Discorso Fidel Castro (5 marzo 1960)

Discorso pronunciato dal Comandante in capo Fidel Castro Ruz durante le esequie delle vittime dell’esplosione della nave “La Coubre”

cimitero “Colon”, 5 marzo 1960

Compagne e compagni,

Ci sono momenti molto importanti nella vita dei popoli; ci sono minuti che sono straordinari, e questo minuto tragico e amaro che stiamo vivendo oggi, è uno di essi.

Innanzitutto, perché non si deve pensare che ci lasciamo trascinare dalla passione, perché si deve vedere chiaramente che c’è un popolo capace di guardare di fronte, coraggioso, e che sa analizzare serenamente, che non fa ricorso alla bugia, che non fa ricorso al pretesto, che non si basa su congetture assurde, ma su verità evidenti, dunque, la prima cosa che dobbiamo fare è di esaminare i fatti.

Ieri pomeriggio, quando noi tutti lavoravamo – gli operai, i dipendenti dello Stato, i funzionari del governo, i membri delle Forze Armate Rivoluzionarie, gli studenti—; cioè, consacrati a quello di più onesto a cui può consacrarsi un popolo, consacrati al lavoro per vincere gli enormi compiti che abbiamo davanti a noi, un’esplosione gigantesca ha fatto tremare la nostra capitale.

Per quel istinto di penetrare a volte nelle radici dei problemi, i compagni che lavoravamo a quel momento abbiamo avuto subito la preoccupazione che qualcosa di grave era successa negli impianti elettrici, o alla caserma di San Ambrosio, o su una nave carica di esplosivi che era arrivata alla capitale dalle prime ore del giorno. Immaginiamo, però, come una sorta di premonizione, che qualcosa di grave era successa; che quell’esplosione, ovunque sia stata successa, avrebbe cagionato conseguenze disastrose, e che ci sarebbero state molte vittime, come effettivamente e disgraziatamente successe.

Il resto, quei minuti di profondo dolore e angoscia — ma non di paura — nella città, noi tutti lo conosciamo molto bene. Prima di tutto, la reazione del popolo. Il popolo non si intimorì a causa dell’esplosione, il popolo andò incontro all’esplosione; il popolo non si colmò di paura, ma di coraggio e, anche se non sapeva cosa era successa, si recò sul posto, e si recarono anche sul posto gli operai, le milizie, i soldati e gli altri membri della forza pubblica, ci sono andati tutti per prestare l’aiuto necessario.

Quanto capitato non poteva essere più tragico: la nave era ormeggiata alla banchina e quando stava scaricando la merce ebbe luogo un’esplosione scomparendo virtualmente la metà di essa e spazzando via gli operai ed i soldati che realizzavano la suddetta operazione.

Quale era la causa dell’esplosione? —si chiedevano molte persone. Un incidente? Forse per coloro che non hanno l’esperienza né le conoscenze in materia di esplosivi, c’era la possibilità di un incidente. Sappiamo che gli esplosivi scoppiano, e ci si potrebbe pensare che possono scoppiare facilmente. Tuttavia, non è così. E infatti non è facile che gli esplosivi scoppino; perché gli esplosivi scoppino occorre farli scoppiare.

Allora, di che cosa si trattava? E l’altra risposta era che si poteva trattare di un sabotaggio, ma come mai un sabotaggio? E dove? I sabotaggi possono avvenire davanti a tante persone? I sabotaggi possono avvenire davanti ai soldati ribelli e davanti agli operai del porto, nelle ore pomeridiane? Se era un sabotaggio, come l’hanno fatto? E innanzitutto, perché un sabotaggio e non un incidente?

Cosa portava la nave? Quella nave portava proiettili, e portava anche granate da fucile FAL anticarro e personali. I proiettili erano già sul molo, non c’erano più proiettili sulla nave. C’erano nella stiva della poppa, all’ultimo spazio della stiva, cioè, allo spazio più profondo della stiva, e gli operai gli avevano già scaricati. C’era uno spazio di sopra dove si trovavano i frigoriferi della stiva, di cui uno era carico delle granate da fucile. L’esplosione non ebbe luogo quando si scaricavano i proiettili; l’esplosione ebbe luogo quando si scaricavano le 30 tonnellate di scatoloni contenenti le granate da fucile.

Se in quella nave non aveva scoppiato un incendio —perché un’esplosione può avvenire a causa di un incendio a bordo—, se in quella nave non aveva scoppiato un incendio, poteva avere luogo l’esplosione a causa della caduta, per esempio, di uno degli scatoloni? Per prima cosa, non è probabile che cadesse nessun scatolone perché gli operai sapevano cosa stavano scaricando, e non era la prima volta che gli operari del porto scaricavano quel tipo di merce; perché per molti anni, esplosivi e equipaggiamenti sono stati scaricati al porto dell’Avana, e mai — da quanto ricordiamo— c’è stata un’esplosione. Gli operai, da anni, erano soliti scaricare quel tipo di merce, e sapevano come farlo, e prendevano tutte le misure necessarie, ad esempio, sistemare una maglia sul tavolo per evitare proprio la possibilità di caduta degli scatoloni, ed erano molto più esigenti in questo caso perché sapevano che si trattava di equipaggiamento per difendere la Rivoluzione; e non era la prima volta che lo facevano, perché in precedenza l’avevano fatto, addirittura, gratuitamente, volontariamente, senza incassare neanche un centesimo, e l’hanno fatto come contributo alla difesa del paese.

Questo vuol dire che quei operai sapevano ciò che scaricavano. Non era probabile che uno scatolone cadesse; però anche se quella lontana possibilità si fosse verificata, significa che uno scatolone di granate scoppia quando cade, che uno scatolone di granate può scoppiare a causa di una caduta? ed è ancora poco probabile trattandosi di prodotti provenienti da una delle migliori fabbriche al mondo di armi e di equipaggiamento destinato al combattimento, e quindi devono essere sicuri, ed è quasi impossibile che possano scoppiare quando si scaricano o quando si trasportano o quando si sparano; e —da quanto ricordo— durante tutta la guerra, ciò che poteva capitare era che si lanciasse una granata e che essa non scoppiasse; però non abbiamo mai conosciuto di una granata che avesse scoppiato nel fucile, perché quella granata, quando viene lanciata, riceve l’impatto del cartoccio propulsore, che è un forte impatto, ed è un impatto che riceve già senza sicura, un impatto che riceve la granata senza sicura, e tuttavia non scoppia; ciò che può capitare è che, per insufficienza, o per deficienza, non scoppi quando colpisce il bersaglio. Tuttavia, non avevamo mai visto esplodere una nel fucile.

Allora, che possibilità di scoppiare ha una granata quando cadde lo scatolone che la contiene? Le granate non hanno, per caso, un congegno di sicurezza? Sono sfuse all’interno degli scatoloni? Non c’è per caso sicurezza nello scaricare questi prodotti per colui che li trasporta, per colui che li carica e li scarica? Perché occorre calcolare quante volte si scaricano quei scatoloni dalla fabbrica fino alle polveriere. Ovviamente, anche se capitasse l’improbabile, quello molto improbabile, ovvero se cadesse uno scatolone, è possibile un’esplosione da incidente? Noi possiamo assicurare che quello è impossibile!

Siccome non bastavano valutazioni teoriche, abbiamo deciso di fare le prove pertinenti: e oggi mattina abbiamo indicato a ufficiali dell’esercito di prendere due scatoloni di granate di due tipi diversi, caricargli su un aereo e lanciargli rispettivamente da 400 e 600 piedi. Ed ecco le granate lanciate da 400 e 600 piedi da un aereo, scatoloni di 50 chili, cioè, 100 libbre, lanciate da 400 e 600 piedi; granate esattamente uguali a quelle che c’erano su quella nave (fa vedere al pubblico le granate).

Ha per caso logica pensare che le granate avrebbero potuto scoppiare cadendo da un’altezza di otto piedi, bloccate dai congegni di sicurezza, qualora i contenitori lanciati da un aereo, da 400 e 600 piedi, a ciò che si aggiunge la velocità dell’aereo, appena hanno subito delle ammaccature? Inoltre, gli scatoloni sono arrivati sulla terraferma a causa dell’esplosione, e gli scatoloni in legno sono stati distrutti, tuttavia nessuna delle 50 granate scoppiò. Ed io sono convinto che quella prova può ripetersi cento o mille volte, e le granate non scoppieranno; perché gli esplosivi, perché scoppino, occorre fargli scoppiare, e nella guerra molte volte cadevano le bombe e non scoppiavano, ed erano quelle che ci servivano per approvvigionarci di esplosivi per fabbricare le mine, e non ci ricordiamo di avere avuto un solo caso di esplosione da incidente, ogni volta occorreva provocare l’esplosione. Quindi, scartiamo l’incidente; quello era stato intenzionale. Era necessario scartare ogni possibilità d’incidente, per accettare l’unica cosa spiegabile: un’esplosione intenzionale.

Ma come mai un’esplosione intenzionale? Si poteva —come ho detto prima— fare un sabotaggio davanti ai soldati ribelli, davanti ai soldati veterani ribelli che erano presenti allo scarico? Si poteva fare un sabotaggio davanti agli operari che ci lavoravano? Se in tali casi si adottano tutte le precauzioni, come mai durante il giorno e davanti agli operai e soldati qualcuno può perpetrare un sabotaggio? Quel qualcuno avrebbe dovuto essere, innanzitutto, un operaio, e non ha alcuna logica di pensare che un operaio farà un sabotaggio; perché gli operai sono difensori appassionati e decisi della nostra Rivoluzione.

Ma siccome non si tratta di valutazioni teoriche, dobbiamo analizzare la possibilità di quel sabotaggio. Innanzitutto, gli operai sono frugati, e sono frugati per evitare che portino dei fiammiferi o sigaretti, sono frugati per evitare che commettano un’imprudenza; e non solo sono frugati, ma c’è anche un delegato che osserva il lavoro che realizzano. Questo vuol dire che non solo sono frugati, ma anche osservati da soldati, dai delegati e dai colleghi di lavoro. Quello è virtualmente impossibile di fare in tali condizioni.

Inoltre, gli operai sono molto conosciuti dai colleghi, perché non sono in tanti, sono in 12 o in18 quelli che lavorano, quindi si tratta di un gruppo ridotto e molto conosciuto.

E un’altra cosa molto importante, gli operai che lavoravano là non sapevano che andrebbero a lavorare su quella nave. Il bastimento arrivò presto la mattina. Il primo turno era stato dalle ore 11 alle ore 13, loro non hanno lavorato alla stiva dove c’erano le granate ma in quella dove c’erano i proiettili, nello spazio più profondo. Loro hanno lavorato dalle ore 11 alle ore 13, inoltre quando loro si recano al lavoro, arrivano al porto ed è proprio là che gli si dice il turno di lavoro e la nave, che loro non sanno quale sia, perché c’è una rotazione tra altre 1000 stivatori, e possono lavorare in una qualsiasi nave

Il secondo turno riceve i ticket alle ore 12 e 30 per cominciare a lavorare alle ore 13. Quei operai, che erano un piccolo gruppo scelto da 1000 persone, non sapevano che andrebbero a scaricare quei esplosivi. In questo caso non ci si può pensare ad una premeditazione, ad un piano, ad una preparazione in queste difficili condizioni. Cioè, avrebbe dovuto essere un indovinatore che sapesse che il giorno tale, tra 1000 uomini, sarebbe stato scelto per scaricare esplosivi; avrebbe dovuto tenere tutto pronto, avrebbe dovuto evadere la perquisizione, avrebbe dovuto evadere la sorveglianza dei soldati e avrebbe dovuto evadere la sorveglianza del delegato per poter perpetrare il sabotaggio. Questo era impossibile; perché era come ipotizzare che sul gruppo di lavoratori rivoluzionari che partecipano per alcuni minuti allo scarico delle armi, il cui destino era la difesa dei loro interessi e dei loro diritti, potesse ricadere il più pallido sospetto. Poi, non per questioni di convinzione morale, ma dopo un accurato esame, dopo un’accurata ricerca, dopo aver sentito in dettaglio tutti gli operai, braccianti e stivatori, abbiamo capito che il sabotaggio non era stato ordito a Cuba. Gli esplosivi scoppiano a Cuba, però il meccanismo che ha fatto scoppiare gli esplosivi non è stato sistemato a Cuba; il meccanismo che ha fatto saltare in aria la nave non è stato sistemato a Cuba.

Successivamente, occorreva esaminare le altre possibilità. Possibilità che fossero stati gli operai, l’equipaggio della nave? Molto difficile, molto improbabile; perché noi abbiamo interrogato accuratamente le singole persone che hanno avuto a che fare con le stive, il carico, le chiavi. Innanzitutto, le persone che custodivano le chiavi, quelle che quel giorno hanno aperto le stive per cominciare lo scarico, perirono nell’esplosione; gli ufficiali del bastimento erano nella nave quando ebbe luogo l’esplosione, e d’altra parte, nessuno può pensare a fare esplodere 30 tonnellate di dinamite in una nave e poi uscirne salvo. Molti dei membri dell’equipaggio salvarono la loro vita, ma è impensabile di fare esplodere 30 tonnellate di esplosivi in una nave e che poi qualcuno possa uscirne con vita.

Dei 36 membri dell’equipaggio, c’erano soltanto quattro assenti: tre mozzi, dopo aver servito i cibi all’equipaggio, e un ingrassatore che non era in servizio. Soltanto quattro persone erano assenti in quel momento, per motivi assolutamente logici; gli altri erano all’interno della nave, compresi i passeggeri. Quindi, era improbabile che quell’operazione fosse stata fatta da un membro dell’equipaggio della nave.

E man mano che si andava avanti nell’indagine del sabotaggio, si capisce che esso era stato escogitato in un luogo più distante; che non era stato organizzato a Cuba; che era molto improbabile che fosse stato fatto da un membro dell’equipaggio, e che, tuttavia, le possibilità aumentavano nella misura in cui si esaminava il carico o lo scarico della nave.

Qui la sorveglianza era molto accurata, perché si trattava di armi alle quali erano interessati i soldati e gli operai; qui conosciamo gli eventuali nemici; qui il nostro interesse è maggiore. Ma come possiamo spiegare che a migliaia di miglia di distanza e molto lontano di conoscere i nostri problemi, nei paesi che non sono minacciati da atti di sabotaggio, né da esplosioni, né sono agitati da convulsioni rivoluzionarie o dagli sforzi della controrivoluzione, in un paese come il Belgio, che fu il punto di partenza, sia tanto difficile come qui, che siamo in continua vigilanza per evitare qualsiasi atto di sabotaggio?

E dall’interrogatorio all’ufficiale della nave e al responsabile del carico abbiamo conosciuto che la merce era stata caricata in presenza del suddetto ufficiale, e quando non c’era lui, era presente un altro membro dell’equipaggio, di cui non ha potuto darci i dettagli.

Ovviamente, nel momento di caricare la merce sulla nave era molto più facile e fattibile introdurre un detonante che facesse scoppiare quei esplosivi. E per tale motivo abbiamo concluso che l’agente del sabotaggio non si doveva cercare qui, ma all’estero; che si doveva cercare là dove le condizioni erano molto più favorevoli per preparare un atto del genere. Dunque, c’era un fatto indiscutibile, un fatto provato, ovvero, dopo aver scaricato più di 20 scatoloni, nello spostare uno degli scatoloni restanti, cioè, quando si scaricava uno di quei scatoloni, ebbe luogo l’esplosione. Quando gli operai sono andati a spostare un altro scatolone —perché c’erano più di 20 già scaricati—; quando sono andati a scaricare uno degli scatoloni restante, ebbe luogo l’esplosione, e quell’esplosione non era un incidente, quell’esplosione era intenzionale. Questo vuol dire che nello spostare uno scatolone si è liberato il congegno di un qualsiasi detonatore producendo l’esplosione.

Noi tutti conosciamo, con più o meno dettagli, che ci sono tantissime forme di sistemare una trappola del genere con esplosivi molto utilizzati durante la guerra, che poi quando si sposta, per esempio, un berretto, una matita o una sedia, ha luogo un’esplosione, perché è molto facile per un tecnico sistemare tra due scatoloni o sotto uno scatolone un qualsiasi congegno perché nel momento di spostare lo scatolone ci sia l’esplosione.

Come erano sistemati gli scatoloni durante il tragitto? Erano sistemati in modo compatto, non potevano muoversi perché quel carico era bloccato all’interno della stiva o del frigorifero in modo tale da essere immobilizzato, cioè senza spazio per muoversi. Un sistema di sabotaggio del genere si poteva sistemare senza alcuna paura che scoppiasse prima dello scarico, com’è capitato, ovvero, i primi scatoloni erano già scaricati e quando hanno preso più o meno lo scatolone numero 30, ha avuto luogo l’esplosione, dunque non poteva essere un incidente —come l’abbiamo dimostrato— ma è stata qualcosa premeditata perché gli scatoloni non erano in prima fila, dove qualsiasi congegno sarebbe stato visto, esso si trovata alla seconda o alla terza fila, e nel momento dello scarico ebbe luogo l’esplosione.

Ecco la conclusione alla quale siamo arrivati, e che non parte dal capriccio o dalla passione, ma parte dall’analisi, parte dalle evidenze, parte dalle prove, parte dalle indagini fatte, e addirittura dalle sperimentazioni fatte per concludere che si trattava di un sabotaggio e non di un incidente. E ne sono certo perché, che altro ci si poteva aspettare?

Tutti gli anni si trasportano nel mondo milioni di tonnellate di esplosivi eppure non abbiamo notizie di esplosioni nelle navi. Nel nostro stesso paese, per anni, si sono trasportati e sgombrati esplosivi, e tuttavia non abbiamo notizie di esplosioni. E da quanto si ricorda, quella del Maine, i cui misteri non sono stati ancora svelati, condusse alla guerra; perché la nazione alla quale apparteneva quella nave, anche se si pensa che non poté fare alcuna indagine, anche se si pensa che non poté fare quello che abbiamo fatto noi, cioè fare immediatamente gli interrogatori: parlare con gli operai, parlare con l’equipaggio, parlare con tutti; anche se loro non poterono fare quell’indagine, tuttavia conclusero che la causa era l’esplosione di una mina esterna, e dichiararono la guerra alla Spagna; perché gli USA conclusero che c’era stato un atto perpetrato dai sostenitori della Spagna, per ostilità nei confronti degli USA, e senza altre prove né argomenti, da una semplice presupposizione, arrivarono all’atto trascendentale di dichiarare la guerra alla Spagna.

Noi non abbiamo dovuto abusare tanto dall’immaginazione, noi non abbiamo dovuto trarre conclusioni poco fondate, perché sembra piuttosto illogico immaginare la Spagna, con quella situazione difficile che aveva e quella lotta dura ingaggiata, perpetrando l’esplosione di una corazzata americana. Quello non sembrava per niente logico; e invece noi abbiamo motivi sufficienti per credere che si tratta di un sabotaggio, e quali sono le forze internazionali che incoraggiano i nemici del nostro popolo e della nostra Rivoluzione; noi abbiamo motivi sufficienti per pensare che c’erano interessi sforzandosi perché non ricevessimo le armi; noi abbiamo motivi sufficienti per ipotizzare, o motivi per pensare che coloro che promossero il sabotaggio non potevano non essere coloro che erano interessati a impedirci di ricevere quel equipaggiamento. Perché, a chi ci si deve pensare come autori di un atto del genere se non a qualcuno interessato a evitare che ricevessimo gli esplosivi? E ne parleremo dopo.

Gli interessati ad evitare che ricevessimo tali esplosivi sono i nemici della nostra Rivoluzione, coloro che non vogliono che il nostro paese si difenda, coloro che non vogliono che il nostro paese sia in condizioni di difendere la nostra sovranità.

Noi conosciamo gli sforzi svolti per impedirci l’acquisto di quelle armi, e tra coloro interessati ad evitare che ricevessimo le armi c’erano i funzionari del governo americano. E possiamo affermarlo apertamente; perché non è un segreto, oppure sarà uno di quei segreti conosciuti da tutti. E non è che lo diciamo noi, l’ha anche detto il governo inglese, e il governo inglese dichiarò che il governo americano era interessato al fatto che non acquistassimo aerei in Inghilterra; perfino le autorità americane, gli stessi portavoce, hanno parlato degli sforzi svolti per evitare la vendita di armi a Cuba. Noi abbiamo lottato contro tali pressioni, noi abbiamo lottato contro tali intralci

Così, un paese, un governo, adoperando la sua potente influenza internazionale, agisce nei circoli diplomatici per impedire che un paese piccolo si armi; un paese che necessita difendere il suo territorio di fronte ai suoi nemici, un popolo che ha bisogno di difendersi di fronte ai criminali che vogliono ritornare, o di fronte ai colonizzatori che vogliono mantenerci nella schiavitù e la fame. Dobbiamo lottare contro le pressioni di un governo influente e potente per poter acquistare armi.

E noi possiamo affermare che finora siamo riusciti che un governo ed una fabbrica di armi europei, agendo in modo indipendente e ferme, siano stati contrari alle pressioni e ci abbiano venduto le armi; ovvero, la fabbrica di armi del Belgio e il governo di quel paese si sono opposti alle pressioni. E non una, ma varie, il console americano nel Belgio ed un addetto diplomatico dell’ambasciata americana nel Belgio, tentarono, con la fabbrica e con il Ministero degli Affari Esteri, di evitare la vendita delle dite armi.

Questo vuol dire che funzionari del governo americano avevano fatto sforzi per evitare che il nostro paese acquistasse le armi, ed i funzionari del governo americano non possono negare questa realtà. E questa realtà vuol dire che loro erano interessati al fatto che noi non acquistassimo le armi, e che tra gli interessati bisogna trovare i colpevoli, tra gli interessati a che non acquistassimo le armi bisogna trovare i colpevoli; perché abbiamo il diritto di pensare che coloro che per via diplomatica tentarono di evitare che acquistassimo tale equipaggiamento, hanno potuto tentarlo anche mediante altre procedure.

Non affermiamo che l’abbiano fatto così, perché non abbiamo prove decisive, e se le avessimo le avremmo ormai presentate al popolo e al mondo; comunque dico che abbiamo il diritto di pensare che coloro che, servendosi di certe vie, non sono riusciti i loro scopi, hanno potuto tentarlo per altre vie. Noi abbiamo il diritto di pensare che tra gli interessati bisogna trovare i criminali; noi abbiamo il diritto di pensare che tra gli interessati bisogna trovare i causanti delle vite cubane perse ieri pomeriggio!

Perché, innanzitutto, che diritto ha un governo d’interferire negli sforzi di un altro governo nella difesa della propria sovranità? Che diritto ha un governo di attribuirsi la tutela di una qualche parte del mondo? Che diritto ha un governo di proibire ai cubani di acquistare armi che tutti i popoli acquistano per difendere la loro sovranità e integrità? A che popolo noi vogliamo proibire di armarsi? Che acquisti di armi abbiamo interferito? Che ostacoli abbiamo creato a un popolo per evitare che si armi? E chi può pensare che un governo che vive in pace, il cui popolo vive in pace nei confronti di un altro popolo, che ha rapporti diplomatici e di amicizia —oppure che devono essere di amicizia—, ha il diritto d’intromettersi per evitare che il suddetto popolo non riesca ad acquistare armi? E men che meno se si tiene presente che il paese in nome del quale agisce quel governo acquista nel nostro territorio materiali strategici che necessita per la sua difesa, senza che ci sia alcuna intromissione dalla nostra parte nella compera dei suddetti materiali, senza che ci sia alcuna intromissione dalla nostra parte negli sforzi che svolgono per la loro difesa, senza che ci sia alcuna intromissione dalla nostra parte nei loro affari.

E che non acquistiamo mezzi per difenderci, perché? Perché quel interesse ad evitare che acquistiamo mezzi per difenderci? Vogliono per caso che il nostro popolo cada ancora una volta sotto gli stivali delle cricche di criminali che per sette anni l’avevano colpito? Per caso stanno incoraggiando il ritorno dei grossi criminali? O ancora peggio, cercano d’intervenire nel nostro suolo? Perché non vogliono che il nostro popolo abbia i mezzi per difendersi, il nostro popolo non è un pericolo per quel paese, il nostro popolo non è né sarà mai un pericolo militare per nessun altro paese, il nostro popolo non potrà sviluppare mai una potenza offensiva contro nessun altro popolo, perché la forza della nostra Rivoluzione nel mondo non è nella forza militare ma nella tremenda forza morale, nel suo tremendo esempio per i popoli fratelli, per i nostri fratelli di razza, schiavi e sfruttati in tutta l’America spagnola. Perché la nostra forza non si troverà mai nella potenza militare; noi siamo forti dal punto di vista militare, ma non lo siamo né lo vogliamo essere mai per attaccare qualcuno, perché non aspiriamo né aspireremo mai a sottomettere né a assoggettare nessuno. Noi siamo forti per difenderci, perché difendere la terra è un’altra cosa: è un diritto, e uno di quei diritti che i popoli sanno difendere contro qualsiasi potere e contro qualsiasi forza.

Non saremmo mai forti per attaccare nessuno, non solo perché non avremmo in quantitativi di armi, uomini né risorse, ma perché non avremmo mai il diritto di attaccare nessuno; e per questo non saremmo mai forti, anche se avessimo risorse e armi, semplicemente perché non avremmo il diritto di farlo. E invece, ci sentiamo forti per difenderci, siamo convinti che siamo forti per difenderci perché saremmo a difendere un diritto e sapremo difenderlo.

Allora, perché non vogliono che avessimo i mezzi necessari? Semplicemente perché non vogliono che possiamo difenderci, vogliono che siamo disarmati. E perché vogliono che siamo disarmati? Per piegarci, per sottoporci, perché non ci opponiamo alle pressioni, perché non resistiamo alle aggressioni. E hanno il diritto di ostacolare i nostri sforzi di acquistare i mezzi per difenderci le autorità di un paese che non ha potuto né potrà impedire che il suo territorio sia utilizzato sistematicamente per bombardarci?

Forse domani mattina sui giornali di quel paese si leggerà che analizzare queste verità e questi motivi è un’offesa al popolo degli USA. E giova chiarire che noi non offendiamo il popolo degli USA, né abbiamo mai offeso il popolo degli USA; ciò che succede è che chiamano offesa le verità, e le chiamano offesa al popolo per presentare il nostro popolo come un popolo nemico del popolo degli USA. Ed i motivi che presentiamo ai governanti — che sono i responsabili della politica di quel paese— non sono un’offesa al popolo; perché intendiamo, contrariamente, che coloro che provocano danni al popolo americano sono coloro che commettono tali errori; coloro che offendono il popolo americano sono quelli che commettono tali errori. Ragionare, chiamare le cose dal loro nome, chiarire al popolo queste verità, lo presentano come un’offesa, perché vogliono creare delle difficoltà tra i popoli, ma non c’è alcuna difficoltà tra i popoli, perché Cuba non va creare mai delle difficoltà a nessun popolo del mondo.

I popoli sono onesti, e non si possono giudicare dai loro governanti. Non sarebbe stato giusto giudicare i cubani, questo bellissimo popolo, dai governanti sconfitti dalla Rivoluzione. I popoli non hanno la colpa.

Tuttavia sembra che le verità non potrebbero neanche insinuarsi in questo continente dove noi, cubani, abbiamo imparato a dire la verità, senza alcuna paura. E queste sono verità: aerei nemici del nostro popolo, aerei pilotati da mercenari criminali, partono dagli USA, e il governo di quel paese, tanto preoccupato perché noi non acquistiamo armi, non è stato in grado d’impedire tali voli.

Dopo sette anni di dura lotta e d’immenso sacrificio vinse il nostro popolo. In precedenza qualunque cittadino poteva essere torturato, qualunque cittadino poteva essere assassinato nelle strade della città o in campagna, nella nostra patria imperava la tirannia la più atroce; ma quello non era uno ostacolo perché gli USA arrivassero con delle navi cariche di bombe e mitraglie, che contrariamente non scoppiavano al porto dell’Avana. Tuttavia, noi non assassiniamo nessuno, noi non torturiamo nessuno, noi non picchiamo nessun essere umano, noi abbiamo stabilito nella nostra patria l’impero del rispetto alla dignità umana, alla sensibilità umana, e il nostro Governo Rivoluzionario si è contraddistinto da questo clima di sicurezza cittadina, da quella sensazione di calma, di sicurezza e di rispetto nei confronti del cittadino; noi non torturiamo, noi non assassiniamo, e tuttavia, le armi che acquistiamo per difendere questo regime scoppiano al loro arrivo in porto. Invece, i torturatori del nostro popolo, i boia del nostro popolo, coloro che strapparono la vita a 20 000 concittadini, coloro che assassinavano studenti, contadini, operai, coloro che assassinavano uomini e donne, coloro che assassinavano dei professionisti, coloro che assassinavano qualsiasi cittadino, quelli ricevevano direttamente armi ed equipaggiamento che non scoppiavano.

Allora, se si tratta di un regime rivoluzionario giusto, un regime rivoluzionario umano, un regime che ha fatto tanto per difendere gli interessi del popolo, gli interessi del nostro popolo paziente e sfruttato — sfruttato dai monopoli, sfruttato dai latifondi, sfruttato dai privilegiati —, un regime che ha affrancato il popolo da tutte le ingiustizie, un regime della maggioranza del paese, un regime umano, lo combattono. Al regime criminale e inumano, al regime dei monopoli e dei privilegi, lo aiutano. Caspita, che democrazia che aiuta i criminali e che aiuta gli sfruttatori! Questa sì che è una democrazia, dove per noi l’uomo vale e varrà sempre più del danaro! Perché per denaro non verseremo mai un goccio del sangue umano; per denaro, per interessi egoisti, non sacrificheremo mai un goccio del sangue umano.

E questi non sono i soli fatti. Perché, chi si può sorprendere dell’esplosione di una nave in porto mentre gli operai lavorano? Chi si può sorprendere di un sabotaggio che costi il sangue dei lavoratori? Chi si può sorprendere, se appena un mese fa —se arriva al mese — un aereo americano, proveniente dal territorio americano e pilotato da un americano e con una bomba americana, cercò di lanciarla su uno stabilimento dove c’erano più di 200 operai? E quella volta dissi: “Quale non sarebbe stato oggi il dolore del nostro popolo, quale non sarebbe stato oggi la tragedia del nostro popolo, se invece di quei due cadaveri di mercenari avessimo dovuto seppellire dozzine di operai?” E come se quelle parole avessero avuto qualcosa di premonizione, oggi abbiamo dovuto riunirci qui per seppellire varie dozzine di operai e soldati ribelli.

Sorprende per caso che gli autori di quel sabotaggio non si siano preoccupati dal numero di vittime che ci sarebbero, dagli uomini che sarebbero assassinati? Sorprende per caso che appena un mese fa tentarono di lanciare una bomba di 100 libbre in mezzo ad una fabbrica in funzione, in mezzo ad oltre 200 lavoratori? Sorprende per caso se, quando ebbe luogo quel fatto, noi con le prove in mano, serenamente, abbiamo parlato al popolo, abbiamo spiegato al popolo quanto successo, abbiamo esibito le prove, e addirittura gli abbiamo detto di inviare i tecnici perché costatassero che era rigorosamente certo tutto quanto si era detto; se dopo un mese nessuno è stato arrestato negli USA e nessun criminale di guerra n’e stato cacciato via dagli USA, né hanno trovato nessun colpevole, né hanno disturbato nessuno, anzi, pochi giorni dopo sono ritornati gli aerei, e appena una settimana dopo i fatti bombardarono la località dove risiede il Primo Ministro del Governo Rivoluzionario?

Sorprende per caso che facciano scoppiare una nave carica di operai, se tentarono di fare esplodere una bomba in un zuccherificio, e non si sono preoccupati nel bombardare una zona dove c’erano bambini, lanciando su quella zona bombe di 100 libbre? Sorprende per caso se ieri si pubblicò alla rivista “Bohemia” le fotografie della flotta aerea, che tranquillamente riposa negli aeroporti americani senza essere disturbata da nessuno? Sorprende per caso che ieri abbiamo conosciuto che José Eleuterio Pedraza era a Washington? Sorprende per caso si tali cose capitano? Solo che questa volta la zampata è stata dura e crudele.

Era logico. Già un’altra volta abbiamo dovuto visitare gli ospedali colmi di vittime, alcuni mesi fa, a causa di quella incursione il cui autore gironzola ancora per i villaggi e città statunitensi senza che nessuno lo disturbi. Sorprende per caso se una serie di atti dimostrano l’insieme di interessi potenti che si raggruppano contro la nostra Rivoluzione; se appena qualche giorni fa liberarono grossi quantitativi di mais per sostituire il miele di Cuba nella fabbricazione di alcol; se alcuni giorni fa ritirarono gli ispettori che osservavano la cultura di frutti e verdure che esportiamo a quel paese; se tutti conoscono la legge mediante la quale si vuole suppeditare la sovranità del nostro paese alla minaccia di non comprarci lo zucchero? Cioè, se in questi giorni presenteranno al Congresso una legge secondo la quale il Presidente della repubblica si riserva il diritto, in qualsiasi momento, di eliminare la quota dello zucchero, di ridurla, di non comprare nessuna se così lo deciderà.

E cosa vuol dire questo? Vuol dire che il nostro paese ha una struttura economica molto fragile. Ma perché il nostro paese ha una struttura fragile in ambito economico? Perché fu quella la struttura che diedero i padroni stranieri alla nostra economia; un’economia di monocoltura, un’economia di latifondo, un’economia di paese sottosviluppato, un’economia fragile, conseguenza della politica dei padroni stranieri della nostra economia per ben 50 anni. E adesso, avvalendosi di tale dipendenza dalla quale ci vogliamo affrancare, avvalendosi di tale situazione dalla quale cerchiamo di liberarci — ed è proprio quello che significa indipendenza economica—, avvalendosi di tale dipendenza, vogliono adottare sistemi che tentano di piegare i nostri diritti e di sottomettere la nostra sovranità.

Vuol dire che se noi votiamo le nostre leggi, se noi adottiamo i nostri provvedimenti a beneficio del nostro popolo, loro si attribuiscono il diritto di fare perire per fame il nostro popolo. Vale a dire che, avvalendosi del loro vantaggio economico emanato dalla politica di monocoltura e dal latifondo e dal sottosviluppo, cercano di restringere i diritti del nostro popolo di agire in modo indipendente e sovrano, sotto la minaccia di farci perire dalla fame.

Che cos’è questo, se non un Ammendamento Platt economico? Che cos’è questo, se non un avvertimento che se noi adottiamo provvedimenti contro i monopoli, provvedimenti a beneficio del nostro popolo, ci saranno rappresaglie contro di noi, perché siamo un paese piccolo, ad economia fragile; e che se facciamo uno sforzo per avere un’economia forte, per avere una nostra economia, ci minacciano con farci perire dalla fame? Che cos’è questo, se non un tentativo di rovinare la sovranità di un paese, un tentativo di restringere l’indipendenza di un paese. Che cos’è questo, se non un governo che si attribuisce il diritto di decidere sui destini di un altro paese con misure di rappresaglie? Perché non sono misure adottate per difendere gli interessi nazionali, non sono misure adottate per difendere per gli interessi del popolo statunitense, non sono misure adottate per garantire l’approvvigionamento; no, tali misure, contrariamente alle nostre — che sono misure che adottiamo per difendere il popolo, per difendere gli interessi nazionali, ma che non sono misure di rappresaglie— ­sono misure di rappresaglie. Non sono misure per difendere gli interessi nazionali, ma una misura di rappresaglia contro un altro paese, intanto le misure adottate da noi, sono misure in difesa degli interessi nazionali e degli interessi del popolo. Perché nessuna delle misure da noi adottate sono misure per fare perire dalla fame il popolo statunitense, anzi, le misure adottate da noi restringono loro la tasca vorace di alcuni monopoli americani, ma noi non restringiamo i mezzi di sussistenza né di lavoro al popolo americano. Le misure adottate da noi sono contro i monopoli, sono contro gli interessi, non contro il popolo americano. E le misure adottate da loro non sono misure per difendere il popolo americano; sono misure di rappresaglie contro il popolo cubano.

E, ovviamente, per quello ci voleva un Governo Rivoluzionario per proclamarlo, ci voleva un governo del popolo per proclamarlo, ci voleva un governo senza paura di proclamarlo; senza paura delle minacce né delle rappresaglie; senza paura delle manovre militari. E potremmo dire: come mai manovre militari nei Caraibi? Come mai manovre di sbarco contro posizioni occupate da guerriglie? Come mai manovre di truppe aerotrasportate, in operazioni offensive? Perché, da quanto sappiamo, i problemi del mondo si discutono nei vertici, come li chiamano; i problemi del mondo, da quanto sappiamo, riguardano i proiettili telecomandati, la scienza e la tecnica di punta, ma non abbiamo mai sentito parlare che i problema del mondo abbiano a che fare con le guerriglie, né abbiamo sentito parlare che qui, nei Caraibi, ci siano dei problemi mondiali né che qui, nei Caraibi, ci siano difficoltà internazionali.

Rimane inteso che le grosse potenze non pensano oggi militarmente in termini di guerriglie, che siamo stati noi ad utilizzare la guerriglia per lottare contro quel esercito professionale della tirannia, e usare quella tattica contro le forze numericamente superiori e superiore anche in risorse; ma non avevo mai sentito dire che nel mondo le questioni militari andassero discusse in termini di guerriglia. E quando vediamo manovre di Fanteria marittima, manovre di sbarco contro guerriglie, ci domandiamo a quale scopo e perché. Pensano per caso sbarcare —mi chiedo—, oppure vogliono intimidirci? Vogliono per caso spaventarci? Vogliono per caso dimostrare che possono invaderci in qualsiasi momento? perché ci sono portavoce che parlano delle cose possibili, tra cui, gli sbarchi.

Chi ha detto che qualcuno ci sbarcherà? E chi ha detto che ci si può sbarcare tranquillamente? E adesso, tra le probabilità — ed è utile dire in un giorno come questo, perché infatti noi, cubani, siamo cresciuti parecchio in materia di patriottismo e in materia di civismo perché vogliano usare contro di noi tali insinuazioni— e tra le cose possibili di cui si parla, permettetemi dirvi che siamo stupiti nel vedere come loro dicono, tranquillamente, che tra le cose possibili c’è quella d’inviare la Fanteria marittima, come se noi non avessimo niente, come se nel caso di tale eventualità noi, cubani, saremmo rimasti le braccia incrociate, come se noi, cubani, non andremmo a resistere qualsiasi sbarco, da qualsiasi truppa che provi a piegare il nostro popolo!

Ed è utile di dirlo, che lo diciamo una volta oggi, in questa sede, in questo momento in cui ci siamo radunati per seppellire numerosi soldati e cittadini che ieri erano come noi — chi sa quante volte ci siamo incontrati con loro al lavoro, nelle manifestazioni pubbliche, negli impianti militari oppure nelle zone di operazioni; chi sa quante volte, come voi, applaudivano e vivevano colmi delle illusioni che la Rivoluzioni aveva svegliato in ogni cubano umile—; quando veniamo in luttuoso peregrinaggio a portare le loro spoglie alle tombe, tranquillamente, serenamente, in adempimento di un doloroso dovere, e lo sappiamo adempiere, e lo sappiamo adempiere con abnegazione, e lo sappiamo adempiere sapendo che domani possiamo essere gli altri, che come loro ieri, e come altri in precedenza —perché noi, i cubani, abbiamo imparato a guardare la morte serenamente, senza alterarci, perché noi, i cubani, abbiamo acquisito un senso reale della vita, che comincia considerandola indegna quando non si vive con libertà, quando non si vive con decoro, quando non si vive con giustizia, quando non si vive da se e per qualcosa, e per qualcosa di grande come stanno vivendo i cubani in questo momento—; qui, in questa sede, tra questi morti cagionati da non si sa quale mani assassine, diciamo una volta che noi non abbiamo nessuna paura di nessuna truppa di sbarco in questo paese, che noi non aspetteremo neanche un secondo per prendere i nostri fucili e occupare i nostri posti, senza battere ciglio e senza esitare di fronte a qualsiasi truppa straniera che sbarcherà in questo paese; che noi, ovvero, il popolo cubano, i suoi operai, i suoi contadini, i suoi studenti, le sue donne, i suoi giovani, i suoi anziani, perfino i bambini, non esiteranno nell’occupare i loro posti tranquillamente, senza alterarsi e senza batter ciglio, il giorno in cui una forza estranea osi sbarcare nelle nostre spiagge, sia che venga in una nave o in un aereo, o comunque vengano, al di là di quanti saranno.

Ed è utile di dirlo senza sfoggio, come quelli che sono decisi veramente di fare ciò che si promette. E se qualcuno l’avesse messo in dubbio, il giorno di ieri era come per dimostrarglielo per sempre al più pessimista. Chi abbia osservato il popolo ieri, chi abbia visto quel episodio meraviglioso e al tempo stesso dantesco, chi abbia visto come le moltitudini andavano incontro al fuoco, come andavano incontro i soldati, gli operai, i poliziotti, i marinai, i pompieri, le milizie, come andavano incontro a quel pericolo, come andavano incontro alla morte, senza alterarsi; chi abbia visto i soldati e il popolo andare incontro al pericolo per ricuperare i feriti, per ricuperare le vittime in una nave in fiamme, in una zona che bruciava, quando non si sapevano quante esplosioni ci sarebbero ancora, chi abbia saputo di quelle ondate, spazzate dalle esplosioni che morirono non nella prima ma nella seconda esplosione, chi abbia visto il popolo comportarsi come si comportò ieri; chi abbia visto il popolo predisporre il traffico; chi abbia visto il popolo stabilire l’ordine; chi abbia visto il popolo andare incontro a quell’esplosione che lasciava dietro di sé un fungo, che evoca il fungo delle esplosioni nucleari; chi abbia visto il popolo andare incontro a quel fungo senza sapere di che cosa si trattava, può essere sicuro che il nostro popolo è un popolo in grado di difendersi, è un popolo in grado di andare incontro perfino ai funghi delle bombe nucleari.

E questo è successo ieri. Non è un’invenzione della fantasia; è una realtà che tutto il popolo ha visto, è una realtà che abbiamo dovuto pagare con dozzine di vite pregiate, di uomini caduti nel tentativo di salvare i loro compagni, che diedero la loro vita tranquillamente e serenamente per salvare le vite bloccate tra i ferri ritorti di quella nave, o tra le macerie dei palazzi, di pompieri che andavano avanti senza alterarsi per spegnere i fabbricati colmi di esplosivi; chi abbia visto scene come quelle di ieri, chi sappia che un popolo tanto degno e tanto virile e tanto generoso e tanto onesto come il nostro popolo, ha il diritto di sapere che è un popolo che si difenderà da qualsiasi aggressione.

Magari coloro che perturbati nel più elementare senso comune osano considerare come possibile qualsiasi genere di invasione al nostro suolo, capiscano la mostruosità del loro sbaglio, perché così ci risparmieremo molti sacrifici. Purtroppo, se quello capitasse, ma soprattutto per disgrazia degli attaccanti, che non abbiano il più pallido dubbio che in questa terra che si chiama Cuba, che in mezzo a questo popolo che si chiama cubano, si dovrà lottare fintantoché avremo un goccio di sangue, si dovrà lottare fintantoché ci sarà un atomo di vita. Noi, non attaccheremo mai nessuno, quindi nessuno deve temere niente nei nostri confronti, ma colui che ci vorrà attaccare, deve sapere che con i cubani di oggi, perché non siamo più all’anno 1898 né al 1899, che non siamo all’inizio del secolo, che non siamo negli anni 1910, 1920 o 1930, che con i cubani di questo decennio, con i cubani di questa generazione, con i cubani di questa era — non perché siamo migliori, ma perché abbiamo avuto la fortuna di vedere più chiaramente, perché abbiamo avuto la fortuna di ricevere l’esempio e la lezione della storia; la lezione che costò tanti sacrifici ai nostri antenati, la lezione che costò tanta umiliazione e tanto dolore alle generazioni precedenti, perché abbiamo avuto la fortuna di ricevere quella lezione—, con questa generazione bisogna lottare, se riescono ad attaccarci, fino all’ultimo goccio del sangue, con i nostri fucili, con i fucili che acquisteremo, con quelli acquistati a colui gli ci vorrà vendere, con pallottole e armi acquistati dove vorremo e con le armi che sappiamo strappare a i nemici durante il combattimento.

E senza alterarci di fronte alle minacce, senza alterarci di fronte alle manovre, ricordando che un giorno siamo stato soltanto in 12 e che, paragonata quella forza con quella della tirannia, la nostra forza era così piccola e così insignificante che nessuno avrebbe creduto alla possibilità di resistere; tuttavia noi, abbiamo creduto che avremmo potuto resistere allora, così come crediamo oggi che possiamo resistere a qualsiasi aggressione. E non solo che sapremo resistere qualsiasi aggressione, ma che sapremo vincere qualsiasi aggressione, e che ancora una volta l’unico dilemma è lo stesso del momento in cui abbiamo avviato la nostra lotta rivoluzionaria: la libertà o la morte. Solo che adesso la libertà vuol dire qualcosa in più: libertà vuol dire patria. E il nostro dilemma sarebbe la patria o la morte.

E così, un giorno come quello di oggi, luttuoso e tragico per il popolo, doloroso per il governo, doloroso per i parenti degli operai e dei soldati, e dei cittadini caduti; in un momento come questo, importante, è utile precisare che la nostra disposizione di resistere non è solo la disposizione di resistere militarmente. Forze credono che abbiamo il coraggio di morire, ma che non abbiamo il coraggio di resistere alle privazioni, e gli uomini hanno il coraggio di resistere, anche alle privazioni le più inimmaginabili.

Se quei uomini che avviarono la lotta nelle montagne non avessero avuto il coraggio di resistere alle privazioni, sarebbero stati vinti; ma non fu così, perché ebbero la correttezza di resistere alle privazioni. Uomini fragili sono quelli che non hanno la correttezza di resistere alle privazioni; uomini o donne forti sono quelli che hanno la correttezza di resistere alle privazioni. E un popolo che ha il coraggio di qualsiasi sacrificio nel combattimento, deve avere anche il coraggio di qualsiasi privazione. Perché si sbagliano anche credendo che mediante le rappresaglie economiche ci abbatteranno. E a questo punto si potrebbe dire che è meglio soffrire la fame in libertà che vivere da schiavi nell’opulenza; che è meglio essere poveri ma liberi anche ci costi tanto e anche se fosse lunga la strada dello sviluppo delle nostre ricchezze —anche se un giorno raggiungeremo questa meta—, ma meglio essere poveri in libertà che ricchi da schiavi; ancora di più quando qui eravamo schiavi e poveri, e adesso siamo poveri ma liberi e un giorno saremo liberi e anche ricchi.

Così, non ci si possono acquistare con vantaggi economici, e ancora di meno quando i suddetti vantaggi economici non sono stati mai visti da nessuno; perché qui, ciò che tutti hanno visto è stato la miseria, l’ingiustizia, lo sfruttamento. Ed è così che si chiama centomila bambini senza scuola o che non avevano scuola, ed è così che si chiamano i miserabili bohíos (capanna di legno e rami), ed è così che si chiamano i mesi del tempo morto, è così che si chiama la disoccupazione, è così che si chiama il tormento in cui viviamo. E Cuba, il nostro popolo, non ha fatto altro che lottare contro i suddetti mali, non ha fatto altro che sforzarsi per superare i suddetti mali, non abbiamo fatto altro che esigere ciò che è nostro; non abbiamo fatto altro che difendere ciò che è nostro ed i nostri. Ed è questa, agli occhi della plutocrazia internazionale, l’errore commesso da Cuba; difendere ciò che è suo di fronte allo sfruttamento, di fronte alla colonizzazione. Ecco perché gli aerei vengono, ecco perché l’insolenza sempre più audace, dai criminali protetti dalla plutocrazia; questa è la causa che finché in nessuna parte del mondo le navi scoppiano, finché in nessun altro luogo del mondo gli aerei bombardano, nella nostra patria gli operai sono minacciati nel loro lavoro da una bomba di100 libbre, oppure siano minacciati nel lavoro da un’esplosione apocalittica.

Ecco la causa dell’odio dell’oligarchia poderosa che ci combatte, ecco la causa della congiura contro la nostra patria. La capiamo perbene perché è preciso che sappiamo capire i nostri problemi, è preciso che sappiamo capire tali verità, ed è preciso che si proclamino, così come è preciso che tali interessi e tali congiurati sappiano attenersi e sappiano che qui non si tratta di fare piani, all’estero, sui problemi del paese o sulle soluzioni, o sulle controrivoluzioni, che per fare piani sul nostro paese, innanzitutto, occorre contare su di noi, e se non lo fanno pensando che non esistiamo, allora dovranno attenersi alle conseguenze.

Oggi siamo qui per concludere uno dei giorni più triste, ma anche uno dei più fermi e simbolici della nostra patria. Chi ci avrebbe detto, 14 mesi fa, quando siamo arrivati qui con i soldati ribelli, provenienti da Oriente, percorrendo queste strade, in mezzo alla gioia del popolo, che un giorno come oggi avremmo dovuto percorrere queste stesse strade, in mezzo alla tristezza e al dolore di questo stesso popolo, per seppellire, tra un gruppo di operai, un gruppo di quei soldati che passarono di là portando le bandiere della liberazione nazionale? Chi ci avrebbe detto che i causanti ed i complici di quei assassini di tante migliaia e migliaia di cubani ci avrebbero costretto ancora una volta — e chi sa quante altre volte in più— a venire a piangere assieme alle tombe nuove vittime, nuovi cittadini annichilati dagli stessi criminali e dagli stessi alleati? Ma anche se è amaro, è la verità. E siamo qui per compiere questo doloroso dovere, e lo faremo tutte le volte che sarà necessario, lo faremo un giorno come corteggio e altro come bara, se fosse necessario; lo sapremo fare, perché dietro coloro che cadono ci saranno altri, dietro coloro che cadono ci sono altri in piedi!

Grande è stata la perdita di questi 14 mesi; cari e indimenticabili compagni che non sono più tra coloro che siamo dietro i feretri; compagni che in adempimento del loro dovere sono scomparsi dalle nostre file; tuttavia, le file continuano a marciare, il popolo continua in piedi, ed è quello ciò che importa! E che spettacolo tanto importante quello di un popolo in piedi, che spettacolo tanto imponente quello di un popolo in piedi, che spettacolo tanto meraviglioso e tanto impressionante quello di un popolo in piedi, che spettacolo come quello di oggi, e vedere andare insieme a coloro che alcuni anni fa non avremmo sognato di vederli marciare come marciavano oggi, e chi avrebbe sognato alcuni anni fa di vedere marciare le milizie di operai assieme ai gruppi universitari, assieme ai soldati dell’Esercito Ribelle, assieme ai membri della marina e della polizia; assieme ad una colonna di contadini con i loro cappelli da mambi, le loro file marziali e compatte, i loro fucili alle spalla; contadini dalle montagne che oggi ci accompagnano in questo minuto di dolore, perché tutti ci siano rappresentati; perché lì, dove si confondevano con il popolo ministri e cittadini, congiungesse l’intera nazione generosa, combattiva ed eroica.

Chi avrebbe sognato che un giorno militari e operai non sarebbero più dei nemici, che un giorno militari, operai, studenti, contadini e popolo non sarebbero più dei nemici; che un giorno gli intellettuali avrebbero marciato del braccio degli uomini armati; che un giorno il pensiero, la forza di lavoro e il fucile marcerebbero assieme, come l’hanno fatto oggi!

Prima marciavano separatamente, prima erano dei nemici, prima avevano fatto della patria dissimili interessi, dissimili gruppi, dissimili istituzioni, e oggi la patria è un unico sentimento, la patria è un’unica forza, la patria è un unico gruppo. Oggi non combattono morendo tra di loro contadini e soldati, o studenti e poliziotti, popolo e forze armate; oggi, insorgiamo tutti dalla stessa bramosia e dalla stessa aspirazione; popolo e militari sono la stessa cosa. Prima combattevano tra di loro, oggi combattono insieme; prima marciavano per cammini diversi, oggi marciano insieme, oggi lottano insieme operai e soldati, oggi muoiono insieme, aiutandosi gli uno agli altri, dando le loro vita per salvare gli altri, come cari fratelli.

Per questo ho visto oggi più forte che mai la nostra patria, ho visto oggi più solida e invincibile che mai la nostra Rivoluzione, più grande e più eroico il nostro popolo. Oggi era come se in quel sangue, che era il sangue dei soldati e degli operai, il sangue degli operai cubani e degli operai francesi… Operai francesi che in adempimento del loro dovere sono morti mentre scaricavano quelle merci destinate a difendere la nostra sovranità, e per cui non gli abbiamo dimenticati nel momento di aiutare i nostri; nel momento di aiutare i parenti dei cubani morti, non abbiamo dimenticato quei operai della Francia caduti in questo fatto vandalico prodotto dalle mani assassine nemiche degli operai qui e in qualsiasi parte del mondo che ieri hanno gemellato il sangue francese, da dove sono insorti quelle gride di libertà nella prima rivoluzione grande della storia moderna dell’umanità; gemellarono il sangue degli operai francesi con quello degli operai cubani. E per quello noi, che vediamo in loro dei fratelli, ci siamo occupato anche con la stessa generosità di aiutare la loro famiglia, perché anche loro hanno moglie, madri e figli; e questo era per noi, per un popolo generoso come il nostro, un atto di elementare solidarietà nei confronti dei popoli del mondo.

Oggi ho visto —come dicevo— più gloriosa e più eroica la nostra patria, più ammirabile il nostro degno popolo, da ammirare come si ammira una colonna che ritorna dal combattimento, degno d’identificarsi e di solidarizzarsi con lui come lo fanno gli uomini di un esercito dopo il combattimento.

Ciò che conta non sono gli spazzi vuoti nelle file; ciò che conta è la disposizione di animo di coloro che rimangono in piedi. E non una, ma molte volte, abbiamo visto spazi vuoti nelle nostre file, nelle file del nostro esercito; abbiamo visto spazi vuoti dolorosi, come oggi gli vediamo tra le file del popolo, però ciò che conta, soprattutto, è la correttezza del popolo che rimane in piedi.

E così, nel dire addio ai caduti oggi, a quei soldati e a quei operai, l’unica idea che mi viene in mente, simbolo di questa lotta e di quello che è oggi il nostro popolo, è questa: Riposate insieme in pace! Insieme gli operai ed i soldati, insieme nelle loro tombe, così come insieme avete lottato, come insieme siete morti e come insieme siamo disposti a morire.

E nel dirgli addio, nella soglia del cimitero, una promessa, che più che una promessa di oggi è una promessa di ieri e di sempre: Cuba non si intimorirà, Cuba non desisterà; la Rivoluzione non si fermerà, la Rivoluzione non desisterà, la Rivoluzione continuerà andando avanti vittoriosa, la Rivoluzione continuerà irremovibile la sua marcia!

Ed è questa la nostra promessa non ai morti, perché morire per la patria è vivere, ma ai compagni che avremo sempre in pensiero come qualcosa di nostro; e non nel ricordo al cuore di un uomo o degli uomini, ma nel ricordo unico e incancellabile: il ricordo al cuore di un popolo.

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