L’Ecuador ha trasformato la discussione democratica in un silenziamento dittatoriale e persecutorio che ogni volta limita di più il diritto di fare politica
La detenzione di Luisa González, ex candidata presidenziale e principale figura dell’opposizione ecuadoriana, segna il punto di non ritorno per le istituzioni in Ecuador. L’arresto della dirigente di Revolución Ciudadana, eseguito durante la notte nella provincia di Manabí, non rappresenta un fatto isolato né un procedimento giudiziario di routine: è la conferma che il governo di Daniel Noboa ha rotto definitivamente con le regole della democrazia per consacrarsi come una dittatura aperta che perseguita i suoi oppositori.
Sotto la copertura del cosiddetto caso “Laberinto”, la Procura riattiva l’apparato statale come braccio esecutore dell’Esecutivo. Le accuse su presunte irregolarità nel finanziamento delle campagne mancano di rigore tecnico attribuendo responsabilità personale alla candidata sulla gestione diretta di fondi. Come ha denunciato la direzione del suo movimento e organismi internazionali, non siamo davanti alla ricerca di giustizia, ma alla strumentalizzazione dei tribunali per inabilitare la forza politica con maggiore capacità di convocazione del paese.
Questa offensiva giudiziaria non si limita a González. La simultanea perquisizione al Municipio di Quito, diretto da Pabel Muñoz, evidenzia un piano integrale per smantellare qualsiasi alternativa politica alla vigilia delle elezioni subnazionali. La strategia del regime è chiara: applicare la dottrina dello shock mediante la persecuzione, l’incarcerazione e l’esibizione carceraria per infondere un effetto paralizzante nelle fila oppositive. Quando il dibattito politico è sostituito dalla minaccia e dall’incarcerazione, lo Stato di diritto smette di esistere.
La disperazione del governo di Noboa risponde a una realtà elettorale incontestabile. Davanti al crollo della sua approvazione popolare e all’incapacità di offrire soluzioni alla crisi socioeconomica, l’ufficialismo comprende che la sua permanenza al potere è invivibile in una contesa pulita. In un contesto in cui il potere centrale cerca di subordinare la sovranità nazionale a interessi esterni, le dirigenze locali: sindaci, prefetti e dirigenti territoriali, rappresentano l’ultima trincea di resistenza democratica e mobilitazione popolare.
Con l’arresto della principale dirigente oppositrice e l’asfissia sistematica del dissenso, lo scenario politico ecuadoriano ha superato la soglia. Non si tratta più di un governo con pregiudizi autoritari né di una democrazia difettosa. La soppressione delle garanzie costituzionali, l’incarcerazione per motivi politici e il silenziamento dell’opposizione definiscono con precisione il regime di Noboa:
L’Ecuador ha trasformato la discussione democratica in un silenziamento dittatoriale e persecutorio che ogni volta limita di più il diritto di fare politica. L’Ecuador affronta oggi la prima dittatura aperta della regione in questo nuovo ciclo politico. Nonostante la feroce offensiva, la resistenza popolare dimostra che la dignità di un popolo non si incarcera.

