Come comprendere la caduta di Pedro Castillo in Perù

misionverdad.com

Nel giro di poche ore, il destino istituzionale del Perù è tornato a torcersi. Certamente, nel caso della nazione andina, è già consuetudine che i presidenti, nel mezzo di una crisi politica e istituzionale che si aggrava nel tempo, abbiano una data di scadenza di breve durata.

Tuttavia, quanto accaduto ieri con la destituzione del presidente Pedro Castillo mediante una mozione di vacanza del Congresso, dopo il tentativo del presidente di sciogliere il Parlamento, è peculiare persino per l’instabile contesto peruviano: Castillo era un presidente eletto dalla cittadinanza, pertanto, la sua uscita dal potere ha un significato politico più profondo, e dal 1992, anno in cui Alberto Fujimori ha compiuto un autogolpe, non era avvenuto un atto per chiudere il Congresso.

Rivediamo rapidamente gli eventi. Ieri, 7 dicembre, era prevista la votazione su una nuova mozione di vacanza contro il Presidente al Congresso “per incapacità morale”. Era il terzo tentativo di destituzione in soli 16 mesi di governo Castillo. La manovra faceva parte del blocco istituzionale sistematico e globale del Congresso nei confronti della gestione Castillo dal primo giorno in cui ha assunto formalmente il potere, il che aveva incluso la limitazione di azioni basiche del presidente come la richiesta di recarsi all’estero per partecipare ad eventi internazionali, l’attuazione di progetti istituzionali e l’ammissione del suo gabinetto.

Questa terza mozione, che rafforzava e ampliava l’argomentazione delle due precedenti, si centrava su accuse di “corruzione” contro Castillo su undizi debolmente provati, che miravano chiaramente ad approfondire la metodologia del golpe parlamentare attraverso una storia anti-corruzione precedentemente propagandata dai principali media. Per procedere alla destituzione, il blocco parlamentare di destra, in scontro aperto contro il governo Castillo, doveva raggiungere un minimo di 87 voti, somma che, visto il sostegno ricevuto dalla richiesta di procedura di settimane fa, approvata con 73 voti in totale, era difficile da ottenere. Era molto probabile che, come nelle due mozioni precedenti, la destra non riuscisse a raccogliere voti sufficienti per applicare la misura e rimuovere Castillo dal potere.

Nel bel mezzo del processo di ammissione della terza mozione di vacanza, Castillo stava già affrontando una nuova crisi nel proprio gabinetto dopo un’azione della Corte Costituzionale. A metà novembre, il Consiglio Direttivo del Congresso ha respinto la domanda di fiducia presentata da Aníbal Torres, allora presidente del Consiglio dei Ministri; tuttavia, la questione non è stata discussa in plenaria. Il governo Castillo ha interpretato questo come un rifiuto, ma la Corte Costituzionale ha fatto il contrario e ha emesso una misura cautelare al Congresso per sconfessare tale interpretazione. Il fuoco incrociato ha prodotto le dimissioni di Torres dalla sua carica e la promozione di Betssy Chávez, che è diventata la quinta persona ad assumere la presidenza del Consiglio dei Ministri nel breve mandato presidenziale di Castillo. Fino all’ammissione della terza mozione di vacanza, il Congresso non aveva discusso la nomina di Chávez.

Il rigetto del quesito di fiducia, interpretato dal governo come effettivo a novembre, con parere divergente della Corte Costituzionale, è un aspetto importante della crisi politico-istituzionale, poiché, in caso di nuovo rigetto, questa volta nei confronti di Betssy Chávez, la Costituzione peruviana autorizzava Castillo a sciogliere legalmente il Congresso, ai sensi degli articoli 133 e 134 della Magna Carta. Per questo motivo l’azione di Castillo è stata qualificata come violazione della Costituzione.

Prima di presentarsi al Congresso per affrontare la mozione di vacanza, Pedro Castillo, attraverso un messaggio a catena nazionale, ha annunciato lo scioglimento temporaneo del Parlamento peruviano, come passo prima di indire le elezioni per eleggere un nuovo Congresso con poteri costituenti per elaborare un nuovo testo costituzionale. In tal modo Castillo  abrogava l’autorità di governare con decreto legge in corso di convocazione e ha riferito che sarebbe stato promosso il riordino del “sistema Giustizia, del Potere Giudiziario, del Pubblico Ministero, del Consiglio Nazionale di Giustizia e della Corte Costituzionale”.

Alla fine di questo messaggio, sono iniziate le dimissioni in massa di figure del suo gabinetto sotto il patto narrativo che Castillo aveva commesso un colpo di stato. I ministri dell’Economia e Finanze, del Lavoro, della Giustizia e delle Relazioni Estere sono stati tra i primi ad annunciare le loro dimissioni dal governo Castillo. La sua stessa vicepresidentessa, Dina Boluarte, ha affermato che l’azione del presidente era incostituzionale e costituiva un colpo di stato. Dall’altro, il Comando Congiunto delle Forze Armate del Perù e la Polizia Nazionale hanno pubblicato un comunicato in cui respingevano l’atto di Castillo, attraverso una retorica alquanto ambigua, ma che non lasciava spazio a dubbi.

Successivamente, sfidando la manovra presidenziale, il Congresso ha proseguito nella votazione della mozione di vacanza che, di fronte al quadro di consenso intorno alla tesi del golpe che implicava il tentativo di scioglimento di Castillo, ha raggiunto sufficienti voti per destituire definitivamente il presidente, con 101 voti a favore, 6 contrari e 10 astenuti in totale.

Successivamente, una volta compiuto ufficialmente questo passo, il Congresso ha convocato in plenaria la Vicepresidentessa Dina Boluarte per prestare giuramento come Presidentessa della Repubblica del Perù, seguendo la linea di successione stabilita dalla Costituzione. In mezzo a questa situazione di incertezza e caos politico, Castillo è stato arrestato e portato alla prefettura di Lima, un atto simbolico ma anche di forza con cui la sua presidenza è stata definitivamente rovesciata.

Caratterizzare con precisione ciò che è accaduto in Perù nelle ultime ore richiede una lettura lontana dall’analisi binaria, poiché, piuttosto, il quadro di crisi istituzionale situa i fattori organici del suo aggravamento e approfondimento su una scala dinamica di grigi e, a sua volta, complessa.

Dobbiamo iniziare affermando che Pedro Castillo ha sofferto, dal momento stesso in cui ha assunto la presidenza, un’intensa ostruzione alla sua gestione sotto una modalità di golpe parlamentare al rallentatore e con escalation.

Aumentavano gli ostacoli imposti dal Congresso per restringere i suoi margini di manovra e l’esecuzione di una regolare gestione a capo del suo incarico, e già la manovra di una terza mozione di vacantza, nel breve periodo di 16 mesi, esprimeva la volontà dell’opposizione parlamentare di  paralizzare il gioco politico e istituzionale al punto di portare Castillo all’estremo logoramento, inabilitando di fatto la sua capacità di esercitare il governo.

Al di là di quanto strettamente procedurale, le azioni del Congresso in tutto questo tempo non possono essere qualificate come adeguate alla legge.

Persino la stessa configurazione legale e narrativa della terza mozione era alimentata da supposizioni, accuse di corruzione non provate e dichiarazioni politiche improvvisate che simulavano, forzatamente, un panorama di disgoverno e presunta incapacità di dirigere il governo. Non c’è mai stato un elemento di gravità istituzionale che giustificasse i molteplici tentativi di destituirlo secondo la Costituzione peruviana. Al contrario: il Congresso ha superato le sue facoltà e, attraverso un’interpretazione distorta della Costituzione, adattata ai suoi interessi di cristallizzare un colpo secco contro Castillo, si è mobilitato per forzare la fine del suo mandato.

Una supposizione controintuitiva può chiarire il quadro a questo punto. Se Castillo avesse evitato di chiudere il Congresso ieri, molto probabilmente la mozione di vacanza sarebbe fallita. Tuttavia, sapendo questo, l’opposizione si stava già preparando a realizzare una nuova mozione e altre risorse di ostruzione. In altre parole, il quadro di usura prolungata, la meccanica del golpe parlamentare, sarebbe continuato senza grandi cambiamenti, riuscendo a bloccare Castillo. Se non avesse preso la decisione di ieri, avrebbe probabilmente salvato il suo mandato, ma sulla base delle stesse condizioni di vessazione, ostilità e blocco sistematico del suo mandato.

Castillo non ha mai potuto esercitare la sua presidenza nel senso stretto del termine. Quindi il suo orizzonte politico e istituzionale, fin dall’inizio, era segnato dal caos, dall’instabilità e dalla logica del progressivo logoramento. Non prendere la decisione di chiudere il Congresso non comportava alcun cambiamento, nel senso  che il Congresso era già riuscito a degradare la sua statura istituzionale come presidente.

Il Congresso avrebbe potuto, addirittura, rifiutare la fiducia a Betssy Chávez, attraverso il Consiglio Direttivo, approfittando della misura cautelare della Corte Costituzionale.

In questo modo, avrebbe potuto continuare a indurre crisi e dimissioni nel gabinetto di Castillo, paralizzando di fatto la sua gestione di governo, senza esporsi al fatto che il presidente potesse sciogliere il Congresso ed indire le elezioni, come indica la Costituzione.

Il golpe parlamentare al rallentatore, protetto dalla Corte Costituzionale e da altri rami dello Stato, non aveva potuto  consumarsi ufficialmente, ma sì aveva raggiunto buona parte dei suoi obiettivi: inabilitare Castillo.

Mancava il suggello della sua destituzione, che poteva attendere il tempo necessario una volta raggiunti gli obiettivi intermedi: rovesciarlo dal potere in maniera graduale.

Castillo, costretto da questa circostanza, e probabilmente accelerando di fronte ad uno scenario di ostilità, vessazione e sfrenatezza per il suo rovesciamento, ha deciso di chiudere il Congresso come un modo per risolvere la crisi politica ed istituzionale.

L’azione rientra nella categoria dell’ “autogolpe”, ma questa affermazione deve riconoscere, obbligatoriamente, di essere stata forzatamente portata a quello scenario, visto che era questione di tempo prima che si concretizzasse la sua destituzione per vacanza o per scioglimento del Congresso, nel bel mezzo di una battaglia campale con la Corte Costituzionale per l’interpretazione di una seconda bocciatura della nuova presidentessa del Consiglio dei Ministri, che sarebbe stata sicuramente favorevole al Congresso e avrebbe inabilitato Castillo a chiuderlo, con cui si sarebbe sviluppato un episodio di stravolgimento costituzionale simile a quello di ieri.

In conclusione, si sono verificati due processi: da un lato, l’escalation del golpe parlamentare che era già riuscito a produrre un vuoto istituzionale della figura presidenziale di Castillo e, dall’altro, il tentativo di “autogolpe” che ha finito per precipitare le condizioni politiche, psicologiche e narrative per una destituzione giustificata all’interno di un movimento di vacanza viziato, di profilo golpista, denso di fragilità legali, abuso di risorse e travisamenti della stessa Costituzione.

Insomma, il caso Castillo, per le condizioni politiche, forme di sviluppo e progressiva esecuzione, rappresenta il ground zero del golpe parlamentare latinoamericano (alimentato dal lawfare), una risorsa che dall’amministrazione Barack Obama viene assumendo lo status di tradizione politica golpista, inscritta nella cassetta degli attrezzi delle élites politiche ed economiche per rovesciare presidenti, sostituendo la violenza della repressione armata con quella legale e istituzionale, contro governi di orientamento popolare che differiscono dai loro interessi strategici.


CÓMO COMPRENDER LA CAÍDA DE PEDRO CASTILLO EN PERÚ

 

En cuestión de pocas horas, el destino institucional de Perú ha vuelto a torcerse. Ciertamente, tratándose de la nación andina, ya es costumbre que los presidentes, en medio de una crisis política e institucional que se agrava con el tiempo, tengan una fecha de caducidad de corta duración. No obstante, lo ocurrido el día de ayer con la destitución del presidente Pedro Castillo mediante una moción de vacancia del Congreso, posterior al intento del mandatario de disolver el Parlamento, es peculiar incluso para el inestable contexto peruano: Castillo era un presidente electo por la ciudadanía, por ende su salida del poder tiene una significación política más profunda, y desde 1992, año en que Alberto Fujimori ejecutó un autogolpe, no había ocurrido un movimiento de cierre del Congreso.

Repasemos rápidamente los acontecimientos. Para el día de ayer, 7 de diciembre, estaba pautada la votación de una nueva moción de vacancia contra el Presidente en el Congreso “por incapacidad moral”. Era el tercer intento de destitución en tan solo 16 meses que lleva el gobierno de Castillo. La maniobra formaba parte del bloqueo institucional sistemático e integral del Congreso hacia la gestión de Castillo desde el primer día que asumió formalmente el poder, lo que había incluido la restricción de acciones básicas del mandatario como la solicitud de viajes al exterior para asistir a eventos internacionales, la implementación de proyectos institucionales y la admisión de su gabinete.

Esta tercera moción, que reforzaba y ampliaba el argumento de las dos anteriores, se centraba en acusaciones de “corrupción” contra Castillo mediante indicios débilmente probados, lo que claramente apuntaba a profundizar la metodología del golpe parlamentario a través de un relato anticorrupción previamente propalado por los principales medios de comunicación. Para llevar a cabo la destitución, el bloque parlamentario de derecha, en confrontación abierta contra el gobierno de Castillo, debía alcanzar un mínimo de 87 votos, una sumatoria que, en vista de los apoyos que tuvo el pedido de procedimiento semanas atrás, aprobado con 73 votos en total, resultaba difícil de conseguir. Era altamente probable que, como en las dos mociones anteriores, la derecha no lograra conseguir los votos suficientes para aplicar la medida y desalojar a Castillo del poder.

En medio del proceso de admisión de la tercera vacancia, ya Castillo enfrentaba una nueva crisis en su propio gabinete tras una acción del Tribunal Constitucional. A mediados de noviembre, la Mesa Directiva del Congreso rechazó la cuestión de confianza presentada por Aníbal Torres, en ese entonces presidente del Consejo de Ministros; sin embargo, el asunto no fue discutido en la plenaria. El gobierno de Castillo interpretó esto como un rechazo, pero el Tribunal Constitucional hizo lo contrario y dictó una medida cautelar al Congreso para así desautorizar dicha interpretación. El fuego cruzado produjo la renuncia de Torres a su cargo y el ascenso de Betssy Chávez, quien se convirtió en la quinta persona en asumir la Presidencia del Consejo de Ministros en el breve periodo presidencial de Castillo. Hasta la admisión de la tercera moción de vacancia, el Congreso no había discutido el nombramiento de Chávez.

El rechazo a la cuestión de confianza, interpretada por el gobierno como efectiva en noviembre, en una opinión divergente frente al Tribunal Constitucional, es un aspecto importante de la crisis política e institucional, ya que, en caso de que se produjera un nuevo rechazo, esta vez hacia Betssy Chávez, la Constitución peruana autorizaba a Castillo a disolver el Congreso de manera legal, en virtud de los artículos 133 y 134 de la carta magna. Por esta razón, la acción de Castillo fue calificada como violatoria de la Constitución.

Antes de hacer presencia en el Congreso para enfrentar la moción de vacancia, Pedro Castillo, a través de un mensaje en cadena nacional, anunció la disolución temporal del Parlamento peruano, como paso previo a la convocatoria de una elección para elegir un nuevo Congreso con facultades constituyentes para elaborar un nuevo texto constitucional. De esta manera, Castillo se abrogaba la autoridad de gobernar por decretos ley mientras ocurría la convocatoria, e informó que se impulsaría la reorganización del “sistema de Justicia, Poder Judicial, el Ministerio Público, Junta Nacional de Justicia y el Tribunal Constitucional”.

Al cierre de este mensaje, las renuncias en masa de figuras de su gabinete comenzaron bajo el pacto narrativo de que Castillo había incurrido en un golpe de Estado. Los ministros de Economía y Finanzas, de Trabajo, de Justicia y Relaciones Exteriores, fueron algunos de los primeros en anunciar su dimisión al gobierno de Castillo. Su propia vicepresidenta, Dina Boluarte, aseveró que la acción del presidente era inconstitucional y constituía un golpe de Estado. Por otro lado, el Comando Conjunto de las Fuerzas Armadas del Perú y la Policía Nacional publicaron un comunicado donde rechazaron el movimiento de Castillo, a través de una retórica algo ambigua, pero que tampoco dejaba espacio para la duda.

Posteriormente, en desafío a la maniobra presidencial, el Congreso avanzó en la votación de la moción de vacancia que, ante el cuadro de consenso alrededor de la tesis del golpe que suponía el intento de disolución de Castillo, alcanzó los votos suficientes para definitivamente destituir al mandatario, con 101 votos a favor, 6 en contra y 10 abstenciones en total. Posteriormente, ya dado oficialmente este paso, el Congreso convocó a la plenaria a la vicepresidenta Dina Boluarte para que fuese juramentada como presidenta de la República del Perú, siguiendo la línea de sucesión establecida por la Constitución. En medio de esta situación de incertidumbre y caos político, Castillo fue detenido y llevado a la prefectura de Lima, un acto simbólico pero también de fuerza con el que quedó definitivamente derrumbada su presidencia.

Caracterizar con precisión lo que ha ocurrido en Perú en las últimas horas requiere de una lectura alejada del análisis binario, pues, más bien, el cuadro de crisis institucional ubica los factores orgánicos de su agravamiento y profundización en una escala dinámica de grises y, a su vez, compleja.

Hay que comenzar afirmando que Pedro Castillo sufrió, desde el mismo momento en que asumió la presidencia, una obstrucción intensa a su gestión bajo una modalidad de golpe parlamentario en cámara lenta y escalada. Los obstáculos impuestos por el Congreso para restringir su margen de maniobra y la ejecución de una gestión regular al frente de su cargo iban en ascenso, y ya la maniobra de una tercera moción de vacancia, en un corto lapso de 16 meses, expresaba la voluntad de la oposición parlamentaria de paralizar el juego político e institucional hasta llevar a Castillo al desgaste extremo, inhabilitando de facto su capacidad de ejercer el gobierno.

Más allá de lo estrictamente procedimental, la actuación del Congreso en todo este tiempo no puede caracterizarse como ajustada a derecho. Incluso, la propia configuración legal y narrativa de la tercera moción estaba alimentada por suposiciones, acusaciones no probadas de corrupción y señalamientos políticos improvisados que simulaban, forzadamente, un panorama de desgobierno y supuesta incapacidad para llevar el gobierno. Nunca existió un elemento de gravedad institucional que justificara los múltiples intentos de destitución acorde a la Constitución peruana. Todo lo contrario: el Congreso extralimitó sus facultades y, mediante una interpretación tergiversada de la Constitución, ajustada a sus intereses de cristalizar un golpe seco contra Castillo, se movilizó para forzar el fin de su mandato.

Una suposición contraintuitiva puede clarificar el panorama en este punto. Si Castillo evitaba cerrar el Congreso el día de ayer, muy posiblemente la moción de vacancia hubiese fracaso. Sin embargo, a sabiendas de esto, ya la oposición se alistaba para llevar a cabo una nueva moción y otros recursos de obstrucción. Es decir, el cuadro de desgaste prolongado, la mecánica del golpe parlamentario, iba a continuar sin mayores cambios, logrando bloquear a Castillo. Este, de no haber tomado la decisión de ayer, probablemente hubiera salvado su mandato, pero sobre la base de las mismas condiciones de acoso, hostilidad y bloqueo sistemático de su mandato.

Castillo nunca pudo ejercer su presidencia en el estricto sentido de la palabra. Así que su horizonte político e institucional, desde el principio, estaba marcado por el caos, la inestabilidad y la lógica de desgaste progresivo. No tomar la decisión de cerrar el Congreso no implicaba cambio alguno, en el entendido de que el Congreso ya había logrado degradar su estatura institucional como presidente.

Incluso, el Congreso podía rechazar la confianza de Betssy Chávez, a través de la Mesa Directiva, aprovechando la medida cautelar del Tribunal Constitucional. De esta forma, podía seguir induciendo crisis y renuncias en el gabinete de Castillo, paralizando de facto su gestión de gobierno, sin exponerse a que el presidente pudiera disolver el Congreso y convocar elecciones, como indica la Constitución.

El golpe parlamentario en cámara lenta, amparado por el Tribunal Constitucional y otras ramas del Estado, no había logrado consumarse de forma oficial, pero sí había logrado buena parte de sus objetivos: inhabilitar a Castillo. Faltaba el sello de su destitución, el cual podía esperar el tiempo que hiciera falta una vez se iban logrando objetivos intermedios: derrocarlo del poder de manera escalonada.

Castillo, forzado por esta circunstancia, y probablemente precipitándose ante un escenario de hostilidad, acoso y desbocamiento por su derrocamiento, decidió cerrar el Congreso como una forma de resolver la crisis política e institucional.

La acción se enmarca dentro de la categoría del “autogolpe”, pero esa aseveración debe reconocer, obligatoriamente, que fue llevado forzadamente a ese escenario, en vista de que era cuestión de tiempo para que se concretara su destitución por la vía de la vacancia o por la vía de la disolución del Congreso, en medio de una batalla campal con el Tribunal Constitucional por la interpretación de un segundo rechazo a la nueva presidenta del Consejo de Ministros, que seguramente sería favorable al Congreso y dejaría inhabilitado a Castillo para cerrarlo, con lo cual se desarrollaría un episodio de disrupción constitucional calcado al de ayer.

A modo conclusivo, dos procesos ocurrieron: por un lado, el golpe parlamentario en escalada que ya había conseguido producir un vacío institucional de la figura presidencial de Castillo y, por otro, el intento de “autogolpe” que terminó de precipitar las condiciones políticas, psicológicas y narrativas para una destitución justificada dentro de un movimiento de vacancia viciado, de perfil golpista, repleto de fragilidades legales, abuso de recursos y tergiversaciones a la propia Constitución.

En definitiva, el caso de Castillo, por las condiciones políticas, formas de desarrollo y ejecución progresiva representa la zona cero del golpe parlamentario (nutrido por el lawfare) latinoamericano, un recurso que desde la administración de Barack Obama viene tomando estatus de tradición política golpista, inscrita en la caja de herramientas de las élites políticas y económicas para derrocar mandatarios, sustituyendo la violencia de la represión armada por la legal e institucional, a gobiernos de orientación popular que difieren de sus intereses estratégicos.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.