Il blocco è un castigo collettivo che non basta più la parola a descriverlo, documenta cifre record e il suo impatto sulla vita quotidiana è ogni giorno più terribile
A pochi giorni dalla votazione nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il popolo cubano arriva ancora una volta a quel foro a testa alta, con il peso di un assedio che non cessa e che, come hanno ben denunciato autorità e popolo di questa Isola, ormai la parola «blocco» è insufficiente per spiegare una simile asfissia.
Non è casuale che la comunità internazionale, in ripetute occasioni, abbia sostenuto a maggioranza la risoluzione cubana che esige la fine di quella politica inumana. L’anno scorso, 165 paesi hanno votato a favore della necessità di porre fine a questa guerra economica, commerciale e finanziaria.
Tuttavia, l’impero, sordo al concerto delle nazioni, raddoppia la pressione, minaccia i paesi terzi e persiste in un castigo collettivo che ricade sulle spalle del popolo di questa isola eroica.
I numeri fanno rabbrividire. Il più recente rapporto presentato dal Ministero degli Esteri cubano quantifica i danni causati da questa politica genocida nel periodo compreso tra marzo 2025 e febbraio 2026, nell’astronomica cifra di 8083 milioni di $, un record che supera del 7% il periodo precedente, elevando l’accumulato storico all’agghiacciante somma di 178700 milioni di $.
Il blocco non rappresenta solo denaro «non disponibile», ma rende più care le importazioni (apparecchiature mediche, medicinali, tecnologia educativa) e ostacola l’accesso al finanziamento. Per questo, il cancelliere cubano ha segnalato che, senza il blocco, il PIL di Cuba nel 2025 sarebbe stato superiore del 10,8%.
Dietro quelle cifre, c’è una realtà che ferisce nel profondo della casa cubana. L’assedio energetico, quello che Washington ha intensificato fino a limiti insospettati, non è un concetto astratto; è la madre che cucina con la legna perché non c’è gas, è l’anziano che sale dieci piani a piedi perché l’ascensore non funziona, è lo studente che fa i compiti alla luce di una candela o di un telefono con la batteria in procinto di esaurirsi.
Nell’ambito della salute, la crudeltà raggiunge livelli che fanno rabbrividire. Il blocco impedisce l’arrivo di carburanti per le ambulanze, di reagenti per i laboratori, di medicinali per le farmacie. La mortalità infantile, quell’indicatore che Cuba ha saputo tenere a bada per decenni con un sistema sanitario pubblico e gratuito ammirato nel mondo, è raddoppiata.
Sono bambini che non avrebbero dovuto morire, sono famiglie che non avrebbero dovuto piangere, sono sogni troncati dal capriccio di un impero che non perdona l’audacia di un popolo piccolo che ha deciso di essere libero il primo gennaio 1959.
L’oncologo svizzero Franco Cavalli, con cinque decenni di esperienza e una profonda conoscenza del sistema sanitario cubano, è stato categorico nel qualificare questa politica come «un tentativo di genocidio», poiché si pretende di uccidere per fame o per malattia un’intera nazione.
Non è un’esagerazione retorica; è la descrizione clinica di una strategia che cerca di piegare la volontà di un popolo mediante la privazione di ciò che è più elementare. E mentre questo accade, migliaia di container con forniture mediche restano trattenuti o dispersi nei porti del mondo, vittime del timore delle compagnie navali e delle entità finanziarie per le rappresaglie di Washington.
Ora, se come dice il Governo USA, non è il blocco il principale ostacolo al nostro sviluppo, la domanda cade da sé: perché non lo tolgono? La logica più elementare indica che se un ostacolo impedisce lo sviluppo e il benessere di un popolo, la soluzione è eliminarlo, non inasprirlo.
Ma qui non c’è logica che valga, ma una politica di forza che per quasi sette decenni ha tentato, senza successo, di piegare per fame e disperazione un’Isola che ha dimostrato una resistenza incrollabile.
Il governo USA preme su altre nazioni perché appoggino il suo «castigo collettivo» e modifichino il loro voto all’ONU, in un «febbrile dispiegamento» che non fa che confermare l’isolamento morale in cui si trova.
Nonostante tutto, la dignità cubana si erge. Ed è qui che le parole dell’Apostolo acquistano un’attualità che fa rabbrividire. José Martí, che dedicò la sua vita all’indipendenza di Cuba e all’unità della Nostra America, avvertì nel suo saggio «Nostra America» (1891): «Il gigante dalle sette leghe è già in piedi, e cammina, e bisogna fermarlo alla porta».
Speriamo che un giorno, sulla base del rispetto reciproco e dell’autodeterminazione, possa cadere quella barriera di odio, perché sia possibile un dialogo costruttivo. Cuba sarebbe disposta a farlo, perché non è lei che blocca e osteggia: l’isola non ha imposto sanzioni unilaterali né chiuso porte alla cooperazione, ma è stata la parte colpita da un assedio economico che denuncia ogni anno davanti all’Assemblea Generale dell’ONU.
Qualsiasi gesto di avvicinamento troverebbe tra i cubani una disposizione genuina, purché si faccia sulla base del rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione, senza condizioni né esigenze che pretendano di cambiare il cammino liberamente scelto da questo popolo.
Il giorno in cui ciò accadrà, l’Isola potrà respirare senza il peso di una lastra sul petto, e il mondo intero riconoscerà che Cuba non si è arresa, che ha saputo mantenersi in piedi quando tutto cospirava contro di lei. Nel frattempo, confidiamo che la voce della maggioranza delle nazioni torni a rimbombare all’ONU, e, più che un voto, sarà un monito per coloro che si ostinano a mantenere questo crimine: il mondo li guarda con disprezzo, e Cuba continuerà a seminare vita e speranza.

