Auge e caduta del mito di Leopoldo Lòpez

Augusto Márquez  http://misionverdad.com

Se volessimo definire brevemente Leopoldo López, sarebbe sufficiente affermare che è il simbolo più fedele dell’oligarchia venezuelana. Il suo balzo in politica, alla fine del XXI secolo, sarebbe semplicemente un procedimento determinato dal suo lignaggio.

Essere cugino dell’imprenditore Lorenzo Mendoza, un diretto discendente dei grandi latifondisti e banchieri che lottarono contro i contadini poveri durante la guerra federale (1859-1863) ed il successore dei business bancari della famiglia Velutini, avrebbe dato a Lopez il potere economico necessario per fondare partiti politici ed accedere, successivamente, alla Presidenza della Repubblica.

Questo ragionamento era assolutamente logico. Se il potere politico ed economico in Venezuela era stato un’unità indivisibile nel XX secolo, dove il trinomio Lopez-Mendoza-Velutini concentrò una posizione di dominio incontestabile, era solo una questione di tempo prima che Leopoldo, “l’erede”, prendesse le redini dello Stato venezuelano una volta raggiunta la maturità.

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Passano momenti di “antipolitica” e crisi internazionale.

Il sistema politico bipartitico (Azione Democratica e Copei), il modello con cui le transnazionali garantivano il loro accesso alle risorse naturali del Venezuela, chiudeva il suo ciclo di usura con la ribellione militare del tenente colonnello Hugo Chavez, nel 1992.

Ma questa situazione di crisi aveva una determinazione globale. Il blocco sovietico si stava sgretolando, convertendo il neoliberalismo nell’unico orizzonte della società globale nel quadro di grandi riorganizzazioni del sistema capitalista internazionale e dei suoi strumenti di potere.

Le conseguenze politiche e storiche di questo processo sarebbero state devastanti, e su questo, vale limitarsi, è stato scritto in abbondanza. Una delle più importanti, che concerne il Venezuela, in modo strettamente politico, è stata la catastrofe dei partiti tradizionali a beneficio di una nuova generazione di tecnocrati e dirigenti.

Questa metamorfosi delle élite nazionali, su scala globale, avrebbe portato il testimone nella direzione degli Stati per la loro effettiva integrazione nel nuovo riordinamento economico mondiale, in cui le istituzioni sovranazionali, legate agli USA, avrebbero ostentato un potere assoluto.

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In Venezuela questo processo non è stato tanto lineare come a volte si suole analizzare.

Con il progetto dell’antipolitica, le élite dominanti ed il capitale transnazionale avevano tentato una transizione ordinata per riconfigurare il sistema politico ed economico venezuelano alle nuove esigenze dell’ordine mondiale post guerra fredda.

Annusavano che il bipartitismo e lo Stato petrolifero rappresentavano un ostacolo e che il prolungamento della crisi di quel modello, che imperò ininterrottamente nel XX secolo, avrebbe potuto portare conseguenze negative per la sua posizione come classe dominante.

Questa transizione ordinata non culminò come speravano, molto ebbe a che fare l’erronea idea di credere che la democrazia liberale ed il mercato fossero una tendenza globale irrefutabile che solo avrebbe richiesto tempo per installarsi.

Un tenente colonnello dell’esercito venezuelano, che da anni andava tramando e creando un movimento politico-militare, si fece avanti, dimostrando di avere elaborato un’idea migliore su come reindirizzare il paese nel bel mezzo dello sconvolgimenti internazionale che si sviluppava.

Era Hugo Chavez una figura che rimosse i più profondi tormenti dell’élite venezuelana: per loro implicava il ritorno delle folle di contadini laceri del XIX secolo, che si scontrarono con le ricche oligarchie del tempo.

Per il capitale USA, il pericolo era abbastanza concreto, molto meno personalizzato: che uno degli assi del mercato energetico mondiale, come il Venezuela, prendesse il controllo del suo petrolio e delle sue risorse, implicava un ostacolo nel progetto globale, post guerra fredda, di un capitalismo senza restrizioni, senza confini, senza Stati e senza politici.

La svolta venezuelana era una dimostrazione molto pericolosa che si poteva far avanzare un paese senza consegnarlo al Fondo Monetario Internazionale, come dettava il manuale. Bisognava porre fine al processo bolivariano.

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Sebbene il progetto dell’antipolitica fallì nell’obiettivo di assimilare lo Stato venezuelano alle direttrici delle transnazionali, non avrebbe dato lo stesso risultato per quanto riguarda il comportamento della classe dominante venezuelana.

Vale la pena dire che per un’élite tanto storicamente denazionalizzata ed ignorante come la venezuelana, la proposta che ora non c’era bisogno di politici ma di tecnocrati, si trasferì automaticamente senza alcuna resistenza.

Per questa ragione Leopoldo López non entrò nelle file dei partiti tradizionali in crisi o ebbe la sua formazione accademica e professionale nel paese.

Nel 1989, parallelamente ai sopracitati adeguamenti, Leopoldo López iniziò i suoi studi universitari alla Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, insieme con una infinità di operatori finanziari e militari USA.

Attualmente il sicario finanziario Ricardo Hausmann è direttore di quella scuola.

Lì avrebbe imparato il know-how della tecnocrazia globale. Cominciò a farsi conoscere nei corridoi dei centri finanziari del potere, tutte le volte che si educava nelle arti di trasferire la logica manageriale dell’impresa privata alla gestione dello Stato.

Già inserito in profondità in questo ecosistema, il rapporto di fiducia intrecciato con gli operatori del grande capitale transnazionale per eseguire, infine, il progetto frenato da Chávez, sarebbe stata una conseguenza automatica.

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Da lì, Leopoldo López avrebbe rafforzato la sua posizione di “erede”, ora non solo per il suo lignaggio, ma bensì per elezione dello Stato profondo che governa la politica USA.

La storia successiva a questo processo la sappiamo. López diventa sindaco del municipio di Chacao, il più ricco del Venezuela. Partecipa al colpo di Stato del 2002 ed in seguito fonda la sua organizzazione, il partito Volontà Popolare.

Inizia a forgiarsi un mito tanto eccentrico quanto pericoloso.

López non solo aveva optato per la via della violenza, trasferendo i suoi eccessi di bambino ricco alla vita politica, ma nell’immaginario si cominciava ad imporre come un giovane di bell’aspetto, sportivo, mentre le sue qualità manageriali, presumibilmente, avevano fatto di Chacao un microcosmo di ciò che il Venezuela sarebbe stato con il suo mandato.

Con il suo partito Voluntad Popular (Volontà Popolare), iniziò a girare nei quartieri ed urbanizzazioni popolari cercando di disputare a Chavez la base elettorale organica. Lo faceva con un discorso di imprenditoria individuale e di taglio impresariale, cercando di convincere la gente che sempre votò per il chavismo che sarebbe stata ricca se si sforzavano in maniera sufficiente.

Perché tu sai, “tu sei il proprietario del tuo destino e tutto ciò che vuoi è possibile”, solo bisogna rimuovere il chavismo dal potere in modo che tu possa essere “la tua stessa impresa”, senza uno stato che “opprima” la tua iniziativa privata e la tua possibilità di diventare milionario.

Questo discorso manageriale mescolato con retorica di auto-aiuto e libri di Osho, assolutamente diffuso e stupido, con cui prometteva che un intensivo investimento estero e la privatizzazione di risorse strategiche statali si sarebbe tradotto in opportunità di impiego spazzatura per tutti/e.

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Sarebbe quindi arrivato febbraio 2014 ed il piano “La Salida” (l’uscita). Non fu Henrique Capriles Radonski né le nuove generazioni dei partiti tradizionali che avrebbero guidato quel tentativo insurrezionale per rovesciare il chavismo del potere mediante tattiche violente tracciate dal manuale di Gene Sharp.

Che sia stato Leopoldo la figura centrale in quel processo, e non un altro o altri, conferma la scelta di Washington una volta entrato nella scuola dei sicari finanziari di Harvard.

Benché Leopoldo López si incorporò a pochi giorni dall’inizio di questo ciclo insurrezionale, sotto la minaccia di essere assassinato dai suoi sostenitori, rimase nell’immaginario che, al di là della base di massa della classe media ed alta che lo appoggia per ovvi motivi, il suo trascinamento era di massa e poli-classista. Era una specie di presidente sentimentale.

Questa idea permanette durante i cinque anni del suo arresto ed i media locali e stranieri, affiliati alla strategia golpista di ieri e di oggi, fecero credere che con Leopoldo fuori dal carcere il Venezuela avrebbe compiuto una brutale virata.

Quel mito, insufflato con forza da operatori mediatici ed intellettuali, si scontrò, in modo evidente, con la realtà quando il 30 aprile di quest’anno, nel contesto di un’operazione di colpo di stato, Leopoldo fu liberato dagli arresti domiciliari.

Una volta per strada si convertì nella figura più mediatizzata del giorno. Convocò con insistenza la popolazione nelle strade per accompagnare il golpe e rimuovere con la forza Maduro da Miraflores, pensando che la sua incoronazione fosse questione di ore.

Niente di tutto ciò è accaduto, ed il fiasco, al di là di ciò che implica per le possibilità di cambio di regime in sé, offre tre importanti lezioni per la storia politica del paese:

1. La mancanza di sostegno sociale attorno alla figura di Leopoldo López non solo implica il crollo di un mito politico, ma l’assenza di una solida figura all’interno dell’élite dominante affinché gli USA gestiscano il riordino politico ed economico del Venezuela, stabilendo un consenso sociale duraturo. Ciò comporta che l’ingerenza sia molto più diretta e, di conseguenza, irta di svantaggi come quella che abbiamo visto negli ultimi anni.

2. Che la svolta generata da Chavez fu profonda, al punto che ampi settori della popolazione venezuelana resistono alla seduzione di una figura iconica della classe dominante, che è proiettata come il modello da seguire. Visto su scala regionale, questo significa che il paese politico marcia nella direzione opposta alle tendenze suprematiste dove la parola dell’élite bianca e milionaria decide il destino politico. Guarda Brasile o Argentina.

3. Che i media mentono sempre.


AUGE Y CAÍDA DEL MITO DE LEOPOLDO LÓPEZ

Augusto Márquez

Si quisiéramos definir brevemente a Leopoldo López, sería suficiente afirmar que es el símbolo más fiel de la oligarquía venezolana. Su salto a la política, en las postrimerías del siglo XXI, sería simplemente un trámite determinado por su abolengo.

Ser primo del empresario Lorenzo Mendoza, descendiente directo de los grandes terratenientes y banqueros que lucharon contra los campesinos pobres durante la guerra federal (1859-1863) y sucesor de los negocios bancarios de la familia Velutini, le darían a López el poder económico necesario para fundar partidos políticos y acceder a la Presidencia de la República más adelante.

Este razonamiento era absolutamente lógico. Si el poder político y económico en Venezuela había sido una unidad indivisible en el siglo XX, donde el trinomio López-Mendoza-Velutini concentró una posición de dominio incontestable, era solo cuestión de tiempo para que Leopoldo, “el heredero”, tomara las riendas del Estado venezolano una vez alcanzara la madurez.

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Transcurren tiempos de “antipolítica” y crisis internacional.

El sistema político bipartidista (Acción Democrática y Copei), el modelo con el cual las transnacionales garantizaban su acceso a los recursos naturales de Venezuela, cerraba su ciclo de desgaste con la rebelión militar del teniente coronel Hugo Chávez Frías en 1992.

Pero esta situación de crisis tenía una determinación global. El bloque soviético se desmoronaba, convirtiendo al neoliberalismo en el único horizonte de la sociedad global en el marco de grandes reacomodos del sistema capitalista internacional y de sus instrumentos de poder.

Las consecuencias políticas e históricas de este proceso serían demoledoras, y sobre ello, vale acotar, se ha escrito en abundancia. Una de las más importantes, a lo que a Venezuela concierne en lo estrictamente político, fue la catástrofe de los partidos tradicionales a beneficio de una nueva generación de tecnócratas y gerentes.

Esta metamorfosis de las élites nacionales, a escala global, tomaría el testigo en la dirección de los Estados para su efectiva integración en el nuevo reordenamiento económico mundial, donde las instituciones supranacionales ligadas a los Estados Unidos ostentarían un poder absoluto.

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En Venezuela este proceso no fue tan lineal como a veces se suele analizar.

Con el proyecto de la “antipolítica”, las élites dominantes y el capital transnacional habían intentado una transición ordenada para reconfigurar el sistema político y económico venezolano a las nuevas exigencias del orden mundial post guerra fría.

Olfateaban que el bipartidismo y el Estado petrolero representaban un obstáculo, y que la prolongación de la crisis de ese modelo, que imperó ininterrumpidamente en el siglo XX, podría traer consecuencias negativas a su posición como clase dominante.

Esta transición ordenada no culminó como esperaban, mucho tuvo que ver la idea errónea de creer que la democracia liberal y el mercado era una tendencia global irrefutable que solo requería de tiempo para instalarse.

Un teniente coronel del ejército venezolano, que tenía años conspirando y creando un movimiento político-militar, se adelantó, demostrando tener una idea mejor elaborada de cómo reconducir al país en medio del cataclismo internacional que se desarrollaba.

Era Hugo Chávez, una figura que removió los tormentos más profundos de la élite venezolana: para ellos implicaba el regreso de las turbas de campesinos harapientos del siglo XIX, que enfrentaron a las acomodadas oligarquías de la época.

Para el capital estadounidense, el peligro era bastante concreto, mucho menos personalizado: que uno de los ejes del mercado energético mundial como Venezuela, tomara control de su petróleo y de sus recursos, implicaba un obstáculo en el proyecto global post guerra fría de un capitalismo sin restricciones, sin fronteras, sin Estados y sin políticos.

El viraje venezolano era una demostración, muy peligrosa, de que se podía sacar adelante a un país sin entregarlo al Fondo Monetario Internacional, como dictaba el manual. Había que acabar con el proceso bolivariano.

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Aunque el proyecto de la antipolítica fracasó en el objetivo de asimilar el Estado venezolano a las directrices de las transnacionales, no daría el mismo resultado en lo que concierne al comportamiento de la clase dominante venezolana.

Conviene decir que para una élite tan históricamente desnacionalizada e ignorante como la venezolana, el planteamiento de que ahora no se necesitaban políticos sino tecnócratas, se transfirió automáticamente sin ninguna resistencia.

Por esa razón Leopoldo López no ingresó a las filas de los partidos tradicionales en crisis o tuvo su formación académica y profesional en el país.

En el año 1989, al tiempo que se daban los reacomodos antes comentados, Leopoldo López daba inicio a sus estudios universitarios en la Kennedy School of Government de la Universidad de Harvard, codeándose con una infinidad de operadores financieros y militares de los Estados Unidos.

Actualmente el sicario financiero Ricardo Hausmann es director de esa escuela.

Allí aprendería el know how de la tecnocracia global. Comenzó a darse a conocer en los pasillos de los centros financieros de poder, toda vez que se cultivaba en las artes de transferir la lógica gerencial de la empresa privada al manejo del Estado.

Ya inserto a profundidad en ese ecosistema, la relación de confianza tejida con los operadores del gran capital transnacional para ejecutar, finalmente, el proyecto frenado por Chávez, sería una consecuencia automática.

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A partir de allí Leopoldo López reforzaría su posición de “heredero”, ya no sólo por su abolengo, sino por elección del Estado profundo que rige la política estadounidense.

La historia posterior a este proceso la conocemos. López se convierte en alcalde del municipio Chacao, el más rico de Venezuela. Participa en el golpe de Estado de 2002 y tiempo después funda su propia organización, el partido Voluntad Popular.

Comienza a forjarse un mito tan excéntrico como peligroso.

López no sólo se había decantado por la ruta de la violencia, trasladando sus excesos de niño rico a la vida política, sino que en el imaginario se comenzaba a imponer como un tipo buen mozo, deportista, toda vez que sus cualidades de gerente, supuestamente, habían hecho de Chacao un microcosmos de lo que sería Venezuela con su mandato.

Con su partido Voluntad Popular comenzó a recorrer barrios y urbanizaciones populares tratando de disputarle a Chávez su base electoral orgánica. Lo hacía con un discurso de emprendimiento individual y de corte empresarial, tratando de convencer a la gente que votó siempre por el chavismo que serían ricos si se esforzaban lo suficiente.

Porque tú sabes, “tú eres dueño de tu destino y todo lo que se quiere se puede”, solo hace falta sacar al chavismo del poder para que tú puedas ser “tu propia empresa”, sin un Estado que “oprima” tu iniciativa privada y tu posibilidad de hacerte millonario.

Este discurso gerencial mezclado con retórica de autoayuda y libros de Osho, absolutamente difuso y bobo, con el que prometía que una inversión extranjera intensiva y la privatización de recursos estratégicos del Estado se traduciría en oportunidades de empleo basura para todas y todos.

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Llegaría entonces febrero de 2014 y el plan “La Salida”. No fue Henrique Capriles Radonski ni las nuevas generaciones de los partidos tradicionales quienes encabezarían ese intento insurreccional para derrocar al chavismo del poder mediante tácticas violentas calcadas del manual de Gene Sharp.

Que haya sido Leopoldo la figura central de ese proceso, y no otro u otros, confirma la elección de Washington una vez que ingresó a la escuela de sicarios financieros de Harvard.

Aunque Leopoldo López se entregó a pocos días de iniciado este ciclo insurreccional, bajo amenazas de ser asesinado por sus partidarios, quedó en el imaginario que más allá de la base de masas de la clase media y alta que lo apoya por razones obvias, su arrastre era masivo y policlasista. Era una especie de presidente sentimental.

Esa idea permaneció durante los cinco años de su arresto y lo medios locales y extranjeros, afiliados a la estrategia golpista de ayer y hoy, hicieron creer que con Leopoldo fuera de la cárcel Venezuela daría un giro brutal.

Ese mito, insuflado con fuerza por operadores mediáticos e intelectuales, chocó aparatosamente con la realidad cuando el 30 de abril del presente año, en el marco de una operación de golpe de Estado, Leopoldo fue liberado de su arresto domiciliario.

Una vez en la calle se convirtió en la figura más mediatizada de la jornada. Convocó insistentemente a la población a las calles para acompañar el golpe y sacar a la fuerza a Maduro de Miraflores, pensando que su coronación era cuestión de horas.

Nada de esto ocurrió, y el fiasco, más allá de lo que implica para las posibilidades de cambio de régimen en sí, ofrece tres lecciones importantes para la historia política del país:

1. La falta de apoyo social alrededor de la figura de Leopoldo López no solo implica el derrumbamiento de un mito político, sino la ausencia de una figura sólida dentro de la élite dominante para que los Estados Unidos gestione el reordenamiento político y económico de Venezuela, estableciendo un consenso social perdurable. Esto trae como consecuencia que la injerencia sea mucho más directa y, en consecuencia, cargada de desventajas como la que hemos visto en los últimos años.

2. Que el viraje generado por Chávez fue profundo, a tal punto que amplios sectores de la población venezolana resiste a la seducción de una figura icónica de la clase dominante, que es proyectada como el modelo a seguir. Visto a escala regional, esto significa que el país político marcha en dirección contraria a las tendencias supremacistas donde la palabra de la élite blanca y millonaria decide el destino político. Mire a Brasil o Argentina.

3. Que los medios  mienten, siempre.

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