Venezuela, con il 67% dei voti il chavismo recupera l’AN

Geraldina Colotti  www.lantidiplomatico.it

In Venezuela, il chavismo ha recuperato l’Assemblea Nazionale, togliendo, con il voto di domenica 6, la maggioranza alla destra che l’aveva ottenuta nelle legislative del 2015. Con oltre l’82% delle schede scrutinate, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e i suoi alleati del Gran Polo Patriottico (GPP) hanno ottenuto il 67% delle preferenze: 3,5 milioni di voti sui 5,2 milioni registrati.

Al Partito Comunista venezuelano, che ha deciso di guidare una piccola pattuglia di formazioni fuori dall’alleanza del GPP, sono andati 143.917 voti, ovvero il 2,73%. Ai principali partiti di opposizione (AD, COPEI, CMC, AP/El CAMBIO) è andato il 17,95%, ad altre formazioni minori (VU, PV, VPA), il 4,19%. Organizzazioni più piccole hanno totalizzato il 6,79% delle preferenze.

La partecipazione è stata del 31%, su una popolazione di circa 32 milioni di persone e 20 milioni di aventi diritto al voto: un voto non obbligatorio, ma assolutamente partecipato da quando, il 6 dicembre del 1998, Hugo Chavez ha vinto le presidenziali e l’anno successivo è stata approvata la nuova costituzione. La media di partecipazione elettorale, in Venezuela, è di 9 aventi diritto su 10, a fronte, per esempio, degli Stati Uniti (4 su 10) o della media dei paesi europei, ove si recano alle urne 5 aventi diritto su 10.

Nessuno, questa volta, si aspettava un’affluenza massiccia, sia per la pandemia che, per quanto efficacemente contenuta dalle politiche sanitarie del governo bolivariano, condiziona le consuetudini dei cittadini, sia per il boicottaggio dell’opposizione golpista. La destra che ha partecipato al processo elettorale con l’intenzione di trasformarlo in un “plebiscito contro Maduro” non è riuscita nel suo intento. Dopo i primi dati, sono perciò comparsi cartelli con su scritto “Maduro se queda” (Maduro rimane), in appoggio al presidente che aveva manifestato l’intenzione di dimettersi qualora la destra avesse vinto le parlamentari.

Più che un paragone con la partecipazione alle legislative del 2015, è più pertinente riferirsi alle parlamentari del 2005, quando la destra (allora riunita nella Coordinadora Democratica) decise di disertare il voto e l’afflusso fu del 25%. La partecipazione alle elezioni di domenica risulta così superiore del 6%.

Il chavismo si è svegliato all’alba per esercitare il diritto di voto. L’estrema destra ha fatto altrettanto, ma per sabotare le parlamentari inviando messaggi martellanti di questo tipo: “Nessuno è andato a votare, tutto si è ridotto a un grossolano montaggio”. Intanto, dall’estero arrivavano dichiarazioni analoghe: dall’amministrazione Usa, dalla Colombia, dall’Ecuador, dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dal fantomatico Gruppo di Lima, e dai paesi d’Europa che hanno optato per appoggiare la linea dell’autoproclamato Juan Guaidó.

Per contrastare la propaganda, sia il PSUV che i partiti i della destra in lista per il voto, sia gli accompagnatori internazionali (oltre 300, insieme a 500 nazionali) hanno diffuso le foto dei seggi e delle file ordinate di chi attendeva il turno per votare rispettando le misure di prevenzione anti-covid.

Tutto si è svolto in modo tranquillo, con le milizie popolari dispiegate per assistere, insieme alla Forza Armata Nazionale Bolivariana, che hanno garantito la sicurezza di questo importante processo elettorale, all’insegna dell’unione civico-militare. Le misure anti-covid hanno rallentato l’accesso ai seggi per via del numero limitato di persone consentito a ogni entrata. Tuttavia, il processo elettorale, completamente automatizzato, in Venezuela, è molto rapido.

Ogni persona ha impiegato solo qualche minuto per mettere l’impronta nell’apposita macchinetta, che la trasmette al terminale del Consejo Nacional Electoral (CNE), recarsi al riparo dagli sguardi, pigiare il tasto relativo alla sua scelta, e ritirare la ricevuta che renderà impossibile le frodi in base a un riscontro esatto fra il voto elettronico e il voto manuale. Una copia della ricevuta, infatti, verrà messa in un’urna sigillata per le verifiche finali, che verranno fatte su un campione di oltre 55% di schede, subito dopo la chiusura dei seggi. Sono previste 17 procedure di controllo del sistema elettorale e delle procedure, 15 delle quali hanno già avuto luogo, prima e durante il voto, alla presenza dei 107 rappresentanti delle formazioni politiche partecipanti al voto, e due si stanno svolgendo nelle fasi successive al voto. Durante le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente, l’estrema destra ha sequestrato i rappresentanti dei seggi e distrutto un gran numero di macchinette elettorali. Un’occasione che è servita al governo bolivariano per aggiornare ulteriormente il software con tecnologia venezuelana con il supporto della Cina, fornito di un’ampia autonomia in caso di sabotaggio del sistema elettrico.

Dopo la diffusione dei risultati, in rete si sono moltiplicati i messaggi di “saluto” all’autoproclamato Juan Guaidó, a cui, il 5 gennaio, il nuovo parlamento toglierà anche l’ultima parvenza di motivazione, in quanto non sarà neanche più parlamentare. L’immagine più esplicita mostra un suo ritratto avvolto in un sacco nero della spazzatura, diretto al secchio dell’immondizia, com’è accaduto in Bolivia dopo il ripristino delle relazioni del nuovo governo eletto dalle urne e la Repubblica Bolivariana.

Ma da quel sacco nero sta ancora uscendo molta immondizia, intenzionata a impestare il più possibile prima del 5 gennaio. Oggi, comincia infatti la “consulta” di Guaidó per avallare il sabotaggio elettorale, con l’arrogante supporto dell’amministrazione Trump in via di dismissione e dell’Unione Europea dei banchieri, dei capitalisti e del complesso militare-industriale.

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