atlas es en Argentina. La propia organización presume en su web de haber apoyado a la Fundación Libertad y Progreso con unos 650.000 dólares desde 2012, y destaca su contribución al programa económico del presidente Javier Milei: desregulación, recorte del gasto público y reformas “pro mercado”.
Informes sobre redes de think tanks neoliberales en la región muestran que Atlas actúa como paraguas de otras redes latinoamericanas —como RELIAL o HACER— que conectan decenas de organizaciones en Brasil, Chile, Colombia o México, muchas de ellas con vínculos directos con partidos de derecha, grandes empresarios y medios de comunicación.
En este ecosistema se ubica la Fundación Libertad, con sede en Rosario (Argentina), descrita por analistas como uno de los centros ideológicos más influyentes de la derecha iberoamericana y socia histórica de Atlas Network.
Es en esa casa donde aparece una figura clave para entender el salto de Atlas del terreno estrictamente institucional al activismo digital de alta intensidad: Agustín Antonetti.
Quién es Agustín Antonetti
Agustín Antonetti es un activista argentino que opera desde Miami y se presenta como “defensor de derechos humanos” y analista de la realidad latinoamericana. Documentos públicos lo identifican como integrante de la Fundación Libertad y director del proyecto Latin America Watch, una newsletter y espacio de análisis impulsado junto a la Fundación Friedrich Naumann para la Libertad, ligada al liberalismo europeo.
En eventos internacionales de redes liberales y de Atlas, Antonetti aparece como “director de Latin America Watch de Fundación Libertad” y ponente sobre “activismo en redes sociales a favor de la democracia y contra las dictaduras latinoamericanas”. Esa definición resume bien la narrativa con la que se presenta: un joven defensor de la democracia que, desde la sociedad civil, denuncia violaciones de derechos humanos en Cuba, Venezuela o Nicaragua.
Pero esa es sólo una parte de la historia. Desde 2021 su nombre aparece de forma recurrente en investigaciones sobre campañas de desinformación y tendencias coordinadas en X (antes Twitter) contra gobiernos de izquierda: primero en Bolivia y Cuba, luego en México, Argentina, Chile o Nicaragua.
#SOSCuba como ensayo general
El analista español Julián Macías Tovar, especialista en redes sociales, examinó en 2021 más de dos millones de tuits con el hashtag #SOSCuba, que precedieron y acompañaron las protestas del 11 de julio de ese año en la isla.
¿Qué está pasando en Cuba?
Analicé los más de dos millones de tuits usando el HT #SOSCuba que comenzó pidiendo ayuda humanitaria con la participación de artistas y miles de cuentas recién creadas y bots por las muertes por COVID y terminaron en movilizaciones en las calles.
— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) Julio 12, 2021
En los gráficos de red aportados por Macía Tovar, la cuenta de Antonetti aparecía como una de las más retuiteadas, situada en el centro de la campaña digital, junto a una gran cantidad de cuentas recién creadas y, según el investigador, automatizadas o coordinadas.Juliá Macías Tovar sostiene que Antonetti “pertenece a la Fundación Libertad de Argentina, de Atlas Network” y lo sitúa como pieza recurrente en operaciones digitales contra gobiernos como el de Evo Morales en Bolivia o Andrés Manuel López Obrador en México.
En México, la propia presidencia dedicó una sección de la conferencia matutina del 7 de septiembre de 2022 a mostrar gráficos donde la cuenta @agusantonetti aparecía en el centro de campañas sobre Cristina Fernández y contra el gobierno de López Obrador. La vocera Ana Elizabeth García Vilchis lo vinculó a redes de desinformación regional.
Antonetti, por su parte, se presenta como un activista en defensa de la democracia frente a “dictaduras” latinoamericanas. Hasta el cierre de este artículo no se han encontrado declaraciones suyas respondiendo de forma detallada a estas acusaciones de coordinación de campañas digitales.
La red de @agusantonetti contra Cuba
A partir de un conjunto de datos que recoge las interacciones de la cuenta @agusantonetti en la conversación sobre “Cuba” entre 2023 y 2025 en X —menciones, respuestas, retuits y citas— se construyeron dos visualizaciones de red que ayudan a entender su posición en el ecosistema digital.
Para generar el grafo, se despejaron los 80 nodos con mayores interacciones en ese período, de un total de 250.458 rutas.
En la primera visualización, cada punto representa una cuenta y cada línea, una interacción. El tamaño del nodo refleja el número de conexiones (grado) y el color, la comunidad o cluster al que pertenece según algoritmos de detección de grupos.
En este grafo de los 80 nodos más conectados, @agusantonetti aparece como uno de los nodos de mayor tamaño y en posición central, concentrando interacciones desde varias comunidades de cuentas hispanohablantes. La estructura es típica de un “hub”: un nodo que conecta grupos que, sin él, estarían más débilmente unidos entre sí.
En términos de análisis de redes, esto se traduce en:
Alta centralidad de grado: muchas conexiones directas con otras cuentas.
Alta intermediación (betweenness): actúa como puente entre clusters que hablan de Cuba desde marcos diferentes (oposición cubana en el exterior, activistas regionales, cuentas mediáticas, etc.).
Red relativamente densa: abundan las interacciones cruzadas entre los nodos más cercanos al hub, lo que favorece la rápida difusión de narrativas y etiquetas.
El patrón que revelan estas redes no se limita a Cuba. En los mismos grafos donde @agusantonetti aparece en el centro de la conversación sobre la isla, se detectan también campañas de ataque sincronizadas contra el Presidente cubano Miguel Díaz-Canel y otros líderes, como Claudia Sheinbaum en México.
En los momentos de mayor tensión económica o social en Cuba, la cuenta de Antonetti actúa como nodo de disparo: lanza o amplifica mensajes que son rápidamente replicados por una constelación de cuentas aliadas, algunas de ellas ligadas a think tanks y organizaciones de la órbita de Atlas Network, otras vinculadas a estructuras mediáticas y operadores mediáticos de la Florida ya conocidos por ser, la mayoría, empleados indirectos del Departamento de Estados.
La repetición casi calcada de marcos (“dictadura socialista”, “fraude electoral”, “Estado fallido”) y la concentración temporal de estas publicaciones sugieren menos una conversación espontánea y más una arquitectura comunicacional orientada a erosionar la legitimidad de estos presidencias en el espacio público digital.
La segunda visualización se centra en la ego-red de la cuenta: todas las cuentas que interactúan directamente con @agusantonetti (distancia 1) y las que lo hacen con esas cuentas (distancia 2).
En este grafo, @agusantonetti es el nodo central y, alrededor, se observan varios “anillos” de cuentas. La coloración por comunidades permite identificar subgrupos que interactúan más entre sí que con el resto de la red:
Un núcleo de perfiles que retuitean sistemáticamente sus mensajes sobre Cuba y los replican hacia audiencias propias.
Otros grupos que lo mencionan o discuten cuando comenta sobre Venezuela, Nicaragua o México, pero reaparecen también en hilos sobre la isla, generando un puente entre distintas agendas nacionales.
Cuentas de medios y organizaciones de corte neoliberal-libertario que comparten sus contenidos o lo invitan a comentar en espacios propios, reforzando la circulación de un marco común: el de la “lucha contra las dictaduras socialistas”.
Los picos de actividad —momentos en los que se concentran muchas interacciones en poco tiempo— coinciden con crisis o anuncios sobre Cuba (protestas por apagones, nuevas sanciones, etc).
Ello sugiere un uso táctico de la cuenta para amplificar narrativas concretas más que un comentario disperso de la actualidad. Sin acceder a datos internos de la plataforma no es posible afirmar categóricamente que exista automatización, pero la concentración temporal y la repetición de patrones encaja con dinámicas de amplificación coordinada descritas por analistas como Macías Tovar en campañas previas.
Otros actores del ecosistema
En torno a la conversación sobre Cuba aparecen otros nombres: la Fundación 4Métrica, el medio digital El Toque, UHNPlus y un conjunto de operadores políticos afines al gobierno de Estados Unidos (Mario J. Pentón, Félix Llerena, Rosa María Payá y muchos otros), así como organizaciones y estructuras con sede en Miami financiadas por, o funcionales a, la política hostil del gobierno de Estados Unidos hacia Cuba.
Es muy interesante el papel de la llamada “Fundación 4Métrica”. Su coordinador principal es el colombiano Sergio Ángel Baquero, investigador del “Programa Cuba” de la Universidad Sergio Arboleda (Colombia), un clon del “Cuban Research Institute”, de la Universidad Internacional de la Florida (FIU).
Sergio Ángel también es el coordinador del Observatorio de la Libertad Académica de Cuba (@OLAcademica), del Observatorio de Envejecimiento, Cuidados y Derechos (@cuido60) y del Observatorio de Derechos Culturales (@CubaODC). Es co-director del Food Monitor Program (@FoodMonitorP, que se dedica a monitorear y denunciar la “inseguridad alimentaria” en Cuba). En otras palabras, es el operador de un nodo de sitios supuestamente “académicos”, todos con correlato en redes sociales, dedicado a la intoxicación de la agenda Cuba en Internet.
Este sistema de sitios y usuarios registrados en redes intenta generar la percepción de que un amplio sector académico realiza investigaciones sobre Cuba desde una perspectiva independiente y crítica, pero en realidad es el mismo grupo de personas las que aparecen en la gestión de esa familia de sitios web, que falsifican los estudios y los presentan como “evidencia” científica.
Las alianzas de estos actores se inscriben en la constelación de ONGs de “derechos humanos” y fundaciones ligadas a la cooperación internacional y a proyectos de ingeniería social neoliberal (Open Society Foundations, fundaciones europeas), más que en la galaxia ultraderechista clásica de Atlas. Sin embargo, comparten con Antonetti y con la red de think tanks aliados de Atlas una fuerte orientación ideológica contra el gobierno cubano y, en general, frente a proyectos políticos de izquierda en la región.
En la práctica, sus contenidos y métricas circulan por los mismos ecosistemas de X y otras plataformas, se citan mutuamente y son amplificados por comunidades similares.
A partir de los documentos y análisis disponibles parece configurarse un entramado de actores ideológicamente convergentes —think tanks de la derecha “libertaria”, ONGs de derechos humanos, medios digitales y activistas como Antonetti— que operan en un mismo ciclo informativo y se refuerzan mutuamente, aunque no todos dependan de una única estructura organizativa ni compartan financiadores.
Lo que sabemos, lo que falta por saber
El caso de Atlas Network y de la actividad digital de Agustín Antonetti ilustra cómo la política latinoamericana ya no se juega sólo en parlamentos y campañas electorales, sino también en redes transnacionales de think tanks y en enjambres de cuentas en X que impulsan narrativas, hashtags y crisis de reputación en cuestión de horas.
Los datos disponibles permiten afirmar que:
Atlas Network ha construido en América Latina una infraestructura poderosa para difundir políticas de libre mercado, con aliados nacionales que hoy tienen relación directa con gobiernos como el de Javier Milei y el presidente electo en Chile José Antonio Kast.
Parte de esa red ha sido financiada históricamente por grandes corporaciones —incluyendo petróleo y tabaco— y ha trabajado contra regulaciones ambientales y de salud pública, según múltiples investigaciones.
Agustín Antonetti, integrante de Fundación Libertad, se ha consolidado como un actor central en campañas digitales contra gobiernos de izquierda, incluido el cubano, con una posición muy visible en grafos de redes sociales y en análisis independientes como los de Julián Macías Tovar.
Otras organizaciones financiadas por el gobierno de Estados Unidos para el llamado “cambio de régimen” en Cuba, así como ONGs y medios ligados a fundaciones occidentales, forman parte del mismo ecosistema discursivo donde operan los aliados de Atlas, aunque sus vínculos institucionales no siempre sean directos ni transparentes.
Quedan abiertas varias líneas de investigación: la trazabilidad completa de los flujos de dinero hacia los think tanks latinoamericanos; el papel de las agencias de marketing político especializadas en campañas digitales; el grado de automatización real en las redes de amplificación que orbitan en torno a cuentas como @agusantonetti; y la articulación concreta entre financiamiento internacional y agenda mediática contra Cuba.
Mientras tanto, para el lector no especializado, una conclusión resulta ineludible: cuando un hashtag como #SOSCuba irrumpe en las pantallas y parece surgir espontáneamente “desde abajo”, conviene mirar también hacia arriba y hacia afuera. Preguntarse quién está en el centro de la red, qué organizaciones lo rodean, qué fundaciones lo financian y qué intereses —económicos, ideológicos o geopolíticos— se juegan detrás de cada tuit es ya parte de cualquier ejercicio serio de ciudadanía informada en América Latina.




