Fidel è dell’umanità

Non era di nessun altro luogo che Birán… e di Santiago, e de L’Avana, e Pinar del Río, e di ogni Angol di Cuba. Ma Fidel era anche ed è anche dell’umanità.

«Un agitatore peronista d’origine cubana».
Il giornalista  Rogelio García Lupo (di Prensa Latina) ha scritto nel suo libro /Últimas noticias de Fidel Castro y el Che/ (2007), che la CIA aveva definito Fidel «Un agitatore peronista d’origine cubana».
Un giovane Fidel, di 21 anni, andò a Bogotà come rappresentante della Federazione Studentesca Universitaria di Cuba al contro vertice della Conferenza Panamericana, strumento dell’Impero che, a partire da quell’anno, fu sostituita dalla OSA. Quel 9 aprile, Fidel aspettava d’incontrare il leader  Jorge Eliécer Gaitán, ma questi fu assassinato a mezzogiorno. Si scatenò il /Bogotazo/, e anche se  Fidel non era colombiano, restò lì a lato del popolo.Secondo García Lupo, Fidel «si salvò la vita in una Cadillac, protetto da una bandiera  argentina stesa sul tetto e con le insegne diplomatiche ben visibili».  Da lì la frettolosa e bugiarda conclusione delle spie yanquee.

Non era argentino, ma questo documento della CIA mostra il carattere di patriota latinoamericano di chi dieci anni dopo guidò la guerra necessaria.

Nel  ‘47, Fidel aveva partecipato alla fallita Spedizione di Cayo Confites, formata da cubani e dominicani, il cui obiettivo era liberare la Repubblica Dominicana dalla dittatura di Rafael Trujillo.

Non era dominicano, ma già a 20 anni mostrava ben chiaro il suo  internazionalismo.

Poi ci fu l’assalto alla caserma Moncada, il carcere e il periodo in Messico, per prendere impulso e tornare alla lotta. Lì, nel giugno del 1955, conobbe  Ernesto Guevara, un medico argentino che gli presentò Raúl in casa di María Antonia, una cubana esiliata nel DF.
Con l’aiuto di El Cuate, ottennero lo yacht Granma e le armi necessarie, e un altro messicano chiamato Arsacio Vanegas li addestrò.

Fidel non era messicano, ma mangiando tortillas lanciò quella sentenza: «Se parto, arrivo. Se arrivo entro. Se entro, trionfo».

La convinzione della ragione…  e dello spirito umano.

Non era nemmeno portoricano, ma aveva ben chiaro che Cuba  Puerto Rico sono, le due ali di un uccello. In un’occasione chiarì: «La solidarietà di Cuba con Puerto Rico ci viene dalla storia, ci viene da Martí e ci  viene dai nostri principi internazionalisti».

Fidel non era nicaraguense, ma senza il suo aiuto chi sa se ci sarebbe stata la rivoluzione sandinista.

Nel  1961 giunsero a L’Avana Carlos Fonseca, Germán Pomares e Tomás Borge, e in Cuba si piantò la semente  che due anni dopo germinò come FSLN. Ma in un’opportunità, Fidel li avvertì: «Dovete fare la vostra Rivoluzione, non imitare la nostra». E fu così.

Non era sovietico, né vietnamita, né iugoslavo, né cinese, ma comprese sempre da che lato stare in epoche della Guerra Fredda, contro l’Impero.

E questa chiarezza strategica è uno dei suoi legati più lucidi per noi in questi tempi di riconfigurazione geo politica.

Fidel non era africano, ma si trasformò in un simbolo del post-colonialismo, perché l’ondata di decolonizzazione in Africa coincide esattamente con la definitiva indipendenza di Cuba.

Centinaia di migliaia di cubani andarono in Africa ad aiutare in questo periodo post-coloniale e l’azione  più determinante, senza dubbio, fu in Angola. La battaglia di Cuito Cuanavale liberò tre paesi, perché terminò con la reazione in Angola e iniziò la fine del regime del apartheid in Sudafrica, che a sua volta determinò l’indipendenza della Namibia.

Non era di nessun altro luogo che Birán… e di Santiago, e de L’Avana, e Pinar del Río, e di ogni Angol di Cuba. Ma Fidel era anche ed è anche dell’umanità.


Fidel e la vittoria come unica alternativa

Sei momenti delle visite di Fidel a Vertici e altri eventi internazionali in paesi dell’Africa, Europa, America Latina e Caraibi, con accenni dei suoi interventi.

In questo 97º anniversario della nascita di Fidel mi sono permesso di ritornare a lui, alle domande e riflessioni che riempirono di contenuti i suoi interventi in sei scenari internazionali dove ho avuto il privilegio  di partecipare come giornalista.

Ho conosciuto il Fidel immenso, il leader amato dagli amici e rispettato dagli avversari, il genio che ha seminato tanto esempio nel suo lungo e fruttifero passaggio nella storia.

Questo è il Fidel a cui dobbiamo ricorrere tutti i giorni, quello dell’ottimismo e la speranza, della sicurezza nella vittoria come unica alternativa.

Era il 16 novembre del 1996, nella sede della FAO, a Roma, e Fidel partecipava al Vertice Mondiale sull’Alimentazione. Il suo discorso fu breve, come stabiliscono le norme del protocollo Si parlava della situazione alimentare, della fame che pativano milioni di persone, e di altri flagelli che ancora oggi non hanno avuto soluzione.

Di fronte a una proposta per ridurre la fame Fidel avvertì allora: «Che cure con mercurocromo applicheremo per far sì che tra 20 anni ci siano 400 milioni invece di 800 milioni d’affamati?  Queste mete, solo per la loro modestia sono una vergogna».

Poi indicava: «Perché s’investono 700000 milioni di $ ogni anno in spese militari e non s’investe una parte di queste risorse per combattere la fame, impedire il deterioramento dei suoli, la desertificazione e la  deforestazione di milioni di ettari ogni anno, il riscaldamento dell’atmosfera, l’effetto serra che incrementa i cicloni, la mancanza o l’eccesso di pioggia, la distruzione della cappa  di ozono e altri fenomeni naturali che danneggiano la produzione di alimenti e la vita dell’uomo sulla Terra?».

Il 2 settembre del 1998, il leader della Rivoluzione Cubana, nel 12º Vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati, effettuato a Durban, in Sudafrica, espresse il richiamo che «l’Organizzazione delle Nazioni Unite  dev’essere riformata e democratizzata. La dittatura del Consiglio di Sicurezza deve finire.  Vanno riconosciuti i diritti che corrispondono all’Assemblea Generale per riunire in lei i rappresentanti di tutti gli Stati del mondo. Il Consiglio va ampliato in proporzione al numero attuale dei paesi, i membri permanenti devono raddoppiare e anche triplicare, se è necessario, il numero attuale».

Ugualmente Fidel reclamò: « Che si eliminino i blocchi economici contro qualsiasi paese. Privare di alimenti, medicine e mezzi di vita milioni di persone includendo donne anziani e bambini è un’azione terrorista d’estrema crudeltà e un vero genocidio».

Il Comandante in Capo avvertì: «Molte cose devono finire e per questo, prima di tutto devono terminare tra di noi la divisione, le guerre etniche e i conflitti tra i nostri popoli…».

In America Latina, uno scenario nel quale il leader della Rivoluzione Cubana brillò per il suo coraggio, la sua sfida alle avversità anche quando implicavano rischi per la sua stessa vita, fu quello del 10º Vertice Ispano americano, realizzato a Panama, il 17 novembre del 2000.

Un’azione solidale organizzata da gruppi di panamensi amici di Cuba, nel Paraninfo dell’Università dove doveva parlare il Comandante in Capo Fidel Castro, era, a sua volta il macabro obiettivo pianificato da terroristi cubani radicati a Miami, con il finanziamento e l’ implicazione diretta del Governo statunitense, in complicità con alcune autorità panamensi.

Il piano fu fatto abortire dai servizi d’intelligenza cubani e dalla denuncia opportuna di Fidel al suo arrivo a Città di Panama.

Luis Posada Carriles e altri implicati furono denunciati dallo stesso Comandante, e il governo locale non ebbe altra alternativa che procedere al suo arresto.

Fidel poi partecipò puntualmente alle sessioni del 10º Vertice Ispanoamericane, e lì cominciò il suo discorso con un elogio alla presidente anfitrione, Mireya Moscoso, per l’idea che l’incontro avesse al centro il lemma «Uniti per l’Infanzia e l’Adolescenza, Base della Giustizia e l’Equità nel Nuovo Millennio».

Poi ricordò che in quel momento «il numero dei poveri in America Latina e nei Caraibi comprende il 45% della popolazione totale e somma 224 milioni di persone, e di queste 90 milioni sono indigenti. Più della metà del totale dei poveri e degli indigenti sono bambini e adolescenti».

E semplificò : «…se il tasso di mortalità infantile dell’America Latina e dei Caraibi fosse simile al 6,4 per ogni  1000 nati vivi nel primo anno di vita, e al 8,3 da 0 a 5 anni, ottenuto dalla Cuba isolata, maltrattata e sottoposta a una guerra economica implacabile da 40 anni, quasi  400000 bambini sarebbero sopravvissuti ogni anno; il 99,2% avrebbe una copertura d’educazione prescolare; il 99,9% sarebbe iscritto nelle scuole a 6 anni, la frequenza nelle elementari sarebbe del 99,7%; si sarebbe diplomato il 98,9 % del totale degli alunni delle elementari. Si sarebbe iscritti alle medie il 99,9%; al ginnasio il 99,5% dei diplomati delle medie; avrebbero ottenuto i primi premi nelle Olimpiadi delle conoscenze; non ci sarebbero alunni che necessitano un insegnamento speciale senza scuola; non esiterebbero analfabeta; il livello medio dell’educazione della popolazione adulta sarebbe al disopra della scuola media e non si vedrebbe un solo bambino con meno di 16 anni lavorare per sopravvivere».

Un altro tema e un altro contesto, fu quello della lotta contro il razzismo, toccato nel Vertice Mondiale, realizzato a Durban, in Sudafrica, il 1 settembre  2001.

Fidel cominciò la sua profonda riflessione con la seguente convinzione: «Il razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia sono un fenomeno sociale, culturale e politico, non un istinto naturale degli esseri umani; sono figli diretti delle guerre, delle conquiste militari, della schiavizzazione e lo sfruttamento individuale o collettivo dei più deboli da parte dei più forti in tutta la storia delle società umane».

E ricordava: «La realtà indiscutibile è che decine di milioni di africani furono catturati, venduti come merci e invitati all’altro lato dell’Atlantico a lavorare come schiavi, e che 70 milioni  d’aborigeni indiani morirono nell’emisfero occidentale come conseguenza della conquista e la colonizzazione europee».

I CARAIBI CHE CI UNISCONO  

Gli incontri di Fidel con i leaders e i popoli dei Caraibi sono stati memorabili. In Barbados, l’8 dicembre del 2005, si realizzò il 2º Vertice   Cuba-Caricom.

Fidel lì ricordò che «alla base della maggioranza dei conflitti della nostra epoca: delle illegali guerre di conquista e saccheggio, la distruzione dell’ambiente e l’esaurimento delle risorse naturali, il terrorismo, i conflitti locali, la migrazione illegale e il narcotraffico, tra l’altro, avremo sempre una relazione tra la persistente povertà e marginalità predominanti nei  paesi del Sud e le politiche delle nazioni più ricche e sviluppate del pianeta che sempre più egoiste e superbe accrescono senza fine la loro ricchezza a spese dell’impoverimento del Terzo Mondo».

Voglio concludere questo breve riassunto degli articoli scritti in sei momenti di visite di Fidel a Vertici e altri eventi internazionali in paesi  dell’Africa, Europa, America Latina e nei Caraibi, con alcune delle sue parole pronunciate  durante un discorso in Piazza Sam Sharpe, a Montego Bay, in Giamaica, il 29 luglio del 1998.

«Ci sentiamo più che vicini: ci sentiamo fratelli», esclamò il Comandante parlando alla folla che lo applaudiva.

Poi il leader cubano assicurò che «la nostra forza unita non potrà essere  ignorata, e questo futuro che vogliamo per questi bambini, che vogliamo per questi nostri giovani, che vogliamo per i nostri popoli, non può essere come quel passato di conquista e sterminio, come quel passato di schiavitù e di sfruttamento».

E concluse: «Cuba è lì, molto vicina, soffrendo come voi e come tutte le altre isole dei Caraibi, cicloni, siccità, catastrofi naturali, e quando passa un ciclone per qualsiasi altra piccola isola dei Caraibi, spazza via tutto, case, alberi, piantagioni di banane, etc.

Dobbiamo lottare anche contro questi fenomeni naturali».


Un errore enorme fu la previsione della chiromante che disse a Fidel, in piena adolescenza, che avrebbe vissuto poco.Il Comandante in Capo del popolo di Cuba ha burlato la morte tante volte che enumerarle potrebbe sembrare esagerato. Ma fu così.

La Storia, che non mente, elenca tutti i trionfi che quell’uomo singolare ha posto sulla Parca, e solo dopo aver vissuto 90 gloriosi anni, ha abbandonato il mondo, nel quale ha lasciato la sua preziosa opera. Gli uomini d’onore non si fanno dalla notte alla mattina. I tratti del carattere appaiono dagli albori dell’esistenza e modellano la personalità definitiva, che si forma compattando virtù ed eliminando quello che non starà mai negli esseri degni.

Attitudini, situazioni, sviluppi, avvisarono subito che quel ragazzino portava dentro di sè una generosità enorme, una grandissima intelligenza, un senso della giustizia a tutta prova e l’irriverenza a qualsiasi costo di fronte all’inammissibile.

Forse per questo, quando molti di quelli che avevano conosciuto Fidel da bambino e da adolescente seppero, per le notizie che era stato lui l’assaltante della Caserma Moncada, non restarono molto sorpresi.

Così come José Martí – la figura più prestigiosa che ispirò il suo destino – concepiva i bambini, fu il bambino Fidel che pensò in tutto quello che accadeva attorno a lui.

La curiosità che non lo abbandonò mai, gli aperse le porte di molti sapere, consolidati con la lettura e la ferrea auto esigenza.

L’Università –dove, disse, si fece rivoluzionario, martiano e socialista, dove apprese «le cose migliori della mia vita; perché qui ho scoperto le migliori idee della nostra epoca e dei nostri tempi– fu lo scenario nel quale si consolidò la sua innegabile maturità politica. La penosa situazione del paese gli entrò nel cuore e si propose di cambiarla. Farlo significava distruggere un poderoso apparato imperiale che da decenni soggiogava Cuba.

“Mani a un’opera colossale”, quella della Rivoluzione Cubana, che è costata tante sofferenze e sangue di giovani eccezionali, da allora è stata la parola d’ordine alla quale si sono sommati sempre più cubani disposti a seguire il loro già indiscutibile leader Fidel Castro, il promotore delle fiaccole accese che annunciavano la presenza martiana in una generazione che non avrebbe mai fatto morire il suo Apostolo, tanto meno nell’anno del suo centenario; quello della statura ribelle ampliata nella Sierra Maestra; quello della vittoria del 1º gennaio acclamato da tutta l’Isola.

Da allora Fidel vive nella sua Rivoluzione.

Quando stava nel mondo dei vivi fisicamente, persino molti dei suoi nemici gli riconoscevano l’eternità e lo concepirono come una leggenda reale.

Valore, sagacia, guida, visione del futuro, integrità e –soprattutto – la sua ingente opera umana, sostentavano l’immortalità che da allora gli si attribuiva già.

Dopo la sua morte naturale, nessuno che lo aveva conosciuto bene, parla di lui al passato.

Oggi che si esprime contro Cuba la più brutale e lunga asfissia economica sofferta da un paese nel mondo, che il governo più poderoso del mondo pretende d’annichilire un popolo negandogli il diritto all’esistenza per mantenere in piedi quello che Fidel ha conquistato; oggi che si infangano sino alla stanchezza i nostri dirigenti –che sappiamo e vediamo affrontare dalla base le difficoltà, lo sentiamo sempre più vicino Fidel non è un estraneo nel mondo svantaggiato in cui viviamo.

Il suo amore per l’Umanità gli fece avvertire il Pianeta dei pericoli che oggi si fanno sempre più frequenti.

Andiamogli incontro, perché lui arriva sempre, perché non se ne va. Fidel ci accompagna in ogni battaglia che sferriamo, che sono molte e sempre dure.

Da sempre, Fidel è speranza. Lo era quando la Patria si dissanguava con autentiche dittature; lo era nel trionfo luminoso della Rivoluzione e da allora e sino ad oggi continua ad esserlo per i poveri del mondo.

Lo è per Cuba, ottimista e fiera, che lo porta nella sua anima generosa. La speranza è sempre contemporanea.

Se Cuba resiste è perché qui c’è Fidel.


Il potere di Fidel

I poeti, quelli veri, non si sbagliano, i poeti che auscultano il polso degli uomini e del loro tempo. Nel mezzo dell’alba rivoluzionaria che seguì la decapitazione della tirannia, l’inizio di profonde trasformazioni che sopravvennero e l’aggressione imperiale che non si è mai interrotta da allora, Manuel Navarro Luna ha scritto: /Io so da dove vieni e chi sei / per la stesura eroica del tuo sogno.

Di fronte alla marcia trionfale dell’Esercito Ribelle, Jesús Orta Ruiz,  l’Indio Naborí, riconobbe in versi la guida nel cambio d’epoca: E questo che la fiele diveeterà miele, si chiama … Fidel!  E questo che l’ortica diventerà garofano, si chiama… Fidel! /E questo che la Patria non sia una caserma, si chiama… Fidel!/

Quando il trionfo non era ancora sicuro, la matanzera Carilda, in versi clandestini, iniziò il suo emozionante canto in decime con questa fiammata: /Non nominerò l’Oriente / non nominerò la Sierra / non nominerò la guerra / –penosa luce differente–, / non nominerò la fronte, / la fronte senza laccio, / la fronte per l’ alloro, / la fronte di piombo e uva, / nominerò tutta  Cuba, / io nominerò Fidel./

Anche prima, il suo compagno d’armi argentino che fece sua la causa cubana, Ernesto Guevara, arruolandosi nella spedizione del Granma,
proclamò: /Andiamo / ardente profeta dell’aurora / per reconditi sentieri senza cavi / a liberare il verde caimano che tanto ami./ Un popolo come il nostro unto di poesia –/poiesis/, creazione–, «la causa che converte qualsiasi cosa che consideriamo da non essere a essere», –come disse Platone– non si sbaglia.

Il  salto in avanti, certamente, è un fatto dei popoli, di classi che si amalgamano per fare realtà i cambi.

Ma dai popoli, dei più decisi, dei loro figli più lucidi, di quelli che con maggior penetrazione interpretano le ansie popolari, sorgono i leaders.

Dal nostro è emerso Fidel e dal suo stesso punto di partenza, l’identità tra popolo e avanguardia, la necessità e volontà di cambio, Fidel è stato motore e guida. E non deve, né può smettere d’esserlo.
Se fosse stato solo per assumere la missione di completare l’opera di José Martí e dei padri fondatori della nazione, aver slegato l’incarico che chiedeva Rubén, e rendere fattibile per la prima volta nella nostra storia, l’articolazione tra libertà e giustizia sociale, lo dovremmo tenere presente.

Se fosse stato solo per affrontare, come mai prima, le sfide del colosso imperiale e superare con successo invasioni e tentativi d’isolamento, sarebbe imprescindibile. Se per aver collocato Cuba come una feconda singolarità nella mappa mondiale, meriterebbe il più alto dei riconoscimenti. Se prendessimo le sue mitiche dimensioni come impulso  gigantesco che si fonde con la storia, ci assisterebbe una poderosa ragione per la sua permanenza.

Fidel è quello che è stato, ma soprattutto quello che dovrà essere.

Quando se n’è andato, i giovani quelli che non lo avevano conosciuto nel tratto diretto, nell’epica accumulata, hanno detto: «Io sono Fidel».

Essere Fidel non può essere una consegna, ma una bussola e ispirazione. Non basta citarlo: lo si deve apprendere e si deve contare con lui come fonte, riferimento e energia.

Comprendere quali  pensieri si vincolano dialetticamente, che dedizione e volontà vanno per mano,  che quello apparentemente impossibile dovrà essere possibile, quello dal sogno alla realtà e da questa di nuovo ai sogni e alla conquista di nuove realtà, un processo che non si può fermare ed è inflessibile.

Consideriamo quello che ha detto un altro poeta, Miguel Barnet: «Fidel ha rotto lo schema del politico tradizionale. Ha ridato alla politica il suo essere un’essenza: un’arte per portare felicità agli esseri umani».

Salutando il Comandante in Capo in Santa Ifigenia il 3 dicembre de 2016, Raúl ha ricordato le parole che disse nella commemorazione  moncadista del 1994 nell’Isola della Gioventù, occasione nella quale aveva riassunto il ruolo di Fidel al fronte del processo rivoluzionario dalla sua gestazione a quei giorni –simili a questi– nei quali resistiamo ai colpi di circostanze sommamente avverse.

Parole che oggi assumono un’assoluta e premiante vigenza: «Questo è il Fidel invitto che ci convoca con il suo esempio e con la dimostrazione che sì abbiamo potuto, che sì si può e che sì si potrà superare qualsiasi ostacolo o turbolenza nel nostro fermo impegno di costruire il socialismo in Cuba, o ed è lo stesso, garantire l’indipendenza e la sovranità della Patria».


Quando uno cerca d’immaginare le occupazioni e le priorità di un Capo di Stato, in qualsiasi nazione del mondo, sorge la certezza che questa persona assume responsabilità molto alte e dispone di così poco tempo che risulta quasi impossibile appartare i grandi temi e prestare attenzione a problematiche che si potrebbero catalogare come meno urgenti, perchè riguardano determinati gruppi o si relazionano con questioni più specifiche d’una o un’altra sfera nell’economia o i servizi. Senza dubbio quelli che abbiamo conosciuto Fidel e quelli che cercano nella storia per scavare nelle sue azioni come leader indiscutibile della Rivoluzione Cubana potranno scoprire l’impressionante capacità del Comandante in Capo di prestare attenzione a questioni forse non tanto strategiche dal punto di vista della governabilità di una nazione, ma sì immensamente umane.

La sensibilità di Fidel e questa virtù d’accomodare la sua grandezza ai margini del più piccolo, fu espressa agli albori stessi del trionfo rivoluzionario, come in quel 24 dicembre del 1959, quando decise di condividere con le famiglie povere della Ciénaga de Zapata, e sedersi a tavola con gli umili, per quelli e con coloro per r quali aveva intrapreso il lungo cammino della giustizia.

Poi si sommarono impressionanti mostre di una forma di governare che lo trasformarono in un leader eccezionale.

Così fu, e grazie a questo molti possono ricordare Fidel interessato alla resa accademica, alla pratica dello sport e anche all’orario docente di una scuola di campagna; molte immagini lo mostrano indagando con un semplice operaio di un’industria sui pezzi della sua macchina; controllando l’efficacia di uno strumento medico o la realizzazione di un asilo infantile.

Lo si vedeva abitualmente immerso e preoccupato per temi che in altre latitudini interessano poco o niente, disegnando come ottenere che le aule delle elementari o delle medie avessero meno alunni per maestro o come avere professori più integrali, calcolando gli apporti proteici delle merende o dei pranzi nelle scuole.

Non si fermò sino a che la computazione fu alla portata di qualsiasi cubano di ogni età, in un geniale programma che diede vita ai Joven Club di Computazione e Elettronica.

Nulla era estraneo a Fidel. Se doveva vedere un tema con la salute, l’educazione e la cultura del suo popolo, immediatamente lo faceva priorità, non importava se si trattava di un piccolo gruppo di bambini sofferenti per una rara malattia come la xerodermia pigmentaria, o di altri con autismo o fibrosi cistica; non importava se si trattava di piccole scuole dove un minuscolo gruppo di pionieri non aveva ancor il televisore, non importava se si trattava di uno, di due o di tre piccoli con limiti fisici: anche loro meritarono le sua attenzione e per loro ideò istituzioni molto prestigiose come la scuola Solidaridad con Panamá.

Più volte fu protagonista di episodi poco abituali nell’ambiente politico di qualsiasi paese.

Specialmente nella nostra regione promosse, fomentò e presiedette congressi studenteschi a tutti i livelli, includendo la meravigliosa esperienza di farlo con i pionieri e ascoltare per giornate complete tutto quello che avevano da dire.

Ci fu sempre coerenza nella sua forma d’assumere l’importanza di qualsiasi persona, per quanto semplice o anonima che fosse.

Non permise che il Granma continuasse la navigazione quando Roberto Rosquete cadde in mare all’alba del 1º dicembre del 1956, nè accettò l’idea che il piccolo Elián González restasse sequestrato lontano da suo padre.

Si trattava nei due casi separati dal tempo di due esseri umani che meritavano tanta importanza come tutto un esercito o tutto un popolo.

Di quella sensibilità straordinaria ed esemplare ci sono impronte che non si possono cancellare nell’immaginario popolare di Cuba e in molte altre regioni del pianeta dove migliaia e migliaia di persone hanno ammirato e ammirano questa forma peculiare di fare politica, ponendo sempre l’essere umano al centro di ogni azione, un amuleto che preservò Fidel dai capricci e dalle banalità che accomapagno abitualmente coloro che usano il potere e la fama con fini estranei agli interessi dei popoli.


Pensando alla prima volta che ho avuto coscienza di Fidel come più di un riferimento dei miei genitori o della scuola, la indovino in quel discorso di commiato degli assassinati nel crimine di Barbados.

Quel giorno nella piazza, io ero un bambino, lo percepii in maniera distinta per il silenzio gigantesco che mi circondava. Le facce familiari con un’espressione che non avevo visto prima e la voce che giungeva senza volto per la mia bassa statura.

Quelle parole, il cui contenuto non potevo ben valutare, come l’intuizione che stava succedendo qualcosa di terribile, il clamore al finale, un’unanimità chiusa, dura, terribile e irremovibile, mi accompagna da allora.

Con Fidel, come con Martí, corriamo il rischio di ridurlo più a frasi che a pensiero, isolati dalle circostanze nelle quali rifletteva a voce alta e di più in quelle realizzate.

Se di scienza si tratta, la relazione che Fidel stabilì con lei supera il luogo comune di citarlo con quella preveggente frase di fare un paese di scienza e di scienziati.

Ci sono pochi esempi di prassi dialettica più completa nella sua complessa ricchezza, di quella che Fidel praticò in tutta la sua vita rivoluzionaria.

Che tipo di scienziato fu Fidel? Difficile dirlo, assumendo come certo l’implicito della domanda.

Certamente è più facile dire che tipo di scienziato non è stato.

Ma non ho dubbi che aveva nel sangue che la pratica è il criterio della verità e con questo pone radici contro ogni dogmatismo di ridurre il pensiero a tesi e le tesi a dogmi. Questo è un pensiero scientifico.

Alcuni oggi lo dimenticano. E in questa dimenticanza il pericolo di riprodurre con lui questo rito nefasto e superstizioso che pratichiamo con Martí, di avvicinare le sue espressioni alla nostra routine. «Cambiare quello che dev’essere cambiato» assomiglia a «con tutti e per il bene di tutti», ponendo le due massime in un sacco dove vogliamo che abbiano spazio il terreno e il divino, sempre che sia di nostra convenienza.

La prima cosa che dobbiamo cambiare è il voler fare di Fidel un ricettario di luoghi comuni, per usarlo con opportunismo, come lapidazione di opinioni contrarie alle nostre. In un’occasione, nel Palazzo delle Convenzioni, lo sentii dire, con quel sorriso franco con il quale diceva verità profonde: «Non invocate il mio nome invano». Non lo facciamo.

L’unità dopo il trionfo Fidel l’ha costruita dalla minoranza nella maggioranza. Quel popolo d’intuizioni non era comunista e Fidel costruì il consenso iniziale per il socialismo in due soli anni.

Per quello non si rinchiuse in tesi pre concepite come verità assolute, né concepì l’avanguardia come un sacerdozio escludente.

Non ho mai udito Fidel disprezzare il popolo nella pratica.

Se la sua comprensione della realtà concreta differiva da quella della maggioranza, ascoltava e dal silenzio intelligente di udire emergeva, già al di fuori del criterio consolidato, o che era già stato cambiato, una prassi che cominciava a convincere gli altri guardando di fronte.

Fedele alle sue idee, poteva essere testone, ma di quel genere che termina sempre trasformando i propri errori in nuove sconfitte per superarli.

In quello scenario, all’inizio della Rivoluzione, di eterogeneità tremenda delle forze rivoluzionarie, Fidel si propose di sommare tutti quelli che non erano «incorreggibilmente contro rivoluzionari», senza distinzione, senza sospetti, con «una grande pazienaa».

Un gran fronte di popolo dove c’era spazio per tutte le persone «oneste» disposte «a lavorare per la Rivoluzione», in contrapposizione con le posizioni «mercenarie».

Dovremmo, ogni volta che la bussola s’inceppa, leggere con calma questo discorso di Fidel agli intellettuali, tra i tanti, che pronunciò l’ultimo giorno del giugno del 1961, a soli tre mesi dalla vittoria di Girón. È sempre un buen antidoto contro le febbri pediatriche della sinistra che vede nella presunta chiarezza dell’auto assunta avanguardia, un privilegio che giustifica l’aggressività arrogante.

I consensi nella Rivoluzione non sono dati, si costruiscono ogni giorno contro la realtà obiettiva e concreta, intendendo le correlazioni delle egemonie endogene ed esogene, sociali e culturali, nello stesso esercizio permanente di bilanciare l’intransigenza rivoluzionaria con il proposito permanente di sommare per la Rivoluzione, assumendola già irrevocabilmente socialista.

Non credo d’andare lontano da Fidel con la convinzione che chi crede che non si tratta di sommare tutta l’eterogeneità sociale

senza distinzione che chiamiamo popolo e che continua ad essere la base di questa Rivoluzione, non ha fiducia in sé stesso come rivoluzionario.

Il nostro centro rivoluzionario, questo che non ha niente a che vedere con il centrismo ideologico restauratore sibillino del capitalismo, è quello che fa, dalla minoranza della maggioranza, l’unità.

Lontano dagli estremi che di coscienza o di fatto attentano contro l’unità e per tanto contro il socialismo che ci siamo proposti di costruire. Il cielo si prende per assalto costruendo poco a poco, «senza fretta ma senza pausa».

Ci sono paralleli che sembrano fortuiti ma non lo sono.

Poco prima di lasciarci Fidel disse che il nostro errore più grande era credere che sappiamo come si costruisce il socialismo.

La frase mi ricorda quella di Marx, al finale, che lui non era marxista, chiudendo con questo le convinzioni tese ad assumerlo come dogma religioso.

Continuiamo a cercare come costruire il socialismo, per quanto terribilmente bello sia, senza perdere questo clamore d’unanimità chiusa, dura e irrevocabile che ci deve sempre accompagnare con il Fidel immenso e irriducibile come una bussola.

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