Bolivia: golpismo post elettorale

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CONTESTO E SINTESI DELLA DESTABILIZZAZIONE E VIOLENZA POST-ELETTORALE IN BOLIVIA

 

Gli eventi in Bolivia si inquadrano in un programma di cambio di regime ed i suoi elementi essenziali sono stati detonati dopo il risultato elettorale di domenica 20 ottobre.

Per i suoi componenti ed attori coinvolti, così come per i suoi precedenti e derivazioni, l’attuale confluenza boliviana sembrava essere, da lungo tempo, un inesorabile punto di collisione. Eventi che, contrariamente alle tendenze regionali di deposizione del neoliberalismo, cercano di consacrare un programma di ritorno dei neoliberali ai golpe ed al disconoscimento delle elezioni.

IL CONTESTO E GLI EVENTI

 

Dopo che il primo risultato elettorale è stato pubblicato nelle elezioni generali della Bolivia, lo scorso 20 ottobre, si è conosciuta la vittoria di Evo Morales al primo turno elettorale, lasciando un differenziale di 2,4 punti affinché il presidente raggiungesse la vittoria definitiva quella domenica, senza andare al secondo turno.

In Bolivia, la regola in questa materia indica che, superando i 40 punti e il secondo candidato di 10 punti, il candidato vincitore sarebbe acclamato al primo turno.

Al momento della trasmissione dei dati, come primo passo, l’Organo Elettorale Plurinazionale (OEP) ha segnalato che poco più del 17% dei verbali e dei voti erano in attesa di essere scrutinati, presumendo che fosse la misurazione nei centri elettori di zone più remote del paese, l’area rurale ed indigena.

La notte del 20 ottobre si è vista l’opposizione, con a capo il candidato Carlos Mesa, celebrando di aver raggiunto il secondo turno, sebbene sapessero che quel risultato non era ancora definito.

Questa presentazione di un Mesa “vittorioso” ha costituito, quella notte, un golpe d’opinione. Hanno prodotto una narrazione impetuosa in cui l’opposizione sarebbe andata al ballottaggio per sconfiggere la “dittatura” di Morales.

Gli eventi si spostano direttamente alle porte degli uffici elettorali del paese, Carlos Mesa chiama i centri elettorali per fermare quella che ha definito una “frode” elettorale in corso: avevano capito che il conteggio dei voti dell’area rurale (bastioni storici di sostegno a Morales) avrebbe servito a definire l’elezione al primo turno.

L’ente elettorale, con una metodologia di trasmissione rapida, aveva pubblicato dati che non erano irreversibili. Quindi sono passati, secondo quanto previsto dalle sue disposizioni, ad una contabilizzazione di dati calcolati, cioè alla digitalizzazione del voto, che è manuale.

Questi eventi consistevano in un conteggio misurato e definitivo dei voti e sarebbe il risultato che avrebbe definito completamente il risultato.

Sono passati le ore ed i giorni, l’ente elettorale ha costruito il “momentum” idoneo all’opposizione, che scende in piazza per proclamare reazioni contro la stabilità della Bolivia.

All’unisono di questi eventi, gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) presenti in Bolivia per le elezioni hanno indicato sfiducia nei confronti dell’OEP e, come effetto “a cascata”, i governi USA, UE, Brasile ed Argentina hanno proceduto a fare pressione sullo Stato boliviano affinché dichiarasse di andare al secondo turno, sebbene il conteggio fosse in atto.

La vittoria di Evo Morales al primo turno, sarebbe stata dichiarata una volta superato Mesa di 10 punti, con oltre 600 mila voti sull’avversario. Una cifra enormemente significativa per le dimensioni dell’elettorato boliviano; una cifra percentuale persino più ampia di quella che ebbe Alberto Fernández su Mauricio Macri, il 27 ottobre in Argentina, che gli ha dato la vittoria al primo turno.

Evo Morales ha finalmente ottenuto il 47,08% e Mesa il 36,51%.

Nel frattempo, la reazione straniera è servita da innesco ed acceleratore per incoraggiare i settori dell’opposizione, che da vari fronti hanno convocato mobilitazioni, manifestazioni violente, scioperi e blocchi che stanno scioccando la Bolivia in questi momenti.

GLI ATTORI COINVOLTI ED IL LORO SCHIERARSI

 

In prima linea, a livello esterno, si trovano l’OSA e l’insieme di paesi che “raccomandano” di dichiarare il secondo turno elettorale. Sebbene il governo boliviano abbia invitato questi settori a partecipare all’audit dei voti, l’OSA “ha proposto” di sottoporre le elezioni ad una decisione “vincolante” dei suoi esperti, supponendo che con ciò determinerebbe il destino elettorale della Bolivia in detrimento dell’OEP.

Anche l’OSA e la UE hanno dichiarato che, “per la stabilità della Bolivia”, era opportuno andare al secondo turno, disconoscendo il voto che ha dato la differenza a Morales ed allo stesso tempo chiedendo alle istituzioni boliviane di violentare i propri regolamenti.

Sul fronte interno, sono protagonisti negli accadimenti i cosiddetti “comitati civici”, istanze cittadine e piattaforme di opposizione al di fuori dei partiti politici che sono insorti in un programma di disconoscimento dello Stato boliviano e della presidenza di Morales. A loro si sono uniti settori studenteschi e partiti politici di opposizione.

I comitati civici si sono organizzati prima delle elezioni in “cabildos” (assemblee ndt), concentrazioni cittadine dove i loro dirigenti hanno dichiarato che non avrebbero riconosciuto il risultato elettorale se fosse stato favorevole a Morales e che, inoltre, proponevano un programma di disconoscimento dello Stato, la dichiarazione del governo come “dittatura” ed il “federalismo” come un meccanismo di rottura contro lo Stato centrale.

La confluenza dichiarata ed anticipata rispetto alle elezioni, e ora scatenata dopo domenica 20, ha il Comitato Pro Santa Cruz, l’Unione dei Giovani Cruceñisti ed i Comitati Civici di La Paz e Cochabamba come istanze centrali nell’organizzazione del ruolino di marcia di destabilizzazione sul campo.

Il loro procedere è trionfante e violento, hanno sviluppato al massimo uno slancio forgiato attraverso costanti racconti di smantellamento del “masismo” (in riferimento al Movimento al Socialismo), deposizione violenta di Morales e costruzione del “federalismo” come “nuovo” meccanismo di smantellamento e sostituzione dello Stato Plurinazionale.

L’enfasi della violenza è stata maggiormente radicata a Santa Cruz, regione che ha una caratteristica speciale: la regione è, da anni, un’enclave centrale dei processi di destabilizzazione in Bolivia. E’ stato il bastione essenziale nella costruzione incompiuta di una “mezzaluna” secessionista in Bolivia, nel 2008.

Protetti da una tradizione razziale, socioculturale, etnica ed esistenziale che ha segnato la sua auto determinata “distinzione” dagli “indiani” degli altopiani, i “cambas” (come si denominano) hanno tinte di razzismo e suprematismo come non si conosce in altre regioni dell’America Latina.

Santa Cruz è un’importante enclave economica della Bolivia ed ha un’élite locale che aveva storicamente retto i governi di La Paz a favore dei propri interessi. Questo spiega Santa Cruz come uno spazio politico-culturale che rappresenta i valori che Evo Morales ha avversato: razzismo, classismo, caudillismo locale e vecchie relazioni egemoniche di potere con manifattura USA.

Santa Cruz si è eretta, proprio ora in questo violento ciclo, come un centro di proiezione della destabilizzazione in altre città del paese ed hanno promosso “scioperi civili” in altre città allo stesso modo. Santa Cruz, una roccaforte dell’opposizione a Morales, ha caratteristiche che sono ora in luce.

Il Comitato Pro Santa Cruz è un’istanza pseudo governativa che ha più potere di fatto rispetto al governo dipartimentale. Ha decretato uno “sciopero civico” con tinte di gestione paramilitare del territorio, attraverso l’uso della coercizione e della forza per chiudere negozi ed imporre un “coprifuoco” ed uno stato d’assedio nella capitale del dipartimento ed in altre città.

In effetti, a Santa Cruz, proprio ora, solo è possibile che veicoli e persino moto possano circolare con un permesso speciale concesso dal Comitato Civico e che solo consegnano per uso discrezionale della sua élite e degli operatori della destabilizzazione sul terreno.

La violenza a Santa Cruz e La Paz ha le caratteristiche di blocchi e barricate, in un formato identico a quello applicato in Venezuela, nel 2014 e nel 2017, attraverso un tipo di violenza paramilitare in fase germinale.

Questa modalità consiste nell’imposizione della forza, nel controllo del territorio, ne disconoscimento del governo e dei masisti, nonché nell’inamovibilità della regolarità economica e sociale, ma è anche un meccanismo accelerante dei conflitti, poiché propiziano con essi la reazione della polizia, ma anche di settori del masismo ed altri al di fuori dei partiti come corporazioni economiche commerciali, trasportatori, produttori e contadini, che sono contro le barricate e la paralisi forzata.

La ricerca di scontri è una componente essenziale di questa modalità.

Il dirigente più noto della rivolta di Santa Cruz e pezzo chiave della sedizione in corso è Luis Alberto Camacho, figlio di una miliardaria famiglia cruceña, considerato figlio legittimo dell’élite, apparso con i suoi parenti nei Panama Papers ed è erede politico di Branko Marinkovik, un altro oligarca di Santa Cruz, oggi latitante per atti di terrorismo, separatismo e sedizione in Bolivia nel 2008.

Nel frattempo, gli eventi si svolgono sul terreno mentre alcuni settori cercano di tenere chiuse le strade, altri cercano di aprirle nella ricreazione di un complotto di “popolo contro popolo”, strumentalizzato da propagandisti e media, presentato come uno “stato generalizzato di caos”, benché si tratti di violenza focalizzata.

A La Paz, la violenza è puntuale in alcuni viali e settori, in particolare nella zona meridionale, la più ricca della città. È esclusa da questo tipo di situazione El Alto, roccaforte storica di Morales ed adiacente a La Paz.

A Santa Cruz, di contro, il potere del comitato cruceño si è saldamente consolidato, aprendo una seconda settimana di “sciopero civico” che sta già colpendo la popolazione confinata nelle loro case.

Di particolare interesse è la reazione delle forze ufficiali boliviane che hanno agito prontamente in alcuni focolai, senza agire in modo espansivo su tutti. Un’azione che può considerarsi selettiva per evitare l’usura o come risultato di un processo di indebolimento delle linee di comando della polizia, che potrebbero star collaborando con lo stato di caos che si sta tentando di consolidare.

In quel settore, è essenziale fare riferimento ad un avviso di sicurezza dello Stato per le istituzioni boliviane.

Sebbene ad oggi non ci siano saldi fatali in vite umane di cui dispiacersi in Bolivia, esiste in sviluppo un ciclo progressivo di amplificazione della violenza. Si prevede che, in questa fase, si tenti una rottura istituzionale che apra la strada ad una nuova fase del conflitto nascente.

Il masismo, d’altra parte, si è mobilitato in difesa della vittoria di Morales. Le concentrazioni sono massicce e pacifiche, nonostante alcune scaramucce con gli oppositori.

I settori storici che hanno supportato il presidente sono accorsi a La Paz, Cochabamba ed in altre città, ed a Santa Cruz, in luoghi come Plan 3000, bastioni popolari masisti, sono usciti per difendersi dai “civici”.

Il settore governativo ha assunto la difesa politica del voto riconoscendo la minaccia destabilizzante in corso, c’è un’epica remoralizzante che non è apparsa nella campagna elettorale. Il suo piano politico è principalmente nei minatori, indigeni e contadini, settori sociali profondamente radicati nel progetto di Evo Morales che stanno reagendo consistentemente, evocando lotte del passato e del presente.

Sono settori altamente organizzati in modalità corporative sui quali ha fatto enormemente leva l’attuale benessere della Bolivia. Sono inoltre settori simbolici di altre lotte anti-neoliberali, come “la guerra dell’acqua” di Cochabamba e “la guerra del gas” a El Alto. A questi settori si è tentato negare l’accesso a La Paz e quindi ci sono stati scontri che, finora, non hanno lasciato saldi mortali.

In Bolivia esiste, proprio ora, una gestione del conflitto. Per i settori che scommettono sul suo ingrandimento, l’interesse è nel consolidare la costruzione di un dossier contro il governo di Evo Morales, una componente fondamentale per la “legittimazione” di azioni coercitive contro quel paese, che, secondo la Casa Bianca, sarebbe sul tavolo se la Bolivia non decide raddoppiare la propria istituzionalità per andare ad una seconda tornata elettorale.

È persino probabile che la narrativa sul ruolino di marcia dell’assedio che sarebbe pianificato contro la Bolivia, le dichiarazioni su “dittatura” e “repressione”, interrompano la stabilità di cui la Bolivia ha goduto in questi anni.


CONTEXTO Y RESUMEN DE LA DESESTABILIZACIÓN Y VIOLENCIA POST-ELECTORAL EN BOLIVIA

 

Los eventos en Bolivia se enmarcan en una agenda de cambio de régimen y sus elementos esenciales han sido detonados luego del resultado electoral del domingo 20 de octubre.

Por sus componentes y actores involucrados, tanto como por sus precedentes y derivaciones, la confluencia boliviana actual parecía ser, desde hace mucho, un punto inexorable de colisión. Eventos que, a contracorriente de las tendencias regionales de deposición al neoliberalismo, intentan consagrar una agenda de regreso de los neoliberales a golpes y en desconocimiento de las elecciones.

EL CONTEXTO Y LOS EVENTOS

Luego de publicarse el primer resultado electoral en las elecciones generales de Bolivia el pasado 20 de octubre, pudo conocerse la victoria de Evo Morales en primera vuelta electoral, quedando un diferencial de 2,4 puntos para que el mandatario alcanzara la victoria definitiva ese domingo, sin ir a una segunda vuelta.

En Bolivia, la norma en esta materia indica que, superando los 40 puntos y al segundo candidato en 10 puntos, el candidato ganador sería aclamado en primera vuelta.

Para el momento de la transmisión de datos a modo de primer avance, el Órgano Electoral Plurinacional (OEP) señaló que poco más del 17% de las actas y votos quedaban pendientes por escrutar, dejando por sentado que se trataba de la medición en los centros electorales de zonas más apartadas del país, el área rural e indígena.

La noche del 20 de octubre tuvo a la oposición a cargo del candidato Carlos Mesa celebrando haber alcanzado la segunda vuelta, aunque sabían que ese resultado no estaba definido aún.

Esta presentación de un Mesa “victorioso” constituyó esa noche un golpe de opinión. Manufacturaron un relato impetuoso en el que la oposición iría al balotaje para derrotar a la “dictadura” de Morales.

Los eventos se trasladan directamente a las puertas de las oficinas electorales del país, Carlos Mesa llama a los centros electorales para detener lo que llamó un “fraude” electoral en marcha: entendían que el conteo de votos del área rural (bastiones históricos de apoyo a Morales) servirían para definir la elección en primera vuelta.

El ente electoral, con una metodología de transmisión rápida, había publicado datos que no eran irreversibles. Luego pasaron, acorde a lo previsto en su norma, a una contabilización de datos computados, es decir, la digitalización del voto, que es manual.

Estos eventos consistieron en un conteo mesurado y definitivo de los votos y sería el desenlace que definiría a plenitud el resultado.

Las horas y días pasaron, el ente electoral construyó el “momentum” idóneo para la oposición, la cual se alza a las calles para proclamar reacciones contra la estabilidad de Bolivia.

Al unísono de estos eventos, los observadores de la Organización de Estados Americanos (OEA) presentes en Bolivia para las elecciones señalaron desconfianza contra el OEP, y como efecto “en cascada”, los gobiernos de EEUU, la UE, Brasil y Argentina procedieron a presionar al Estado boliviano a que declarara acudir a segunda vuelta, aunque el conteo seguía en marcha.

La victoria de Evo Morales en primera vuelta, sería declarada una vez que superara a Mesa por 10 puntos, con más de 600 mil votos sobre el opositor. Una cifra enormemente significativa para el tamaño del electorado boliviano; una cifra porcentualmente incluso más amplia que la que tuvo Alberto Fernández sobre Mauricio Macri el 27 de octubre en Argentina, que le dio la victoria en primera vuelta.

Evo Morales obtuvo finalmente 47,08% y Mesa 36,51%.

Entretanto, la reacción extranjera sirvió de desencadenante y acelerante para envalentonar a sectores de la oposición, que desde diversos frentes han convocado a movilizaciones, concentraciones violentas, paros y trancas que están conmocionando Bolivia en estos momentos.

LOS ACTORES INVOLUCRADOS Y SU DESPLIEGUE

En la primera línea, sobre el plano exterior, están la OEA y el conjunto de países que “recomiendan” declarar la segunda vuelta electoral. Aunque el gobierno boliviano ha convocado a estos sectores a participar en la auditoría de los votos, la OEA “propuso” someter a las elecciones a una decisión “vinculante” de su experticia, dejando por sentado que con ello determinaría el destino electoral de Bolivia en detrimento del OEP.

También la OEA y la UE declararon que, “por la estabilidad de Bolivia”, lo adecuado era ir a segunda vuelta, desestimando al voto que dio la diferencia a Morales y a la vez pidiendo a las instituciones bolivianas violentar su propia normativa.

En el frente doméstico, son protagónicos en los eventos los llamados “comités cívicos”, instancias ciudadanas y plataformas opositoras fuera de los partidos políticos que se han alzado en una agenda de desconocimiento al Estado boliviano y a la presidencia de Morales. Se les han unido sectores estudiantiles y partidos políticos opositores.

Los comités cívicos se organizaron antes de las elecciones en “cabildos”, concentraciones ciudadanas donde sus dirigentes declararon que desconocerían el resultado electoral si era favorable a Morales y que, además, proponían una agenda de desconocimiento del Estado, la declaración del gobierno como “dictadura” y al “federalismo” como un mecanismo de ruptura frente al Estado central.

La confluencia declarada y anticipada a las elecciones, y ahora desatada luego del domingo 20, tiene al Comité Pro Santa Cruz, a la Unión de Jóvenes Cruceñistas y a los Comités Cívicos de La Paz y Cochabamba como instancias medulares en la organización de la hoja de ruta de desestabilización en el terreno.

Su proceder es triunfalista y violento, han desarrollado al máximo un ímpetu forjado mediante narrativas constantes de desmantelamiento del “masismo” (en referencia al Movimiento al Socialismo), la deposición violenta de Morales y la construcción del “federalismo” como “nuevo” mecanismo de desmantelamiento y sustitución del Estado Plurinacional.

El énfasis de la violencia ha estado más radicado en Santa Cruz, región que tiene una característica especial: la región es un enclave medular a procesos de desestabilización en Bolivia desde hace años. Fue el bastión esencial en la construcción inconclusa de una “media luna” secesionista en Bolivia en el año 2008.

Amparados en una tradición racial, sociocultural, étnica y existencial que ha marcado su autodenominada “distinción” de “la indiada” altiplana, los “cambas” (como se denominan) tienen tintes de racismo y supremacismo como no se conoce en otras regiones latinoamericanas.

Santa Cruz es un importante enclave económico de Bolivia y tiene una élite local que históricamente había regido a los gobiernos de La Paz en favor de sus intereses. Ello explica a Santa Cruz como un espacio político-cultural que representa los valores que Evo Morales ha adversado: el racismo, el clasismo, los caudillismos locales y las viejas relaciones hegemónicas de poder con manufactura estadounidense.

Santa Cruz se ha erigido, justo ahora en este ciclo violento, como un centro de proyección de la desestabilización a otras ciudades del país y han promovido los “paros cívicos” a otras ciudades de la misma manera. Santa Cruz, bastión opositor a Morales, guarda características que ahora están en esplendor.

El Comité Pro Santa Cruz es una instancia pseudo gubernamental que tiene más poder de hecho que el gobierno departamental. Ha decretado un “paro cívico” con tintes de gestión paramilitarizada del territorio, mediante el uso de la coacción y la fuerza para cerrar comercios e imponer un “toque de queda” y estado de sitio en la capital departamental y otros poblados.

De hecho, en Santa Cruz, justo ahora, solo es posible que vehículos y hasta motos puedan circular con un permiso especial que otorga el Comité Cívico y que solo entregan para uso discrecional de su elite y operadores de la desestabilización en el terreno.

La violencia en Santa Cruz y La Paz tiene las características de trancas y barricadas, en un formato idéntico al que se aplicó en Venezuela en los años 2014 y 2017 mediante un tipo de violencia paramilitarizada en etapa germinal.

Esta modalidad consiste en la imposición de la fuerza, el control del territorio, el desconocimiento del gobierno y los masistas, además de la inamovilidad de la regularidad económica y social, pero también es un mecanismo acelerante de los conflictos, pues propician con ellos la reacción policial, pero también de sectores del masismo y otros fuera de los partidos como gremios económicos comerciales, transportistas, fabriles y campesinos, que están en contra de las barricadas y la paralización forzada.

La búsqueda de choques es un componente esencial en esta modalidad.

El más sobresaliente líder en la revuelta cruceña y pieza clave de la sedición en marcha es Luis Alberto Camacho, hijo de una billonaria familia cruceña, considerado hijo legítimo de la elite, quien apareció junto a sus familiares en los Panamá Papers y es heredero político de Branko Marinkovik, otro oligarca cruceño, hoy prófugo de la justicia por actos de terrorismo, separatismo y sedición en Bolivia en el año 2008.

Entretanto, se desarrollan los eventos en el terreno mientras unos sectores tratan de mantener vías cerradas, otros tratan de abrirlas en la recreación de una trama de “pueblo contra pueblo”, instrumentalizado por propagandistas y medios, siendo presentada como un “estado generalizado de caos”, aunque se trate de violencia focalizada.

En La Paz, la violencia es puntual en algunas avenidas y sectores, especialmente de la zona sur, la más acomodada de la ciudad. Queda excluida de este tipo de situaciones El Alto, bastión histórico de Morales y adyacente a La Paz.

En Santa Cruz, en cambio, el poder del comité cruceño se ha consolidado con firmeza, abriendo una segunda semana de “paro cívico” que ya está afectando a la población confinada en sus casas.

Es de especial interés la reacción de las fuerzas oficiales bolivianas que han actuado puntualmente en algunos focos, sin actuar expansivamente sobre todos ellos. Una actuación que puede considerarse selectiva para evitar desgaste o como resultado de un proceso de debilitamiento de las líneas de mando policiales, que podrían estar colaborando con el estado de caos que se intenta consolidar.

En ese sector, es indispensable referir una alerta de seguridad de Estado para la institucionalidad boliviana.

Aunque a la fecha no hay saldos fatales en vidas humanas que lamentar en Bolivia, existe en desarrollo un ciclo progresivo de amplificación de la violencia. Se espera que, a este paso, se intente producir un quiebre institucional que abra paso a una nueva fase del conflicto en ciernes.

El masismo, por otro lado, se ha movilizado en defensa de la victoria de Morales. Las concentraciones son masivas y pacíficas, pese a algunas escaramuzas con opositores.

Los sectores históricos que han apoyado al mandatario han acudido a La Paz, Cochabamba y otras ciudades, y en Santa Cruz, en localidades como Plan 3000, bastiones populares masistas, han salido a defenderse de los “cívicos”.

El oficialismo ha asumido la defensa política del voto reconociendo la amenaza desestabilizadora en curso, hay una épica remoralizante que no apareció así en la campaña electoral. Su piso político está principalmente en mineros, indígenas y campesinos, sectores sociales de profundo arraigo al proyecto de Evo Morales que están reaccionando consistentemente, evocando luchas de tiempos pasados y presentes.

Son sectores altamente organizados en modalidades gremiales sobre quienes se ha apalancado enormemente el actual bienestar de Bolivia. Son, además, sectores simbólicos de otras luchas antineoliberales, como “la guerra del agua” de Cochabamba y “la guerra del gas” en El Alto. A estos sectores se les ha intentado negar el acceso a La Paz y por ello han tenido lugar choques que, hasta ahora, no han dejado saldos fatales.

En Bolivia hay justo ahora una gestión del conflicto. Para los sectores que apuestan a su magnificación, el interés está en consolidar la construcción de un expediente contra el gobierno de Evo Morales, un componente fundamental para la “legitimación” de acciones coercitivas contra ese país, las cuales, según la Casa Blanca, estarían sobre la mesa si Bolivia no decide doblar su institucionalidad para ir a una segunda vuelta electoral.

Es probable, incluso, que la narrativa en la hoja de ruta de asedio que estaría planteada contra Bolivia, las declaraciones sobre “dictadura” y “represión”, den al traste con la estabilidad que Bolivia ha gozado en estos años.

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